Naviganti

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La randa si gonfia di vento, il fiocco si tende nella virata, la bussola ruota, ruotano le ombre, il mare, intorno, ruota e rimane immutato, immutabile. Forse cambia un po’ il colore, la luce. C’è un silenzio che lo senti, se taci. Un silenzio che è il cigolio delle cime, strette a mordere il ferro dei winch come spire di serpi, è lo sciabordio del mare, è il tintinnio di qualcosa che batte. E’ la direzione del vento che cambia, è il traverso che diventa bolina.

Partire da un posto che si chiama Nettuno potrebbe essere di buon auspicio se chi scrive credesse negli auspici e negli dei. Ma anche se non ci crede è bello lo stesso partire da un posto che si chiama Nettuno, anche se non è altro che un porto di mare, nel Lazio, a sud di Anzio. Domani a Nettuno arriverò in treno, e a Nettuno mi attende Remo con la sua Dougouly.

Dougouly è una barca di dodici metri, un po’ vecchiotta, dice Remo, sarebbe ora di cambiarla, ma non c’è  cuore di abbandonarla dopo tante miglia passate in quel pozzetto, a torcere quelle cime, a dirigere quel timone, a regolare quelle tele. Ho veleggiato con Remo anni fa, a bordo della cara vecchia Dougouly, nel mar Tirreno, nel Mar Ionio, fino alle prime isole greche. Ma non importa il dove. Quello che conta è il mare. E il vento. Questa volta il nostro scopo saraà di riportare a casa Dougouly. E casa è in Liguria, la banchina di Porto Sole, a San Remo. Quella è la meta, in mezzo ci saranno le isole Pontine, l’arcipelago Toscano, un po’ di Corsica, ma soprattutto il mar Tirreno. Soprattutto il mare.

Io non sono un navigante. Remo lo è, lui si, un vecchio lupo di mare, con tanto di barba grigia e rughe, viso cotto dal sole, sguardo che guarda lontano. Non sfigurerebbe tra le pagine di Melville, Remo, in un altro tempo, o di Stevenson, non tanto di Conrad, più di Hamigway forse. Non sarebbe un pirata né un cacciatore di balene, marinaio, si, navigante. Adesso lo schermo del GPS illumina il tavolo da carteggio ma i tempi che ricordo sulla Dougouly era tutto uno scartabellare di carte e portolani, uno scorrere di matite temperate, un cancellare di gomme  a correggere rotte, a tracciarne di nuove. Si sentiva il vento, si teneva d’occhio la bussola, si scrutava la notte alla ricerca del lampo lontano del faro.

Ricordo le traversate notturne, le lunghe ore passate nel buio, nella quiete assoluta, nient’altro che il debole chiarore della luce rossa e verde a prua, e all’orizzonte i puntini delle navi, delle barche o di lampare di pescatori. Il mare calmo, il respiro lungo, l’onda che solleva con dolcezza, che depone, che solleva.

Ricordo anche il vento teso e gli spruzzi della bolina, il cielo scuro di nubi gravide di pioggia, il timone che freme, le cime che mordono i terzaroli, la barca che fila sbandata, che traccia una striscia di schiuma sulla pagina stropicciata di un mare di piombo.

Domani a Nettuno ritroverò Dougouly. Prenderò posto nella mia cuccetta e sentirò ancora l’odore forte, salato, del vento di mare. Prenderemo, credo, il largo al più presto. La terra, quando è ormeggiata a una barca, è un ingombro pesante. Non vedi l’ora di mollarla, di lasciarla andare, di vedere la banchina diventare costa e la costa assottigliarsi, diventare ombra, nascondersi oltre la curva dell’orizzonte.

Allora il caldo estivo, l’afa, le zanzare, il fracasso delle vacanze balneari, l’odore di creme solari, le autoradio, i locali alla moda, i ristoranti, le pizzerie, la puzza di fritto, le discoteche, gli schiamazzi, le luci frastornanti, le strade, le case, tutto si affievolisce lontano, scompare. Come non ci fosse mai stato. Non rimane che il mare e una barca. Allora è bello sedersi a guardarlo, quel mare, così vasto, guardarlo tutto, così sempre uguale eppure ogni volta così diverso, e andare. Allora è bello sgranocchiare qualcosa, versarsi un bicchiere, sorseggiare, rimanere lì seduti, tra il timone e le manovre, discorrendo di cose, di libri, di politica, di vita, di tutto, parlando piano. Piano. Perché in mare, quando è tutto tranquillo, quando non ci sono motori, si può parlare piano. E la voce ti arriva sonora e serena come una sera d’estate, come un tramonto.

 

Strade di polvere si prende un periodo di vacanza… in alto mare. Grazie per i vostri commenti, giudizi, interventi, se avrete voglia di metterli. Li leggerò al ritorno. Buona estate e, come dicono i naviganti, buon vento.

 

About Giorgio

baa8f0af396640299e2d29ff850903fc.jpg“Rapsodia in nero” e “A proposito di Giorgio” sono due brevi articoli che ho scritto qualche anno fa su “Strade di polvere” e che trovate ai link qui sotto. Oggi, finalmente, dopo undici anni, ho avuto l’opportunità di incontrare nuovamente Giorgio Bettinelli in occasione della presentazione alla Feltrinelli di Torino del suo ultimo libro “La Cina in vespa”.

27/07/2005
Rapsodia in nero

10/07/2006
A proposito di Giorgio

 
Giorgio e Ya Pei arrivano presto in una Torino torrida, frastornata dal caldo, gratificata da una brezza appena percettibile, in pieno fermento per i festeggiamenti di San Giovanni. Anch’io arrivo presto, con la mia bicicletta, mezz’ora prima dell’appuntamento alla Feltrinelli e mi aggiro tra gli scaffali raccattando libri qua e là. Ben presto mi trovo accanto Giorgio, neanche tanto invecchiato, con le mani cariche di libri. Parliamo di Camilleri e di Celine, del viaggio al termine della notte e del re di Girgenti, e io goffamente dimentico di consigliargli la lettura di Bilal, di Fabrizio Gatti, quel gran libro che certamente a lui interesserà (c’è la mia recensione qui a lato, Giorgio, se non ce l’hai te lo spedisco in Cina). Poi ci trasferiamo nella saletta per la presentazione ufficiale del suo libro.
Chiudendo la porta della mia casa in Cina, dice Giorgio, per venire in Italia, non ho avuto l’impressione di tornare a casa ma di andarmene. Giorgio vive in una bella villa in mezzo alla foresta, sulle rive del Mekong, che gli è costata 50.000 euro, e dicendolo gli scappa il gesto dell’ombrello. La Cina è ormai la sua nuova casa e venire in Italia, dice Giorgio, scendere a Roma, fermarsi qualche settimana, girare un po’ per promuovere il libro fresco di stampa, venire in Italia dalla Cina è lasciare un paese in crescita, con grandi prospettive, per scendere in un paese in declino. Questo lo avverti forte, dice Giorgio, forte. E il suo sguardo è dispiaciuto ma è anche un rimprovero, un rimprovero triste.
La Cina, il governo cinese, sa bene dove sta andando e dove vuole arrivare. Vuole diventare la più grande potenza mondiale. E lo diventerà. Le olimpiadi si, sono un’opportunità, ma passeranno, sono solo un piccolo episodio in una storia grandiosa (non sono proprio le sue parole perché non ho preso appunti ma il concetto è questo). Il presidente Sarkozy non parteciperà alla cerimonia di apertura dei giochi olimpici e la Cina ha chiuso tutti i Carrefur e gli Auchan, non gliene frega niente, il governo cinese non guarda in faccia nessuno, ha il suo obiettivo da raggiungere e lo raggiungerà.
Al Tibet Giorgio dedicherà il prossimo libro. Credo sarà un libro diverso, dice, niente più Vespa, non più un libro di viaggio. Nel libro sulla Cina c’è anche il Tibet, ce n’è un po’, ma la questione tibetana è troppo complessa e importante per limitarla a un capitolo di un libro sulla Cina. Ci sono troppe cose da dire. Poi, aggiunge Giorgio, non mi sembrava giusto inserire il Tibet in un libro che parla delle province cinesi, che hanno storie diverse, no, il Tibet là in mezzo non ci stava, merita uno spazio tutto suo. Giorgio sottolinea che la storia Tibetana non è una storia in bianco e nero, è una storia con diverse gradazioni di grigio. Ma niente, penso io, è mai in bianco e nero, tutto, anche i vecchi film, sono in realtà pieni di ombre e luci e di sfumature che vanno verso la luce e verso l’ombra. Ci sono stati errori storici da entrambe le parti, dice Giorgio. Il Dalai Lama è una figura indiscutibile, è un uomo straordinario, ma ci sono frange oltranziste anche dal lato tibetano e insomma la situazione è complessa. E’ complessa si, penso io che l’ho seguita e la seguo con grande attenzione per il mio impegno in Himalaya, per lo Zanskar, per il mio amore della cultura tibetana. I cinesi, dice Giorgio, ricostruiscono i monasteri rasi al suolo dalla Rivoluzione Culturale di Mao Zedong ma non lo fanno  per restituirli alla popolazione, lo fanno perché sono fonte di ricchezza. L’industria cinese del turismo non può fare a meno del Tibet. Tutto quello che produce ricchezza in Cina è irrinunciabile. La questione tibetana è piena di ombre e luci, è complessa come è complessa la situazione palestinese, quella curda, come sono complesse mille questioni in Africa. I tibetani rischiano di fare la fine dei pellerossa, degli aborigeni australiani. Questioni complesse. Ma forse è il mondo che è complesso, le relazioni tra i popoli, ed è proprio per questo, secondo me, che non bisogna mai smettere di leggere, scrivere, discutere, imparare.
L’orgoglio degli Han cinesi è palpabile, dice Giorgio, è sentito, e non c’è niente di paragonabile nel resto del mondo. Io penso al nazionalismo francese e a quello americano, un nazionalismo stanco e pieno di contraddizioni, o a quello inglese ancora di più. Vittime, Francia e Inghilterra ma anche Spagna e Portogallo che forse hanno metabolizzato meglio, vittime degli errori del colonialismo. Vittime anche gli Stati Uniti d’America della loro dissennata, decennale politica imperialista. Adesso, dopo il Vietnam, dopo l’undici settembre, dopo la disfatta irachena, pagano il prezzo dei propri errori. E noi imbecilli sono cinquant’anni che gli corriamo dietro, a questa America trionfante e sconfitta. Venire in Italia dalla Cina, dice Giorgio, è scendere in un paese in declino.
Giorgio non rinnega la propria appartenenza alla cultura occidentale. Ha appena finito di imballare scatoloni di libri da spedirsi a casa, in Cina, i suoi libri italiani, in italiano. Giorgio è italiano e ha piacere di esserlo ma è impressionato dalla Cina. Trovi tutto, dice, anche la nostra cultura, i cinesi sono curiosi di tutto, leggono tutto, guardano tutto, imparano tutto, per copiare, copiare. Ho trovato in Cina, dice Giorgio, una copia di “Accattone” di Pasolini che in Italia non la trovi (dico io) neanche se piangi in cinese.
Giorgio parla tanto, preferisce stare in piedi, non si sente a suo agio in poltrona. Vorrebbe dire tutto, tutto insieme, ma è impossibile, le domande sono quasi inutili, sono spunti ma poi il discorso prende pieghe diverse, si perde, viaggia. Mi piace ascoltare la gente che ha tanto da dire.
Parliamo del coraggio di mollare tutto, di andare via, di andare a vivere in un paese lontano, di cercare non tanto se stessi, che è un vecchio luogo comune, ma piuttosto una vita che sia soddisfacente, lasciando un lavoro triste e il misero tempo libero mai sufficiente. Niente coraggio, dice Giorgio. Non ci vuole nessun coraggio. Lui ha lavorato un po’ di tempo in banca ma non gli piaceva, era insoddisfatto, e allora ha scoperto che in India la vita costava pochissimo, che in Indonesia il ricavo dell’affitto di un suo appartamento romano gli permetteva di vivere in un bungalow sul mare, anzi nel mare, dice, in un posto meraviglioso, facendo una vita da nababbo. E allora niente coraggio, ma quale coraggio? Piuttosto, dice Giorgio, io non capisco quelle persone che non fanno che lamentarsi, e ne conosco, che vivono male, che hanno la faccia stanca, glielo vedi scritto negli occhi, eppure non sanno schiodarsi. Non ho niente contro chi lavora in banca ed è contento di quello che fa, no, questo è legittimo, ce l’ho con quelli che sono tristi, si lamentano, soffrono, fanno male a se stessi e agli altri, e non reagiscono. Allora non sarà piuttosto che invece del coraggio di quelli che partono bisognerebbe parlare della paura di quelli che restano?
I vespisti, dice Giorgio, ce l’hanno con me perché dicono che non frequento i raduni. Ma il fatto è che la Vespa io la considero un mezzo, un mezzo di trasporto, non un fine. E allora si potrebbe riflettere se sia più “vespista” uno che va ai raduni o uno che passa la vita a girare il mondo in Vespa. La Vespa ha una meccanica essenziale e non si guasta mai, dice Giorgio. Poi in vespa sembri innocuo, non spaventi, non preoccupi. Io sono mingherlino e a bordo di una vespa riesco a passare inosservato. Se fossi nerboruto e tatuato e viaggiassi a bordo di una Harley Davidson farei un’altra impressione. La Vespa è un ottimo mezzo di trasporto per viaggiare libero e leggero, ma è un mezzo, non un fine.
Io penso ai tanti che conosco che viaggiano in motocicletta per poter dire di aver attraversato l’Africa, il deserto, l’Asia, gli altipiani, le montagne, le Pampas, le Ande. E magari si sentono Granado e Che Guevara in sella alla “poderosa”. E mettono bandierine. Tratti di pennarello sulla carta geografica. Ma se poi gli chiedi cosa hanno visto ti parlano di rifornimenti, di pezzi di ricambio, di guasti e riparazioni, di forature, di distanze, sempre solo di distanze tra una tappa e l’altra, mai di quello che c’è in mezzo a quelle distanze. Se va bene ti parlano della magia del vento nei capelli, della velocità che solleva la polvere, del senso di libertà, della solitudine dei deserti. Mai che ti parlino della gente incontrata, dei loro problemi, delle regioni attraversate, dei villaggi, delle comunità, dei bambini, dei vecchi, delle opportunità e dei disagi, delle fatiche e del lavoro, delle condizioni di vita. Il viaggio è sempre fine a se stesso. Il mezzo diventa fine. Per questo mi piacciono i libri di Giorgio, perché raccontano il conenuto di quelle distanze, esaminano la sostanza e non la forma.
Rifletto che la letteratura di viaggio ha fatto il suo tempo. E’ nata in un epoca in cui pochi viaggiavano, pionieri, e gli italiani si assiepavano davanti agli schermi delle diapositive. Avidamente compravano e leggevano diari di viaggio. Oggi tutti viaggiano, il mondo è a portata di telecomando, e molti viaggiatori, compreso il sottoscritto, scrivono. Ma il problema è che molti scrivono senza leggere. Viaggiano senza conoscere, guardano senza vedere, sentono senza ascoltare. Giorgio è uno che guarda, vede, sente, ascolta, legge, si informa. E’ un curioso del mondo ed è per questo che ha tante cosa da raccontare. Tante da riempirne libri e serate.
E’ gradevole chiacchierare con Giorgio. L’amore per i viaggi e i libri, per i popoli e le loro storie, ci accomuna. Torno per un attimo al ricordo di quella sera di undici anni fa a Ushuaia. Verrò a trovarvi in Cina, Giorgio e Ya Pei, promesso. Ho piacere di riprendere una conversazione che, nel frattempo, continua sulle pagine di un libro.
 
Buon ritorno Giorgio, ciao Ya Pei, see you soon.
 

Ciao Franco

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Sedici anni di lavoro al Folk Club come volontario insieme a Franco sono un milione di storie da raccontare. Adesso che Franco non c’è più bisogna scrivere, per ricordare. Da quel milione di storie ne ho tirata fuori una. Una qualunque. Una piccola storia presa a caso dal mucchio.  Un piccolo ricordo per un grande amico che mi ha insegnato a conoscere e rispettare tutte le culture del mondo. E molto altro. Ve la voglio raccontare.

 

Estate 1994. Notte fonda, forse le due, le tre di notte, forse più tardi ancora. In giro non c’è nessuno. Un’automobile rossa percorre sotto la pioggia Corso Regina Margherita tra il lampeggiare dei semafori sull’asfalto lucido. Sovrasta l’automobile un enorme grappolo di palloncini colorati. I cordini tesi sono fissati al finestrino. Franco torna a casa con un regalo per la piccola Giulia.

I palloncini servivano a reggere in alto uno striscione che la cooperativa Arcobaleno aveva fissato, verticale, all’ingresso dell’area ristorante nel parco della Pellerina. Il temporale non aveva fermato il concerto. L’erba era verde sotto i riflettori. Sul palco l’attività era frenetica. Noi, alle prime gocce, avevamo tirato via in fretta e furia i dischi e i libri dalla bancarella del Folk Club ma li abbiamo rimessi fuori subito dopo la pioggia. Ricordo il fresco dei sandali nell’erba bagnata. Il concerto è andato bene, una folla.

Alla fine, in quel momento di stanchezza e di rilassamento dopo il lavoro intenso, quando i tecnici finiscono di smontare la strumentazione e coprono tutto con i teli di plastica, quando i bicchieri e le bottiglie sono stati raccolti dal prato, i camerini sono stati risistemati, il palco è stato sgombrato e tutti i riflettori sono spenti, in quell’ora in cui rimangono a vagabondare solo i tiratardi, ci ritroviamo, come sempre, intorno a un tavolo. Tutti, musicisti, organizzatori, operai, volontari. Una pastasciutta, un bicchiere di vino. Si parla di musica, d’arte, di politica, quasi mai di sport, mai di cose banali. Discorsi interminabili e mai terminati, si discute, ci si scalda con le parole e con il vino. La notte declina e la pioggia rimane sospesa per aria.

E’ tempo di andare. Si fa mattina e domani è un altro giorno. Franco tira giù lo striscione e prende i palloncini. E’ un regalo per Giulia, mi dice, e se ne va come un clown verso la sua macchina rossa. Lo vedo da lontano, dal finestrino della mia vecchia Panda, lui in macchina con i palloni colorati che sballonzolano, che si allontana tra i semafori spenti. Il viale è deserto, la pioggia ha ripreso a scendere, sottile, tutto è lucido.

Vedo il lampeggiare elettrico di una volante della polizia che si riflette sui palazzi. Hanno fermato Franco. Arrivo, rallento, tiro giù il finestrino. Franco ride come un matto e i poliziotti ridono con lui. Mi fa un cenno di saluto tra la pioggia. I poliziotti se ne vanno, certamente pensando che il turno di notte sarà anche duro ma ne vedi proprio di tutti i colori.

Franco svolta verso casa, lo vedo scomparire come un cartone animato in quel grigio notturno così blues. Domattina, quando Giulia si sveglierà, la sua cameretta sarà piena di palloncini colorati.

 

COMUNICATO STAMPA

ADDIO A FRANCO LUCA’

 

Torino, 16 giugno 2008

Il Centro Cultura Popolare – FolkClub, il Centro Regionale Etnografico Linguistico (CREL), Maison Musique e l’Union des Amis Chanteurs danno il triste annuncio della morte del loro fondatore, ideatore, anima, Franco Lucà, avvenuta serenamente ieri mattina. Franco non ha mai amato la retorica e le troppe parole, è quindi inutile soffermarsi su quale grave perdita sia questa per la cultura, la musica, l’arte. E’ sotto gli occhi di tutti.

Martedì 17 giugno a partire dalle ore 16 sarà allestita la camera ardente presso il Musicarium di Maison Musique (via Rosta 23 Rivoli) dove alle 20,30 si svolgerà un momento di saluto e ricordo pubblico. Tutti coloro che hanno conosciuto e amato Franco sono invitati a partecipare con una parola o una nota per lui.

Franco ha chiesto di non avere fiori, ma solidarietà alla causa che ha dato senso a tutta la sua vita.

Franco Lucà nasce a Gioiosa Jonica (RC) l’11 ottobre 1949. Nel 1958 la sua famiglia si trasferisce a Torino. Frequenta la Facoltà di Economia e Commercio fino al 4° anno (19 esami su 24), poi, ottenuto l’esonero dal servizio di leva per esubero, si dedica interamente alla libera professione (perito immobiliare per le assicurazioni) fino al 1999, anno in cui matura il diritto alla pensione.

Nel 1973 è tra i fondatori del gruppo torinese di musica popolare Cantovivo nel quale milita fino al 1983, partecipando alla pubblicazione di due audiocassette e tre LP (uno doppio ed uno premio Montreux Jazz Festival quale migliore disco folk europeo per l’anno 1982). Con il gruppo effettua oltre mille concerti in Italia ed Europa.

Nel 1983 fonda il Centro di Cultura Popolare di Torino. Nascono i primi corsi di canto, danza e strumenti tradizionali: il loro successo apre le porte alla collaborazione con Comune, Provincia e Regione Piemonte che diventerà negli anni stabile e proficua.

Nel 1984 la prima edizione del folkfestival Giugno in Cascina che inserisce il folk nei Punti Verdi torinesi e conterà dieci edizioni.

L’8 gennaio 1988 si registra al Tribunale di Torino la nuova pubblicazione mensile Folknotes con redattori Michele Straniero e Franco Lucà. La pubblicazione, ora bimestrale, è tuttora inviata gratuitamente a oltre 30.000 soci Folkclub.

Il 16 aprile 1988 nel centro storico torinese, in un locale ottenuto dalla demolizione di sei cantine, nel seminterrato di un palazzo del ‘700, nasce il Folkclub: 140 posti a sedere dove non si fuma, si beve solo nell’intervallo, si ascolta in assoluto silenzio solo musica dal vivo di qualità e si paga un ingresso medio-alto (una media di 60 concerti a stagione).

Dopo vent’anni anni Folkclub conta oltre 32.000 soci e registra la maggior parte dei concerti esauriti in prenotazione.

Sempre nel 1988, grazie a un accordo con il Ministero della Cultura di Trinidad & Tobago, in collaborazione con ILO e BIT di Torino, si realizza in città il Caribbean Carnival Fiesta con la partecipazione dei più famosi artisti di calipso del Caraibi.

Nello stesso anno si lancia il concorso Folkautore che porta alla produzione di un LP doppio di brani inediti dei tredici finalisti. Il concorso si ripete nel 1989 con finali e premiazioni ospitate dal Club Tenco nel ridotto dell’Ariston.

Ancora nel 1988 con Michele Straniero, Lucà fonda la  Federazione Italiana Musica Popolare che non raggiunge però le adesioni auspicate tra i promoter e gli artisti italiani di settore.

Il 7 aprile 1992 Michele Straniero, Emilio Jona, Giovanni Beccaria e Franco Lucà fondano il Centro Regionale Etnografico Linguistico che si avvale di un Comitato Scientifico universitario formato da Franco Castelli, Cesare Bermani, Renato Monteleone, Adriana Lai, Fausto Amodei, Angelo Agazzani e dai quattro fondatori. Lo scopo è di ospitare, riordinare, computerizzare e rendere gratuitamente consultabili materiali sonori e cartacei di musica tradizionale italiana ed internazionale.

Nel CREL confluiscono le raccolte private di Sergio Liberovici, di Michele Straniero, di Emilio Jona, del Centro Cultura Popolare e di altri ricercatori minori.

Il CREL è tra i primi in Italia a munirsi di una stazione di salvataggio audio-computerizzata, grazie alla quale i nastri magnetici vengono lavorati e poi riversati su supporto digitale. Per questo il Museo Nazionale delle Arti e delle Tradizioni Popolari di Roma affida nel 1999 al CREL il salvataggio del proprio archivio sonoro (2000 nastri originali di ricerca sul campo nel centro-sud italiano). Stessa cosa farà il Teatro Stabile di Torino, affidando al CREL il salvataggio del proprio archivio sonoro delle opere rappresentate. Il CREL produce pure alcuni CD, CD ROM, libri e cura particolari convegni di settore.

Nel giugno 1993 Lucà organizza il primo International Guitar Master cui partecipa, dopo 17 anni di assenza dall’Italia, Pete Seeger.

Tra gli anni 1994 e 1997 si attivano nella scuola dell’obbligo originali laboratori di canto popolare; negli istituti di riposo anziani quelli sulle canzoni degli anni ’40 e ’50, nella scuola media e negli istituti superiori quelli sui canti della Resistenza.

Nel 1994 nasce l’Associazione Pellerossa con il fine di ideare e organizzare l’evento musicale estivo della Città di Torino. Ne fanno parte il Folkclub, Hiroshima Mon Amour, Musica ’90 e il Premio Grinzane Cavour. La presidenza viene affidata a Lucà e rinnovata per nove anni. Si avvicendano nel Pellerossa Festival artisti quali Bob Dylan, Khaled, Sinead O’Connor, Jovannotti, Jamiroquai, Emir Kusturica, Goran Bregovic, Buena Vista Social Club, Joan Baez, Miriam Makeba, Noà, Compay Segundo, Alan Stivell, Los Lobos, David Byrne, Madredeus, C.S.I., Africa Unite, Almamegretta, Mau Mau, Ivano Fossati, Paolo Conte, Mercedes Sosa..

Negli anni maturano e si amplificano le collaborazioni artistiche con altre città, con l’Università,con la RAI, con le Mostre del Libro e della Musica, con il Teatro Regio.

Nel 1998, all’interno del Pellerossa Festival, Lucà lancia il concorso Green Age per i giovani autori e i gruppi emergenti. Il concorso è sostenuto dalla SIAE nazionale e nel 2000, alla terza edizione, partecipano 108 artisti da tutta Italia. Greenage Festival è tuttora attivo, presso Maison Musique, e offre ogni anno a circa 60 band emergenti la possibilità di esibirsi con attrezzatura professionale.

Sempre nel 1998 a Perpignan (F) nasce The European Network of Traditional Music and Dance che riunisce entità culturali consolidate di 15 paesi europei, anche al di fuori del MEC. A Lucà viene affidata la vicepresidenza.

Nel 1999 un nuovo progetto del CREL per la scuola relativo a laboratori di canto, danza e strumenti tradizionali è sostenuto dalla Regione Piemonte. L’esito di 114 corsi su tutto il territorio piemontese porta alla riconferma del progetto per il 2000 e alla compartecipazione della Città di Torino.

Nel 2000, in collaborazione con Ethnosuoni di Casale (AL), nasce l’etichetta discografica indipendente Folkclub Ethnosuoni tesa alle produzioni di artisti emergenti ignorati dal mercato discografico. Ad oggi il catalogo dei CD pubblicati conta 25 titoli.

A novembre 2000 Franco Lucà vince il Premio Tenco come operatore culturale, erano otto anni che questo premio non veniva assegnato a un italiano, l’ultimo era stato Virgilio Savona (Quartetto Cetra).

Nel 2002 il governo, attraverso la Regione Piemonte, gli affida l’organizzazione degli eventi musicali nell’ambito della Conferenza Nazionale delle Aree Protette che si tiene a Torino.

Sempre nel 2002, come già l’anno precedente, la Città di Torino affida al Folkclub l’organizzazione della serata commemorativa del 25 aprile.

Nel 2003 la Città di Rivoli affida al CREL l’ex mattatoio e fabbrica del ghiaccio. Su progetto di Franco Lucà il CREL vi realizza Maison Musique, il primo villaggio della musica in Italia, con sala concerto, sale di registrazione, museo degli strumenti, musicarium, centro di documentazione etnomusicologico, foresteria, ristorante, ecc. Il centro è inaugurato nel maggio 2004.

Nel 2006 Lucà pubblica il libro “FolkClub” (Liberodiscrivere Edizioni), che ripercorre tutta la sua attività di organizzatore culturale.

Nel 2008 Lucà organizza al Teatro Regio la Festa del Ventennale del Folkclub: una serata indimenticabile di musica con la partecipazione di 30 artisti provenienti da tutto il mondo.

 

Ciao Franco

Sulla torre di Babele

64c03311d9122b10168aefb5021b6493.jpgSono rimasto intrappolato in una storia. Una storia incredibile. A volte è così, a volte le storie ti intrappolano. Tutto è incominciato da una pagina dell’ultimo volume della mia enciclopedia, volume venti, lettera zeta, nel quale cercavo qualche informazione su una certa cosa che poi ti dirò. Fuori piove, è tutto grigio, in casa c’è un silenzio denso, è una di quelle stupende domeniche in cui il mondo rimane altrove e io nel bozzolo della mia quiete precipito nel vortice delle storie. Ho cominciato a trascrivere qualche appunto sul computer, mettendo in rosso qua e là le parole, i nomi, i concetti che avrei approfondito in seguito. Quelle parole sono diventate link verso altri volumi dell’enciclopedia, altre lettere, dalla Z alla R, dalla R alla A, dalla A alla G, dalla G alla M. Ogni paragrafo che trascrivo contiene altre parole in rosso, altri link, altre pagine da trascrivere. Alla fine mi sono trovato avvolto in una ragnatela, in un bozzolo di informazioni, e la storia mi ha portato lontano, lontano, così incredibilmente lontano. A volte sono così le storie, vanno talmente lontano che ti prende una vertigine, come se a furia di salire sulla torre di Babele ti trovassi a guardare l’umanità dall’alto, nel suo formicolare di popoli, nell’intrico delle sue strade di polvere, nel brusio mormorante di tutti quei linguaggi che ti stordiscono. Più leggi e più l’ignoranza ti soffoca, più scosti ragnatele, più fai luce, e più ti senti  nell’oscurità, nella polvere. L’ignoranza è come questo grigiore spesso, che trasuda dalla finestra piovosa, che si riflette sulla tastiera del computer, sulla pagina fitta dell’enciclopedia, e ti viene voglia di capire. Mettiti comodo, sarà una storia lunga.

Partiamo da lontano. Lontano nel tempo. Più o meno a metà della pagina, volume venti lettera zeta, si parla di un certo M. Block. Potrebbe trattarsi in realtà di Marc Bloch, storico medievalista francese nato a Lione nel 1886 e morto, fucilato dai nazisti, nel 1944. Comunque costui avrebbe fatto risalire il tutto a una setta eretica bizantina, di ispirazione manichea, detta degli Athingani, o Atzincani. Parole rosse. Link. Allora indossiamo il cappello, bisaccia a tracolla, e cominciamo a scostare la prima manciata di ragnatele.

Lettera B. Bisanzio. Beh, qui non sono del tutto ignorante. A Bisanzio ci sono stato qualche anno fa, a Istanbul se preferisci. Anche senza cappello e bisaccia un po’ la respiravo quell’aria di scoperta, mentre camminavo nell’eco della grande cisterna che si apre nel sottosuolo della città, dove occhieggia il silenzio dei secoli in un grande vuoto tra i riflessi di acque limpide, tra colonne e volte a crociera, tra statue capovolte che ti guardano con ghigni arcani e il fantasma di Baudolino a caccia di reliquie (leggi Umberto Eco).

Ma non divaghiamo, che questa storia divaga già pure troppo per conto suo. Insomma, Bisanzio, volume tre, lettera B. Impero Bizantino: insieme delle vicende politiche, religiose e civili dell’oriente balcanico e anatolico tra il secolo IV e il XV, dalla designazione di Bisanzio a capitale dell’impero, nel 330, alla sua conquista da parte dei turchi, nel 1450. In quel crogiuolo di popoli, religioni e filosofie che fu Bisanzio, in quella strozzatura dei continenti, nei timpani degli altari, sotto le dorature delle icone, nelle ombre dei ceri e nei fumi degli incensi, si aggiravano i devoti Atzincani, o Athingani che dir si voglia. Erano eretici, dediti ad attività di tipo magico e divinatorio, di ispirazione, dice l’enciclopedia, più manichea che non cristiana. Mh!

Allora vediamo, manicheismo, volume dodici, lettera M. E qui andiamo lontano davvero. E’ incredibile, andiamo talmente lontano da sprofondare in un abisso di tenebra primordiale. A volte le storie ti intrappolano e devi lasciarti intrappolare.

Ci sono due regni, due entità, due principi (principi o princìpi fa lo stesso). Il principe, o principio, della luce, e quello delle tenebre. Più o meno sempre la stessa storia.  Il principe della luce, o padre della grandezza della mitologia manicheista, corrisponde alla divinità iranica Zurwan e il principe delle tenebre corrisponde ad Ahriman. Nomi che a me sanno quasi di Tolkien, di miti nordici, è incredibile come tutto si intersechi nelle strade di polvere, come tutto sembri vicino visto dall’alto della torre di Babele.

Insomma il principe delle tenebre, per un misto di invidia e gelosia (difetti tipici dei principi e non solo loro), decide di invadere il regno della luce dove si pasce beatamente il padre della grandezza. Il quale, il padre della grandezza, visto così insidiato il suo regno luminoso, si scuote dal suo torpore, si tira su, s’innervosisce, secondo me stacca giù anche qualche bestemmia (tanto non si arrabbia nessuno) e decide di mettere in pratica la prima creazione. La prima, si, perché secondo la mitologia manichea le creazioni saranno addirittura tre, se non quattro, ma poi vedremo.

Insomma il padre della grandezza crea la madre della vita, pensate un po’. La quale a sua volta genera l’uomo primigenio e la sua prole. La prima creazione. Sarà proprio l’uomo primigenio che scenderà in campo con i suoi figli contro il principe delle tenebre, anche lui affiancato da cinque figli satanici. Ma alla fine vincono i cattivi,  in questa storia è così, vincono i cattivi. L’uomo primigenio offre se stesso in sacrificio in un ultimo tentativo di salvezza e viene divorato insieme ai suoi figli dalla furia famelica della demoniaca prole di Ahriman. Divorato.

Ma. Naturalmente c’è un ma. Ma in questo modo, senti che roba, in questo modo alcune scintille della sua luce restano impigliate come deboli fiammelle nell’immenso e spesso vortice delle tenebre. L’uomo primigenio, divorato, è una scintilla nell’oscurità. A me ricorda tanto il Tao con quel suo simbolo tondo diviso in due da una linea curva, con un puntino di bianco in mezzo al nero e un puntino di nero in mezzo al bianco. Dalla torre di Babele non faccio che vedere simmetrie, che sentire assonanze. Insomma l’uomo primigenio, scintilla nelle tenebre, riesce a rivolgere una preghiera al padre della grandezza. E lui decide che è tempo di mettere in atto la seconda creazione.

Nella seconda creazione entra in scena l’amico della luce, il grande architetto, lo spirito vivente. La seconda creazione è un grande colpo di scena e una botta tremenda per il principe delle tenebre. La madre della vita e lo spirito vivente si affacciano al vortice delle tenebre, proprio sull’orlo dell’abisso, e lanciano un grido, un’invocazione, che trarrà in salvo l’uomo primigenio.

La madre della vita e lo spirito vivente assumono, dice l’enciclopedia, funzioni demiurgiche. Smembrano i demoni, pensa un po’. Li smembrano con una forza prodigiosa e con i loro corpi, pensa, creano il cielo e la terra. Con i corpi dei demoni smembrati. Il cielo e la terra sono fatti con i corpi dei demoni smembrati. Addirittura inventano un mulino cosmico composto da pale fatte di vento, acqua e terra, ruote che turbinando trasferiscono e concentrano la sostanza luminosa prima nella luna e poi nel sole. E’ un’immagine di una potenza straordinaria, non ti pare? Quanti miti, quante leggende si è inventata l’umanità per cercare di spiegare il mistero dell’esistenza.

A questo punto, nella foga della creazione, forse un po’ esaltati dalla magnificenza di quello che hanno fatto, non paghi, la madre della vita, lo spirito vivente e l’uomo primigenio chiedono al padre della grandezza di mettere in atto la terza creazione. Quella definitiva. Quella che avrà il compito di sottrarre alle tenebre anche le ultime particelle di luce ancora intrappolate nel cosmo, separando una volta per tutte la luce dal buio, i due regni, i due princìpi (questa volta con l’accento sulla seconda i). La terza creazione.

Viene invocato il messaggero, quello che Sant’Agostino chiamerà il terzo legato, che compare a bordo dei navigli celesti, e qui succede una cosa ancora più straordinaria. Davvero. Il messaggero, che è un’entità androgina, compare nudo davanti agli arconti delle tenebre. Nudo. Davanti agli arconti. E succede una cosa pazzesca, si, perché  compare, quel furbastro, ai demoni con sembianze femminili e con sembianze maschili alle demonesse. Figurati come possono i demoni, che non sono certo degli stinchi di santo, reagire alla cosa!

Il terzo legato, nudo davanti ai demoni, scatena un torrenziale orgasmo cosmico. Un’orgia demoniaca. Dicono le scritture che spruzzi di luce seminale si disperdono nel cosmo, pensa cosa riesce a inventare la mitologia. L’orgasmo dei demoni feconda le demonesse che se ne stanno incatenate al circolo zodiacale (te le immagini?) a contorcersi dal piacere. Pazzesco. Scrive l’enciclopedia che le demonesse, alla fine, proiettano i loro aborti sulla terra. Pazzesco davvero, roba che neanche una rock-opera psichedelica degli anni ’70… Eppure Sono tutte immagini tramandate dai testi manichei, molti dei quali sono stati trovati nell’oasi di Turfan, nel Xinjiang, altro importantissimo crocevia delle strade di polvere che ho visitato più di una volta nei miei viaggi in oriente, avamposto della via della seta ai margini del deserto del Taklamakan.

Scendo un attimo sulla terra anche per riposarmi un po’ da quello spossante orgasmo. Il manicheismo è una religione fondata da un certo Mani, che in greco è chiamato Manichaios e in siriaco Mani-hayya, nato in Mesopotamia tra il 215 e il 216 dopo Cristo. Intorno al 240 Mani si trasferisce in India, nel Gandhara, e quando fa ritorno in Mesopotamia viene fortemente contestato dalla casta sacerdotale dei Magi. I Magi, proprio quelli, quelli del presepe, e qui ci sarebbe da divagare ancora. Come tutti sanno i Magi non erano re ma sacerdoti. Erano sacerdoti di un culto molto praticato a quel tempo tra il Tigri e l’Eufrate: il mazdeismo zoroastriano. Una religione che ancora oggi sopravvive tra i Parsi, in India. In India, si, perché là fuggirono gli zoroastriani scacciati dalla Persia in seguito all’invasione musulmana del secolo VIII, in India, nel Gujarat, e a Bombay. E là ce ne sono ancora, di Parsi, discendenti dei Re Magi. Dall’alto della torre di Babele è tutto un fuggi fuggi di popoli. Fine della divagazione.

Insomma i Magi perseguitano il fondatore del manicheismo che finirà imprigionato e morirà dopo ventisei giorni di detenzione. Poi, sempre secondo l’enciclopedia, fin dalla metà del III secolo il manicheismo si diffonderà in Africa settentrionale, in Palestina, Asia Minore e Armenia. A Roma giungerà al tempo del papa Milziade (311-314) e si diffonderà in Gallia. In Spagna arrivano missionari manichei nella seconda metà del IV secolo. Le ultime comunità manichee occidentali non sembrano sopravvivere oltre il VI secolo ma in zona bizantina durano più a lungo, almeno fino al IX secolo. Ed ecco qui la nostra setta degli Athingani, o Atzincani, di cui diremo.

Ai tempi del califfo Al Muqtadir, tra il 908 e il 932, i manichei dovranno lasciare Babilonia e la sede della chiesa si trasferirà, pensate un po’, a Samarcanda. Samarcanda. Ecco perché mi sono perso, in questa storia, anche Samarcanda è un grande crocevia delle strade di polvere, come Turfan, dove mi sono seduto all’ombra dei minareti, in piazza Registan, a sentire un cantastorie che pizzicava le corde del suo liuto, esattamente come faceva un suo antenato nei caravanserragli di mille anni fa. Samarcanda. Nel 763 il sovrano uighuro Bughugh Qaghan si converte al manicheismo che diviene religione di stato. Nel 649 è documentata la presenza del primo dignitario manicheo alla corte imperiale cinese e nell’843 l’imperatore cinese Wuzong vieta il culto manicheo e ne fa distruggere le testimonianze. E’ una vertigine il mondo visto dalla torre di Babele.

Ma torniamo all’orgia demoniaca perché la storia non è finita. Dunque i demoni giacciono spossati nel vuoto cosmico, le demonesse lassù incatenate alle costellazioni, ma alcune gocce di luce ancora vagano disperse nella materia oscura. Come un capello caduto nell’impasto, dicono i testi sacri manichei e questa cosa mi ricorda il Tao sempre di più. Ed ecco che, come ultima risorsa, il principe delle tenebre, per mantenere l’ultimo rimasuglio di luce nel suo regno oscuro, mette in pratica la sua contro creazione. Colpo di scena. La materia oscura genera, pensa un po’, la prima coppia umana, Adamo ed Eva.

Adamo ed Eva. I biblici progenitori della razza umana. Generati dal principe delle tenebre. Niente male, eh? E secondo la mitologia manichea è proprio per liberare la luce rimasta intrappolata nelle tenebre del corpo di Adamo (tra l’altro non si dice se ce ne fosse almeno un po’ anche in quello di Eva ma evidentemente là c’era solo un buio peccaminoso) che molto tempo dopo il padre della grandezza compirà l’ultimo tentativo di salvazione attraverso Gesù. E qui basta, la storia è finita, se no dove andiamo a finire?  

Anche se in verità non è finita per niente, proprio come non è finita questa pioggia sui tetti che intravedo dalla mia finestra ma ho bisogno di scendere un attimo dalla torre di Babele, per riprendermi dallo stordimento. A volte le storie ti intrappolano.

Dunque torniamo a Bisanzio, alla setta degli Atzincani, o Athingani che dovevano conoscere piuttosto bene questi miti, che dovevano praticare questi culti, che dovevano essersi formati proprio all’interno di questa oscura cultura profetica. Di loro si sa che praticavano arti divinatorie e riti magici.

Dei loro discendenti, o presunti tali, ci sono tracce intorno alla seconda metà del IX secolo a Bisanzio, poi tra il secolo X e il XV pare abbiano soggiornato in Persia e in Armenia, poi in Grecia e in Turchia. Nomadi. Erano nomadi. Migranti. Nei secoli successivi si sono sparsi in tutta Europa, nel Nordafrica, in Siria, Palestina, Iraq, Iran, Afghanistan, nel Turkestan. Sono presenti negli Stati Uniti d’America e in America Latina. Oggi quei popoli di cui parliamo, e che stanno finalmente alla lettera zeta della mia enciclopedia, forse non hanno più niente a che vedere con quella oscura setta eretica bizantina, e questa ascendenza non è provata, ne parla Bloch (o Block che sia) ma chissà, forse c’è solo un’assonanza con uno dei tanti nomi con i quali sono conosciuti nel mondo. In Francia li chiamano “tziganes” o “gitanes”, “gitanos” in Spagna, in Inghilterra “gypsies”, “zigeuner” in Germania, in Italia “zingari”. Lettera zeta, volume venti. Finalmente.

Appartengono in realtà a molte etnie, “rom”, “sinti”, “kalè”, con diversi sottogruppi, ma i più numerosi si fanno chiamare “rom”, o “manush”, che vuol dire semplicemente uomini (Manush? Mani? Manichaios? Manicheismo?). La loro lingua è il “romanì”. Detto per inciso, tanto per fugare un equivoco comune, “rom” e “romanì” non hanno assolutamente niente a che vedere con la Romania e la lingua rumena, che è una lingua neo latina mentre il romanì è di origine indiana. Degli zingari si sa che sono perlopiù organizzati in clan endogamici (l’endogamia impone di contrarre il matrimonio all’interno del proprio gruppo sociale). L’unità sociale di base è la famiglia estesa, in cui vige una rigida spartizione dei ruoli maschili e femminili, dicono le fonti etnografiche. La solidarietà di gruppo è una forma di difesa nei confronti della società dominante dei non gitani e determina un notevole controllo della comunità sull’individuo. Le donne sono responsabili della difesa e della trasmissione dei valori tradizionali e si occupano della sussistenza del gruppo familiare con la vendita ambulante, le pratiche divinatorie, o il lavoro nel campo artistico. Anche se gli zingari sono ormai quasi del tutto sedentarizzati, soprattutto in Europa, spesso praticano professioni tipiche dei popoli erranti come il commercio del bestiame o degli autoveicoli usati, sono fabbri, riparatori di utensili, meccanici, carrozzieri, ma sono anche addestratori di animali, indovini e musicisti girovaghi. La loro cultura è ricchissima. Basta citare il Cante Jondo dei gitani della penisola iberica, il Flamenco, una musica, una danza e un canto dai quali traspaiono le forti emozioni di una cultura millenaria, segnata dall’emarginazione e dalle persecuzioni etniche e razziali.

Questa storia, anche se ci ha portato lontano nella psichedelia dei miti manichei, è solo una delle infinite storie che sembrano essere rimaste impigliate tra i peli della barba ispida di Melquiades, lo straordinario zingaro di Macondo. Una storia che ha attraversato i millenni lungo le strade di polvere, nei crocicchi, da Babilonia al cuore dell’Asia, dall’America Latina fino a casa nostra, nella nostra Europa, nei nostri campi Rom tanto contestati. Una storia di cui poco si parla e poco si sa.

Ecco, dovremmo salirci più spesso sulla torre di Babele e guardare giù, verso le strade di polvere nelle quali migrano i popoli. Per conoscerli, per capirli. Niente frusta, niente armi, cappello si, bisaccia e scarpe buone, e rispetto, umiltà, questo ci vuole, niente ronde, niente sospetti, niente tolleranza, non bisogna tollerare. Tollerare significa sopportare con fatica, non va bene. Rispetto, curiosità ci vuole, fiducia, e una buona enciclopedia. E ci vuole una grande passione per il genere umano perché dietro ogni emergenza, dietro ogni slogan, dietro ogni luogo comune, dietro la superficialità imperante del nostro razzismo, del nostro opportunismo, della nostra arroganza, dietro la nostra muraglia di ignoranza, c’è un mondo straordinario e sconosciuto. Un mondo che se non saliamo in cima alla torre di Babele, se non guardiamo in basso, non possiamo vedere, non possiamo capire, e ci tocca continuare a viver come bruti.

Tempo di libri

726986018e5b94276cf3aefd215c7be1.jpgE’ tempo di libri. E’ sempre tempo di libri ma in questi giorni di più. Come ormai è tradizione, anche quest’anno le “strade di polvere”, che normalmente conducono lontano, questa volta mi portano vicino a casa, a una mezz’ora di bicicletta, nei luminosi e frastornanti saloni della Fiera del Libro del Lingotto di Torino. E’ quasi banale ribadire che si può viaggiare in molti modi, tirare in ballo il legame inscindibile tra viaggio e cultura, ribadire che viaggiare senza conoscenza sarebbe viaggiare da bruti, viaggiare con la ragione dormiente sarebbe viaggiare da mostri, e le citazioni sono fin troppo scontate. Tuttavia, come vedremo, le impressioni della fiera ci porteranno comunque lontano. Lontano e vicino al tempo stesso, su strade di polvere o di fango, strade difficili e pericolose, strade talvolta ridicole e disgustose, strade di carta e parole, strade spesso sporche, faticose, impegnative.
 

E incominciamo subito, che così ce la leviamo, dalla questione israeliana. La Fiera del Libro 2008 è dedicata alla cultura israeliana nel sessantesimo anniversario della fondazione dello Stato di Israele. La contestazione era prevedibile, tuttavia l’impressione è che la direzione dalla fiera abbia inizialmente sottovalutato il problema. C’è stata la manifestazione organizzata dai centri sociali, tutto tranquillo, molta polizia naturalmente, nessun incidente. Sulla “blindatura” del Lingotto, poi, sono state scritte anche molte stupidaggini ma di questo dirò qualcosa qualche paragrafo più avanti.

E’ previsto dal programma che Dario Fo intervenga in Sala Gialla per presentare il suo libro ma lui preferisce parlare della questione palestinese. Ernesto Ferrero è seduto storto sulla sedia, imbarazzato, il suo fiore all’occhiello è un po’ abbattuto, petali bassi. Introduce la conferenza dicendo che gli scrittori palestinesi, invitati, hanno preferito non partecipare, che sono già stati invitati sin da subito per l’anno prossimo (paese ospite, già deciso, sarà l’Egitto) e che le contestazioni sono partite da un presupposto sbagliato perché la fiera si occupa di libri e non di politica e si sa che gli scrittori israeliani sono spesso critici con il governo eccetera. Un’introduzione che sembra mettere le mani avanti, in previsione di una probabile critica di Fo.

Ma il premio nobel per la letteratura non si lascia spianare la strada e quel che vuole dire lo dice comunque e lo dice a modo suo. Secondo Dario Fo la Fiera di Torino ha perso un’occasione. Tutto lì. Fine del discorso. Se fin dall’inizio la fiera fosse stata dedicata, dice Fo, piuttosto che al sessantesimo anniversario della fondazione dello stato di Israele, al sessantesimo anniversario dell’inizio della questione israeliana e palestinese, invitando entrambe le culture con pari dignità,  la Fiera di Torino avrebbe fatto una scelta coraggiosa e importante, avrebbe portato alla ribalta la cultura del dialogo e della pace, avrebbe sottolineato con forza l’importanza del confronto nella risoluzione dei conflitti. E avrebbe fatto una bella figura. Questo è il senso, più o meno, delle sue parole.

La mia impressione è che in fondo il direttore della fiera, su quella sedia scomoda in Sala Gialla, pur non potendolo ammettere nemmeno a se stesso, o forse solo a se stesso, pur dovendo continuare ad arrampicarsi su specchi scivolosi, abbia lo sguardo un po’ velato dal rimpianto di non averci pensato lui per tempo. Di non aver avuto forse il coraggio necessario oppure la possibilità politica di farlo, per ragioni che non è dato sapere. Che rabbia il senno del poi! Questa è la mia impressione. Fine della questione.

 

Al di là del paese ospite, al di là del tema della “bellezza” al quale è dedicata la fiera, un’altra parola, tra le tante stampate sulle pagine dei libri, ha dominato per me l’edizione 2008 della Fiera del Libro: la parola “legalità”. Si è parlato di cultura della legalità nei numerosi interventi di Luigi Ciotti, si è parlato di legalità nell’incontro con i ragazzi di Scampia, si è parlato di legalità anche nella presentazione del libro di Fabrizio Gatti “Bilal”, un libro indispensabile, di cui trovate la mia recensione qui sul blog. Legalità.

C’è un angolino un po’ sfigato nella fiera, proprio in fondo a sinistra, all’estremità del viale centrale, in cui un piccolo stand espone i “pizzini della legalità” dell’editore Coppola di Trapani. Libretti minuscoli appesi ad un filo con piccole mollette da bucato. Io sto là. Salvatore Coppola è un caro amico e il suo coraggioso impegno per la divulgazione della cultura della legalità mi coinvolge e mi entusiasma. In questa come in altre occasioni ho sentito il dovere di dargli una mano, per puro spirito di volontariato, per il piacere di sentirmi parte di quella società civile che partecipa, che cerca di fare, di cambiare, di associarsi, di collaborare, di comunicare, anche con voce flebile, dal basso, dalla base, con pochi mezzi, con fil di ferro e spago, lontano dai riflettori, nel sottobosco della coscienza comune. Anche da Torino perché il problema della criminalità organizzata non riguarda solo il sud. Riguarda tutti noi.

Eccomi dunque per quattro giorni a pedalare con la mia sgangherata bicicletta, anche sotto la pioggia nel cuore della notte, con il pass della fiera sventolante appeso al collo, per andare e tornare dal Lingotto, schivando i sorci che di notte sfrecciano sulla ciclabile del lungo Po. Eccomi allo stand di Coppola per dedicare tutto il mio tempo libero a una giusta causa, come si diceva un tempo. Quattro giorni a vendere i “pizzini”, piccoli block notes di confezione artigianale con testi, articoli, racconti, le storie delle vittime della criminalità, di Peppino Impastato ucciso il 9 maggio 1978, stesso giorno di Aldo Moro, un trentennale importante troppo taciuto dalla comunicazione di massa, di Mauro Rostagno, fondatore della comunità Saman di Trapani, conduttore per una emittente televisiva locale, impegnato nella lotta alla mafia e assassinato all’età di 46 anni da ignoti nel settembre del 1988, di Rita Atria giovanissima collaboratrice di giustizia, morta suicida all’età di diciassette anni mentre viveva in clandestinità a Roma, subito dopo l’attentato a Borsellino con il quale aveva iniziato a collaborare. Quattro giorni di impegno alla fiera del Libro. Quattro giorni passati a vendere i “pizzini” a favore dell’associazione “Libera” di Luigi Ciotti. Quattro giorni a parlare, a discutere sui temi della legalità e della criminalità, dell’impegno e della denuncia. Quattro giorni intensi.

Nella Sala Azzurra c’è Fabrizio Gatti, il giornalista dell’Espresso che denunciò, infiltrandosi, le condizioni disumane del centro di permanenza temporanea per gli immigrati clandestini di Lampedusa, che denunciò lo sfruttamento della manodopera clandestina nel caporalato della raccolta dei pomodori in Puglia, ma soprattutto che andò in Africa a cercare nei percorsi dei grandi flussi migratori le ragioni della fuga, le ragioni per cui popoli interi cercano scampo in Italia, arrivandoci cadaveri o non arrivandoci affatto come accade, pare, per almeno dodici ogni cento. Fabrizio Gatti un’idea se l’è fatta sul perché di questa infinita migrazione. L’ha scritta in un libro, “Bilal”, pubblicato da Rizzoli, che bisogna assolutamente leggere e consigliare, che bisogna far entrare nel passaparola, amici blogger datevi da fare. La risposta al perché di questi grandi flussi migratori ormai decennali verso un Paese come il nostro, che ha una delle leggi sull’immigrazione clandestina più severe d’Europa, è una sola, dice Gatti. L’Italia è famosa nel mondo come il Paese dell’illegalità. E l’illegalità, lo sanno tutti, rende quattrini facili, e tanti.

Nel Padiglione 5 Rosario Esposito La Rossa, il diciannovenne autore di “Al di là della neve – storie di Scampia” e del nuovissimo “Libera voce” (edizioni Marotta e Cafiero), impugnando il microfono con la forza e la rabbia di chi è nato in un quartiere degradato, in un quartiere di camorra, e non ne può più, sottolinea con forza quanto sia facile e remunerativo il lavoro nell’illegalità. Lo spaccio può far guadagnare a un ragazzino di Scampia fino a cinquemila euro al mese. Cinquemila euro. Per un lavoro facile.

Ecco, dice Fabrizio Gatti in Sala Azzurra, ecco perché molti clandestini vengono in Italia. Perché sanno che un breve periodo di lavoro illegale li può sistemare, e può sistemare la loro famiglia, in Africa o altrove. Poi potranno cominciare a fare gli imbianchini, i muratori, potranno anche chiedere il permesso di soggiorno, poi. Ma è l’illegalità, famosa e celebrata del nostro Paese, che li invita a venire in Italia.  Ecco perché attraversano il deserto nelle spaventose condizioni che Gatti racconta in “Bilal”. Leggetelo, quel libro, è come un romanzo ma è vero, spaventosamente vero. Ecco perché sfidano la morte sulle carrette del mare. Ecco perché finiscono a Lampedusa. Ecco perché arrivano a Milano, a Torino, nel nord, ovunque in Italia. Ecco perché quando passo sfrecciante in bicicletta sui murazzi del lungo Po, oltre a schivare i ratti devo rispondere alle proposte insistenti dei pusher. Qui come a Napoli il mercato dell’illegalità arricchisce le organizzazioni criminali e fa vivere i clandestini che le stesse organizzazioni criminali portano in Italia.  Quei poveracci, dice Gatti, che non sono dei disperati, sono persone piene di speranza, partono per l’Italia indebitandosi con gli usurai, pagando migliaia di euro al sistema che li carica sui camion lungo le strade di polvere del Sahara che anche Gatti ha percorso in incognita, seminando cadaveri, che li carica sui battelli, che li abbandona in mare o li scarica sulle nostre coste. La criminalità li porta in Italia e su di loro si arricchisce. E noi votiamo la Lega convinti che ci porterà la sicurezza con le sue stupide e inutili ronde padane. Convinti che con le riforme federaliste libererà il nord dai poblemi del sud. Poveri italiani scemi, affannati a svuotare il mare con un cucchiaino.

La criminalità è ovunque, dice Rosario Esposito La Rossa nel padiglione 5. La criminalità è ovunque, dice Fabrizio Gatti in Sala Azzurra. E allora, dico io, vogliamo dirlo ad alta voce che in Italia c’è una dittatura della criminalità? Una dittatura, indipendentemente da chi sta al governo, una dittatura della criminalità. Vogliamo dirlo ad alta voce che i ragazzi di Scampia, come i volontari di “Libera”, come le altre associazioni che operano sul territorio in Calabria, Sicilia, Campania, ma anche in Piemonte, Lombardia, Veneto, anche i piccoli e coraggiosi editori come il mio amico Salvatore, i commercianti che si ribellano al pizzo, tutti loro sono i nuovi “partigiani” della “resistenza” contro la dittatura criminale? Vogliamo dirlo? Vogliamo dirlo che abbiamo bisogno di un nuovo 25 aprile? Di una nuova liberazione? La dittatura criminale è più pericolosa del paventato ritorno del fascismo. E’ più pericolosa dell’altrettanto paventato regime comunista che in Italia non c’è mai stato. E’ più pericolosa. Più pericolosa perché nascosta, infiltrata, nel piccolo, nell’impresa, nelle pubbliche amministrazioni, nell’informazione locale, come nel grande, nella politica, nell’informazione di massa, nel sistema. Nel sistema. Il sistema che sovrintende tutto, che tutto influenza, che tutto controlla. Al confronto con questa realtà indiscutibile le più catastrofiche e fantascientifiche teorie del complotto, dagli extraterresti ai templari, dalla massoneria alle sette demoniache, fanno ridere i polli.

Partigiani della legalità. E’ un’emozione vedere un ragazzo non ancora ventenne come Rosario Esposito La Rossa, partigiano di Scampia, agitare la Costituzione Italiana, l’articolo ventuno stampato in quarta di copertina del suo “Libera voce”. La Costituzione Italiana che ci dovrebbe garantire. La Costituzione Italiana che compie sessant’anni. La Costituzione Italiana che contiene le norme che ci dovrebbero mettere al sicuro. Basterebbe quella. Basterebbe. Ma la dittatura dell’illegalità è più forte della Costituzione Italiana. Le sue riforme le ha già fatte da tempo. Non teme verdetti della Corte Costituzionale. Le leggi che ci troviamo costretti a rispettare sono le leggi imposte da quel regime segreto e palese al tempo stesso. Sono quelle, non quelle del nostro Paese. E lo sappiamo tutti.

Dittatura della criminalità. Resistenza. Cultura della legalità. Queste sono le parole che hanno caratterizzato la mia edizione 2008 della Fiera del Libro di Torino.

 

Ricordate Graziano Cecchini? Graziano Cecchini è quello che ha versato un secchio d’acqua rossa nella fontana di Trevi. E’ quello che ha rovesciato una moltitudine di palline colorate giù per le scale di Trinità dei Monti. All’inizio mi aveva ispirato pure una certa simpatia. Coraggioso, pensavo, a inscenare performance che potremmo forse anche definire artistiche, forse. Sembrava uno che fa tutto da solo, che ha idee, un originale, un attivista intellettuale. Graziano Cecchini.

Proprio di fronte a quel posto sfigato in fondo a sinistra sul viale centrale della Fiera del Libro, là dove l’editore Coppola espone i suoi “pizzini” e noi si discute con i visitatori di legalità, criminalità, associazionismo in comunione con “Addio pizzo” a “Libera”, tra i ragazzi della Locride e quelli di Scampia, dove si discute di Peppino Impastato, di Don Puglisi, di Rita Atria, di Mauro Rostagno, di Libero Grassi, proprio lì di fronte c’è lo stand di Cronaca Qui. Cronaca Qui è un periodico che, a giudicare dal sito, si occupa di “cronaca, sport, tempo libero e gossip”. Tra parentesi sono esattamente le pagine che io salto sempre quando leggo un quotidiano, ma questo non conta. E’ uno stand un po’ confusionario, devo dire, quello di Cronaca Qui. Poltrone fatte con copertoni di automobili, scatoloni ovunque, apparecchiature elettroniche appoggiate su bidoni da petrolio, schermi televisivi che ripetono in continuazione spezzoni di Chiambretti, Teo Teocoli, Anna Maria Barbera, immagini di alianti in volo, panoramiche digitali di grattacieli, cose così. Uno stuolo di ragazze in pantaloncini rossi e pattini a rotelle distribuiscono centinaia di cappellini pubblicitari e palloncini gialli mentre un paio di acrobati  fanno spettacolo di giocoleria tra il pubblico. Ci sono bandiere di Israele, magliette con la scritta “oggi mi sento ebreo anch’io” e c’è anche una parete intera dedicata al Tibet con una brutta immagine del Buddha Sakyamuni e un discutibile slogan “Tibet’amo”, o qualcosa di simile. A me sembra la fiera delle banalità ma questo è un giudizio mio che vale come il due di picche.

Torniamo a Graziano Cecchini. Leggo sul sito di Cronaca Qui: Cecchini colpisce ancora e questa volta per stupire sceglie Torino. Una batteria di sessanta tubi in plexiglass ha sparato silenziosamente chilogrammi di coriandoli e stelle filanti di carta bianca e azzurra. “L’idea è venuta dal desiderio di solidarizzare con Israele” dice Cecchini. “Ogni tubo rappresenta un anno di vita dello stato di Israele. Con questo ho voluto dimostrare le falle del servizio di sicurezza. Uno scherzo gioioso”. Una decisa presa di posizione a fianco della cultura, continua l’articolo di Cronaca Qui, ma non del governo israeliano. “Se non vogliamo che certe cose si ripetano” ha detto Cecchini riferendosi alle persecuzioni contro gli ebrei, “serve che ottimi professori di università vadano in pensione”. Ottimi tra virgolette. Non ci capisco niente ma fa lo stesso. Dopo le due performance avvenute a Roma, continua l’articolo su Cronaca Qui, la colorazione della fontana di Trevi contro gli sprechi della Festa del Cinema e la pioggia di palline colorate in piazza di Spagna per denunciare le morti sul lavoro, “sono un uomo di destra e credo nell’azione” dice Cecchini. “Volevo fare la mia performance durante la visita di Napolitano e sarebbe stato facilissimo ma sono arrivato a Torino in aereo in ritardo”. Peccato!

A parte il fatto che quella frase “ha sparato silenziosamente chilogrammi di coriandoli” mi fa un po’ ridere visto che  io stavo lì ed ero assordato dagli altoparlanti che trasmettevano a tutto volume il jingle del giornale: “Cronaca Qui, il giornale cittadino. Cronaca Qui, sempre più vicino. Cronaca Qui, eccezionale… Cronaca Qui piripiripiripiri…” mentre tutti i giornalisti e i fotografi della redazione brindavano in un fracasso di flash come a una festa paesana. Ma a parte questo, quello che mi fa ancora più ridere è che anche il Corriere della Sera abbia sottolineato come l’azione di Cecchini intendesse attaccare la “blindatura del Lingotto”. Mi fa ridere. Mi fa ridere perché i coriandoli di Cecchini erano nello stand di Cronaca Qui e ci sono arrivati esattamente come tutto il materiale della fiera, cosa cavolo c’entra la blindatura del Lingotto? Tutti gli espositori hanno portato scatoloni di materiale, è una cosa normale, mica c’è bisogno di essere Graziano Cecchini, Diabolik o Arsène Lupin? Cosa cavolo c’entrano le “falle del servizio di sicurezza”? Secondo l’APCOM Cecchini avrebbe dichiarato: “qui, dove tutto dovrebbe essere super blindato secondo le dichiarazioni di Questura e Prefettura io ho dimostrato che si può fare di tutto. Mi hanno chiesto se avevo il pass, ho detto sì e mi hanno fatto entrare senza problemi. Con un governo serio, ha aggiunto il performer, il Prefetto e il Questore dovrebbero andare via”. Che ridere. Il pass, Cecchini, ce l’aveva come ce l’avevo io, come ce l’avevano le ragazze coi pattini, i fotografi, i giornalisti e i giocolieri acrobati di Cronaca Qui e tutti gli espositori della fiera. Che cavolo c’entrano il Questore e il Prefetto?

Bah, piccole stupide storie italiane. Fine della questione.

 

Parliamo di cose serie. Boris Pahor è un signore anziano, capelli bianchi, un po’ lunghi sulla nuca, occhiali pesanti, giacca e cravatta. Boris Pahor è il nonno che tutti vorremmo. E’ un uomo che ha troppe cose da raccontare. Impossibile fare domande a Boris Pahor. Non ci riesce Marino Sinibaldi, nonostante la sua lunga esperienza di efficace intervistatore di Fahrenheit, il programma letterario di Radio Tre. Non ci riesce Paolo Mauri, critico letterario, studioso di storia della letteratura, responsabile delle pagine culturali della Repubblica. Lui comincia, Borsi Pahor, a raccontare, con l’intento di rispondere alla domanda, ma poi si perde, apre parentesi e parentesi, ha troppe cose da raccontare. Quando poi proprio non riesce più a chiudere le tonde, le quadre, le graffe del suo racconto senza fine, allora s’interrompe e guardando storto, dal cristallo degli occhiali, dice: “non mi ricordo più la domanda”. Applausi.

Ha troppe cose da raccontare l’autore dello straordinario “Necropoli”, pubblicato in Italia dall’editore Fazi nel 2008 ma scritto nel 1967. Non so se ci stanno tutte, nel libro, le cose che ha da raccontare Boris Pahor. Sicuramente non ci stanno nell’ora concessagli a mezzogiorno in Sala Gialla. Va a ruota libera, Pahor, e le domande non sono che spunti per cominciare i racconti, che non si riescono a concludere, che avrebbero bisogno di tempo, tempo, di una vita intera.

Boris Pahor è nato a Trieste nel 1913, è sloveno, si sente sloveno, la nazionalità italiana è solo l’ultima che ha dovuto accettare sul suo passaporto. Boris Pahor è stato austriaco fino al 1918 e poi italiano, ma lui è sloveno, sloveno di lingua e di cultura. Quando si parla di me, dice Pahor, come di altri autori, non si dice mai che siamo sloveni, che eravamo austriaci fino al 18. A quei tempi c’erano più sloveni a Trieste che a Lubijana. Nel 1920 Mussolini applaudì quelli che lui definiva i “vespri triestini”, quando fu distrutto il teatro della cultura slovena di Trieste in nome del nazionalismo italiano. Si parla delle foibe ma le foibe seguirono tutto quello che c’è stato prima, di cui non si parla mai. Nella prima guerra il territorio sloveno fu annesso all’Austria, nella seconda all’Italia. Io a scuola andavo male, dice Pahor, peché studiavo nella scuola italiana ma ero sloveno, studiavo Garibaldi ma cosa me ne importava a me di Garibaldi? Sotto il fascismo la lingua slovena era proibita e se parlavi sloveno per strada prendevi degli schiaffi. E’ incredibile pensare che io, sloveno di lingua slovena, sono diventato professore di letteratura italiana, e la letteratura slovena ho dovuto studiarmela per conto mio.

Boris Pahor è sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, racconta. Perché non c’erano solo gli ebrei, nei campi nazisti, c’erano anche gli oppositori, quelli che si ribellavano al regime nazista e al fascismo, i prigionieri politici. E poi dopo la fine dei campi abbiamo avuto altri campi, dice. Appena abbiamo respirato l’aria libera ci sono state Nagasaki e Hiroshima. Troppe cose. Ci sono troppe cose da raccontare.

Oggi, quando torna nei suoi luoghi di prigionia affollati di turisti, Boris Pahor si sente come un pellegrino tra le ombre. Questo è il titolo dell’edizione francese di Necropoli. Pellegrino tra le ombre. Nei campi di prigionia politica, dice, si moriva lavorando, si moriva in piedi. La metà del campo era composta da persone in posizione orizzontale e l’unica via d’uscita era il camino. Il camino. C’erano zingari, dice Pahor. C’erano soldati italiani, disertori che non avevano voluto firmare per la Repubblica di Salò, c’erano gli abitanti di paesi interi, paesi interi accusati di aver aiutato i partigiani dopo l’otto settembre.

Il campo di Netzweiler era nei Vosgi, racconta Pahor, in montagna, in Alsazia, tra Germania e Francia. C’erano deportati europei, francesi, belgi, olandesi, norvegesi, prigionieri di cui non si parla mai. Non ebrei. Antinazisti. I tedeschi, anzi i nazisti, si corregge Pahor, i nazisti, non i tedeschi, i nazisti li chiamavano N.N. Nacht und Nebel. Notte e Nebbia. Condannati a morte. Fantasmi inesistenti. Notte e Nebbia. Dopo la batosta di Stalingrado, dice Pahor, le uccisioni sono un po’ diminuite ma si continuava a morire di stenti, di malnutrizione, di lavoro. Si mangiava una brodaglia giallastra poco nutriente e si finiva orizzontali per lo sfinimento. I nazisti volevano ridurre quelli che si opponevano a livello di non uomini. Bestie. Fantasmi. Notte e Nebbia.

A Netzweiler, e poi a Dachau e infine a Bergen Belsen Boris Pahor riuscì a sopravvivere perché ebbe la fortuna di ottenere l’incarico di infermiere. Eravamo considerati delle cimici, dice Pahor. Le cimici sono animali che infestano una casa ma non hanno una nazionalità. Per i nazisti noi eravamo cimici infestanti. Insetti. come quello di Kafka. Cimici senza nazionalità. E per nazionalità loro intendevano uno Stato, senza uno Stato.

Il senso di colpa c’era, dice Pahor, lavorando nel campo c’era il senso di colpa perché i lavori li facevano i deportati e quello che contava era il cibo, si mangiava anche il pane dei morti. Una donna, racconta Boris Pahor, riuscì a nascondere sotto la paglia del giaciglio il cadavere del suo bambino morto, in modo da poter mangiare ancora il suo pane, quel pane che era paglia, più paglia che pane. Parla della dissenteria, Pahor, di quando come infermiere lavorò nel blocco della dissenteria. Parla dell’odore. Dice che il primo sintomo della dissenteria era il rifiuto del cibo, la grande sete, il pane insapore, quel pane più paglia che pane che non sapeva di niente. Dice della paura che avevano i nazisti delle epidemie di tifo, racconta di quando li mettevano nudi e li scrutavano su tutto il corpo alla ricerca di un minuscolo punto bianco, primo sintomo della malattia. Il senso di colpa c’era, per chi sopravviveva, per chi stava meglio, c’era eccome anche se, dice Pahor, Levi un po’ esagera sul senso di colpa. Il senso di colpa c’era ma era così, che potevi fare? Come infermiere gli aiuti servivano a poco per la sopravvivenza. Non potevi fare altro che cercare di essere un pochino più umano. Un pochino più umano.

Troppe cose da raccontare. Il tempo scade, in Sala Gialla. Il resto è sulle pagine di Necropoli. Il resto è, e rimarrà, soltanto nei ricordi di Boris Pahor.


Anche questo, e altro ancora, è stata quest’anno la Fiera del Libro di Torino. Ora si spengono le luci e si torna al silenzio. Questa sera di sbaracca. Da domani torniamo a metterci comodi in poltrona con un libro aperto, perché nei libri c’è il mondo, ci sono le strade di polvere e le strade di carta e inchiostro, c’è tutto il mondo nei libri, e ci sono tutti i tempi. Ed è sempre tempo di libri.

 

La fortezza cinese

a44a038e1e76e87d4fae33c407b78e3f.jpgMolte manifestazioni di sostegno alla causa tibetana si stanno organizzando in tutta Italia e nel mondo. La società civile appoggia la protesta non violenta e la disponibilità al dialogo del Dalai Lama e condanna la repressione cinese. Gli unici che ancora si ostinano a considerare il Dalai Lama un leader secessionista e violento sono le autorità di Pechino.

Ma forse qualcosa si sta muovendo. Immagino i mormorii nei corridoi del potere di Pechino. Sicuramente serpeggiano timori, tra ministri e segretari, per la gravità della repressione messa in atto dall’esercito. Una repressione che la vecchia censura di regime non è riuscita ad arginare grazie all’incontrollabilità dei moderni strumenti di informazione. Un messaggio importante lanciato dal Dalai Lama, che finora era rimbalzato, forse ha incominciato a filtrare tra i macigni che compongono la fortificazione ideologica dietro la quale si è asserragliata la politica cinese negli ultimi due anni. La possibilità che il Dalai Lama abbandoni la leadership dei tibetani a un successore eletto dal popolo, che quindi potrebbe portare il Tibet a una guerra infinita con la Cina, simile a quella dei Palestinesi in Israele, forse sta cominciando a seminare dubbi e a far vacillare le posizioni finora imperturbabili dei ministri della Repubblica Popolare Cinese.

Riporto i passaggi più importanti del messaggio che il Dalai Lama ha rilasciato il 10 maggio 2008. La principale preoccupazione della Repubblica Popolare Cinese, dice il Dalai Lama, è la sua mancanza di legittimità in Tibet. La via migliore è che il governo cinese persegua una politica che soddisfi il popolo tibetano guadagnandosi la sua fiducia. Se fossimo capaci di arrivare a una riconciliazione percorrendo un sentiero di reciproco consenso, come ho fatto presente molte volte, io farei ogni sforzo possibile per conquistare il supporto del popolo tibetano.

Io ho la responsabilità storica e morale, prosegue il Dalai Lama, di continuare a parlare liberamente a suo nome. Tuttavia è risaputo che io sono in semi pensionamento da quando la leadership politica della diaspora tibetana è stata eletta direttamente dalla popolazione tibetana nel suo complesso. Quest’anno il popolo cinese aspetta con orgoglio e impazienza l’inaugurazione dei Giochi Olimpici. Sin dall’inizio ho approvato l’idea che alla Cina fosse concessa l’opportunità di ospitare le Olimpiadi sul proprio suolo poiché simili importanti eventi internazionali, e a maggior ragione le olimpiadi, celebrano i principi della libertà di parola e di espressione, eguaglianza e amicizia. La Cina dovrebbe dimostrare di essere una buona padrona di casa concedendo queste libertà. Vorrei cogliere questa opportunità per esprimere il mio orgoglio e il mio apprezzamento per la sincerità, il coraggio e la determinazione del popolo tibetano. Lo esorto a continuare a lavorare pacificamente e nel solco della legalità per garantire che tutte le minoranze della Repubblica Popolare Cinese, compresa quella tibetana, possano infine godere dei loro legittimi diritti e benefici.

Queste le parole di Sua Santità il Dalai Lama. Dal canto suo, però, il premier cinese, forse per cercare di giustificare la violenza con la quale è stata messa in atto la repressione delle manifestazioni tibetane, è tornato ad accusare il Dalai Lama di essere il mandante di una insurrezione violenta tendente a destabilizzare il potere cinese in Tibet e sabotare i giochi olimpici. La risposta del Dalai Lama a queste accuse è stata l’ennesimo appello alla pace, alla non violenza, al dialogo. E ha aggiunto, infine, che se la rivolta tibetana dovesse assumere connotati violenti sarebbe immediatamente pronto a dimettersi lasciando che i tibetani eleggano un nuovo leader.

Durante il cosiddetto “question time” alla camera dei Comuni a Londra il 19 marzo 2008 qualcuno ha fatto un salto sulla sedia e ha cominciato a sudare freddo. Secondo un comunicato della Reuters il premier britannico Gordon Brown ha dichiarato che incontrerà il Dalai Lama in occasione della sua prossima visita in Gran Bretagna verso fine maggio. Una dichiarazione coraggiosa, visto come stanno andando le cose, visto l’atteggiamento ambiguo anche degli USA che da una parte premiano il Dalai Lama ma dall’altra derubricano la Cina dichiarando di non considerarla più tra i paesi che non rispettano i diritti umani.

Il Ministero degli Esteri cinese ha dichiarato di essere “seriamente preoccupato” per le affermazioni di Gordon Brown in parlamento che rischiano di compromettere i suoi sforzi per creare relazioni più strette tra i due paesi. Gli attivisti tibetani e i conservatori, dice la nota della Reuters, hanno accolto favorevolmente l’annuncio di Gordon Brown. Ma come se non bastasse, Gordon Brown cita una sua telefonata con il premier cinese Wen Jaobao nella quale egli, Wen Jaobao, si sarebbe dichiarato disponibile a incontrare il Dalai Lama. A due condizioni.

Qualcuno a Londra si è asciugato i sudori, ha pensato che forse si poteva intravedere un segnale di distensione. Ma quando fai un accordo e poni delle condizioni significa che cerchi di ottenere qualcosa, concedendo qualcosa che puoi permetterti di concedere. Concedere un’apertura al Dalai Lama per i cinesi sembrerebbe una cosa talmente pesante da richiedere chissà quali pesantissime condizioni in cambio. Invece le condizioni sono che il Dalai Lama si astenga dalla violenza e che rinunci alle rivendicazioni di indipendenza del Tibet. Tutte cose che ha ampiamente già dichiarato. Quando fai un accordo con qualcuno e poni condizioni sulle quali la tua controparte ha già ampiamente dichiarato la propria disponibilità allora i casi sono due, o sei stupido e non hai capito niente oppure c’è sotto qualcos’altro. Che i cinesi siano stupidi non ci credo. Che non abbiano capito niente, che le dichiarazioni del Dalai Lama non le abbiano mai nemmeno ascoltate può darsi ma ci credo poco. Credo invece che ci sia sotto qualos’altro. E secondo me, sotto, c’è quel qualcosa che ha incominciato a filtrare tra i macigni della fortezza ideologica cinese. Quel qualcosa che è una profonda crisi interna che a poco a poco si sta delineando.

Quando la fortezza è intaccata, quando al suo interno comincia a sgretolarsi la sicurezza granitica dell’indottrinamento politico, allora normalmente iniziano le contraddizioni, le smentite, il cerchiobottismo che noi italiani ben conosciamo. Infatti puntualmente oggi, il 20 marzo 2008, Peace Reporter pubblica la reazione della Cina alle parole del premier britannico. “Alcune notizie non sono molto precise” dichiara il portavoce del ministero degli Esteri cinese Qin Gang. Nel corso di un colloquio telefonico con il capo del governo di Londra, ha precisato Qin Gang, il primo ministro cinese ha solo ribadito la sua disponibilità al dialogo con il leader tibetano sulla base delle condizioni poste da Pechino. Ha solo ribadito la sua disponibilità ad incontrarlo, non ha detto che lo incontrerà. Sottigliezze politiche. Il portavoce ha poi rinnovato, scrive Peace Reporter, le espressioni di grande preoccupazione per l’intenzione di Brown di incontrare il Dalai Lama e ha ripetuto le accuse al Dalai Lama di incitamento alla violenza. “Come abbiamo più volte sottolineato” ha risottolineato Qin “il Dalai Lama è un rifugiato politico coinvolto in attività secessioniste sotto la copertura della religione”.
Dichiarazioni, contraddizioni, aperture, chiusure, smentite. Qualcosa sta filtrando tra i macigni. Speriamo che all’interno della fortezza il dibattito mormorato nei corridoi del potere riesca ad ammorbidire i toni, a convincere gli irriducibili, a portare finalmente la Cina verso il dialogo, verso la pace, verso il rispetto dei diritti, verso la modernità.
 
 
Da Peace Reporter del 25 marzo 2008. Dichiarazioni del Dalai Lama:
“Ho sempre detto che le espressioni di profonda emozione devono essere controllate. Se vanno fuori controllo, non avremo più opzioni. Se continueranno le manifestazioni violente, mi dimetterò. Ho sempre rispettato i cinesi, il comunismo cinese. Molti dei manifestanti tibetani sono ideologicamente comunisti. Se i manifestanti, dentro e fuori la Cina, usano metodi violenti, ebbene io sono contrario”. 
 
 

Il leopardo delle nevi

Fa male vedere le ronde dei soldati cinesi sui selciati di Lhasa. Fa male come il bastone sulla schiena vedere il rosso acido dei mantelli dei monaci macchiarsi di sangue e lacrime. Il Tibet, il tetto del mondo, Shangri-La, la terra dei mantra, degli yak, del popolo che sorride, dei vecchi che ruotano i mulini di preghiera, delle bandiere colorate sui tetti dei monasteri. Il Tibet. L’aria straordinariamente limpida e vuota delle alte quote montane. Il Tibet dei grandi silenzi, delle voci mormorate nel vento. Il Tibet picchiato, sparato, violentato. Come ai tempi della rivoluzione culturale di Mao Zedong.

Fa male come il buco delle pallottole nelle spalle, nelle gambe, nella schiena immaginare i templi presidiati dai soldati, i monaci rinchiusi, imprigionati, la folla che grida nei vicoli intorno al Jokang. La gente che scappa. Fa male.

Il governo cinese non molla la presa come una belva feroce che ha azzannato, e ha azzannato cinquant’anni fa, e non si lascia convincere per nessun motivo ad allentare la morsa delle sue zanne insanguinate. Il Dalai Lama è il grande nemico. Nonostante un premio nobel per la pace, una vita in esilio, un coraggioso invito al dialogo e una difficile, intelligente scelta di compromesso, il Dalai Lama rimane per i cinesi il grande nemico da screditare agli occhi dell’opinione pubblica internazionale. E non importa se l’opinione pubblica internazionale si schiera con il Dalai Lama, ne riconosce l’autorevolezza morale, il carisma, l’intelligenza politica. Il leone cinese ha azzannato alla gola il leopardo delle nevi e stringe forte. Non molla.

Il Dalai Lama è un uomo di pace ma il popolo tibetano non è un popolo facile da convincere. Non è stato facile per il Dalai Lama mantenere intatta la propria autorevolezza sui tibetani pur rinunciando a chiedere l’indipendenza. Non è stato facile per lui dichiarare il suo appoggio in favore dello svolgimento delle olimpiadi nel 2008 a Pechino. Non è stato facile. Adesso il Dalai Lama, mentre a Lhasa volano i bastoni e sparano i fucili, dichiara che i cinesi sprecano la loro grande occasione. Sarebbe stata una grande occasione vedere a Pechino una Cina nuova sotto i cerchi olimpici, una Cina veramente moderna, la Cina del futuro. Sarebbe stato bello e importante vedere il Dalai Lama in tribuna applaudire gli atleti.

Allora si le frange oltranziste del movimento tibetano sarebbero state derubricate come conservatrici, integraliste, e sarebbero state messe in minoranza. Un Tibet veramente autonomo, non indipendente ma veramente autonomo avrebbe avuto una speranza di futuro. La cultura tibetana preservata non con le operazioni di facciata, patetiche e kitsch dello sfruttamento turistico dell’attuale Tibet cinese, ma con l’autodeterminazione del proprio popolo in un contesto democratico e civile. Invece così la Cina va incontro a un’altra Tienanmen e gli insurrezionisti tibetani, anche quelli che contestano il Dalai Lama e lo accusano di avere tradito la causa, lotteranno fino alla fine, falchi, leopardi, azzannando ai fianchi il leone cinese senza più autocontrollo. Fino a finire dissanguati. La Cina commetterà un genocidio.

L’occidente è diviso in due, da una parte la società civile schierata con il Dalai Lama per il dialogo, per il rispetto dei diritti umani, per il compromesso tra il governo tibetano in esilio di Dharamsala e il governo cinese, contraria alla guerra sul tetto del mondo. Dall’altra le istituzioni nazionali e sovranazionali, gli Stati Uniti e l’Europa,  le opportunità politiche, gli equilibri instabili, le pressioni dei poteri forti dell’economia che non vogliono irritare il leone cinese, la nuova superpotenza mondiale. I cinesi si sentono forti, più forti dell’occidente, più forti dell’America, più forti dei più forti. Il leone cinese è certo di potersi permettere di stringere i denti cercando di dissanguare il leopardo delle nevi.

Ma il leopardo delle nevi è un animale che ha due anime. Il Dalai Lama, il grande nemico, forse è l’unico in grado di contenere la rabbia del lato oscuro del leopardo delle nevi. Il Dalai Lama è l’unico che sta dalla parte del dialogo. Dietro di lui si assiepano ranghi di tibetani inferociti da decenni di repressione, di invasione culturale, di chiusura. Tutti quelli che non hanno mai perdonato al Dalai Lama la strategia della distensione, delle concessioni, la strategia pacifica del compromesso. Quelli che sono stufi di scioperi della fame e di marce nonviolente. Venerdì scorso il Dalai Lama ha ricordato al mondo ma ai cinesi soprattutto che lui è prossimo alla pensione. Ha dichiarato che il suo successore sarà un rappresentante eletto dal popolo tibetano. Non un bambino reincarnato ma un leader riconosciuto dai potenti ordini monastici nei quali è suddiviso il variegato universo tibetano. Anche da quelli rivali ai Gelupka, i berretti gialli del Dalai Lama. Anche da quelli più oltranzisti e meno disposti al dialogo.

Oggi il Dalai Lama dichiara che potrebbe anche decidere di dimettersi adesso, di mollare. Se il Dali Lama si dimette la strategia gandhiana della non violenza, del pacifico dissenso, del dialogo, perderà un’altra battaglia contro l’arroganza militare autoritaria. Gandhi diceva che la non violenza è antica come le montagne. Ma sulle montagne volano i bastoni e sparano i fucili.

 

Una petizione diretta al presidente cinese Hu Jintao può essere sottoscritta a questo indirizzo:

http://www.avaaz.org/en/tibet_end_the_violence/10.php

 

Una petizione diretta al presidente del Comitato Olimpico per chiedere una presa di posizione in favore del rispetto dei diritti umani in Tibet, perché la fiaccola olimpica non passi da Lhasa, può essere sottoscritta a questo indirizzo:

http://actionnetwork.org/campaign/tibet_IOC 

Il televisore di Kokhat

Talvolta le storie di Strade di Polvere prendono il via da niente, poche righe scovate sfogliando tra i comunicati delle agenzie di stampa. Trovi così una notizia che di per se finirebbe scartata tra le tante se non fosse per un curioso riflesso metaforico che la fa emergere dalla massa. Allora ti viene voglia di costruire il racconto partendo da quelle poche righe, lavorando con l’immaginazione. In parallelo qualche volume dell’enciclopedia geografica, qualche link su internet, sono necessari per un minimo approfondimento, per calare le poche righe del comunicato stampa nel contesto. Strade di polvere è, per chi scrive prima che per chi legge, un pretesto per informarsi, per capire.

Kokhat. Trentacinque chilometri a est di Tschinvali, capitale del distretto. Siamo alle pendici del Caucaso, la catena montuosa che si estende, leggermente in diagonale, tra il Mar Nero e il Mar Caspio. A nord del Caucaso l’altopiano di Stavropol degrada verso la Depressione Caspica e la steppa dei Chirghisi e verso il bacino del Don. Le vette del Caucaso fanno da spartiacque tra gli altipiani Ciscaucasici settentrionali e la Transcaucasia meridionale della piana della Colchide e del  bacino del fiume Kura che attraversa la Georgia e l’Azerbaijan.

Il villaggio di Kokhat si trova  a sud del Caucaso, a pochi chilometri dalla strada che attraversa il valico di Kazbegi, il passo della croce, e che mette in comunicazione Vladicavkaz, estremo avamposto meridionale della Federazione Russa, con Tbilisi, capitale della Georgia. I monti digradano verso la valle del Kura. Il Caucaso fa da barriera alle correnti fredde delle steppe russe e qui sotto il clima tende al caldo. Le piogge, ricche e frequenti nella piana occidentale della Colchide, qui tra le montagne sono scarse e l’agricoltura necessita di coraggiose opere di canalizzazione. Siamo in terra avara, arida, terra di capre e polvere.

A Kokhat c’è un check-point della polizia. Chissà, forse si trova proprio a mezzo di quella strada che scavalca il Caucaso e porta in Russia. Posti di controllo come questo ce ne sono a centinaia sulle strade di polvere, più o meno tutti uguali, dall’Asia all’Africa, in mezzo mondo. Di solito c’è un cartello di latta arrugginito, una sbarra contorta che attraversa la strada, qualche sacco di sabbia ammucchiato di lato, immondizie, una baracca che funge da ufficio, a volte una tenda.

Dentro solitamente c’è un militare di pessimo umore, spettinato, seduto a un tavolino, che fuma e si annoia davanti a un registro bisunto mezzo pieno di annotazioni fatte con la biro in una calligrafia impossibile. A volte c’è una radio accesa che gracchia una musica insopportabile tra le scariche delle batterie.

Fuori ci sono marciapiedi impolverati, c’è gente che passa, ragazzini. Due soldati fumano pessime sigarette in piedi accanto alla sbarra o seduti sul muretto con l’aria di non sapere più che dirsi. Sono comandati a registrare i transiti, le targhe dei veicoli, dove vanno e perché, cosa trasportano. Devono copiare con cura sul registro i numeri di protocollo delle bolle di accompagnamento, dei documenti di identità, dei passaporti degli stranieri, pochissimi, di passaggio. Terminate le formalità sollevano la sbarra e respirano insieme al fumo dell’eterna sigaretta appiccicata al labbro la polvere dell’autocarro, del pullman, della jeep che passa e va. Poi tornano a non sapere più che dirsi.

A Kokhat giovedì 28 febbraio 2008 arriva un autoveicolo non meglio identificato, forse un furgoncino o un vecchio camioncino scassato. Si ferma al posto di controllo. Scende l’autista, probabilmente sono in due, trasportano televisori. Entrano nel posto di controllo, discutono col poliziotto. Non hanno i documenti in regola, non hanno le bolle di trasporto.

Fuori c’è il solito via vai di gente. Dei due poliziotti uno si appoggia al camioncino carico di televisori, l’altro sbadiglia. E’ un giovedì qualunque, una giornata di noia come tante nel piccolo villaggio transcaucasico. Ma improvvisamente accade un fatto straordinario. Uno dei televisori impolverati nel cassone del camioncino parcheggiato a lato della strada, accanto al marciapiede dove passano le donne che tornano dal mercato e i ragazzini, uno dei televisori alle spalle del soldato annoiato, improvvisamente si accende.

A questo punto però è necessario un fermo immagine. Lasciamo un attimo la strada, i soldati, la gente di Kokhat, il televisore che si accende, perché dobbiamo fare un passo indietro di qualche anno. Ci serve il contesto storico. La regione in cui ci troviamo è l’Ossezia meridionale. L’Ossezia è una regione anomala, che si sviluppa per metà a nord del Caucaso e per metà a sud. La sua popolazione è per gran parte di etnia osseta con una sua cultura, lingua e tradizione. Gli osseti, a differenza dei vicini ceceni, che sono in maggioranza di religione islamica sunnita, sono principalmente cristiani ortodossi. Ma il Caucaso spacca l’Ossezia in due non solo geograficamente ma anche politicamente. L’Ossezia settentrionale fa parte della Federazione Russa mentre quella meridionale appartiene alla Georgia.

Il 9 aprile 1991, dopo le prime elezioni tenute in Georgia vinte dai nazionalisti dell’ex dissidente sovietico Zviad Gamsakhurdia, che è riuscito a sconfiggere il partito comunista, il pese proclama la propria indipendenza. Sono i tempi in cui Gorbacev tenta di governare la transizione fondando L’Unione degli Stati Sovrani che culminerà con la definitiva soppressione dell’Unione Sovietica. La Georgia è uno dei primi pezzi che si staccano, insieme alle repubbliche baltiche e alla Moldavia.

Come sappiamo poi la Russia entra nell’era Eltsin, l’epoca dei colpi di stato, del tracollo economico, della guerra in Cecenia e così via. In Cecenia, appena oltre i confini dell’Ossezia settentrionale, scoppia la ribellione che diventerà guerra civile. Il 1 settembre 2004 un commando islamico indipendentista ceceno fa irruzione in una scuola nella cittadina osseta di Beslan, a pochi chilometri dal confine. Al duro intervento dell’esercito russo i terroristi rispondono facendo esplodere alcune cariche nella palestra nella quale sono stati radunati gli ostaggi. Crolla il tetto e più di trecento ostaggi  rimangono sotto le macerie, quasi duecento dei quali sono bambini.

Ma a sud del Caucaso, in Georgia, non è che le cose vadano molto meglio. L’opposizione al nazionalismo di  Gamsakhurdia, al suo rifiuto di aderire alla Comunità degli Stati Indipendenti costituita per limitare i danni della frantumazione delle repubbliche ex sovietiche, culmina in una serie di disordini ai limiti della guerra civile. Nel gennaio del 1992 Gamsakhurdia viene messo in fuga dall’assedio delle forze d’opposizione al palazzo presidenziale di Tbilisi. A ottobre viene eletto alla presidenza del parlamento un ex ministro di Gorbacev, Eduard Shevardnadze, che poi diventerà capo dello stato nel 1995. La Georgia, in condizioni economiche disastrose, finirà per aderire alla Comunità degli Stati Indipendenti e inizierà in quegli anni un lungo e difficile processo di stabilizzazione. Ma il problema più grave da risolvere in Georgia, per il presidente Shevardnaze, deriva proprio dalle pressioni secessioniste di alcune province a maggioranza etnica non georgiana. Una di queste è l’Abchazia, repubblica autonoma affacciata sul Mar Nero nella quale si scatena un violento conflitto, e l’altra è proprio l’Ossezia meridionale.

Quando un popolo che si riconosce in un’etnia, in una cultura omogenea, in una tradizione comune molto forte e coesa occupa un territorio annesso politicamente a un diverso stato sovrano, come accade in Palestina, nei Paesi Baschi, in Tibet, nel Xinjiang uighuro o in Kossovo, la spinta secessionista è sempre molto forte. Quando poi il territorio di questa etnia è addirittura diviso in distinte sovranità, percorso da confini invalicabili, come accade in Kurdistan tra Turchia e Iraq e in Ossezia tra Russia e Georgia, la situazione non può che essere ancora più complicata.

La recente dichiarazione di indipendenza del Kossovo non riconosciuta dalla Serbia ha rimesso in agitazione,  com’era prevedibile, le altre realtà che si riconoscono in rivendicazioni più o meno analoghe. Per di più adesso gli osseti del nord, oltre lo spartiacque caucasico, sono chiamati alle urne per eleggere il successore di Putin alla presidenza della repubblica. Gli osseti del sud naturalmente no, o non dovrebbero. Ma per capire quanto sia complicata la questione basti dire che a Kokhat, proprio nei pressi di quel posto di polizia, pare sia stato installato un seggio per le elezioni politiche russe. Siamo oltre il confine ma i confini ex-sovietici del Caucaso possono essere facilmente ignorati  dalle autorità se la necessità è quella di aumentare l’affluenza alle urne.

Putin, come sappiamo, fa propaganda contro l’astensionismo ed è a caccia di voti. Lo fa per dare una parvenza di democrazia di fronte al resto del mondo anche se si sa che l’esito delle elezioni é comunque scontato. Il candidato proposto da Putin, Dimitrij Medvedev, ha un’opposizione che sembrerebbe non superare il 30 per cento ad essere ottimisti (quest’articolo l’ho scritto venerdì, prima delle elezioni, ma i primi risultati di oggi lo confermano). Leggo su Peace Reporter che nei giorni scorsi Tbilisi aveva protestato contro il Cremlino perchè Mosca aveva allestito seggi elettorali senza l’autorizzazione delle autorità georgiane.

Insomma ci sono i georgiani che ce l’hanno con i russi e ci sono gli osseti che ce l’hanno con i georgiani e rivendicano la loro volontà di essere annessi all’Ossezia settentrionale e quindi alla Federazione Russa. Naturalmente lo fanno per poter poi portare avanti in modo unitario un processo di secessione ma per ora a Putin i voti degli osseti del sud fanno comodo. E’ facile capire, quindi, come le rivalità non possano che riattizzarsi in questo particolarissimo contesto geopolitico. Ecco forse il perché di quel camioncino parcheggiato a Kokhat davanti al posto di polizia, ecco il perché di quel televisore che si accende.

Vam. Una vampata. Una grandinata di schegge impazzite. Il soldato appoggiato al camioncino è trafitto alla schiena, alla nuca, viene sbalzato avanti. L’altro viene investito in pieno dall’esplosione ancora prima di avere il tempo di chiedersi cosa stia succedendo. Muoiono entrambi. Sono i più vicini al televisore. Una quindicina di passanti, le donne che tornano dal mercato, i ragazzini dei marciapiedi, cascano colpiti dall’esplosione, dalle schegge, dal colpo di vento. Due morti e quindici feriti dice il comunicato stampa.

Al botto, il poliziotto nell’ufficio abbandona la biro a mezza riga sul registro e si precipita fuori. Fumo sangue, polvere, gente che grida. Il soldato vede i rottami del camioncino, il buco nero del televisore, i cocci di vetro e le schegge di ferro sparse ovunque e a terra i cadaveri dei suoi compagni. Istintivamente il poliziotto si volta verso i camionisti che stavano con lui al riparo nell’ufficio. Ma lì non c’è più nessuno.

Non so se le cose siano andate esattamente così, probabilmente no, i comunicati stampa sono scarni, in questa storia i particolari li ho messi io lavorando di immaginazione ma mi premeva sottolineare il drammatico messaggio metaforico al di là della notizia. Quel televisore a Kokhat ha fatto a modo suo la sua campagna elettorale.

Una fiaccola per il Tibet

L’altopiano tibetano è un territorio sterminato che si appoggia all’arco himalayano a una quota media di quasi 5000 metri sul livello del mare. Politicamente il Tibet è una provincia della Repubblica Popolare Cinese, autorità non riconosciuta dal popolo tibetano che rimane legato al governo tibetano in esilio del Dalai Lama. La storia del Tibet è lunga e complicata. I conflitti tra cinesi e tibetani risalgono a epoche lontane, per noi medioevali, ai tempi dell’impero Han, delle grandi guerre di conquista, ai tempi dell’alleanza tibetana con l’impero mongolo, ai tempi delle grandi muraglie. Il Tibet è la culla di una civiltà, di un popolo di antichissime tradizioni, di una cultura millenaria. Ora più che mai l’autorevolezza del Dalai Lama è riconosciuto in tutto il mondo non solo come guida spirituale ma anche come personalità politica e intellettuale. Quarantanove anni fa le guardie rosse della rivoluzione culturale di Mao Zedong entravano in Tibet con la forza, occupavano Lhasa e scacciavano il Dalai Lama dal palazzo del Potala. Da allora il Dalai Lama vive in esilio in India, a Dharamsala e non gli è mai più stato consentito di entrare in Tibet.Così come in tibet è vietato anche solo esporre una sua fotografia.
La questione tibetana è di pubblico dominio, la politica repressiva cinese trapela dai mezzi di informazione che riescono a superare le censure di stato, sono stati pubblicati libri, si tengono conferenze in tutto il mondo, su internet ci sono immagini indiscutibili, i perseguitati che sono riusciti a fuggire testimoniano le torture subite, la società civile si indigna. Ma tutto finisce qui. C’è solidarietà per il popolo tibetano e per la sua causa ma nessuna iniziativa politica in favore del governo in esilio del Dalai Lama, contro l’imperialismo cinese, riesce a fare breccia nel muro sempre più invalicabile eretto oggi dall’incredibile potenza economica raggiunta dalla nuova Cina capitalista del terzo millennio. Contrastare politicamente la Cina oggi non conviene a nessuno. La fiaccola olimpica, che da sempre è un simbolo non solo sportivo ma pervaso da una forte connotazione umanitaria, tra poco fiammeggerà a Pechino, in un paese che continua a reprimere con la forza il popolo tibetano nell’assoluto disprezzo per i diritti umani.
Nel documento pubblicato dall’associazione Italia Tibet in occasione del quarantanovesimo anniversario dell’insurrezione a Lhasa si legge quanto segue. Dal 1949, anno dell’inizio dell’invasione cinese, oltre un milione di tibetani sono morti a causa dell’occupazione. Il 90% del patrimonio artistico e architettonico è stato distrutto così come gran parte dell’ambiente e del fragile ecosistema del paese. Il massiccio afflusso di immigrati cinesi minaccia la sopravvivenza dell’identità tibetana e ha ridotto la popolazione indigena a una minoranza all’interno del proprio paese. Ciò si è ottenuto anche grazie alla pratica della sterilizzazione di massa. Assistiamo ad una colpevole inerzia sia da parte delle democrazie occidentali, per ovvi motivi economici e geopolitici, sia da parte di quanti hanno sempre sostenuto che il solo imperialismo fosse quello, altrettanto responsabile, del capitalismo occidentale. La Cina distrugge l’ambiente e calpesta i diritti umani. Inoltre l’appoggio finanziario e politico della Cina al regime del Myanmar concorre pesantemente alla feroce oppressione del popolo birmano, stessa cosa per il Darfur. Riteniamo quindi necessario continuare ad approfondire il dibattito, spezzare la barriera di silenzio che da quasi sessant’anni copre le atrocità compiute dalle autorità cinesi, portare all’attenzione dell’opinione pubblica la tragedia del popolo tibetano. Chiediamo la liberazione di tutti i reclusi a partire dal Panchen Lama, il più giovane prigioniero politico del mondo, sequestrato dai cinesi nel 1995. Milioni di persone sono rinchiuse in Tibet e Cina nelle “prigioni nere” e nei Laogai, i campi di lavoro forzato. Chiediamo il rispetto dei diritti umani e dell’identità storica e culturale del popolo tibetano. Sosteniamo il negoziato senza condizioni tra il Governo tibetano in esilio e Pechino. Sosteniamo la marcia Dharamsala – Lhasa (10 Marzo 2008) organizzata dalle ONG tibetane per l’autodeterminazione.
Strade di polvere, nel suo piccolo, aderisce all’iniziativa prendendo posizione, come già abbiamo fatto in passato, in favore del rispetto dei diritti umani, in Cina, in Tibet, ovunque, con l’unica piccola e innocua arma che abbiamo a disposizione: la divulgazione delle informazioni.