Incontri andalusi

sancho.JPGTerra bianca. Terra rossa. Ulivi. La pianura del Guadalquivir. Campi di grano e ulivi. Qua e là qualche toro nero nel verde del prato, nel bruno della terra calpestata, nel biondo del grano. Ulivi. Le prime ondulazioni, come dita sotto il velluto, dove la pianura del Guadalquivir non è più pianura e la Sierra Nevada non è ancora Sierra. Ulivi. Niente più tori. Case, poche. Bianche. Portici, cortili, stalle. Stop.

Fermerei qui la bianca carrozza 3 della Renfe, la Red Nacional de Ferrocarriles Españoles, che arranca sulle prime salite della Sierra, qui, tra gli ulivi. Tiro il freno, stride il ferro, odore di ruggine, di fucina, poi silenzio e campagna sterminata. Cicale? Si, cicale, immagino il frinire delle cicale di quella campagna estiva. Il treno, via. Via i binari tesi, via le massicciate, via, via tutto, solo terra bianca e terra rossa e ulivi. Un sentiero. Una stradina di polvere che non arriva e che non va. Che passa.

Poi così, mentre mi guardo intorno in quel niente di ulivi e di cicale, mi accorgo, non improvvisamente, così, a un certo punto, voltando lo sguardo, mi accorgo che il oltre il poggio è spuntato qualcuno che avanza. Dapprima vedo qualcosa che spunta oltre il dosso, qualcosa che avanza con passo ciondolante, un cavaliere magro e un altro, accanto a lui, più basso. Un cavallo grigio sporco d’una magrezza da fame, con una groppa imbarcata sotto il peso di quello spilungone baffuto, tutt’ossa anche lui come la bestia. E l’altro è un ometto rubicondo con un cappelletto sformato, morbidamente ingroppato su un somaro tutto orecchie e dall’aspetto altrettanto rubicondo del suo cavalcatore.

Il piccoletto parla in fretta, con voce stridula, che si sente da lontano nel frinire delle cicale, nella brezza degli ulivi, un castigliano stretto, gesticolante, sputacchiante, masticato. Il lungo risponde a monosillabi e grungniti, qualche raro cenno del capo, sempre guardando avanti, ritto in sella con le gambe nelle staffe che quasi sfiorano il sentiero sotto la pancia costoluta del povero animale che avanza con un lungo zoccolare stanco. Un passo del cavallo ne fanno tre del ciuco.

La strana coppia mi passa accanto ignorandomi, come fossi un’ombra, come vedessero altro nella loro realtà parallela, nella loro dimensione, in quella campagna disseminata d’ulivi. Procedono oltre me, parlottando, cavalcando, fino al sommo d’un altro colle, fino a sparire oltre il dosso. E mi accorgo che il loro passaggio non ha sollevato nemmeno un alito di polvere, non ha lasciato nemmeno un’impronta sul sentiero.

Devo averli già visti altrove, questi due. Forse a Cordoba, un pomeriggio assolato, mentre prendevo un po’ di refrigerio alla fontana del Potro. La piazza era vuota, le case bianche, la gialla facciata della Posada del Potro. E nient’altro. Il garrire dell’acqua. Nessun segno di vita. Mi chino a bagnarmi le mani, intravedo il volo di una rondine riflesso nell’acqua, mi tiro su, e dietro di me sbruffa un cavallo. Mi volto. Sono smontati davanti al portico dello stallaggio che si dev’essere spalancato, perché era chiuso, prima, senza un cigolio. Sono comparsi dal niente, silenziosi come un miraggio, e quasi mi sembrano, le loro figure, trasparenti al sole. Discutono animatamente di castellani e cantinieri, capisco qualcosa nel copioso sproloquiare del piccoletto, nel rancoroso grugnire del lungo. Poi entrano nell’ombra e scompaiono come inghiottiti, loro e le loro cavalcature. Un batter di ciglia e il portone è chiuso come non si fosse aperto mai.

O forse li ho incontrati, quei due cavalieri, penso camminando tra gli ulivi, tra le pagine di un libro, si, dev’esser lì che li ho intravisti, fantasmi irreali, eppure così veri, nella realtà fittizia del romanzo. Li ho incontrati, forse, mi piace pensarlo, nel parlare della gente. Nel parlare della gente in un’altra piazza di Cordoba.

C’è una piazza, a Cordoba, strana, dove regna una strana atmosfera. Plaza della Corredera, si chiama, e un tempo vi si svolgevano corride di tori. La stranezza la trovi già entrandoci, in quel vasto piazzale spazzato dal sole, in quei 55 per 113 metri. Ci arrivi dai vicoli freschi e quando non te l’aspetti la piazza ti si spalanca davanti. Un gran rettangolo vuoto. Qua e là gente strana, un barbone cencioso che parla da solo, una coppia di giovani con i dreadlocks e i tatuaggi che vendono sculture di fil di ferro, tavolini nel fresco dei portici, taverne, caffé, una ragazza che compra sigarette, bambini, gente che riposa e che si gode l’ombra. Si, perché l’architetto salmantino Antonio Ramos Valdés, nel 1683, pensò di attrezzare la vasta piazza di porticos y arcadas per ospitare le botteghe dei mercanti.

Lì sotto, intorno a un tavolino, c’era, quel giorno, un gruppetto di persone. Una signora con una carrozzina con dentro una bimbetta pisolosa, un signore grasso in ciabatte infradito e barba di tre giorni, un ometto magro dai capelli crespi, una signorina con l’orecchino al naso che sorseggiava una birra. L’uomo grasso aveva in mano un libro, vecchio, con le pagine ingiallite. il filo teso delle cuciture, la copertina di cartoncino verde mangiucchiata ai bordi. Uno di quei libri che stanno in casa e quando li apri sanno odor di carta vecchia, di canapa, di muffe, di umori. Teneva il libro in mano, aperto su un capitolo a caso, e leggeva, senza fretta, lentamente, a voce bassa. Tutti lo ascoltavano, raccolti in una bolla irreale. Erano lì, nel pomeriggio assolato di Plaza della Corredera, nel parlottare dei passanti, nello scorrazzare dei bambini, nello zampettare dei piccioni, ma erano anche altrove. Dentro le pagine di un libro scompaginato, nel bel mezzo di una storia, assorti.

Quiso la mala suerte del desdichado Sancho, leggeva a mezza voce l’uomo grasso, que entre la gente que estaba en la venta se hallasen cuatro perailes de Segovia, tres agujeros del Potro de Córdoba y dos vecinos de la hería de Sevilla, gente alegre bien intencionada, maleante y juguetona, los cuales, casi como instigados y movidos de un mismo espíritu, se llegaron á Sancho y apeándole del asno determinaron salirse al corral que tenia por límite el cielo. Y allí, puesto Sancho en mitad de una manta, comenzaron á levantarle en alto y á holgarse con él, como con perro por carnestolendas.

Quell’uomo grasso, con le ciabatte e la barba di tre giorni, che poteva essere un camionista di passaggio, quella mamma con bambina, che poteva essere lì nell’ora della siesta in attesa che aprisse il supermercato, quell’uomo magro, con i capelli crespi, forse un pizzicagnolo o un panettiere, quella signorina con l’orecchino al naso e la sua birra fresca, probabilmente una studentessa di veterinaria dell’Università di Cordova, erano lì ma erano altrove. Erano forse anche loro con me lì vicino, ma lontano nel tempo, alla Posada del Potro, nel garrire della fontanella, nell’odore di stalla che emanava spesso e dolce dal portone spalancato del patio.

Volle la cattiva sorte dello sventurato Sancio che fra coloro che colà trovavansi vi fossero quattro battilana di Segovia, tre merciai del Potro e due Sivigliani, gente allegra e dabbene, ma sempre pronta alle burle. I quali, come se un medesimo spirito gl’istigasse, accostaronsi a Sancio, lo smontarono dall’asino e deliberarono d’uscir nel cortile che avea per coperchio il cielo. Ed ivi posto Sancio in mezzo a un copertoio, cominciarono a sbalzarlo in alto togliendosi lo spasso che alcuni si prendono d’un qualche cane nella stagione di carnovale. Furono si alte le grida del sobbalzato che giunsero all’orecchio del suo padrone, che,volta la briglia del suo Ronzinante, ritornò all’osteria e scoperse il cattivo giuoco che facevasi del povero Sancio. Lo vide calare e salire nell’aria con tanta grazia e prestezza che se non fosse stato col l’animo inviperito ne avrebbe riso egli stesso. E cominciò a scagliare, contro a quelli che facevano balzar Sancio, tante villanie e vituperi che non è possibile scriverli.

E che non è possibile leggerli. L’uomo grasso con le ciabatte chiude il libro, saluta, e torna al suo camion, al suo viaggio. La signora con un sorriso si avvia con la sua carrozzina verso il mercato. L’uomo magro con i capelli crespi attraversa al piazza verso la sua bottega da riaprire dopo l’ora della siesta. La signorina, finita la birra, torna ai suoi studi nell’alto di una mansarda sospesa sulla città. Io mi allungo sul mio sedile della carrozza 3 nel bianco treno della Renfe e guardo scivolare via dal finestrino gli infiniti ulivi dell’Andalusia.

Boabdil

Boabdil.jpgE’ certo che a guardarla dall’alto, anche oggi, fa un certo effetto Granada. Guardarla, per esempio, dalla Torre della Vela, la prua battuta dai venti della fortezza dell’Alhambra, dove garriscono le bandiere, dove precipita il dirupo sul folto della valle del Darro, dove si affacciano il quartiere arabo dell’Albaicin e il quartiere rupestre dei gitani del Sacromonte. Fa un certo effetto. Anche se oggi Granada è una città moderna di viali, giardini, negozi, caffé, palazzi, automobili, autobus, semafori, qualcosa è rimasto di quella Granada del 1492, quando l’ultimo sultano si arrendeva alla conquista cristiana. Sono rimaste le mura dell’Alhambra, pochi palazzi, le strade strette dell’Albaicin, è rimasto qualche albero secolare, sono rimasti il Darro ed il Genil, sono rimaste, impassibili, le montagne della Sierra Nevada. E’ rimasta l’aria, il colore della terra, il calore del sole.

Sandali nella polvere. L’ombra di un cammello. Un vecchio magrissimo, vestito di stracci, volto legnoso, bocca senza denti, un cencio malamente avvolto intorno al capo, avanza con passo scomposto. Ha gli occhi grigi, interamente grigi, senza pupille, arrugginiti dalla cataratta. Cammina ciabattando, sostenendosi a un ramo nodoso, mormorando litanie. L’ombra di un cammello gli passa accanto scivolando sulla sabbia. Il cieco continua a camminare balbettando le sue giaculatorie, sputacchiando, con una smorfia scolpita sul viso, che può essere l’espressione di un dolore, che può essere un sorriso. Passano le ombre dondolanti di quattro cammelli, e i fruscianti caffettani di alcuni beduini, e i sandali che calpestano impronte di carovane.

A tarda sera il vecchio arriva al bivacco dei beduini. Non è la luce balenante del fuoco ad attirarlo lì, forse piuttosto un lieve sentore del suo calore nell’aria fredda del deserto. Entra nella bolla di luce, avanza, attende. Il carovaniere più anziano gli fa un cenno. Non vede il cenno, forse sente il fruscio della manica, o lo spostamento del braccio nell’aria. Ringrazia, si siede, posa a terra il bastone. Il figlio maggiore del beduino prepara il tè, lo versa in piccoli bicchieri, lo serve. Il padre toglie il pane cotto nella sabbia calda, accanto al fuoco, lo pulisce con la lama del coltello, lo spezza in parti uguali, lo offre a tutti. Masticando, il vecchio cieco, come per ripagare in qualche modo l’ospitalità, racconta piano la sua storia. Molti l’hanno incontrato, sulle sabbie del Marocco, e alcuni raccontano ancora di lui, e qualcuno dice ancora di averlo visto vagare, cieco, a piedi, balbettando litanie, sulle piste del Sahara, anche se adesso dovrebbe avere cinquecentocinquant’anni, il fantasma inquieto di Boabdil.

Mi chiamo Abu Abdhallah Mohammed Nazarì, ma un tempo mi chiamavano Boabdil. Fui l’ultimo sultano di Granada. Cammino sotto il peso della colpa di non aver sacrificato la vita del mio popolo, di non aver difeso fino alla morte i bastioni dell’Alhambra. Cammino sotto il peso della colpa di aver consegnato la città ai re cristiani senza combattere, chiedendo in cambio la vita del mio popolo, della mia famiglia e di me stesso. Ho lasciato l’Alhambra piangendo. Piangendo ho guardato Granada un’ultima volta dai monti dell’Alpujarras, da un passo che oggi chiamano il Suspiro del Moro. Ho pianto perché lasciavo un paradiso in terra, El Andalus, Granada. Ho pianto e mia madre mi ha detto: “Piangi come una donna perché non hai difeso il tuo regno come un uomo”. Mi sono voltato verso il mare e da allora vado vagando, vecchio e stanco, con gli occhi spenti, attraverso il deserto, pieno di ricordi.

Ricordo gli azulejos dell’Alhambra, l’ombra dei suoi giardini, il fresco delle fontane, la musica della mia giovinezza, il canto del muezzin, all’alba e nella sera, dai minareti dell’Albaicin, dalla Grande Moschea di Granada, che si perdeva nell’aria tremula dei monti. Ricordo sguardi di donne velate, la severità di mia madre, l’autorevolezza di mio padre, le musiche suonate nei giardini del palazzo. Ricordo il garrire delle bandiere sulla torre della Vela e ricordo i tetti della mia città, i suoi colli e i suoi fiumi, la sua gente, i suoi mercati e le sue feste. E la guerra. L’esercito sconfinato di Castiglia e di Aragona. E quei due re cristiani, giovani e forti, Isabella e Ferdinando, quella donna dalla pelle pallida e dallo sguardo fiero, quell’uomo bolso, glabro, dall’aria imbambolata, ma spietata, ai quali ho consegnato il ferro freddo delle chiavi di Granada. Ricordo la carovana dell’umiliazione, la via dell’esilio, la strada di polvere che si inerpica per l’Alpujarras. Ricordo il Suspiro del Moro, l’ultimo sguardo su Granada. E il mare. Quel poco mare da attraversare per abbandonare l’Europa e raggiungere, da profugo, da migrante, l’Africa.

Da allora ricordo, cammino su strade di polvere e sopravvivo, vecchio e cieco, ringraziando chi mi da pane e tè e un posto accanto al fuoco in cambio della mia storia.

 

Lo spirito di Parigi

Maigret.jpgIo comincerei da Ivette. Piccola. Capelli corti come stoppa, selvaggi e indomabili. Una risata scolpita tra le rughe. Batte le mani, Ivette, e tenendole giunte “ahaaa” ride forte, e ride con tutto il corpo, curva sotto il golfino liso, con i piccoli piedi in grandi pantofole felpate. Compare ciabattante, Ivette, puntuale ogni mattina nell’aria grigia di Rue de Lappe. “Bonjourmessieurdames” sbotta con voce chioccia, poi trabocca in una tiritera incomprensibile, quasi non francese, quasi una lingua sua, che suona come: “sava jabada mamanque jouretnuit pascommesçi pascommeça, ahaaaaaa”. E ride.
Potrebbe chiamarsi Adele, o Irene, o forse in qualche altro modo, la signora che la mattina apre il Bistrot des Sans Culottes in Rue de Lappe. E’ di origini algerine, credo, viso aperto, simpatico, capelli legati a crocchia ancora quasi neri, crespi, mediterranei, che sfuggono ai pettini e alle forcine. Tira su la serranda, capovolge le sedie, spolvera i tavoli, poi abbraccia la piccola Ivette, le scompiglia i capelli, le dice qualcosa come “che farei senza di te mia piccola Ivette”, e lei si schermisce con le mani e risponde “ohvalàvalà bonbon valàvalà, ahaaaa”. E ride, stridulamente, quasi piangendo, ride.
Il commissario Maigret si scolla la pipa dai baffi. Per me, checché ne dica Simenon, Maigret ha sempre avuto i baffi, come Gino Cervi, e sempre li avrà. Il commissario Maigret si scolla la pipa dai baffi e sorride con il suo sorriso appena accennato in un angolo della bocca, a Ivette che si siede un po’ più in là, nè dentro nè fuori, sulla panca dietro i tavolini del Bistrot. “Ahaaa” gli dice lei, con la risata, la gioia, disegnata sui lineamenti del viso con tratti da caricatura. Lui fa un cenno con la pipa. Adele, o Irene che sia, prepara il café au lait smanettando le valvole della gigantesca vaporiera di rame dietro il bancone. Una mezza baguette imburrata, un croissant, marmellata e una tazza di caffelatte bollente, segnano, sotto il cielo uggioso del mattino, l’inizio di questa immaginaria, o quasi, giornata parigina.
Maigret, gocce di caffelatte sui baffi, sembra sul punto di interrogare Ivette a proposito dell’enigma ancora irrisolto dello Spirito di Parigi. Gli sembrava quasi di averlo intravisto, ieri sera, tra gli alberi ombrosi del Bateau-Lavoir in Place Émile Goudeau a Montmartre, dove si aggirava l’ombra di un giovane Picasso pensieroso, tra capannelli di artisti abbarbicati alle panchine presso la piccola fontana di bronzo, tutto intento, lui Picasso, a interpretare le immagini di certe memorie di prostitute catalane spacciate per demoiselles d’Avignon. Gli sembrava quasi di averlo intravisto, a lui, Maigret, lo Spirito di Parigi, ma subito era scomparso, con uno svolazzo d’impermeabile giù per le scale, dietro le grate floreali dell’ultima stazione art déco della metropolitana di Place des Abbesses. Maigret aveva spento la pipa contro un albero, se l’era infilata vuota tra le labbra, aveva sollevato il colletto della giacca e tenendosi il cappello in una folata di vento piovigginoso aveva seguito lo Spirito di Parigi nel sottosuolo piastrellato della città.
Forse Ivette lo sa dove si nasconde lo Spirito di Parigi. Il commissario Maigret sembra sul punto di dire qualcosa ma poi si alza, paga la colazione, saluta con un cenno e si avvia verso Place de la Bastille nell’aria umida che minaccia pioggia.
Che poi, a ben pensarci, visto che la letteratura, più o meno come la pittura del giovane Picasso a Montmartre, deve interpretare, deve suggerire più che rappresentare, deve stimolare l’immaginazione e non sostituirsi ad essa, a ben pensarci chissà che lo Spirito di Parigi non si nasconda proprio tra le ombre, gli anfratti, le vertiginose altezze di quell’universo di picchi e guglie di Notre Dame, agile e impalpabile nel suo ambiente verticale, come un Quasimodo fantasma, come una chimera volante.
Non è certo nel Louvre, lo Spirito di Parigi. Forse c’era in quello di Belfagor, in quello dei tempi in cui qualcuno poteva introdursi nottetempo, buttare una giacca su Monna Lisa e fuggire di corsa, l’eco rimbombante nei corridoi, sotto le volte vuote, scarpe di cuoio, berretto, bretelle, e quel fagotto ingombrante, rigido nella sua cornice, fuori all’ombra dei fanali, mentre lontano echeggiavano i fischietti dei guardiani. Forse in quel Louvre là, caro Maigret, c’era lo Spirito di Parigi, ma non c’è più in questo Louvre, nel Louvre delle piramidi di cristallo, nel caleidoscopio straordinario delle più importanti opere dell’umanità vorticanti, nel rincorrersi di immagini straordinarie in un panico delirante, profano, sfolgorante, in cui la povera Lisa viene ostentata come una reliquia, venerata come una sindone, un vitello d’oro, un sacro graal, mentre appena qualche passo più in là, in altre sale e corridoi, chiunque può appiccicare una mano sudata o un dito di Nutella sulla vernice nuda di un Tiziano o di un Rembrandt.
Caro commissario Maigret, forse un’ombra, ma un’ombra appena, di quello Spirito di Parigi che ci fu caro l’ho vista sgattaiolare ieri sera nel quartiere latino, si è infilata nella Court du Commerce Saint André, quel viottolo di case basse dove lavorava di pialla il dottor Guillotine, dove Marat stampava il suo giornale, l’amico del popolo, e pianificava il terrore. L’ho visto girare l’angolo, infilarsi nel cancello, scomparire nell’ombra radente dei bassi palazzi antichi. Ho fatto un passo di corsa ma l’ombra era già sparita. Per un attimo ho pensato fosse entrata nella modesta vetrata del Procope, là dietro, sul retro del celebre caffé, dove c’è l’ingresso più antico, più autentico, dove sopravvive un po’ lo spirito rinascimentale, lo spirito artistico e letterario, lo spirito rivoluzionario della città vecchia. Ma dentro non c’era nessuno. Ho lasciato i piccoli vetri quadrati del Procope, i telai di vecchio legno laccato turchese, ho percorso il vicolo fino in fondo, ho fatto il giro dall’altra parte, sulla Rue de l’Ancienne Comédie, e lì è tutta un’altra cosa, lì c’è l’ingresso principale del Procope, mio caro Maigret, tutta un’altra cosa, elegante, formale, e forse lo Spirito di Parigi di lì è uscito e si è perso per sempre nella folla.
Poi, per un attimo ho pensato a un colpo di fortuna. Salendo da Saint Paul, nel cuore del Marais, mi è parso di scorgere un uomo baffuto (se fosse baffuto non so) dietro i vetri di una finestra al primo piano in Place des Vosges. Mi ha guardato severo, lo spettro di Victor Hugo, e si è ritirato nell’ombra. Ero quasi tentato di bussare alla porta di casa sua, lì nell’angolo dei portici, nella puzza d’orina dei nuovi miserabili, lontani anni luce dai clochard dei suoi tempi, Maigret. Ma poi ho rinunciato, pensando che forse non avrebbe gradito una visita, Monsieur Hugo, e sono andato via.
Forse lo Spirito di Parigi, mio caro commissario Maigret, è finito incatenato nelle segrete della Conciergerie che ospitarono Maria Antonietta, forse è rimasto soffocato nella grandeur del Grand Palais, forse si è perso nelle Tuileries, forse l’ha abbattuto a schioppettate quel vecchio reduce zoppicante, dai folti moustaches bianchi come zucchero filato, con il petto lucente di medaglie e coccarde al valore, che si aggirava sotto le volte fragorose dell’Arc de Triomphe de l’Etoile.
Ma forse è nelle piccole cose che ancora sopravvive, lo Spirito di Parigi, lontano dalla grandiosità napoleonica, lontano dalla modernità novecentesca e contemporanea. Forse sopravvive nelle dita callose di un suonatore d’organetto, nelle costole magre di un contorsionista, nel cerone bianco di un mimo Pierrot, nel cappello sfondato di un prestigiatore da strada, nella risata di un pagliaccio che fa ridere i bambini. Forse lo spirito di Parigi sopravvive nella risata di Ivette, sul selciato di Rue de Lappe al mattino presto. Forse qualcuno l’ha rubato, lo Spirito di Parigi, trafugato, assassinato. Forse qualcuno l’ha ingannato, l’ha rapito, l’ha soffocato col cloroformio, l’ha travestito, l’ha contrabbandato con destrezza, l’ha nascosto e l’ha portato via. In ogni caso, caro commissario Maigret, comunque sia, non sono stato io. Firmato Arséne Lupin.

L’essenziale e il superfluo

Ho ragionato a lungo sul concetto di essenzialità. Dire che non sappiamo fare a meno del superfluo è un paradosso che sembra banale. Superfluo è tutto ciò che è inutile, eccessivo, non necessario. Eppure l’elenco delle cose superflue alle quali molti di noi non saprebbero rinunciare è infinito, in costante aumento nella società del benessere, nonostante una crisi economica presa in realtà ancora assai sotto gamba.
Te ne accorgi quando ti capita di approdare, valicate montagne e continenti, là dove la società del benessere è ancora ben lontana. Te ne accorgi quando ti fermi a lungo in quei paesi d’Asia o d’Africa, o dell’America Latina, dove il problema di fare a meno del superfluo non si pone perché non solo non c’è, il superfluo, ma molto spesso manca anche l’essenziale. Te ne accorgi quando a Nkotakota ti capita di far colazione in quindici con tre fette di pancarré, un fondo di barattolo di Nescafé che sa di muffa, tre tazze e un cucchiaino solo. Te ne accorgi quando a Shila Pu un allevatore di yak prepara il tè salato al burro scaldandolo su una stufetta accesa con pezzi di sterco secco perché su quegli altipiani non crescono alberi, e legna non ce n’è. Te ne accorgi quando sui monti del Tien Shan un pastore kirghiso ti offre una tazza traboccante di orrido latte acido di cavalla, bevanda di cui vanno pazzi i pastori mongoli, ma che soprattutto consente loro di conservare il latte senza frigoriferi, impianti per la pastorizzazione e contenitori sigillati e sterili. Te ne accorgi quando in una vetusta mensa post sovietica a Issyk-Kul ti tocca compilare un modulo per richiedere al magazziniere un supplemento di zucchero oltre quel fondo di piattino per ventidue persone, cosa che dopo poche ore si concretizza in un secondo fondo di piattino anche più scarso del primo. Te ne accorgi quando torni da un mese d’Africa, ormai avvezzo all’essenzialità, e a Fiumicino, senza pensarci, afferri a mani nude e non pulite una brioche traboccante marmellata, mentre uomini d’affari in ventiquattrore e cravatta ti guardano di sbieco sbocconcellando le loro colazioni avvolte in tovagliolini candidi in punta di dita, peraltro pulitissime. Accanto a loro signorine in tailleur, consulenti d’azienda o giovani e brillanti imprenditrici, con scintillanti orecchini e unghie laccate, versano bianco zucchero raffinato e sorbiscono aromatici caffé in immacolate tazzine di porcellana. Te ne accorgi allora. Ti accorgi di quanto, dimenticato il concetto stesso dell’essenzialità, non sappiamo più fare a meno del superfluo.
Forse è per questo che sono andato via con la mia bicicletta. Per riscoprire il senso dell’essenzialità nel cuore stesso dell’Europa del benessere. Tutto è cominciato su quello che i francesi chiamano il Col de Larche. Di là è tutta discesa fino al lago di Serre Poncon, poi c’è un colletto da superare per salire a La Suze, poi discesa ancora fino a Savines, e via, nei giorni a seguire, a Sisteron, Forcalquier, Apt, Roussillion, Fontaine de Vauclouse. Fino ad approdare gloriosamente nella piazza di Avignone, brindando con una birra fresca al valore dell’essenzialità davanti al fasto antico del Palazzo dei Papi. Ma non sono i luoghi, di cui potrei scrivere niente di più di quanto già scritto in qualunque pubblicazione turistica. Non sono le tappe, le visite, i musei, i monumenti, i castelli, gli alberghi, i ristoranti, i borghi attraversati che hanno reso questa vacanza un viaggio (e qui ci sarebbe da riflettere su quanto diverso sia il concetto di viaggio da quello di vacanza!). In questo viaggio non è la tappa, la meta, che rimane nella memoria. No. E’ proprio quell’andare in solitudine, attraverso le campagne, con la giusta lentezza e con la giusta fatica, misurando la distanza con la circonferenza delle ruote, con il ritmo regolare del respiro, con l’alterno, costante e paziente incedere della pedalata. E’ passare incurante davanti alle stazioni di servizio, ai parcheggi a pagamento. E’ deviare nelle stradine quando il traffico si fa pesante. E’ fermarsi ovunque, in qualunque momento, per ammirare una valle, un fiume, uno scoiattolo, un prato, una casetta, un cavallo, una pigna. E’ chinarsi ad accarezzare un cagnolino impertinente, scambiando due parole con una signora preoccupata. E’ guardare una partita a bocce con quel signore di Orange che parla in francese esattamente come parlava in dialetto tuo padre: “ha preso? scende, scende! questa è lunga!”. E’ bere un caffé con un camionista diretto a Marsiglia, che ti spiega, disegnandola sul giornale, la via più breve per arrivare a Gigondas. E’ scherzare con una ragazza sulla panchina di un parco, guardandola disegnare sul suo block-notes un’orrenda fontana. E’ aiutare una graziosa cameriera a tradurre in inglese a una coppia di tedeschi il significato della parola “carpaccio”. E’ continuare a pedalare nonostante una pioggia sottile e insistente. E’ fermarsi al riparo di un pilone votivo osservando la campagna madida. E’ ammirare un arcobaleno commovente, dopo un’intera giornata d’acqua, dalla finestra di una stanzetta in una pensioncina economica, con un vago profumo di lavanda. E’ svegliarsi una mattina sotto un’ombra di pini, impacchettare sacche e fagotti, legarli con tiranti elastici al portapacchi, calzare un cappello a tesa larga e lasciare la radura pedalando piano, fischiettando nella frescura del mattino, portandosi dietro l’essenziale.
Certo questa non è l’essenzialità degli antichi pellegrini in bisaccia, sandali e bordone che percorrevano i colli su sentieri tortuosi per recarsi a Compostela. Non è l’essenzialità dei viandanti africani che attraversano a lento passo il Kalahari. O dei pastori berberi che conducono magre capre nelle gole dell’Atlante. O dei mercanti indocinesi col cappello a cono che spingono piroghe sul pelo del Mekong per portare ai mercati ceste di verdure e riso. O dei pellegrini tibetani che marciano settimane ruotando i mulinelli di preghiera e salmodiando i mantra a 5600 metri intorno alla vetta del Kailash. Non è quell’essenzialità. Ma è qualcosa che indubbiamente, nella nostra inquinante modernità, un po’ ci si avvicina. E’ qualcosa che ci avvicina alla vera natura di esseri umani nati e viventi sul pianeta terra, e che ci allontana dalla natura artificiale di cittadini lavoratori o turisti vacanzieri, ammalati della contagiosa sindrome di dipendenza dal superfluo. Contro la quale non ci si può vaccinare.

Il Canto del Mondo – 3 – Ligonchio

Certo, nonostante il Rottame sia un carrozzone di fil di ferro e ruggine, che procede con grinta, si, tutta quella che può, ma che sembra ogni volta percorrere con dolore il suo ultimo chilometro, nonostante il fracasso di ferraglia ad ogni scossa, è tutt’altra cosa risalire oggi, su queste strade strette e tortuose ma soffici d’asfalto, le chine dell’Appennino, ai confini tra la Lunigiana e la Garfagnana, fino agli alti passi dello spartiacque tosco-emiliano. Immagino un passato di tornanti di fango e sassi, sandali di pellegrini e mercanti, lente carovane di muli… Dal lato toscano tutto sembra più aspro. Il verde è cupo, di foresta, i poggi sono scoscesi, rare le case, borgate artigliate alla schiena dei monti, qualche rovina diruta qua e là. A occidente, imponente, torreggia la cattedrale di marmo delle Apuane, sempre in vista, a offendere l’orizzonte con la sua maestà.
Poi arrivi ai passi. I più belli sono quelli minori: il passo di Lagastrello, il passo di Pradarena. Meno suggestivi quelli più importanti: la Cisa e il passo del Cerreto. Avessi percorso la via che sale dalla Garfagnana al valico di Pradarena sarebbe stato meglio, me ne sono reso conto dopo, invece salgo da Fivizzano al Cerreto. Arrivo in cima in uno sfolgorio di bandiere, tra grossi alberghi e ristoranti affollati e la festa di un raduno degli alpini. Mi fermo appena un attimo, per un caffé, poi giù.
Di là è tutt’altra cosa.
L’Appennino emiliano mi accoglie orrido. La geografia è più dolce, campagna, coltivi e pascoli, casolari e orti, boschetti, stalle. Il verde è tenue, di prato, ma il cielo è una battaglia. Armate di nubi come fumo di carbone irrompono tra le vette, invadono il cielo, avanzano compatte. Battaglioni di nebbie calano lungo i pendii. Isolati drappelli di vapori cinerei pattugliano le basse quote, tra le fronde degli abeti e dei castagni, risalgono le valli. Fumi candidi evaporano dai prati e dilagano nel tumulto plumbeo del cielo.
Trovo un campeggio in una zona d’acque termali, sotto Busana, a Cervarezza. Scarico la bici, la gloriosa Gios Milarepa, e coraggiosamente la inforco affrontando il maltempo. Una pioviggine fresca mi accompagna giù per la discesa che scende a Ramiseto. L’aria è livida e tutto tace, le borgate che s’incontrano sono silenziose, tutti stanno tappati in casa, appena un cane viene ad annusarmi le ruote e si allontana a coda bassa. Il cielo sembra sul punto di staccarsi dai tiranti che lo sorreggono lassù e pesare sulla terra e sui monti, puntellato a fatica. Risalgo.
Nel tardo pomeriggio si aprono crepe e squarci di sereno in quella cupola di vapori gravidi di pioggia. Strofinacci di sole spolverano i prati e i tetti dei casali. Prendo il Rottame e mi avvio risalendo la strada del Cerreto fino a Busana, poi devio a sinistra e scendo nella valle che mi porterà a Ligonchio.
Laggiù sembra che un demone gigante, o qualche dio guerriero, infuriato per la troppa dolcezza dei pascoli e dei colli, abbia picchiato duro con la scure o col martello. La valle si spacca in crepe, orridi, rocche spaventose. Poi , col tempo, si vede che la pazienza umana, timidamente, ha preso possesso di quello sfacelo. Ha scavato sentieri, ha tagliato strade in quelle costole di roccia, ha scovato brandelli di terra arabile, zoccoli su cui erigere case di sasso e borgate, prati scoscesi in cui liberare capre e bovi. Il Rottame percorre il nastro d’asfalto, protetto a valle da ringhiere di travi, sull’abisso, e segue con timore le anse, le pieghe, le svolte, affronta salite e discese, avanza con lentezza in quello spettacolo della natura. Lontano, a valle, ammantato di nebbia, scorgo un monte suggestivo, altissimo, piatto in cima, come una mesa, come certe tavole di granito dei deserti.
Ligonchio sorge in cima alla valle. Di lì in poi la strada s’impenna più coraggiosa che mai ad affrontare le vette dello spartiacque, fino al passo di Pradarena, oltre la cresta, per ridiscendere di là in Garfagnana. A Ligonchio precipitano i tubi verdi, possenti, che scaricano acqua dall’alto, con fragore controllato, nelle turbine dell’antica centrale idroelettrica, appoggiata a un verdissimo bacino. Una ragnatela sottile di cavi e tralicci si tende sulle valli, scavalcando i baratri.
Il paese è popoloso e accogliente. Un porto sicuro in quella battaglia di monti e nubi. Lascio il Rottame sulla via principale, trovo una trattoria, buon cibo, vino rosso fresco e frizzante, amichevole ospitalità emiliana. Qui il viaggiatore solitario, altrove guardato sempre con sospetto, come se viaggiare soli fosse cosa sospettosa, qui si sente a casa. La gente sorride, ammicca, scherza, attacca discorso con facilità. Da un piccolo impianto stereofonico, sommesso, Guccini canta una canzone a Che Guevara. Siamo in Emilia.
“Mia cara madre” è lo spettacolo di Ivana Monti, secondo appuntamento, per me, del Canto del Mondo, in programma a Ligonchio. Ivana Monti è attrice di teatro e cinema, milanese di origine emiliana, da Toano, poco distante da qui, formatasi nell’ambiente del Piccolo Teatro di Streheler. Il suo spettacolo è in forma epistolare. Ivana racconta due guerre mondiali attraverso le parole scritte da una bambina prima, divenuta donna adulta poi, alla madre lontana, emigrata in Francia. Bellissima la prima parte, in cui le parole ingenue della protagonista evocano il mondo arcaico, contadino, di Toano. Poi la vita si fa dura, la guerra, la miseria, le epidemie. Commovente il grido della donna, diventata madre a sua volta, che non riesce a sciogliere il groppo che ha in gola per comunicare alla nonna in Francia la tragedia della morte della nipotina, ammalata di una febbre assassina. E qui Ivana, nonostante le repliche e le prove, non riesce a reprimere una lacrima di commozione che le riga il trucco sulla guancia. L’attrice si emoziona per il suo stesso personaggio.
Poi viene la seconda guerra, e qui lo spettacolo un po’ si dilunga, scade nel didascalico, si avverte una certa stanchezza. Si omaggia la Resistenza, strenua ed eroica, della gente d’Appennino. Omaggio, peraltro, dovuto e meritato. In Appennino si respira l’eroismo di quella gente che ha combattuto la tirannia. E le mie origini di Langa, altra terra eroica e resistente, mi fanno ancor più sentire, in qualche modo, tra amici. Qualche pugno chiuso si leva dalla folla, applausi. Finalmente poi il filo narrativo epistolare riprende con un certo sollievo e conclude in un trionfo, un’ovazione. Tutto lo spettacolo è sottolineato, condito e affiancato da una poderosa base musicale, dall’orchestra marziale al coro alpino, dalla fisarmonica delle piazze all’armonica delle feste sull’aia, fino alla grinta e alla tenerezza delle stupende Mondine di Correggio, con le loro voci che sanno di fango, di fatica, di lotta, di popolo.
Valanghe di meritati applausi.
Alla fine dello spettacolo, che si sarebbe dovuto svolgere all’aperto alla Centrale ma dirottato in teatro per timore del maltempo, esco nell’aria fresca della notte. E’ tardi e c’è uno strano profumo d’inverno. Metto in moto il Rottame e istintivamente attacco il riscaldamento.
Lasciato Ligonchio i fari sciabolano la notte, nelle curve, nei tornanti, scovano alberi, cespugli, vapori di nebbia, profondità tenebrose. Risalgo lentamente, con pazienza, nel cuore della notte, la valle invisibile. In cima, nel breve tratto tra Busana e Cervarezza, è nebbia fitta. Sbuco sulla provinciale, rallento, procedo adagio nella morbida coltre d’ovatta. Faccio un po’ fatica a scovare il bivio per le terme, poi lo trovo e svolto nella stradetta che sale tra i pini.
Ultimo regalo dell’Appennino, davanti a me, improvvisamente illuminato dai fari, compare il fantasma di un daino, che subito scarta di lato e svanisce nel buio tra i tronchi. Spengo il motore, abbasso il finestrino e rimango lì ad ascoltare il fruscio della sua fuga, il silenzio della nebbia e della notte. Lontano, ma molto lontano ed esile, mi sembra di sentire un canto. Sarà forse la mia fantasia, o sarà la voce di quell’antenato, narratore del mondo, che ha fatto esistere ogni cosa cantandone il nome e la storia?

Il Canto del Mondo – 2 – Scalpiccii sotto i platani

“Sant’Anna di Stazzema è in alta Versilia, su in alto, e per arrivarci c’è una strada tutta curve che oggi si fa in macchina, ma a quei tempi là, che si andava a piedi, era tutt’altra cosa!”
Più o meno incomincia così il racconto. Lei è Elisabetta. Esile, bruna, scalza, capelli lunghi e neri, un po’ scomposti come da un colpo di vento, un vestitino semplice, color azzurro cenere. Accanto a lei c’è Matteo, il violinista. Quando penso a un violinista, chissà perchè, io non penso a un uomo in frak, col farfallino. Penso piuttosto a un uomo semplice, con l’aria da intellettuale scapigliato, popolare, di strada. Il violinista di Dooney sarà stato più o meno così. Dal suo strumento evapora poesia, struggente, in perfetto accordo con la voce di lei, che non canta, racconta.
“Su per quella strada veniva sempre un uomo che portava talvolta una manza, un porco, bestiame che veniva a vendere alla fiera di Sant’Anna. Tutti lo aspettavano, soprattutto i bambini, perché lui raccontava le storie. E portava in paese le novità del mondo. Prima ancora di vederlo comparire, là dalla curva, lo sentivi fischiettare…”.
Fischietta, Elisabetta, una vecchia melodia popolare in quel silenzio della notte garfagnana, e tu sei là, a Sant’Anna, in quei tempi, a scrutare la curva aspettando di veder comparire l’uomo con le bestie, il Melquiades della Versilia, che viene a raccontar le storie.
A questo punto devo descrivere la situazione. San Romano in Garfagnana, per arrivarci ci ho messo un po’ da Villafranca in Lunigiana, dove ho piantato la mia tenda, per quelle vie strette e tortuose. Ho anche avuto la fortuna che per mettere un po’ di benzina nel Rottame, che non mi mollasse tra quelle curve, ho fatto una breve deviazione a Casola Lunigiana. Il benzinaio mi ha consigliato di fare l’altra strada, quella che scende da Casola a Minucciano, entra nel Parco Naturale delle Alpi Apuane e arriva sul lago di Gramolazzo prima di risalire a Piazza al Serchio. Quanto mi piacciono le strade secondarie, scovate per caso, che aggirano e si perdono e non ti portano subito alla meta, ma ti fanno via via dimenticare il dopo per goderti il durante! A volte sono sagge, le strade, soprattutto quelle antiche, e bisogna saperle ascoltare. Comunque dopo Piazza al Serchio si sale a San Romano. Un borgo bellissimo, di sasso, viottoli selciati, scorci poetici, una minuscola piazzetta sulla quale si affaccia la chiesa. Lì, in quella brezza notturna, un palco, un leggio, due sedie. Nient’altro. Dietro, l’abisso della notte, i profili dei monti che si intravedono appena, ombre gigantesche nell’ombra.
Un rintocco di campana e incomincia la storia. Un’ora. Un’ora di silenzio attento, tutti incollati ad ascoltare la voce di Elisabetta Salvatori, sottolineata dalla musica di Matteo Caramelli. Scalpiccii sotto i platani è il titolo dello spettacolo. Quegli scalpiccii sono i passi dei bambini che giocano alla settimana sulla piazza di Sant’Anna, dove, dice Elisabetta, adesso c’è un silenzio innaturale. Il giocare dei bambini mi porta per un attimo, col pensiero, a un’altra piazza, la piazza della mia infanzia, in un borgo lontano, nelle mie Langhe, dove invece dei platani c’erano gaggìe, e ancora ci sono due imponenti ippocastani. A quell’ombra, in quei pomeriggi estivi, quanti scalpiccii nella mia memoria, di settimane, palle prigioniere, pugno, tingolo e nascondino!
Ma poi a Sant’Anna, in quei tempi là, si è fatta stanca e triste la voce dell’uomo che porta il bestiame alla fiera e le notizie del mondo. Ed è successo quel che è successo. Elisabetta lo sa raccontare da metterti i brividi. La notte, anche lì a San Romano, diventa gelida e vuota e in quel vuoto, mentre la melodia del violino si fa stridula, vibrante, precipita l’orrore indicibile e cala quel silenzio che non andrà più via. Il Canto del Mondo, questa sera a San Romano, è un canto di guerra, di orrore e dolore. Sul volto di Elisabetta è scolpito un sorriso infantile, il sorriso di chi non potrà mai capire.
E’ in programma ancora, il racconto di Elisabetta, a Ramiseto, il 20 agosto, nel programma del Canto del Mondo. Se siete in zona, andateci.
Quando poi tutto finisce, la folla sfolla e si spengono le luci, faccio fatica ancora un po’ a scuotermi da quell’incanto. Scendo al bar sulla strada dove ho lasciato il Rottame, mi faccio fare un caffè forte per affrontare la notte e la via tortuosa che mi riporterà in Lunigiana. A ogni svolta, a ogni borgo, a ogni pieve illuminata, a ogni campanile, risento nella notte la voce di Elisabetta che mi racconta quel silenzio innaturale, freddo, che sessant’anni fa è calato su Sant’Anna di Stazzema, e che non andrà più via.

Il Canto del Mondo – 1 – Al Passo della Colla

“…Fu allora che Arkady sentì parlare del groviglio di invisibili sentieri che copre tutta l’Australia, che gli europei chiamano le Vie dei Canti e gli aborigeni le Impronte degli Antenati. I miti aborigeni narrano di creature totemiche che nei Tempi del Sogno percorsero il continente cantando il nome di tutte le cose, e col loro canto fecero esistere il mondo”.
Che ci sia una connessione tra il Canto del Mondo, il cui rito, per me, si è appena concluso, e le Vie dei Canti di Bruce Chatwin?
Lo so, non volevo farlo: citare Chatwin in un blog come Strade di Polvere è la cosa più banale del mondo. Uno poteva scommetterci milioni, che prima o poi una citazione di Chatwin sarebbe comparsa, facendosi ricco. Ma il LA involontario me l’ha dato Maurizio Maggiani (si, proprio lui, quello a cui ho già dedicato una pagina, se avete voglia di cliccare indietro sul calendario). Il Canto del Mondo è un’idea sua. E un po’ pensando ai numi totemici degli aborigeni e ai miei sandali impolverati, nonché agli ingranaggi costantemente incancreniti e sgangherati della mia bicicletta, un po’ pensando alla magia di una sera di stelle in una piazza tra i monti e una voce che racconta nel silenzio delle foreste, ho preso il Rottame, ci ho caricato quattro stracci e la vecchia Gios Milarepa, e via son partito. Spiegazioni: il Rottame è una vecchia Panda, adolescente, ormai quasi quattordicenne, arrugginita, uno sconquasso di macchina, ma piena di coraggio; la Gios Milarepa è l’altro mio mezzo di trasporto, quello a pedali, quello con gli ingranaggi incancreniti, che non capirò mai da che parte devo ruotare la ghiera del cambio per renderlo più morbido se troppo duro o più duro se troppo morbido. Tant’è che ogni volta che passo da un rapporto all’altro la Gios Milarepa urla e strepita, contesta e s’incazza, ma poi va, brontolando. Va. Insomma con tutti e tre i miei mezzi di trasporto, compresi i sandali, ho preso la via verso il Canto del Mondo.
La bicicletta l’ho portata perché sono convinto che sia l’unico mezzo, a parte i sandali, che consenta di percorrere il mondo senza ferirlo, con la giusta lentezza e con la giusta fatica. “Gli aborigeni viaggiano con passo leggero. Meno rubano alla terra, meno dovranno restituirle”. La Gios Milarepa l’ho chiamata così non perché voli, come si dice sapesse fare l’omonimo poeta tibetano, autore dei mgur’bum, i centomila canti, cantore, anche lui, del mondo, ma perché ogni sua pedalata è un mantra. Gios, invece, non è nient’altro che il nome della fabbrica che l’ha costruita.
Insomma, divagando divagando, eccomi a sputar sangue e recitare mantra, quasi più vicini alla bestemmia che alla preghiera, su a pedalate per una delle più accidentate e ripide Strade di Polvere che abbiano mai percorso con la sola forza le mie gambe. Intorno, una vertigine di panorami mozzafiato. Lassù, in cima, sempre troppo lontano, che sembra quasi si allontani di dieci metri ogni giro di ruota, il Passo della Colla. Si sale da Val di Tacca. E sali e sali, polvere e sudore, di fianco a te, lassù, il monte Navert, gigantesca prua di roccia, ti guarda e tace. Lo so, bastardo, che mi prendi in giro perché soffro e gemo. Ma tu sei montagna! Ed io un insetto. E chi te l’ha detto che c’è più dignità a esser montagna? I numi totemici che t’han chiamato Navert e t’hanno fatto esistere in tutta la tua consistenza di granito e di foreste? O quelli che m’han chiamato uomo e m’hanno fatto esistere nella mia miseria di carne e sangue? Non ti burlare di me, gigante Navert, che io sempre insetto rimango, sui grovigli di polvere delle tue strade, e tu sempre sarai Montagna!
Però salgo. Sbuffo, stantuffo, e salgo. Un camper mi sorpassa in una tosse che annebbia. Si ferma. Scusa, mi fa lui dal finestrino, è questa la strada che si collega in cima con Lagdei? Direi di si, rispondo; là sotto c’è un bivio equivoco ma se abbiamo preso giusto questa è la via del Passo della Colla, che affronta il Navert, scolletta, precipita sui Lagoni e prosegue per Lagdei. Però, continuo, senz’altro vai meglio tu col tuo motore che io con questi sandali impolverati e questi pedali pesanti. Non so, risponde lui, con questo mica lo so se arrivo in cima… avessi una bicicletta io non avrei problemi. E svanisce in un polverone. Beato te, gli dico dietro. Intanto adesso lui è già a Lagdei davanti a una birra fredda, e io son qui che sbuffo e sputo. Ma Gios Milarepa, bestemmiando, va, e il Navert mi sorride. Hai capito, montagna, che sposto meno polvere io di quei motori che passano ossessionati sempre dalla meta, dal traguardo, e non si accorgono del paradiso di foreste e abissi che li circonda, metro dopo metro, svolta dopo svolta, man mano che i tornanti vanno in quota.
E infine, quasi senza accorgermi, pensando ad altro, la strada si fa piana. Improvvisamente il pedale è morbido e leggero, il sandalo vittorioso spinge senza resistenza. Alzo gli occhi. Un prato. Tre cavalli bradi, un adulto e due puledri biondi, mi guardano curiosi. Loro così belli, lucidi, puliti, e io infangato di sudore e polvere. Avessi visto tre unicorni, e loro un orco, le nostre espressioni sarebbero state le stesse. Là in fondo campeggia un cartello. Il Passo della Colla. Non ti preoccupare, Navert, non ho conquistato nulla, non ho nulla da doverti restituire. Son solo venuto ospite fin quassù a godere i tuoi panorami. Quelle guglie, quei monti lontani che portano nomi di fiaba: il Monte Fosco, il monte Quadro, il Malpasso, il monte Aguzzo, il monte Orsaro, il Lagastrello (dove, mi vien da dire, un giorno una strega deve aver posato il suo mantello). Questo è senz’altro un nodo delle vie dei canti dove gli antenati erano più ispirati che mai. Grazie a Loro, per averti fatto esistere, Appennino! E grazie a te per il freddo oscuro di quella foresta di abeti, fitta da sembrar notte, che di là scende, fino ai lagoni, vertiginosa e nera.
Del Canto del Mondo, di Maurizio Maggiani, di quella sera di stelle in una piazza tra i monti, di quella voce che racconta nel silenzio, ancora non ho detto nulla, ma per ora può bastare. Seguirà.