Cercando Chora

1287451479.jpeg

Un bicchierino di tè rosso, due cubetti di zucchero, il tintinnio del cucchiaino. Il tè pare sia lo stesso di dieci anni fa. Lo stesso tè, lo stesso bicchierino, lo stesso zuccherino, lo stesso cucchiaino, lo stesso piattino bianco, rosso e oro. I vecchi, dieci anni fa, mettevano uno zuccherino nel bicchiere, agitandolo appena senza farlo sciogliere del tutto, e l’altro lo tenevano tra i denti, almeno quelli che ce li avevano ancora, lasciandolo sciogliere a poco a poco, mentre sorseggiavano. 
Intorno c’è il frastuono del bazar, l’ombreggiata frescura di aprile, un odore di spezie. Calando lungo le strette vie che ti portano verso il porto pregusti un sentore salmastro di mare e il canto dei gabbiani e invece ti vengono incontro il frastuono del traffico della Ragip Gumuskala Caddesi, che s’ingolfa sul ponte di Galata, e l’odore intenso degli sgombri arrostiti sui barconi ormeggiati al molo di Eminonu.
In cambio di poche lire ti trovi in mano un poderoso panino con un pesce spaccato in due e arrostito sulla piastra, una foglia d’insalata e la cipolla tagliata a fette spesse un dito. Se vuoi puoi sederti a ruminare sugli sgabelli disposti intorno ai tavolini bassi sulla banchina del porto. Sui tavolini ci sono bottiglie piene di succo di limone che puoi spruzzare sul pesce per avere l’illusione di renderlo un po’ più digeribile.
Intorno ci sono i venditori di pannocchie, bollite o grigliate, e c’è ancora qualche gelataio col carretto, il bolerino rosso e il fez, uguali a quelli di dieci anni fa. I gelatai divertono le ragazze tedesche (le uniche che hanno il fegato di mettere la lingua sulla massa caramellosa di quelle creme) facendo volteggiare con abilità da giocolieri la lunga paletta attorno alla quale si avvolge, come la serpe intorno al braccio di Laocoonte, il contenuto di un’intera vaschetta di gelato. Guardandoli non puoi fare a meno di pensare ai moscerini che si appiccicheranno alla massa cremosa come alla carta moschicida conferendole, se non più gusto, almeno un certo apporto proteico supplementare.
Anche i pescatori del ponte di Galata, che calano le lenze tra i traghetti e contendono grasse sardine ai becchi rapaci dei gabbiani e dei cormorani, sembrano ancora quelli di dieci anni fa. Qualcuno, sudato, scuro e rugoso, che quasi ti sorride mentre ti fermi a guardarlo innescare gli ami o agguantare le argentee prede guizzanti per farle scivolare nei secchi traboccanti d’acqua e pesci, è certamente ancora uno di quelli. Altri, più giovani, saranno i figli, o i nipoti. A giudicare dai secchi colmi e dai pesci che balzano fuori e rimangono ad agonizzare sul marciapiedi, il Corno d’Oro dev’essere ancora pescosissimo come allora. Anche i gabbiani e i cormorani paiono sempre piuttosto robusti e sani, come quelli di dieci anni fa.
L’imbarco del traghetto per la moschea di Eyup, sul Corno d’Oro, è talmente piccolo che non lo vedi, a confronto con quelli grandi ai quali attraccano i vaporetti che attraversano il Bosforo. C’è una tettoia, una ringhiera di transenne, due tornelli con il lettore elettronico per le carte ricaricabili, e nient’altro. C’è un biglietto appeso con gli orari. C’è il tempo per sedersi ancora un poco al fresco di uno dei baretti di Kadikoy. Per digerire lo sgombro alla cipolla, se ti va, puoi optare per un bel bicchierone di ayran, lo yogurt salato e allungato con l’acqua, bevanda sana e dissetante. Poi, quando arriva il vaporetto, spuntano un ormeggiatore e un funzionario della compagnia marittima che ti aiutano a passare i tornelli e a salire sulla passerella per l’imbarco.
Sul ponte del vapore, che si continua a chiamare vapore anche se la caldaia a carbone non esiste più sin dai tempi degli ultimi ottomani, tra famiglie di visitatori allegri e studentesse annoiate, c’è sempre qualcuno che passa col vassoio del tè. Scivolando sotto il basso ponte di Galata, tra le lenze dei pescatori e i volteggi dei gabbiani, mentre la città scorre lentamente intorno, con le sue infinite case, le cupole delle moschee e le lance acuminate dei minareti, ancora una volta ti viene da pensare ai cambiamenti che sono avvenuti in città negli ultimi dieci anni.
Il quartiere di Sultan Hamet, nei tuoi ricordi, era tutto un bazar, pieno di artigiani che lavoravano sui marciapiedi. Svoltavi l’angolo e trovavi i pianterreni letteralmente invasi dell’acciaio cromato dei rubinetti. Non c’erano che negozi di rubinetti, botteghe di rubinetti, bancherelle di rubinetti, ovunque rubinetti e nient’altro che rubinetti. Poi svoltavi a un crocevia e di là trovavi scarpe. C’erano calzolai e ciabattini, era tutto un martellare, non c’erano che suole e tomaie e tacchi e stringhe. L’odore del cuoio e del lucido da scarpe riempiva l’aria, c’erano scarpe ovunque, allineate, accatastate, spaiate, appaiate, appese, ordinate, disordinate, ovunque scarpe e solo scarpe. Poi giravi ancora un angolo ed improvvisamente ti accorgevi che intorno era tutto rame, piatti, piattini, piattoni, bacili, paioli, boccali e caraffe, ed era tutto un ticchettare di martelletti che incidevano a sbalzo le lucide superfici del metallo con figure, figurette e ghirigori. Sembrava che l’odore dominante, lì, fosse quello del Sidol. Poi c’erano i quartieri delle lampadine, dei lavandini, delle pentole, dei fabbri, dei falegnami, degli stagnini, degli elettricisti, dei sarti, dei parrucchieri, e chissà quanti altri ancora, e ognuno aveva i suoi odori e i suoi rumori e i suoi colori. 
Ora a Sultan Hamet non c’è più nulla. Qualcosa di simile sopravvive nei quartieri laterali, a Beyoglu, intorno alla Tersane Caddesi, verso il mercato del pesce. Lì c’è ancora un quartire di rubinetterie e uno di utensili di ferramenta. Inoltre, più in alto, scendendo alla torre di Galata dalla piazza Taksim, dalla città nuova, oltre la stazione della cremagliera che scende dal Tunel di Beyoglu al porto di Karakoy, dove inizia l’antico quartiere dei genovesi, ti trovi in una zona nella quale non si vende altro che strumenti musicali, impianti stereofonici e luci stroboscopiche. Immagino che dieci anni fa lì ci fossero i liutai. Qualcosa cambia, qualcosa rimane, qualcosa o qualcuno invecchia, e questo è nell’ordine naturale delle cose.
Per trovare Salvatore in Chora si può sbarcare a Balat e risalire tra i vicoli cercando gli imponenti bastioni Teodosiani che nel V secolo difendevano il fianco orientale di Costantinopoli, verso terra, mentre per difenderla dagli altri lati bastavano le mura marittime e il Bosforo, il Corno d’Oro e il Mar di Marmara. A guardare la città dall’altro dei bastioni comprendi quanto già fosse impontente Bisanzio, o Costantinopoli, che fu capitale dell’impero d’oriente, e capitale dei Paleologi e che divenne la Sublime Porta degli Ottomani, che la conquistarono, nel XV secolo. A guardarla dall’alto dei bastioni Teodosiani la città appare immensa, e oggi è una vera megalopoli di quasi tredici milioni di abitanti. Gran parte dei quali, ti viene da pensare, sono quelli che trovi pigiati nel lungo e moderno tramvay che percorre la Sultan Hamet Caddesi, o sulla metro, o affollati nelle ore di punta sul ponte dei vaporetti che costantemente incrociano il Bosforo. 
Salvatore in Chora lo cerchi se vuoi scovare l’essenza storica e artistica del passato bizantino nella sua essenza più pura, dopo avere ormai spremuto e assimilato la grandiosità di Santa Sofia, l’umido mistero della basilica cisterna, e aver curiosato tra case e vicoli del centro storico, alla ricerca di gioielli nascosti, che non stanno nel tesoro del Topkapi. Gioielli artistici e architettonici come la Kuçuk Aya Sofya Camii, la piccola Santa Sofia, che fu la chiesa di San Sergio e di San Bacco, che si nasconde nei quartieri bassi di casette di legno tra i vicoli che da Sultan Hamet scendono al Mar di Marmara. All’interno provi uno strano senso di straniamento osservando la pianta bizantina della chiesetta che appare come disassata dalla posizione diagonale del mihrab e del pulpito islamico, orientati verso la mecca. E se non ti basta la quiete della chiesetta bianca, perfettamente restaurata, con le sue piccole logge e le colonne e i deambulatori, le esedre e le volte a crocera, dove immagini mosaici e affreschi ormai scomparsi, allora cerchi la Fathiye Camii, che fu la chiesa di Theotokos Pammakaristos, che si nasconde oltre un muro nel caotico distretto di Fatih. E se ancora non ti bastano nemmeno i resti dei suoi mosaici e le sue architetture in laterizio, allora cerchi Salvatore in Chora.
I turchi la chiamano Kariye Muzesi, o Kariye Camii, l’antica chiesetta bizantina di San Salvatore in Chora, e l’hanno restaurata al meglio. Lì, tra affreschi e mosaici sorprendenti, puoi appagare tutte le tue curiosità e hai di che ammirare, leggere, imparare e stupire. 
parekklesion anastasis.jpgC’è un Cristo vestito di bianco che si staglia in mezzo al giudizio universale e distrugge con la sua potenza le porte dell’inferno in un fragoroso frammentarsi di chiavi e chiavistelli e lucchetti e serrature che grandinano sotto i suoi piedi sulla schiena di un diavolaccio incaprettato. Egli solleva, prendendole per le mani e tirandole a forza fuori dai sacelli in marmo, le figure sorprendentemente invecchiate di Adamo, con lunghi capelli canuti e barba bianca, con una veste turchese e un candido mantello, ed Eva, che appare una signora piuttosto elegante nel suo abito di seta cremisina, che come tutte le signore porta ancora assai bene la sua tarda età. Essi sono i peccatori redenti, i capostipiti di quell’umanità che nonostante i suoi peccati infami forse si salverà, con loro, all’ultimo momento, per misericordia divina, quando tutto il mondo andrà in frantumi. 
Meister_der_Kahriye-Cami-Kirche_in_Istanbul_004.jpgC’è Giuseppe, il falegname, che prima accoglie in casa, con modi assai graziosi, ma subito dopo abbandona, infuriato, la mite e sottomessa Maria, dopo averla molto aspramente rimproverata per la sua misteriosa gravidanza. Giuseppe non sembra prestare molta fede alle assai labili giustificazioni che immaginiamo, tra un riquadro e l’altro dell’affresco, vengano timidamente sussurrate dalla giovane e spaventata ancella del Signore. Giuseppe non crede a tutte quelle storie dell’annunciazione angelica, dell’intervento divino, del santo spirito, dell’immacolata concezione. Tuttavia, poi, noi sappiamo che Giuseppe si calmerà e alla fine, potenza dell’amore, tornerà al fianco della sua giovane sposa. Infatti lo troviamo, ancora un po’ pensoso e forse perplesso, intento ad accompagnare Maria che avanza sull’asino, avvolta in vesti azzurre, nel viaggio verso Betlemme. Ma scopriamo che davanti a loro, a condurre l’asino, con andatura saltellante e un fagotto sulle spalle, c’è uno strano giovanotto, con un’aria da studente universitario, del quale i vangeli canonici non dicono un bel nulla. Leggendo scopri che si tratta del figlio di Giuseppe, cioè in un certo senso del fratello o fratellastro di Gesù, anche se non è figlio della stessa madre e tantomeno dello stesso padre. Sulla sacra famiglia e sulle sue complesse parentele ci sarebbe da ragionare a lungo. 
HSX_Koimetesis.jpgC’è un’immagine della Koimesis, ovvero della dormizione di Maria, nella quale Maria appare sdraiata sul letto di morte, circondata da santi, angeli e cherubini, benedetta con il turibolo da un sacerdote, omaggiata da molti visitatori. Incuriosisce il fatto che in questa immagine, accanto al letto di Maria, si stagli uno stranissimo Gesù con vesti d’oro che tiene in braccio un neonato. Leggendo, poi, scopri che quel neonato avvolto in fasce è una bambina e simboleggia l’anima di Maria. L’iconografia, così ribaltata e straniante, straordinaria, riflette come in un gioco di specchi l’immagine comune della madonna col bambino, caricata sempre di qualche oscuro presagio che ricorda come un giorno quel bambino finirà sulla croce. Il mosaico di Chora rappresenta la situazione ribaltata che vede il figlio, ormai morto e risorto, che tiene in braccio, bambina, sua madre, assunta in cielo. Meraviglioso. Su molte immagini di Salvatore in Chora ci sarebbe da ragionare a lungo. 
Alla fine, mentre stai seduto sul 90, che dal quartiere alto di Fatih scende fino alle imponenti arcate dell’acquedotto romano, si immette nel traffico dell’Ataturk Boulevard, ritrova il Corno d’Oro, Galata, e ti riporta a Eminonu, e poi più tardi, quando hai ormai raggiunto la spianata di Sultan Hamet, mentre passeggi nei giardini sgranocchiando una pannocchia o un pugno di caldarroste, tra la porta del Topkapi, le cupole di Santa Sofia e quelle della Sultan Hamet Camii (che noi, chissà perché, chiamiamo moschea blu), mentre i muezzin di tutti i minareti più vicini e più lontani meravigliosamente cantano la preghiera della sera, mentre accade tutto ciò ti si affollano nella mente le immagini di oscuri e barbuti monaci bizantini che officiano ancestrali riti nelle piccole cappelle e nelle immense cattedrali ancora intatte e scintillanti di mosaici.

Allora immagini le armate ottomane che assaltano le mura Teodosiane, e i sultani installati nel Topkapi, adagiati su cuscini e troni d’oro, e le signore o signorine, mogli o concubine, ingioiellate e imbellettate, che affollano l’harem tra gli eunuchi, le nutrici e i principi bambini. E immagini gli ultimi sultani, quelli dell’opulenza e del declino dell’impero, che si accomodano tra i dignitari e le delegazioni diplomatiche sui divani dei saloni rococò del palazzo Dulmabahce.

Allora ti rendi conto che ti trovi in un nodo della storia dell’umanità, un nodo dello spazio tempo, della terra, del mare e dei secoli, situato là dove il Bosforo, lo stretto tra il Mar Nero e il Mar di Marmara, che è ancora un po’ Mediterraneo, e tra l’Asia e l’Europa, accoglie sulle sue sponde e sui suoi colli quell’affascinante e antichissima città che fu la Sublime Porta e che noi oggi chiamiamo Istanbul.

 

In una recente visita alla basilica di Santa Maria in Trastevere, a Roma, ho scoperto, con una certa sorpresa, che un’immagine assolutamente speculare della Koimesis di San Salvatore in Chora si trova tra i meravigliosi mosaici realizzati da Pietro Cavallini su commissione di Bertoldo Stafaneschi tra il 1291 e il 1296. I mosaici di San Salvatore in Chora, dei quali non si conosce l’autore, furono commissionati da Teodoro Metochite intorno al 1320, qundi sono successivi a quelli di Trastevere. L’icona della “dormitio virginis”, con Gesù che accoglie l’anima, o “animula”, di Maria rappresentata dalla bambina in fasce, pare fosse piuttosto diffusa nel XIII e XIV secolo. Essa fu dipinta anche da Giotto tra il 1312 e il 1313 in una splendida tavola conservata a Berlino. Ma nell’iconografia cristiana la dormizione di Maria fu successivamente sostituita  dall’immagine, assai più gloriosa e meno mistica, a noi più nota, dell’ascesione al cielo di Maria sulla nube sorretta dagli angeli.

 

800px-SMariaTrastevereW6.JPG

Il baniano e il sicomoro

zaccheo-e-gesu-b3321.jpgimages.jpegMi piace immaginare mia sorella che in questo momento sta seduta nel verde della selva, tra i gridi degli uccelli, sotto un baniano in un giardino tropicale di Auroville, nello stato del Tamil Nadu, nel sud dell’India. Di lì scrive un blog che si chiama “Uccel di bosco” e si trova qui: http://ucceldibosco.blogspot.com.
Il baniano, secondo il vocabolario Treccani, è un “albero sempreverde (Ficus bengalensis) originario dell’India dove è anche coltivato come albero sacro. E’ alto fino a trenta metri, con tronco molto grosso e rami quasi orizzontali, dai quali scendono numerose radici, che, col tempo, diventano come colonne sorreggenti il peso della chioma, che può coprire migliaia di metri quadrati. Deve il suo nome all’uso dei venditori di banane di tenere mercato alla sua ombra”.
Mi piace immaginare il fratello di mia sorella come se in questo momento stesse seduto sotto un sicomoro millenario in un lussureggiante giardino della città di Gerico. Al fratello di mia sorella, si sa, piace viaggiare con la fantasia. Purtroppo, in realtà, egli in questo momento sta seduto in un soggiorno urbano a Torino, in una quieta e fresca sera di febbraio, immerso in una bolla di lampada da tavolo, e sta leggendo il blog di sua sorella con una radio accesa in sottofondo.
La radio racconta piattamente una campagna elettorale, in piena crisi economica, nella quale un candidato promette l’abolizione di una tassa e la restituzione ai contribuenti di quella pagata durante la legislatura precedente. Ecco spiegato il motivo per cui il fratello di mia sorella ambirebbe a trovarsi quanto prima un posto comodo sotto un sicomoro millenario nella città di Gerico e lì restare in perpetua contemplazione dei propri piedi e di un vago vagolare di formiche.
Il sicomoro, secondo il vocabolario Treccani, è un “albero della famiglia delle moracee (Ficus sycomorus) delle regioni tropicali dell’Africa e dell’Asia, dal tronco molto robusto. E’ anche il nome commerciale del suo legno, di colore chiaro e molto leggero, discretamente resistente agli insetti ma non ai funghi, utilizzato localmente per oggetti di uso domestico e imballaggi leggeri. Era adoperato dagli antichi egiziani per le casse delle mummie”.
In assenza di formiche sul pavimento del salotto e stufo di contemplarsi i piedi infagottati nei calzettoni di spugna, il fratello di mia sorella si è alla fine determinato a dedicarsi alla lettura e leggendo qua e là ha scoperto che Luca l’evangelista, tempo fa, raccontò un fatto che secondo lui sarebbe avvenuto proprio a Gerico e proprio sotto un sicomoro.
Luca racconta che “un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere Gesù ma non gli riusciva a causa della folla poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti e salì su un sicomoro”.
Un pubblicano, secondo il vocabolario Treccani, era un “appaltatore delle imposte che pagava allo stato una certa somma come introito di una tassa, che poi esigeva per proprio conto. La parola è soprattutto nota per la frequenza con cui ricorre nei vangeli, spesso in abbinamento con i peccatori e le meretrici”.
La storia del pubblicano di bassa statura che vuole vedere Gesù continua così: “Quando Gesù giunse sul luogo alzò lo sguardo e gli disse: Zaccheo, scendi, che mi vorrei fermare a casa tua. Zaccheo in fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormorarono: Gesù è andato a casa di un peccatore. Ma Zaccheo disse al Signore: ecco, signore, io do la metà dei miei beni ai poveri e se ho frodato qualcuno restituisco quattro volte tanto”.
Consapevole del fatto che, nonostante quanto racconta Luca, poi Zaccheo non restituì nulla a nessuno e che il “figlio dell’uomo” non venne e non verrà “a cercare e a salvare ciò che era perduto”, al fratello di mia sorella non resta che raccontare questa storia a coloro che stanno seduti sotto tutti i baniani e tutti i sicomori veri o immaginari del mondo, e tornare a quardarsi i piedi. Riflettendo che certamente sarebbe tempo perso e fatica sprecata tagliare e inchiodare i preziosi e millenari legnami per costruire casse da morto per le mummie.

Il libro dei viaggi

359537175.JPGQualcuno mi ha fatto notare che da un po’ di tempo sto trascurando il blog.  E’ vero, vi ringrazio per l’attenzione, evidentemente lavorare per il blog non è tempo perso  (ma esiste un tempo “perso”?).

 

Il fatto è che da un po’ di tempo sto lavorando a un progetto che mi interessa moltissimo e che si sta portando via una gran parte del mio tempo libero (ma esiste un tempo “libero”?).

 

Si tratta della preparazione di una serie di serate letterarie basate su uno dei testi più importanti del rinascimento: il libro “DELLE NAVIGAZIONI E VIAGGI” di Giovanni Battista Ramusio.

 

E’ un testo straordinario, un grande contenitore di storie, che ci porta alle radici delle conoscenze geografiche e scientifiche della nostra civiltà, ma anche alle radici del razzismo, del colonialismo e di quanto di grave ne è seguito e ne sta ancora seguendo.

 

La prima serata è stata una cosa un po’ particolare:  “IL LIBRO DEI VIAGGI” – CENA LETTERARIA – CIRCOLO ERIDANO – CORSO MONCALIERI 88 – TORINO – GIOVEDI’ 6 NOVEMBRE 2008 – ALLE ORE 20. Insieme ai gestori del Ristorante Eridano abbiamo pensato a una cena a tema, un viaggio attraverso le parole del Ramusio, accompangate da piatti e sapori appositamente ispirati, da Venezia all’Africa,  all’America Latina, al Caucaso, alla Persia, alle steppe Russe, al Catai di Marco Polo, per tornare poi con lui a Venezia.  COSTO: 27 euro (25 per i soci del circolo e 15 per i bambini).

 

Un nuovo appuntamento:

 

IL LIBRO DEI VIAGGI

Itinerari tra le pagine di Giovanni Battista Ramusio

Mercoledì 22 APRILE 2009 alle ore 21,30

Presso la sala della biblioteca del SERMIG

Arsenale della pace

Via Borgodora 61

Torino  

 

Walker Wolf

1254988870.jpgUn messaggio per Walker Wolf, ovvero Lorenzo Barbiè, che ha terminato la lunga e difficoltosa impresa di percorrere a piedi il Pacific Crest Trail, il sentiero che si snoda lungo la “muraglia” americana delle Montagne Rocciose dal confine con il Messico a quello con il Canada. Renzo ci ha raccontato nel suo blog i territori attraversati, i grandi spazi, le difficoltà e le emozioni, ma soprattutto ci ha raccontato la gente, la stupenda comunità degli hickers, la solidarietà, l’amicizia, il conforto che si trova nei crocicchi dei viandanti.

Carissimo Renzo, ogni tanto mi pongo il quesito: ma perché andare? Cosa ci spinge ad attraversare deserti, scalare montagne, navigare i mari, camminare, camminare? Perché questa febbre di andare, vedere, provare? Ieri sera sono stato al Sermig a vedere il documentario di Marco Vasta, un carissimo amico che ha risalito in febbraio il corso ghiacciato del fiume Zanskar a 4000 metri di quota e trenta gradi sotto zero in mezzo alle gole himalayane. Ho parlato di te, Renzo, e della tua impresa con amici comuni. Ho ricordato un amico viaggiatore, Giorgio Bettinelli, di cui parlo a lungo qui sotto e in altri articoli, che ha passato la vita a girare il mondo da solo, in Vespa, e che ci ha lasciati pochi giorni fa per una malattia. Una carissima amica, Lorella, in questo momento è nelle mani dei rapitori in Sudan, l’hanno presa mentre attraversava il Gilf El Kebir e siamo tutti in ansia per la sua sorte. Perché, mi chiedo?

Poi, leggendo quello che hai scritto nel tuo bellissimo articolo conclusivo del Pacific Crest Trail, ripensando alla frase che io stesso ho messo in testa al mio blog, spingendomi addirittura a rispolverare l’Ulisse dantesco, alla fine capisco. Una spiegazione me la do. Il motivo di tutto questo andare è che si viaggia e si legge per lo stesso motivo: per conoscere, per sapere, per capire. Niente a che vedere con le vacanze, con lo svago, con lo “staccare la spina”, no, questa è un’altra cosa. Viaggiare non è svago, è impegno e conoscenza.

E siccome ormai l’umanità i continenti li ha esplorati tutti, quello che tu scrivi mi conferma una volta di più che adesso è tempo di esplorare i popoli. La gente. Le piccole e grandi, remote, variegate comunità che non finiscono mai di stupirci.

E allora andiamo, Renzo, continuiamo a muoverci finché possiamo perché è nella nostra natura, perché non siamo fatti per vivere come bruti, perché viaggiare, vedere, sentire, comunicare e capire vuol dire serguire la virtù e la conoscenza. Grazie Renzo per le pagine del tuo blog che si aggiungono al grande libro dei viaggi e delle genti.

 

Freddo

1466277169.jpg

 

“Sono triste, desolata ma Giorgio non è più con noi,
vola libero come un uccello,
è in viaggio, ma in un altro mondo,
freddo.
Giorgio voleva scrivere un libro sul Tibet,
ma non può più farlo,
ora ha bisogno di dormire.
Non so cosa posso fare per continuare il suo sogno,
le sue parole e il suo amore verso di noi”

 

Yapei

 

Anch’io ho freddo, Yapei, un gran freddo. Non credo nella sorte, non credo in nulla, solo nel caso che mi ha fatto incontrare per la seconda volta nella mia vita Giorgio, e ancora una volta chiacchierare un po’ con lui, dopo quella sera di tanti anni fa nella Terra del fuoco. Mi resta una firma sul libro, e un ricordo. Avrei voluto vederlo invecchiare, Giorgio, invecchiare, invecchiare.

 

25/6/2008
About Giorgio

10/07/2006
A proposito di Giorgio

 

27/07/2005
Rapsodia in nero

 

Fuochi e racconti dall’Himalaya alle Langhe

1098298555.jpgPerché vi piace questo posto? Vi piace per la polvere? Vi piace per il vento? O vi piace per le strade sconnesse che mettono a dura prova la schiena? Sono parole di Seten Dorjay, le ho raccolte dal blog di mia sorella, Vilma, che quest’estate ha passato molte settimane tra la polvere e il vento, sulle strade sconnesse dello Zanskar, quella regione himalayana dove lavora la nostra associazione AaZ onlus, presso la Lamdon Model High School di Pibiting.
Seten Dorjay è un amico, sorriso aperto, pelle scura, occhi brillanti. Lavora in un ufficio pubblico a Padum, la vecchia capitale dello Zanskar, il villaggio più popoloso della valle. Ha una casa a Pibiting, non lontano dalla nostra scuola e tutti gli anni mette a disposizione dei volontari di AaZ onlus un paio di camere, la piccola cucina e un decoroso gabinetto. Una casa zanskara in stile zanskaro, un po’ più pulita, intonaci di cemento e una turca di ceramica blu per rispetto algli ospiti europei tanto fissati con l’igiene. Illuminazione fornita da un piccolo pannello solare, acqua portata a secchi dalla vicina pompa a mano.
Perché ci piace quel posto? Ci piace per lo sterco di vacca accatastato davanti all’uscio? Per le donne che raccolgono l’orzo con le mani, curve nei campi? Per i bambini dalle guance bruciate dal sole, coperti di sporcizia, ridenti e moccolosi? Ci piace per i disagi, per il freddo, per le nevicate ad agosto, per la polvere che ti prende alla gola? Forse ci piace per gli spazi aperti, per le vette himalayane, per i ghiacciai incombenti, per i cieli profondi, per il silenzio, per la luce del giorno e per il buio siderale della notte. Forse ci piace per la gente. Per il loro carattere e per la loro intelligenza. Per la loro filosofia buddista, per il loro rispetto per la pace e l’amicizia, per la loro ospitalità. Seten Dorjay, seduto timido sul bordo del letto della sua casa di Pibiting, accanto al suo figlio maggiore monaco a Bangalore, accanto al suo figlio minore allievo della nostra scuola, incarna un po’ tutto questo. E a Vilma chiede: perché vi piace questo posto? Tra l’ironico e l’incredulo. Non riesce a capire come mai da vent’anni un’associazioen europea aiuta trecento bambini zanskari a studiare, affrontando le difficoltà del volontariato in alta quota, mandando soldi, realizzando progetti. Lui sa, perché tutti sanno subito le cose in Zanskar, che Vilma è lì anche per aiutare l’associazione delle donne zanskare che sta cercando di alfabetizzare le donne adulte, di insegnare loro un mestiere, mentre ormai metà degli alunni della Lamdon School sono bambine e ragazze. Perché, si chiede Dorjay? E sorride. Vilma lì per lì non sa rispondere. Forse fa un gesto evasivo. E così fa Eliane, la responsabile dell’associazione francese con la quale lavoriamo. Una domanda a bruciapelo, una risposta non risposta. Poi, nella notte, Vilma ci ripensa, e scrive. Una risposta va data. Scrive a Seten Dorjay.
Sono nata in un paesino delle Langhe, scrive Vilma. Avevo quattro anni quando mi sono trasferita a Torino, perchè su quelle colline dure e difficili i miei genitori non riuscivano a vivere. Stavo tutta l’estate dai nonni e trascorrevo nelle Langhe anche le vacanze di Natale. Lassù non avevamo acqua corrente, non avevamo il bagno e il gabinetto era all’aperto, esattamente come qui adesso. Quando è nato mio fratello, nel 1962, la situazione era ancora quella. D’inverno avevamo una sola camera riscaldata. Prima di andare a dormire, per guardare fuori dalla finestra grattavo con le unghie i cristalli di ghiaccio. Mia madre ha scritto molto su quell’epoca e mio fratello sta continuando. Scriveva mia madre che prima di trasferirsi a Torino andava al mercato ad Alba, a venti chilometri dal paese, a piedi o con la bicicletta, camminava ridendo, scherzando e cantando insieme agli amici. Ora, continua vilma, siamo tutti ricchi. Abbiamo case confortevoli e riscaldate. Ora per andare ad Alba bastano venti minuti con la macchina ma ognuno viaggia solo sulla propria auto. Non si ride e non si canta più. Abbiamo perso molto. Qui in Zanskar vedo i bimni andare a scuola e mi sembra di vedere mia madre o mio padre, la situazione era la stessa. Vilma racconta di quando i suoi piccoli amici, sulle Langhe andavano al pascolo a cavallo delle pecore o aggrappati alla coda della vacca, dondolandosi, sotto l’occhio indulgente e ironico degli anziani. Gli zanskari, cosi sereni e cosi ospitali, mi ricordano i vecchi delle Langhe, dice Vilma, erano cosi. Uguali. Caratteri difficili ma ricchi di umanità che ora si è persa.  Ecco perche amo questo paese, scrive Vilma a Seten Dorjay, ecco perche ci vivo bene nonstante le condizioni difficili. Il mondo cambia, è inevitabile e necessario, ma cio che io vorrei è che gli zanskari abbiano condizioni di vita migliori e raggiungano il benessere come lo abbiamo raggiunto noi ma senza fare gli errori che noi abbiamo fatto.

Lo immagino, Seten Dorjay, che legge la lettera che Vilma gli ha lasciato prima di partire. Lo immagino immaginare le Langhe di qualche anno fa e i suoi contadini, con il suo sorriso enigmatico. Poi piega la lettera, con cura, la mette in tasca, preziosa, e si avvia sul sentiero che da Pibiting porta a Padum. Saluta una vecchia che arranca curva con il fagotto dell’orzo. “Julè ama san”. La vecchia sorride sdentata e agita una mano come a scacciare le mosche. “Ah julè julè”. “Bundì”. “Ah bundì, bundì, cerèa neh”.
 

Se volete sentire racconti o se avete storie da raccontare, vi invito a venirci a trovare a Serravalle Langhe, domenica sette settembre. Come facciamo da anni quella sera apriremo la nostra casa al pubblico e nel frutteto, tutti seduti intorno al fuoco, daremo vita alla manifestazione del “SERRAFALO’ – i fuochi e i racconti del sette settembre”, in collaborazione con “I Narratori di Macondo”. Si tratta del recupero di una antica tradizione langarola, i falò del sette settembre, che noi integriamo con racconti, canti e musica. L’invito è rivolto a tutti i lettori di “Strade di polvere”, e a chiunque desideri partecipare. Non si paga nulla. Basta arrivare verso le 18 per la merenda sinoira, magari portando qualcosa da mangiare o bere da condividere tutti insieme, oppure più tardi, all’imbrunire, per il rito dell’accensione del falò, e poi avanti, nella notte, per ascoltare le storie, i racconti, la musica intorno al fuoco come ai bivacchi antichi. File di bandierine tibetane uniranno idealmente mondi apparentemente diversi, apparentemente lontani, le Langhe come lo Zanskar, la cultura contadina che non ha confini. Le lingue e i dialetti del mondo.

Se volete leggere il racconto di Vilma andate su

http://zanskar-pa.blogspot.com 

 

Vi aspettiamo al Frutteto della casa delle Aie a Serravalle Langhe (CN) domenica 7 settembre 2008 a partire dalle ore 18. Visitate il sito del Serrafalò:

http://xoomer.alice.it/burb/Serrafalo.html

 

Naviganti

fea17dfc1631a447bb26deabf61c712b.jpg

La randa si gonfia di vento, il fiocco si tende nella virata, la bussola ruota, ruotano le ombre, il mare, intorno, ruota e rimane immutato, immutabile. Forse cambia un po’ il colore, la luce. C’è un silenzio che lo senti, se taci. Un silenzio che è il cigolio delle cime, strette a mordere il ferro dei winch come spire di serpi, è lo sciabordio del mare, è il tintinnio di qualcosa che batte. E’ la direzione del vento che cambia, è il traverso che diventa bolina.

Partire da un posto che si chiama Nettuno potrebbe essere di buon auspicio se chi scrive credesse negli auspici e negli dei. Ma anche se non ci crede è bello lo stesso partire da un posto che si chiama Nettuno, anche se non è altro che un porto di mare, nel Lazio, a sud di Anzio. Domani a Nettuno arriverò in treno, e a Nettuno mi attende Remo con la sua Dougouly.

Dougouly è una barca di dodici metri, un po’ vecchiotta, dice Remo, sarebbe ora di cambiarla, ma non c’è  cuore di abbandonarla dopo tante miglia passate in quel pozzetto, a torcere quelle cime, a dirigere quel timone, a regolare quelle tele. Ho veleggiato con Remo anni fa, a bordo della cara vecchia Dougouly, nel mar Tirreno, nel Mar Ionio, fino alle prime isole greche. Ma non importa il dove. Quello che conta è il mare. E il vento. Questa volta il nostro scopo saraà di riportare a casa Dougouly. E casa è in Liguria, la banchina di Porto Sole, a San Remo. Quella è la meta, in mezzo ci saranno le isole Pontine, l’arcipelago Toscano, un po’ di Corsica, ma soprattutto il mar Tirreno. Soprattutto il mare.

Io non sono un navigante. Remo lo è, lui si, un vecchio lupo di mare, con tanto di barba grigia e rughe, viso cotto dal sole, sguardo che guarda lontano. Non sfigurerebbe tra le pagine di Melville, Remo, in un altro tempo, o di Stevenson, non tanto di Conrad, più di Hamigway forse. Non sarebbe un pirata né un cacciatore di balene, marinaio, si, navigante. Adesso lo schermo del GPS illumina il tavolo da carteggio ma i tempi che ricordo sulla Dougouly era tutto uno scartabellare di carte e portolani, uno scorrere di matite temperate, un cancellare di gomme  a correggere rotte, a tracciarne di nuove. Si sentiva il vento, si teneva d’occhio la bussola, si scrutava la notte alla ricerca del lampo lontano del faro.

Ricordo le traversate notturne, le lunghe ore passate nel buio, nella quiete assoluta, nient’altro che il debole chiarore della luce rossa e verde a prua, e all’orizzonte i puntini delle navi, delle barche o di lampare di pescatori. Il mare calmo, il respiro lungo, l’onda che solleva con dolcezza, che depone, che solleva.

Ricordo anche il vento teso e gli spruzzi della bolina, il cielo scuro di nubi gravide di pioggia, il timone che freme, le cime che mordono i terzaroli, la barca che fila sbandata, che traccia una striscia di schiuma sulla pagina stropicciata di un mare di piombo.

Domani a Nettuno ritroverò Dougouly. Prenderò posto nella mia cuccetta e sentirò ancora l’odore forte, salato, del vento di mare. Prenderemo, credo, il largo al più presto. La terra, quando è ormeggiata a una barca, è un ingombro pesante. Non vedi l’ora di mollarla, di lasciarla andare, di vedere la banchina diventare costa e la costa assottigliarsi, diventare ombra, nascondersi oltre la curva dell’orizzonte.

Allora il caldo estivo, l’afa, le zanzare, il fracasso delle vacanze balneari, l’odore di creme solari, le autoradio, i locali alla moda, i ristoranti, le pizzerie, la puzza di fritto, le discoteche, gli schiamazzi, le luci frastornanti, le strade, le case, tutto si affievolisce lontano, scompare. Come non ci fosse mai stato. Non rimane che il mare e una barca. Allora è bello sedersi a guardarlo, quel mare, così vasto, guardarlo tutto, così sempre uguale eppure ogni volta così diverso, e andare. Allora è bello sgranocchiare qualcosa, versarsi un bicchiere, sorseggiare, rimanere lì seduti, tra il timone e le manovre, discorrendo di cose, di libri, di politica, di vita, di tutto, parlando piano. Piano. Perché in mare, quando è tutto tranquillo, quando non ci sono motori, si può parlare piano. E la voce ti arriva sonora e serena come una sera d’estate, come un tramonto.

 

Strade di polvere si prende un periodo di vacanza… in alto mare. Grazie per i vostri commenti, giudizi, interventi, se avrete voglia di metterli. Li leggerò al ritorno. Buona estate e, come dicono i naviganti, buon vento.

 

About Giorgio

baa8f0af396640299e2d29ff850903fc.jpg“Rapsodia in nero” e “A proposito di Giorgio” sono due brevi articoli che ho scritto qualche anno fa su “Strade di polvere” e che trovate ai link qui sotto. Oggi, finalmente, dopo undici anni, ho avuto l’opportunità di incontrare nuovamente Giorgio Bettinelli in occasione della presentazione alla Feltrinelli di Torino del suo ultimo libro “La Cina in vespa”.

27/07/2005
Rapsodia in nero

10/07/2006
A proposito di Giorgio

 
Giorgio e Ya Pei arrivano presto in una Torino torrida, frastornata dal caldo, gratificata da una brezza appena percettibile, in pieno fermento per i festeggiamenti di San Giovanni. Anch’io arrivo presto, con la mia bicicletta, mezz’ora prima dell’appuntamento alla Feltrinelli e mi aggiro tra gli scaffali raccattando libri qua e là. Ben presto mi trovo accanto Giorgio, neanche tanto invecchiato, con le mani cariche di libri. Parliamo di Camilleri e di Celine, del viaggio al termine della notte e del re di Girgenti, e io goffamente dimentico di consigliargli la lettura di Bilal, di Fabrizio Gatti, quel gran libro che certamente a lui interesserà (c’è la mia recensione qui a lato, Giorgio, se non ce l’hai te lo spedisco in Cina). Poi ci trasferiamo nella saletta per la presentazione ufficiale del suo libro.
Chiudendo la porta della mia casa in Cina, dice Giorgio, per venire in Italia, non ho avuto l’impressione di tornare a casa ma di andarmene. Giorgio vive in una bella villa in mezzo alla foresta, sulle rive del Mekong, che gli è costata 50.000 euro, e dicendolo gli scappa il gesto dell’ombrello. La Cina è ormai la sua nuova casa e venire in Italia, dice Giorgio, scendere a Roma, fermarsi qualche settimana, girare un po’ per promuovere il libro fresco di stampa, venire in Italia dalla Cina è lasciare un paese in crescita, con grandi prospettive, per scendere in un paese in declino. Questo lo avverti forte, dice Giorgio, forte. E il suo sguardo è dispiaciuto ma è anche un rimprovero, un rimprovero triste.
La Cina, il governo cinese, sa bene dove sta andando e dove vuole arrivare. Vuole diventare la più grande potenza mondiale. E lo diventerà. Le olimpiadi si, sono un’opportunità, ma passeranno, sono solo un piccolo episodio in una storia grandiosa (non sono proprio le sue parole perché non ho preso appunti ma il concetto è questo). Il presidente Sarkozy non parteciperà alla cerimonia di apertura dei giochi olimpici e la Cina ha chiuso tutti i Carrefur e gli Auchan, non gliene frega niente, il governo cinese non guarda in faccia nessuno, ha il suo obiettivo da raggiungere e lo raggiungerà.
Al Tibet Giorgio dedicherà il prossimo libro. Credo sarà un libro diverso, dice, niente più Vespa, non più un libro di viaggio. Nel libro sulla Cina c’è anche il Tibet, ce n’è un po’, ma la questione tibetana è troppo complessa e importante per limitarla a un capitolo di un libro sulla Cina. Ci sono troppe cose da dire. Poi, aggiunge Giorgio, non mi sembrava giusto inserire il Tibet in un libro che parla delle province cinesi, che hanno storie diverse, no, il Tibet là in mezzo non ci stava, merita uno spazio tutto suo. Giorgio sottolinea che la storia Tibetana non è una storia in bianco e nero, è una storia con diverse gradazioni di grigio. Ma niente, penso io, è mai in bianco e nero, tutto, anche i vecchi film, sono in realtà pieni di ombre e luci e di sfumature che vanno verso la luce e verso l’ombra. Ci sono stati errori storici da entrambe le parti, dice Giorgio. Il Dalai Lama è una figura indiscutibile, è un uomo straordinario, ma ci sono frange oltranziste anche dal lato tibetano e insomma la situazione è complessa. E’ complessa si, penso io che l’ho seguita e la seguo con grande attenzione per il mio impegno in Himalaya, per lo Zanskar, per il mio amore della cultura tibetana. I cinesi, dice Giorgio, ricostruiscono i monasteri rasi al suolo dalla Rivoluzione Culturale di Mao Zedong ma non lo fanno  per restituirli alla popolazione, lo fanno perché sono fonte di ricchezza. L’industria cinese del turismo non può fare a meno del Tibet. Tutto quello che produce ricchezza in Cina è irrinunciabile. La questione tibetana è piena di ombre e luci, è complessa come è complessa la situazione palestinese, quella curda, come sono complesse mille questioni in Africa. I tibetani rischiano di fare la fine dei pellerossa, degli aborigeni australiani. Questioni complesse. Ma forse è il mondo che è complesso, le relazioni tra i popoli, ed è proprio per questo, secondo me, che non bisogna mai smettere di leggere, scrivere, discutere, imparare.
L’orgoglio degli Han cinesi è palpabile, dice Giorgio, è sentito, e non c’è niente di paragonabile nel resto del mondo. Io penso al nazionalismo francese e a quello americano, un nazionalismo stanco e pieno di contraddizioni, o a quello inglese ancora di più. Vittime, Francia e Inghilterra ma anche Spagna e Portogallo che forse hanno metabolizzato meglio, vittime degli errori del colonialismo. Vittime anche gli Stati Uniti d’America della loro dissennata, decennale politica imperialista. Adesso, dopo il Vietnam, dopo l’undici settembre, dopo la disfatta irachena, pagano il prezzo dei propri errori. E noi imbecilli sono cinquant’anni che gli corriamo dietro, a questa America trionfante e sconfitta. Venire in Italia dalla Cina, dice Giorgio, è scendere in un paese in declino.
Giorgio non rinnega la propria appartenenza alla cultura occidentale. Ha appena finito di imballare scatoloni di libri da spedirsi a casa, in Cina, i suoi libri italiani, in italiano. Giorgio è italiano e ha piacere di esserlo ma è impressionato dalla Cina. Trovi tutto, dice, anche la nostra cultura, i cinesi sono curiosi di tutto, leggono tutto, guardano tutto, imparano tutto, per copiare, copiare. Ho trovato in Cina, dice Giorgio, una copia di “Accattone” di Pasolini che in Italia non la trovi (dico io) neanche se piangi in cinese.
Giorgio parla tanto, preferisce stare in piedi, non si sente a suo agio in poltrona. Vorrebbe dire tutto, tutto insieme, ma è impossibile, le domande sono quasi inutili, sono spunti ma poi il discorso prende pieghe diverse, si perde, viaggia. Mi piace ascoltare la gente che ha tanto da dire.
Parliamo del coraggio di mollare tutto, di andare via, di andare a vivere in un paese lontano, di cercare non tanto se stessi, che è un vecchio luogo comune, ma piuttosto una vita che sia soddisfacente, lasciando un lavoro triste e il misero tempo libero mai sufficiente. Niente coraggio, dice Giorgio. Non ci vuole nessun coraggio. Lui ha lavorato un po’ di tempo in banca ma non gli piaceva, era insoddisfatto, e allora ha scoperto che in India la vita costava pochissimo, che in Indonesia il ricavo dell’affitto di un suo appartamento romano gli permetteva di vivere in un bungalow sul mare, anzi nel mare, dice, in un posto meraviglioso, facendo una vita da nababbo. E allora niente coraggio, ma quale coraggio? Piuttosto, dice Giorgio, io non capisco quelle persone che non fanno che lamentarsi, e ne conosco, che vivono male, che hanno la faccia stanca, glielo vedi scritto negli occhi, eppure non sanno schiodarsi. Non ho niente contro chi lavora in banca ed è contento di quello che fa, no, questo è legittimo, ce l’ho con quelli che sono tristi, si lamentano, soffrono, fanno male a se stessi e agli altri, e non reagiscono. Allora non sarà piuttosto che invece del coraggio di quelli che partono bisognerebbe parlare della paura di quelli che restano?
I vespisti, dice Giorgio, ce l’hanno con me perché dicono che non frequento i raduni. Ma il fatto è che la Vespa io la considero un mezzo, un mezzo di trasporto, non un fine. E allora si potrebbe riflettere se sia più “vespista” uno che va ai raduni o uno che passa la vita a girare il mondo in Vespa. La Vespa ha una meccanica essenziale e non si guasta mai, dice Giorgio. Poi in vespa sembri innocuo, non spaventi, non preoccupi. Io sono mingherlino e a bordo di una vespa riesco a passare inosservato. Se fossi nerboruto e tatuato e viaggiassi a bordo di una Harley Davidson farei un’altra impressione. La Vespa è un ottimo mezzo di trasporto per viaggiare libero e leggero, ma è un mezzo, non un fine.
Io penso ai tanti che conosco che viaggiano in motocicletta per poter dire di aver attraversato l’Africa, il deserto, l’Asia, gli altipiani, le montagne, le Pampas, le Ande. E magari si sentono Granado e Che Guevara in sella alla “poderosa”. E mettono bandierine. Tratti di pennarello sulla carta geografica. Ma se poi gli chiedi cosa hanno visto ti parlano di rifornimenti, di pezzi di ricambio, di guasti e riparazioni, di forature, di distanze, sempre solo di distanze tra una tappa e l’altra, mai di quello che c’è in mezzo a quelle distanze. Se va bene ti parlano della magia del vento nei capelli, della velocità che solleva la polvere, del senso di libertà, della solitudine dei deserti. Mai che ti parlino della gente incontrata, dei loro problemi, delle regioni attraversate, dei villaggi, delle comunità, dei bambini, dei vecchi, delle opportunità e dei disagi, delle fatiche e del lavoro, delle condizioni di vita. Il viaggio è sempre fine a se stesso. Il mezzo diventa fine. Per questo mi piacciono i libri di Giorgio, perché raccontano il conenuto di quelle distanze, esaminano la sostanza e non la forma.
Rifletto che la letteratura di viaggio ha fatto il suo tempo. E’ nata in un epoca in cui pochi viaggiavano, pionieri, e gli italiani si assiepavano davanti agli schermi delle diapositive. Avidamente compravano e leggevano diari di viaggio. Oggi tutti viaggiano, il mondo è a portata di telecomando, e molti viaggiatori, compreso il sottoscritto, scrivono. Ma il problema è che molti scrivono senza leggere. Viaggiano senza conoscere, guardano senza vedere, sentono senza ascoltare. Giorgio è uno che guarda, vede, sente, ascolta, legge, si informa. E’ un curioso del mondo ed è per questo che ha tante cosa da raccontare. Tante da riempirne libri e serate.
E’ gradevole chiacchierare con Giorgio. L’amore per i viaggi e i libri, per i popoli e le loro storie, ci accomuna. Torno per un attimo al ricordo di quella sera di undici anni fa a Ushuaia. Verrò a trovarvi in Cina, Giorgio e Ya Pei, promesso. Ho piacere di riprendere una conversazione che, nel frattempo, continua sulle pagine di un libro.
 
Buon ritorno Giorgio, ciao Ya Pei, see you soon.
 

Ciao Franco

e235e117facc25319fd951bc0434be02.jpg

Sedici anni di lavoro al Folk Club come volontario insieme a Franco sono un milione di storie da raccontare. Adesso che Franco non c’è più bisogna scrivere, per ricordare. Da quel milione di storie ne ho tirata fuori una. Una qualunque. Una piccola storia presa a caso dal mucchio.  Un piccolo ricordo per un grande amico che mi ha insegnato a conoscere e rispettare tutte le culture del mondo. E molto altro. Ve la voglio raccontare.

 

Estate 1994. Notte fonda, forse le due, le tre di notte, forse più tardi ancora. In giro non c’è nessuno. Un’automobile rossa percorre sotto la pioggia Corso Regina Margherita tra il lampeggiare dei semafori sull’asfalto lucido. Sovrasta l’automobile un enorme grappolo di palloncini colorati. I cordini tesi sono fissati al finestrino. Franco torna a casa con un regalo per la piccola Giulia.

I palloncini servivano a reggere in alto uno striscione che la cooperativa Arcobaleno aveva fissato, verticale, all’ingresso dell’area ristorante nel parco della Pellerina. Il temporale non aveva fermato il concerto. L’erba era verde sotto i riflettori. Sul palco l’attività era frenetica. Noi, alle prime gocce, avevamo tirato via in fretta e furia i dischi e i libri dalla bancarella del Folk Club ma li abbiamo rimessi fuori subito dopo la pioggia. Ricordo il fresco dei sandali nell’erba bagnata. Il concerto è andato bene, una folla.

Alla fine, in quel momento di stanchezza e di rilassamento dopo il lavoro intenso, quando i tecnici finiscono di smontare la strumentazione e coprono tutto con i teli di plastica, quando i bicchieri e le bottiglie sono stati raccolti dal prato, i camerini sono stati risistemati, il palco è stato sgombrato e tutti i riflettori sono spenti, in quell’ora in cui rimangono a vagabondare solo i tiratardi, ci ritroviamo, come sempre, intorno a un tavolo. Tutti, musicisti, organizzatori, operai, volontari. Una pastasciutta, un bicchiere di vino. Si parla di musica, d’arte, di politica, quasi mai di sport, mai di cose banali. Discorsi interminabili e mai terminati, si discute, ci si scalda con le parole e con il vino. La notte declina e la pioggia rimane sospesa per aria.

E’ tempo di andare. Si fa mattina e domani è un altro giorno. Franco tira giù lo striscione e prende i palloncini. E’ un regalo per Giulia, mi dice, e se ne va come un clown verso la sua macchina rossa. Lo vedo da lontano, dal finestrino della mia vecchia Panda, lui in macchina con i palloni colorati che sballonzolano, che si allontana tra i semafori spenti. Il viale è deserto, la pioggia ha ripreso a scendere, sottile, tutto è lucido.

Vedo il lampeggiare elettrico di una volante della polizia che si riflette sui palazzi. Hanno fermato Franco. Arrivo, rallento, tiro giù il finestrino. Franco ride come un matto e i poliziotti ridono con lui. Mi fa un cenno di saluto tra la pioggia. I poliziotti se ne vanno, certamente pensando che il turno di notte sarà anche duro ma ne vedi proprio di tutti i colori.

Franco svolta verso casa, lo vedo scomparire come un cartone animato in quel grigio notturno così blues. Domattina, quando Giulia si sveglierà, la sua cameretta sarà piena di palloncini colorati.

 

COMUNICATO STAMPA

ADDIO A FRANCO LUCA’

 

Torino, 16 giugno 2008

Il Centro Cultura Popolare – FolkClub, il Centro Regionale Etnografico Linguistico (CREL), Maison Musique e l’Union des Amis Chanteurs danno il triste annuncio della morte del loro fondatore, ideatore, anima, Franco Lucà, avvenuta serenamente ieri mattina. Franco non ha mai amato la retorica e le troppe parole, è quindi inutile soffermarsi su quale grave perdita sia questa per la cultura, la musica, l’arte. E’ sotto gli occhi di tutti.

Martedì 17 giugno a partire dalle ore 16 sarà allestita la camera ardente presso il Musicarium di Maison Musique (via Rosta 23 Rivoli) dove alle 20,30 si svolgerà un momento di saluto e ricordo pubblico. Tutti coloro che hanno conosciuto e amato Franco sono invitati a partecipare con una parola o una nota per lui.

Franco ha chiesto di non avere fiori, ma solidarietà alla causa che ha dato senso a tutta la sua vita.

Franco Lucà nasce a Gioiosa Jonica (RC) l’11 ottobre 1949. Nel 1958 la sua famiglia si trasferisce a Torino. Frequenta la Facoltà di Economia e Commercio fino al 4° anno (19 esami su 24), poi, ottenuto l’esonero dal servizio di leva per esubero, si dedica interamente alla libera professione (perito immobiliare per le assicurazioni) fino al 1999, anno in cui matura il diritto alla pensione.

Nel 1973 è tra i fondatori del gruppo torinese di musica popolare Cantovivo nel quale milita fino al 1983, partecipando alla pubblicazione di due audiocassette e tre LP (uno doppio ed uno premio Montreux Jazz Festival quale migliore disco folk europeo per l’anno 1982). Con il gruppo effettua oltre mille concerti in Italia ed Europa.

Nel 1983 fonda il Centro di Cultura Popolare di Torino. Nascono i primi corsi di canto, danza e strumenti tradizionali: il loro successo apre le porte alla collaborazione con Comune, Provincia e Regione Piemonte che diventerà negli anni stabile e proficua.

Nel 1984 la prima edizione del folkfestival Giugno in Cascina che inserisce il folk nei Punti Verdi torinesi e conterà dieci edizioni.

L’8 gennaio 1988 si registra al Tribunale di Torino la nuova pubblicazione mensile Folknotes con redattori Michele Straniero e Franco Lucà. La pubblicazione, ora bimestrale, è tuttora inviata gratuitamente a oltre 30.000 soci Folkclub.

Il 16 aprile 1988 nel centro storico torinese, in un locale ottenuto dalla demolizione di sei cantine, nel seminterrato di un palazzo del ‘700, nasce il Folkclub: 140 posti a sedere dove non si fuma, si beve solo nell’intervallo, si ascolta in assoluto silenzio solo musica dal vivo di qualità e si paga un ingresso medio-alto (una media di 60 concerti a stagione).

Dopo vent’anni anni Folkclub conta oltre 32.000 soci e registra la maggior parte dei concerti esauriti in prenotazione.

Sempre nel 1988, grazie a un accordo con il Ministero della Cultura di Trinidad & Tobago, in collaborazione con ILO e BIT di Torino, si realizza in città il Caribbean Carnival Fiesta con la partecipazione dei più famosi artisti di calipso del Caraibi.

Nello stesso anno si lancia il concorso Folkautore che porta alla produzione di un LP doppio di brani inediti dei tredici finalisti. Il concorso si ripete nel 1989 con finali e premiazioni ospitate dal Club Tenco nel ridotto dell’Ariston.

Ancora nel 1988 con Michele Straniero, Lucà fonda la  Federazione Italiana Musica Popolare che non raggiunge però le adesioni auspicate tra i promoter e gli artisti italiani di settore.

Il 7 aprile 1992 Michele Straniero, Emilio Jona, Giovanni Beccaria e Franco Lucà fondano il Centro Regionale Etnografico Linguistico che si avvale di un Comitato Scientifico universitario formato da Franco Castelli, Cesare Bermani, Renato Monteleone, Adriana Lai, Fausto Amodei, Angelo Agazzani e dai quattro fondatori. Lo scopo è di ospitare, riordinare, computerizzare e rendere gratuitamente consultabili materiali sonori e cartacei di musica tradizionale italiana ed internazionale.

Nel CREL confluiscono le raccolte private di Sergio Liberovici, di Michele Straniero, di Emilio Jona, del Centro Cultura Popolare e di altri ricercatori minori.

Il CREL è tra i primi in Italia a munirsi di una stazione di salvataggio audio-computerizzata, grazie alla quale i nastri magnetici vengono lavorati e poi riversati su supporto digitale. Per questo il Museo Nazionale delle Arti e delle Tradizioni Popolari di Roma affida nel 1999 al CREL il salvataggio del proprio archivio sonoro (2000 nastri originali di ricerca sul campo nel centro-sud italiano). Stessa cosa farà il Teatro Stabile di Torino, affidando al CREL il salvataggio del proprio archivio sonoro delle opere rappresentate. Il CREL produce pure alcuni CD, CD ROM, libri e cura particolari convegni di settore.

Nel giugno 1993 Lucà organizza il primo International Guitar Master cui partecipa, dopo 17 anni di assenza dall’Italia, Pete Seeger.

Tra gli anni 1994 e 1997 si attivano nella scuola dell’obbligo originali laboratori di canto popolare; negli istituti di riposo anziani quelli sulle canzoni degli anni ’40 e ’50, nella scuola media e negli istituti superiori quelli sui canti della Resistenza.

Nel 1994 nasce l’Associazione Pellerossa con il fine di ideare e organizzare l’evento musicale estivo della Città di Torino. Ne fanno parte il Folkclub, Hiroshima Mon Amour, Musica ’90 e il Premio Grinzane Cavour. La presidenza viene affidata a Lucà e rinnovata per nove anni. Si avvicendano nel Pellerossa Festival artisti quali Bob Dylan, Khaled, Sinead O’Connor, Jovannotti, Jamiroquai, Emir Kusturica, Goran Bregovic, Buena Vista Social Club, Joan Baez, Miriam Makeba, Noà, Compay Segundo, Alan Stivell, Los Lobos, David Byrne, Madredeus, C.S.I., Africa Unite, Almamegretta, Mau Mau, Ivano Fossati, Paolo Conte, Mercedes Sosa..

Negli anni maturano e si amplificano le collaborazioni artistiche con altre città, con l’Università,con la RAI, con le Mostre del Libro e della Musica, con il Teatro Regio.

Nel 1998, all’interno del Pellerossa Festival, Lucà lancia il concorso Green Age per i giovani autori e i gruppi emergenti. Il concorso è sostenuto dalla SIAE nazionale e nel 2000, alla terza edizione, partecipano 108 artisti da tutta Italia. Greenage Festival è tuttora attivo, presso Maison Musique, e offre ogni anno a circa 60 band emergenti la possibilità di esibirsi con attrezzatura professionale.

Sempre nel 1998 a Perpignan (F) nasce The European Network of Traditional Music and Dance che riunisce entità culturali consolidate di 15 paesi europei, anche al di fuori del MEC. A Lucà viene affidata la vicepresidenza.

Nel 1999 un nuovo progetto del CREL per la scuola relativo a laboratori di canto, danza e strumenti tradizionali è sostenuto dalla Regione Piemonte. L’esito di 114 corsi su tutto il territorio piemontese porta alla riconferma del progetto per il 2000 e alla compartecipazione della Città di Torino.

Nel 2000, in collaborazione con Ethnosuoni di Casale (AL), nasce l’etichetta discografica indipendente Folkclub Ethnosuoni tesa alle produzioni di artisti emergenti ignorati dal mercato discografico. Ad oggi il catalogo dei CD pubblicati conta 25 titoli.

A novembre 2000 Franco Lucà vince il Premio Tenco come operatore culturale, erano otto anni che questo premio non veniva assegnato a un italiano, l’ultimo era stato Virgilio Savona (Quartetto Cetra).

Nel 2002 il governo, attraverso la Regione Piemonte, gli affida l’organizzazione degli eventi musicali nell’ambito della Conferenza Nazionale delle Aree Protette che si tiene a Torino.

Sempre nel 2002, come già l’anno precedente, la Città di Torino affida al Folkclub l’organizzazione della serata commemorativa del 25 aprile.

Nel 2003 la Città di Rivoli affida al CREL l’ex mattatoio e fabbrica del ghiaccio. Su progetto di Franco Lucà il CREL vi realizza Maison Musique, il primo villaggio della musica in Italia, con sala concerto, sale di registrazione, museo degli strumenti, musicarium, centro di documentazione etnomusicologico, foresteria, ristorante, ecc. Il centro è inaugurato nel maggio 2004.

Nel 2006 Lucà pubblica il libro “FolkClub” (Liberodiscrivere Edizioni), che ripercorre tutta la sua attività di organizzatore culturale.

Nel 2008 Lucà organizza al Teatro Regio la Festa del Ventennale del Folkclub: una serata indimenticabile di musica con la partecipazione di 30 artisti provenienti da tutto il mondo.

 

Ciao Franco

Tempo di libri

726986018e5b94276cf3aefd215c7be1.jpgE’ tempo di libri. E’ sempre tempo di libri ma in questi giorni di più. Come ormai è tradizione, anche quest’anno le “strade di polvere”, che normalmente conducono lontano, questa volta mi portano vicino a casa, a una mezz’ora di bicicletta, nei luminosi e frastornanti saloni della Fiera del Libro del Lingotto di Torino. E’ quasi banale ribadire che si può viaggiare in molti modi, tirare in ballo il legame inscindibile tra viaggio e cultura, ribadire che viaggiare senza conoscenza sarebbe viaggiare da bruti, viaggiare con la ragione dormiente sarebbe viaggiare da mostri, e le citazioni sono fin troppo scontate. Tuttavia, come vedremo, le impressioni della fiera ci porteranno comunque lontano. Lontano e vicino al tempo stesso, su strade di polvere o di fango, strade difficili e pericolose, strade talvolta ridicole e disgustose, strade di carta e parole, strade spesso sporche, faticose, impegnative.
 

E incominciamo subito, che così ce la leviamo, dalla questione israeliana. La Fiera del Libro 2008 è dedicata alla cultura israeliana nel sessantesimo anniversario della fondazione dello Stato di Israele. La contestazione era prevedibile, tuttavia l’impressione è che la direzione dalla fiera abbia inizialmente sottovalutato il problema. C’è stata la manifestazione organizzata dai centri sociali, tutto tranquillo, molta polizia naturalmente, nessun incidente. Sulla “blindatura” del Lingotto, poi, sono state scritte anche molte stupidaggini ma di questo dirò qualcosa qualche paragrafo più avanti.

E’ previsto dal programma che Dario Fo intervenga in Sala Gialla per presentare il suo libro ma lui preferisce parlare della questione palestinese. Ernesto Ferrero è seduto storto sulla sedia, imbarazzato, il suo fiore all’occhiello è un po’ abbattuto, petali bassi. Introduce la conferenza dicendo che gli scrittori palestinesi, invitati, hanno preferito non partecipare, che sono già stati invitati sin da subito per l’anno prossimo (paese ospite, già deciso, sarà l’Egitto) e che le contestazioni sono partite da un presupposto sbagliato perché la fiera si occupa di libri e non di politica e si sa che gli scrittori israeliani sono spesso critici con il governo eccetera. Un’introduzione che sembra mettere le mani avanti, in previsione di una probabile critica di Fo.

Ma il premio nobel per la letteratura non si lascia spianare la strada e quel che vuole dire lo dice comunque e lo dice a modo suo. Secondo Dario Fo la Fiera di Torino ha perso un’occasione. Tutto lì. Fine del discorso. Se fin dall’inizio la fiera fosse stata dedicata, dice Fo, piuttosto che al sessantesimo anniversario della fondazione dello stato di Israele, al sessantesimo anniversario dell’inizio della questione israeliana e palestinese, invitando entrambe le culture con pari dignità,  la Fiera di Torino avrebbe fatto una scelta coraggiosa e importante, avrebbe portato alla ribalta la cultura del dialogo e della pace, avrebbe sottolineato con forza l’importanza del confronto nella risoluzione dei conflitti. E avrebbe fatto una bella figura. Questo è il senso, più o meno, delle sue parole.

La mia impressione è che in fondo il direttore della fiera, su quella sedia scomoda in Sala Gialla, pur non potendolo ammettere nemmeno a se stesso, o forse solo a se stesso, pur dovendo continuare ad arrampicarsi su specchi scivolosi, abbia lo sguardo un po’ velato dal rimpianto di non averci pensato lui per tempo. Di non aver avuto forse il coraggio necessario oppure la possibilità politica di farlo, per ragioni che non è dato sapere. Che rabbia il senno del poi! Questa è la mia impressione. Fine della questione.

 

Al di là del paese ospite, al di là del tema della “bellezza” al quale è dedicata la fiera, un’altra parola, tra le tante stampate sulle pagine dei libri, ha dominato per me l’edizione 2008 della Fiera del Libro: la parola “legalità”. Si è parlato di cultura della legalità nei numerosi interventi di Luigi Ciotti, si è parlato di legalità nell’incontro con i ragazzi di Scampia, si è parlato di legalità anche nella presentazione del libro di Fabrizio Gatti “Bilal”, un libro indispensabile, di cui trovate la mia recensione qui sul blog. Legalità.

C’è un angolino un po’ sfigato nella fiera, proprio in fondo a sinistra, all’estremità del viale centrale, in cui un piccolo stand espone i “pizzini della legalità” dell’editore Coppola di Trapani. Libretti minuscoli appesi ad un filo con piccole mollette da bucato. Io sto là. Salvatore Coppola è un caro amico e il suo coraggioso impegno per la divulgazione della cultura della legalità mi coinvolge e mi entusiasma. In questa come in altre occasioni ho sentito il dovere di dargli una mano, per puro spirito di volontariato, per il piacere di sentirmi parte di quella società civile che partecipa, che cerca di fare, di cambiare, di associarsi, di collaborare, di comunicare, anche con voce flebile, dal basso, dalla base, con pochi mezzi, con fil di ferro e spago, lontano dai riflettori, nel sottobosco della coscienza comune. Anche da Torino perché il problema della criminalità organizzata non riguarda solo il sud. Riguarda tutti noi.

Eccomi dunque per quattro giorni a pedalare con la mia sgangherata bicicletta, anche sotto la pioggia nel cuore della notte, con il pass della fiera sventolante appeso al collo, per andare e tornare dal Lingotto, schivando i sorci che di notte sfrecciano sulla ciclabile del lungo Po. Eccomi allo stand di Coppola per dedicare tutto il mio tempo libero a una giusta causa, come si diceva un tempo. Quattro giorni a vendere i “pizzini”, piccoli block notes di confezione artigianale con testi, articoli, racconti, le storie delle vittime della criminalità, di Peppino Impastato ucciso il 9 maggio 1978, stesso giorno di Aldo Moro, un trentennale importante troppo taciuto dalla comunicazione di massa, di Mauro Rostagno, fondatore della comunità Saman di Trapani, conduttore per una emittente televisiva locale, impegnato nella lotta alla mafia e assassinato all’età di 46 anni da ignoti nel settembre del 1988, di Rita Atria giovanissima collaboratrice di giustizia, morta suicida all’età di diciassette anni mentre viveva in clandestinità a Roma, subito dopo l’attentato a Borsellino con il quale aveva iniziato a collaborare. Quattro giorni di impegno alla fiera del Libro. Quattro giorni passati a vendere i “pizzini” a favore dell’associazione “Libera” di Luigi Ciotti. Quattro giorni a parlare, a discutere sui temi della legalità e della criminalità, dell’impegno e della denuncia. Quattro giorni intensi.

Nella Sala Azzurra c’è Fabrizio Gatti, il giornalista dell’Espresso che denunciò, infiltrandosi, le condizioni disumane del centro di permanenza temporanea per gli immigrati clandestini di Lampedusa, che denunciò lo sfruttamento della manodopera clandestina nel caporalato della raccolta dei pomodori in Puglia, ma soprattutto che andò in Africa a cercare nei percorsi dei grandi flussi migratori le ragioni della fuga, le ragioni per cui popoli interi cercano scampo in Italia, arrivandoci cadaveri o non arrivandoci affatto come accade, pare, per almeno dodici ogni cento. Fabrizio Gatti un’idea se l’è fatta sul perché di questa infinita migrazione. L’ha scritta in un libro, “Bilal”, pubblicato da Rizzoli, che bisogna assolutamente leggere e consigliare, che bisogna far entrare nel passaparola, amici blogger datevi da fare. La risposta al perché di questi grandi flussi migratori ormai decennali verso un Paese come il nostro, che ha una delle leggi sull’immigrazione clandestina più severe d’Europa, è una sola, dice Gatti. L’Italia è famosa nel mondo come il Paese dell’illegalità. E l’illegalità, lo sanno tutti, rende quattrini facili, e tanti.

Nel Padiglione 5 Rosario Esposito La Rossa, il diciannovenne autore di “Al di là della neve – storie di Scampia” e del nuovissimo “Libera voce” (edizioni Marotta e Cafiero), impugnando il microfono con la forza e la rabbia di chi è nato in un quartiere degradato, in un quartiere di camorra, e non ne può più, sottolinea con forza quanto sia facile e remunerativo il lavoro nell’illegalità. Lo spaccio può far guadagnare a un ragazzino di Scampia fino a cinquemila euro al mese. Cinquemila euro. Per un lavoro facile.

Ecco, dice Fabrizio Gatti in Sala Azzurra, ecco perché molti clandestini vengono in Italia. Perché sanno che un breve periodo di lavoro illegale li può sistemare, e può sistemare la loro famiglia, in Africa o altrove. Poi potranno cominciare a fare gli imbianchini, i muratori, potranno anche chiedere il permesso di soggiorno, poi. Ma è l’illegalità, famosa e celebrata del nostro Paese, che li invita a venire in Italia.  Ecco perché attraversano il deserto nelle spaventose condizioni che Gatti racconta in “Bilal”. Leggetelo, quel libro, è come un romanzo ma è vero, spaventosamente vero. Ecco perché sfidano la morte sulle carrette del mare. Ecco perché finiscono a Lampedusa. Ecco perché arrivano a Milano, a Torino, nel nord, ovunque in Italia. Ecco perché quando passo sfrecciante in bicicletta sui murazzi del lungo Po, oltre a schivare i ratti devo rispondere alle proposte insistenti dei pusher. Qui come a Napoli il mercato dell’illegalità arricchisce le organizzazioni criminali e fa vivere i clandestini che le stesse organizzazioni criminali portano in Italia.  Quei poveracci, dice Gatti, che non sono dei disperati, sono persone piene di speranza, partono per l’Italia indebitandosi con gli usurai, pagando migliaia di euro al sistema che li carica sui camion lungo le strade di polvere del Sahara che anche Gatti ha percorso in incognita, seminando cadaveri, che li carica sui battelli, che li abbandona in mare o li scarica sulle nostre coste. La criminalità li porta in Italia e su di loro si arricchisce. E noi votiamo la Lega convinti che ci porterà la sicurezza con le sue stupide e inutili ronde padane. Convinti che con le riforme federaliste libererà il nord dai poblemi del sud. Poveri italiani scemi, affannati a svuotare il mare con un cucchiaino.

La criminalità è ovunque, dice Rosario Esposito La Rossa nel padiglione 5. La criminalità è ovunque, dice Fabrizio Gatti in Sala Azzurra. E allora, dico io, vogliamo dirlo ad alta voce che in Italia c’è una dittatura della criminalità? Una dittatura, indipendentemente da chi sta al governo, una dittatura della criminalità. Vogliamo dirlo ad alta voce che i ragazzi di Scampia, come i volontari di “Libera”, come le altre associazioni che operano sul territorio in Calabria, Sicilia, Campania, ma anche in Piemonte, Lombardia, Veneto, anche i piccoli e coraggiosi editori come il mio amico Salvatore, i commercianti che si ribellano al pizzo, tutti loro sono i nuovi “partigiani” della “resistenza” contro la dittatura criminale? Vogliamo dirlo? Vogliamo dirlo che abbiamo bisogno di un nuovo 25 aprile? Di una nuova liberazione? La dittatura criminale è più pericolosa del paventato ritorno del fascismo. E’ più pericolosa dell’altrettanto paventato regime comunista che in Italia non c’è mai stato. E’ più pericolosa. Più pericolosa perché nascosta, infiltrata, nel piccolo, nell’impresa, nelle pubbliche amministrazioni, nell’informazione locale, come nel grande, nella politica, nell’informazione di massa, nel sistema. Nel sistema. Il sistema che sovrintende tutto, che tutto influenza, che tutto controlla. Al confronto con questa realtà indiscutibile le più catastrofiche e fantascientifiche teorie del complotto, dagli extraterresti ai templari, dalla massoneria alle sette demoniache, fanno ridere i polli.

Partigiani della legalità. E’ un’emozione vedere un ragazzo non ancora ventenne come Rosario Esposito La Rossa, partigiano di Scampia, agitare la Costituzione Italiana, l’articolo ventuno stampato in quarta di copertina del suo “Libera voce”. La Costituzione Italiana che ci dovrebbe garantire. La Costituzione Italiana che compie sessant’anni. La Costituzione Italiana che contiene le norme che ci dovrebbero mettere al sicuro. Basterebbe quella. Basterebbe. Ma la dittatura dell’illegalità è più forte della Costituzione Italiana. Le sue riforme le ha già fatte da tempo. Non teme verdetti della Corte Costituzionale. Le leggi che ci troviamo costretti a rispettare sono le leggi imposte da quel regime segreto e palese al tempo stesso. Sono quelle, non quelle del nostro Paese. E lo sappiamo tutti.

Dittatura della criminalità. Resistenza. Cultura della legalità. Queste sono le parole che hanno caratterizzato la mia edizione 2008 della Fiera del Libro di Torino.

 

Ricordate Graziano Cecchini? Graziano Cecchini è quello che ha versato un secchio d’acqua rossa nella fontana di Trevi. E’ quello che ha rovesciato una moltitudine di palline colorate giù per le scale di Trinità dei Monti. All’inizio mi aveva ispirato pure una certa simpatia. Coraggioso, pensavo, a inscenare performance che potremmo forse anche definire artistiche, forse. Sembrava uno che fa tutto da solo, che ha idee, un originale, un attivista intellettuale. Graziano Cecchini.

Proprio di fronte a quel posto sfigato in fondo a sinistra sul viale centrale della Fiera del Libro, là dove l’editore Coppola espone i suoi “pizzini” e noi si discute con i visitatori di legalità, criminalità, associazionismo in comunione con “Addio pizzo” a “Libera”, tra i ragazzi della Locride e quelli di Scampia, dove si discute di Peppino Impastato, di Don Puglisi, di Rita Atria, di Mauro Rostagno, di Libero Grassi, proprio lì di fronte c’è lo stand di Cronaca Qui. Cronaca Qui è un periodico che, a giudicare dal sito, si occupa di “cronaca, sport, tempo libero e gossip”. Tra parentesi sono esattamente le pagine che io salto sempre quando leggo un quotidiano, ma questo non conta. E’ uno stand un po’ confusionario, devo dire, quello di Cronaca Qui. Poltrone fatte con copertoni di automobili, scatoloni ovunque, apparecchiature elettroniche appoggiate su bidoni da petrolio, schermi televisivi che ripetono in continuazione spezzoni di Chiambretti, Teo Teocoli, Anna Maria Barbera, immagini di alianti in volo, panoramiche digitali di grattacieli, cose così. Uno stuolo di ragazze in pantaloncini rossi e pattini a rotelle distribuiscono centinaia di cappellini pubblicitari e palloncini gialli mentre un paio di acrobati  fanno spettacolo di giocoleria tra il pubblico. Ci sono bandiere di Israele, magliette con la scritta “oggi mi sento ebreo anch’io” e c’è anche una parete intera dedicata al Tibet con una brutta immagine del Buddha Sakyamuni e un discutibile slogan “Tibet’amo”, o qualcosa di simile. A me sembra la fiera delle banalità ma questo è un giudizio mio che vale come il due di picche.

Torniamo a Graziano Cecchini. Leggo sul sito di Cronaca Qui: Cecchini colpisce ancora e questa volta per stupire sceglie Torino. Una batteria di sessanta tubi in plexiglass ha sparato silenziosamente chilogrammi di coriandoli e stelle filanti di carta bianca e azzurra. “L’idea è venuta dal desiderio di solidarizzare con Israele” dice Cecchini. “Ogni tubo rappresenta un anno di vita dello stato di Israele. Con questo ho voluto dimostrare le falle del servizio di sicurezza. Uno scherzo gioioso”. Una decisa presa di posizione a fianco della cultura, continua l’articolo di Cronaca Qui, ma non del governo israeliano. “Se non vogliamo che certe cose si ripetano” ha detto Cecchini riferendosi alle persecuzioni contro gli ebrei, “serve che ottimi professori di università vadano in pensione”. Ottimi tra virgolette. Non ci capisco niente ma fa lo stesso. Dopo le due performance avvenute a Roma, continua l’articolo su Cronaca Qui, la colorazione della fontana di Trevi contro gli sprechi della Festa del Cinema e la pioggia di palline colorate in piazza di Spagna per denunciare le morti sul lavoro, “sono un uomo di destra e credo nell’azione” dice Cecchini. “Volevo fare la mia performance durante la visita di Napolitano e sarebbe stato facilissimo ma sono arrivato a Torino in aereo in ritardo”. Peccato!

A parte il fatto che quella frase “ha sparato silenziosamente chilogrammi di coriandoli” mi fa un po’ ridere visto che  io stavo lì ed ero assordato dagli altoparlanti che trasmettevano a tutto volume il jingle del giornale: “Cronaca Qui, il giornale cittadino. Cronaca Qui, sempre più vicino. Cronaca Qui, eccezionale… Cronaca Qui piripiripiripiri…” mentre tutti i giornalisti e i fotografi della redazione brindavano in un fracasso di flash come a una festa paesana. Ma a parte questo, quello che mi fa ancora più ridere è che anche il Corriere della Sera abbia sottolineato come l’azione di Cecchini intendesse attaccare la “blindatura del Lingotto”. Mi fa ridere. Mi fa ridere perché i coriandoli di Cecchini erano nello stand di Cronaca Qui e ci sono arrivati esattamente come tutto il materiale della fiera, cosa cavolo c’entra la blindatura del Lingotto? Tutti gli espositori hanno portato scatoloni di materiale, è una cosa normale, mica c’è bisogno di essere Graziano Cecchini, Diabolik o Arsène Lupin? Cosa cavolo c’entrano le “falle del servizio di sicurezza”? Secondo l’APCOM Cecchini avrebbe dichiarato: “qui, dove tutto dovrebbe essere super blindato secondo le dichiarazioni di Questura e Prefettura io ho dimostrato che si può fare di tutto. Mi hanno chiesto se avevo il pass, ho detto sì e mi hanno fatto entrare senza problemi. Con un governo serio, ha aggiunto il performer, il Prefetto e il Questore dovrebbero andare via”. Che ridere. Il pass, Cecchini, ce l’aveva come ce l’avevo io, come ce l’avevano le ragazze coi pattini, i fotografi, i giornalisti e i giocolieri acrobati di Cronaca Qui e tutti gli espositori della fiera. Che cavolo c’entrano il Questore e il Prefetto?

Bah, piccole stupide storie italiane. Fine della questione.

 

Parliamo di cose serie. Boris Pahor è un signore anziano, capelli bianchi, un po’ lunghi sulla nuca, occhiali pesanti, giacca e cravatta. Boris Pahor è il nonno che tutti vorremmo. E’ un uomo che ha troppe cose da raccontare. Impossibile fare domande a Boris Pahor. Non ci riesce Marino Sinibaldi, nonostante la sua lunga esperienza di efficace intervistatore di Fahrenheit, il programma letterario di Radio Tre. Non ci riesce Paolo Mauri, critico letterario, studioso di storia della letteratura, responsabile delle pagine culturali della Repubblica. Lui comincia, Borsi Pahor, a raccontare, con l’intento di rispondere alla domanda, ma poi si perde, apre parentesi e parentesi, ha troppe cose da raccontare. Quando poi proprio non riesce più a chiudere le tonde, le quadre, le graffe del suo racconto senza fine, allora s’interrompe e guardando storto, dal cristallo degli occhiali, dice: “non mi ricordo più la domanda”. Applausi.

Ha troppe cose da raccontare l’autore dello straordinario “Necropoli”, pubblicato in Italia dall’editore Fazi nel 2008 ma scritto nel 1967. Non so se ci stanno tutte, nel libro, le cose che ha da raccontare Boris Pahor. Sicuramente non ci stanno nell’ora concessagli a mezzogiorno in Sala Gialla. Va a ruota libera, Pahor, e le domande non sono che spunti per cominciare i racconti, che non si riescono a concludere, che avrebbero bisogno di tempo, tempo, di una vita intera.

Boris Pahor è nato a Trieste nel 1913, è sloveno, si sente sloveno, la nazionalità italiana è solo l’ultima che ha dovuto accettare sul suo passaporto. Boris Pahor è stato austriaco fino al 1918 e poi italiano, ma lui è sloveno, sloveno di lingua e di cultura. Quando si parla di me, dice Pahor, come di altri autori, non si dice mai che siamo sloveni, che eravamo austriaci fino al 18. A quei tempi c’erano più sloveni a Trieste che a Lubijana. Nel 1920 Mussolini applaudì quelli che lui definiva i “vespri triestini”, quando fu distrutto il teatro della cultura slovena di Trieste in nome del nazionalismo italiano. Si parla delle foibe ma le foibe seguirono tutto quello che c’è stato prima, di cui non si parla mai. Nella prima guerra il territorio sloveno fu annesso all’Austria, nella seconda all’Italia. Io a scuola andavo male, dice Pahor, peché studiavo nella scuola italiana ma ero sloveno, studiavo Garibaldi ma cosa me ne importava a me di Garibaldi? Sotto il fascismo la lingua slovena era proibita e se parlavi sloveno per strada prendevi degli schiaffi. E’ incredibile pensare che io, sloveno di lingua slovena, sono diventato professore di letteratura italiana, e la letteratura slovena ho dovuto studiarmela per conto mio.

Boris Pahor è sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, racconta. Perché non c’erano solo gli ebrei, nei campi nazisti, c’erano anche gli oppositori, quelli che si ribellavano al regime nazista e al fascismo, i prigionieri politici. E poi dopo la fine dei campi abbiamo avuto altri campi, dice. Appena abbiamo respirato l’aria libera ci sono state Nagasaki e Hiroshima. Troppe cose. Ci sono troppe cose da raccontare.

Oggi, quando torna nei suoi luoghi di prigionia affollati di turisti, Boris Pahor si sente come un pellegrino tra le ombre. Questo è il titolo dell’edizione francese di Necropoli. Pellegrino tra le ombre. Nei campi di prigionia politica, dice, si moriva lavorando, si moriva in piedi. La metà del campo era composta da persone in posizione orizzontale e l’unica via d’uscita era il camino. Il camino. C’erano zingari, dice Pahor. C’erano soldati italiani, disertori che non avevano voluto firmare per la Repubblica di Salò, c’erano gli abitanti di paesi interi, paesi interi accusati di aver aiutato i partigiani dopo l’otto settembre.

Il campo di Netzweiler era nei Vosgi, racconta Pahor, in montagna, in Alsazia, tra Germania e Francia. C’erano deportati europei, francesi, belgi, olandesi, norvegesi, prigionieri di cui non si parla mai. Non ebrei. Antinazisti. I tedeschi, anzi i nazisti, si corregge Pahor, i nazisti, non i tedeschi, i nazisti li chiamavano N.N. Nacht und Nebel. Notte e Nebbia. Condannati a morte. Fantasmi inesistenti. Notte e Nebbia. Dopo la batosta di Stalingrado, dice Pahor, le uccisioni sono un po’ diminuite ma si continuava a morire di stenti, di malnutrizione, di lavoro. Si mangiava una brodaglia giallastra poco nutriente e si finiva orizzontali per lo sfinimento. I nazisti volevano ridurre quelli che si opponevano a livello di non uomini. Bestie. Fantasmi. Notte e Nebbia.

A Netzweiler, e poi a Dachau e infine a Bergen Belsen Boris Pahor riuscì a sopravvivere perché ebbe la fortuna di ottenere l’incarico di infermiere. Eravamo considerati delle cimici, dice Pahor. Le cimici sono animali che infestano una casa ma non hanno una nazionalità. Per i nazisti noi eravamo cimici infestanti. Insetti. come quello di Kafka. Cimici senza nazionalità. E per nazionalità loro intendevano uno Stato, senza uno Stato.

Il senso di colpa c’era, dice Pahor, lavorando nel campo c’era il senso di colpa perché i lavori li facevano i deportati e quello che contava era il cibo, si mangiava anche il pane dei morti. Una donna, racconta Boris Pahor, riuscì a nascondere sotto la paglia del giaciglio il cadavere del suo bambino morto, in modo da poter mangiare ancora il suo pane, quel pane che era paglia, più paglia che pane. Parla della dissenteria, Pahor, di quando come infermiere lavorò nel blocco della dissenteria. Parla dell’odore. Dice che il primo sintomo della dissenteria era il rifiuto del cibo, la grande sete, il pane insapore, quel pane più paglia che pane che non sapeva di niente. Dice della paura che avevano i nazisti delle epidemie di tifo, racconta di quando li mettevano nudi e li scrutavano su tutto il corpo alla ricerca di un minuscolo punto bianco, primo sintomo della malattia. Il senso di colpa c’era, per chi sopravviveva, per chi stava meglio, c’era eccome anche se, dice Pahor, Levi un po’ esagera sul senso di colpa. Il senso di colpa c’era ma era così, che potevi fare? Come infermiere gli aiuti servivano a poco per la sopravvivenza. Non potevi fare altro che cercare di essere un pochino più umano. Un pochino più umano.

Troppe cose da raccontare. Il tempo scade, in Sala Gialla. Il resto è sulle pagine di Necropoli. Il resto è, e rimarrà, soltanto nei ricordi di Boris Pahor.


Anche questo, e altro ancora, è stata quest’anno la Fiera del Libro di Torino. Ora si spengono le luci e si torna al silenzio. Questa sera di sbaracca. Da domani torniamo a metterci comodi in poltrona con un libro aperto, perché nei libri c’è il mondo, ci sono le strade di polvere e le strade di carta e inchiostro, c’è tutto il mondo nei libri, e ci sono tutti i tempi. Ed è sempre tempo di libri.