Una fiaccola per il Tibet

L’altopiano tibetano è un territorio sterminato che si appoggia all’arco himalayano a una quota media di quasi 5000 metri sul livello del mare. Politicamente il Tibet è una provincia della Repubblica Popolare Cinese, autorità non riconosciuta dal popolo tibetano che rimane legato al governo tibetano in esilio del Dalai Lama. La storia del Tibet è lunga e complicata. I conflitti tra cinesi e tibetani risalgono a epoche lontane, per noi medioevali, ai tempi dell’impero Han, delle grandi guerre di conquista, ai tempi dell’alleanza tibetana con l’impero mongolo, ai tempi delle grandi muraglie. Il Tibet è la culla di una civiltà, di un popolo di antichissime tradizioni, di una cultura millenaria. Ora più che mai l’autorevolezza del Dalai Lama è riconosciuto in tutto il mondo non solo come guida spirituale ma anche come personalità politica e intellettuale. Quarantanove anni fa le guardie rosse della rivoluzione culturale di Mao Zedong entravano in Tibet con la forza, occupavano Lhasa e scacciavano il Dalai Lama dal palazzo del Potala. Da allora il Dalai Lama vive in esilio in India, a Dharamsala e non gli è mai più stato consentito di entrare in Tibet.Così come in tibet è vietato anche solo esporre una sua fotografia.
La questione tibetana è di pubblico dominio, la politica repressiva cinese trapela dai mezzi di informazione che riescono a superare le censure di stato, sono stati pubblicati libri, si tengono conferenze in tutto il mondo, su internet ci sono immagini indiscutibili, i perseguitati che sono riusciti a fuggire testimoniano le torture subite, la società civile si indigna. Ma tutto finisce qui. C’è solidarietà per il popolo tibetano e per la sua causa ma nessuna iniziativa politica in favore del governo in esilio del Dalai Lama, contro l’imperialismo cinese, riesce a fare breccia nel muro sempre più invalicabile eretto oggi dall’incredibile potenza economica raggiunta dalla nuova Cina capitalista del terzo millennio. Contrastare politicamente la Cina oggi non conviene a nessuno. La fiaccola olimpica, che da sempre è un simbolo non solo sportivo ma pervaso da una forte connotazione umanitaria, tra poco fiammeggerà a Pechino, in un paese che continua a reprimere con la forza il popolo tibetano nell’assoluto disprezzo per i diritti umani.
Nel documento pubblicato dall’associazione Italia Tibet in occasione del quarantanovesimo anniversario dell’insurrezione a Lhasa si legge quanto segue. Dal 1949, anno dell’inizio dell’invasione cinese, oltre un milione di tibetani sono morti a causa dell’occupazione. Il 90% del patrimonio artistico e architettonico è stato distrutto così come gran parte dell’ambiente e del fragile ecosistema del paese. Il massiccio afflusso di immigrati cinesi minaccia la sopravvivenza dell’identità tibetana e ha ridotto la popolazione indigena a una minoranza all’interno del proprio paese. Ciò si è ottenuto anche grazie alla pratica della sterilizzazione di massa. Assistiamo ad una colpevole inerzia sia da parte delle democrazie occidentali, per ovvi motivi economici e geopolitici, sia da parte di quanti hanno sempre sostenuto che il solo imperialismo fosse quello, altrettanto responsabile, del capitalismo occidentale. La Cina distrugge l’ambiente e calpesta i diritti umani. Inoltre l’appoggio finanziario e politico della Cina al regime del Myanmar concorre pesantemente alla feroce oppressione del popolo birmano, stessa cosa per il Darfur. Riteniamo quindi necessario continuare ad approfondire il dibattito, spezzare la barriera di silenzio che da quasi sessant’anni copre le atrocità compiute dalle autorità cinesi, portare all’attenzione dell’opinione pubblica la tragedia del popolo tibetano. Chiediamo la liberazione di tutti i reclusi a partire dal Panchen Lama, il più giovane prigioniero politico del mondo, sequestrato dai cinesi nel 1995. Milioni di persone sono rinchiuse in Tibet e Cina nelle “prigioni nere” e nei Laogai, i campi di lavoro forzato. Chiediamo il rispetto dei diritti umani e dell’identità storica e culturale del popolo tibetano. Sosteniamo il negoziato senza condizioni tra il Governo tibetano in esilio e Pechino. Sosteniamo la marcia Dharamsala – Lhasa (10 Marzo 2008) organizzata dalle ONG tibetane per l’autodeterminazione.
Strade di polvere, nel suo piccolo, aderisce all’iniziativa prendendo posizione, come già abbiamo fatto in passato, in favore del rispetto dei diritti umani, in Cina, in Tibet, ovunque, con l’unica piccola e innocua arma che abbiamo a disposizione: la divulgazione delle informazioni.