Cercando Chora

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Un bicchierino di tè rosso, due cubetti di zucchero, il tintinnio del cucchiaino. Il tè pare sia lo stesso di dieci anni fa. Lo stesso tè, lo stesso bicchierino, lo stesso zuccherino, lo stesso cucchiaino, lo stesso piattino bianco, rosso e oro. I vecchi, dieci anni fa, mettevano uno zuccherino nel bicchiere, agitandolo appena senza farlo sciogliere del tutto, e l’altro lo tenevano tra i denti, almeno quelli che ce li avevano ancora, lasciandolo sciogliere a poco a poco, mentre sorseggiavano. 
Intorno c’è il frastuono del bazar, l’ombreggiata frescura di aprile, un odore di spezie. Calando lungo le strette vie che ti portano verso il porto pregusti un sentore salmastro di mare e il canto dei gabbiani e invece ti vengono incontro il frastuono del traffico della Ragip Gumuskala Caddesi, che s’ingolfa sul ponte di Galata, e l’odore intenso degli sgombri arrostiti sui barconi ormeggiati al molo di Eminonu.
In cambio di poche lire ti trovi in mano un poderoso panino con un pesce spaccato in due e arrostito sulla piastra, una foglia d’insalata e la cipolla tagliata a fette spesse un dito. Se vuoi puoi sederti a ruminare sugli sgabelli disposti intorno ai tavolini bassi sulla banchina del porto. Sui tavolini ci sono bottiglie piene di succo di limone che puoi spruzzare sul pesce per avere l’illusione di renderlo un po’ più digeribile.
Intorno ci sono i venditori di pannocchie, bollite o grigliate, e c’è ancora qualche gelataio col carretto, il bolerino rosso e il fez, uguali a quelli di dieci anni fa. I gelatai divertono le ragazze tedesche (le uniche che hanno il fegato di mettere la lingua sulla massa caramellosa di quelle creme) facendo volteggiare con abilità da giocolieri la lunga paletta attorno alla quale si avvolge, come la serpe intorno al braccio di Laocoonte, il contenuto di un’intera vaschetta di gelato. Guardandoli non puoi fare a meno di pensare ai moscerini che si appiccicheranno alla massa cremosa come alla carta moschicida conferendole, se non più gusto, almeno un certo apporto proteico supplementare.
Anche i pescatori del ponte di Galata, che calano le lenze tra i traghetti e contendono grasse sardine ai becchi rapaci dei gabbiani e dei cormorani, sembrano ancora quelli di dieci anni fa. Qualcuno, sudato, scuro e rugoso, che quasi ti sorride mentre ti fermi a guardarlo innescare gli ami o agguantare le argentee prede guizzanti per farle scivolare nei secchi traboccanti d’acqua e pesci, è certamente ancora uno di quelli. Altri, più giovani, saranno i figli, o i nipoti. A giudicare dai secchi colmi e dai pesci che balzano fuori e rimangono ad agonizzare sul marciapiedi, il Corno d’Oro dev’essere ancora pescosissimo come allora. Anche i gabbiani e i cormorani paiono sempre piuttosto robusti e sani, come quelli di dieci anni fa.
L’imbarco del traghetto per la moschea di Eyup, sul Corno d’Oro, è talmente piccolo che non lo vedi, a confronto con quelli grandi ai quali attraccano i vaporetti che attraversano il Bosforo. C’è una tettoia, una ringhiera di transenne, due tornelli con il lettore elettronico per le carte ricaricabili, e nient’altro. C’è un biglietto appeso con gli orari. C’è il tempo per sedersi ancora un poco al fresco di uno dei baretti di Kadikoy. Per digerire lo sgombro alla cipolla, se ti va, puoi optare per un bel bicchierone di ayran, lo yogurt salato e allungato con l’acqua, bevanda sana e dissetante. Poi, quando arriva il vaporetto, spuntano un ormeggiatore e un funzionario della compagnia marittima che ti aiutano a passare i tornelli e a salire sulla passerella per l’imbarco.
Sul ponte del vapore, che si continua a chiamare vapore anche se la caldaia a carbone non esiste più sin dai tempi degli ultimi ottomani, tra famiglie di visitatori allegri e studentesse annoiate, c’è sempre qualcuno che passa col vassoio del tè. Scivolando sotto il basso ponte di Galata, tra le lenze dei pescatori e i volteggi dei gabbiani, mentre la città scorre lentamente intorno, con le sue infinite case, le cupole delle moschee e le lance acuminate dei minareti, ancora una volta ti viene da pensare ai cambiamenti che sono avvenuti in città negli ultimi dieci anni.
Il quartiere di Sultan Hamet, nei tuoi ricordi, era tutto un bazar, pieno di artigiani che lavoravano sui marciapiedi. Svoltavi l’angolo e trovavi i pianterreni letteralmente invasi dell’acciaio cromato dei rubinetti. Non c’erano che negozi di rubinetti, botteghe di rubinetti, bancherelle di rubinetti, ovunque rubinetti e nient’altro che rubinetti. Poi svoltavi a un crocevia e di là trovavi scarpe. C’erano calzolai e ciabattini, era tutto un martellare, non c’erano che suole e tomaie e tacchi e stringhe. L’odore del cuoio e del lucido da scarpe riempiva l’aria, c’erano scarpe ovunque, allineate, accatastate, spaiate, appaiate, appese, ordinate, disordinate, ovunque scarpe e solo scarpe. Poi giravi ancora un angolo ed improvvisamente ti accorgevi che intorno era tutto rame, piatti, piattini, piattoni, bacili, paioli, boccali e caraffe, ed era tutto un ticchettare di martelletti che incidevano a sbalzo le lucide superfici del metallo con figure, figurette e ghirigori. Sembrava che l’odore dominante, lì, fosse quello del Sidol. Poi c’erano i quartieri delle lampadine, dei lavandini, delle pentole, dei fabbri, dei falegnami, degli stagnini, degli elettricisti, dei sarti, dei parrucchieri, e chissà quanti altri ancora, e ognuno aveva i suoi odori e i suoi rumori e i suoi colori. 
Ora a Sultan Hamet non c’è più nulla. Qualcosa di simile sopravvive nei quartieri laterali, a Beyoglu, intorno alla Tersane Caddesi, verso il mercato del pesce. Lì c’è ancora un quartire di rubinetterie e uno di utensili di ferramenta. Inoltre, più in alto, scendendo alla torre di Galata dalla piazza Taksim, dalla città nuova, oltre la stazione della cremagliera che scende dal Tunel di Beyoglu al porto di Karakoy, dove inizia l’antico quartiere dei genovesi, ti trovi in una zona nella quale non si vende altro che strumenti musicali, impianti stereofonici e luci stroboscopiche. Immagino che dieci anni fa lì ci fossero i liutai. Qualcosa cambia, qualcosa rimane, qualcosa o qualcuno invecchia, e questo è nell’ordine naturale delle cose.
Per trovare Salvatore in Chora si può sbarcare a Balat e risalire tra i vicoli cercando gli imponenti bastioni Teodosiani che nel V secolo difendevano il fianco orientale di Costantinopoli, verso terra, mentre per difenderla dagli altri lati bastavano le mura marittime e il Bosforo, il Corno d’Oro e il Mar di Marmara. A guardare la città dall’altro dei bastioni comprendi quanto già fosse impontente Bisanzio, o Costantinopoli, che fu capitale dell’impero d’oriente, e capitale dei Paleologi e che divenne la Sublime Porta degli Ottomani, che la conquistarono, nel XV secolo. A guardarla dall’alto dei bastioni Teodosiani la città appare immensa, e oggi è una vera megalopoli di quasi tredici milioni di abitanti. Gran parte dei quali, ti viene da pensare, sono quelli che trovi pigiati nel lungo e moderno tramvay che percorre la Sultan Hamet Caddesi, o sulla metro, o affollati nelle ore di punta sul ponte dei vaporetti che costantemente incrociano il Bosforo. 
Salvatore in Chora lo cerchi se vuoi scovare l’essenza storica e artistica del passato bizantino nella sua essenza più pura, dopo avere ormai spremuto e assimilato la grandiosità di Santa Sofia, l’umido mistero della basilica cisterna, e aver curiosato tra case e vicoli del centro storico, alla ricerca di gioielli nascosti, che non stanno nel tesoro del Topkapi. Gioielli artistici e architettonici come la Kuçuk Aya Sofya Camii, la piccola Santa Sofia, che fu la chiesa di San Sergio e di San Bacco, che si nasconde nei quartieri bassi di casette di legno tra i vicoli che da Sultan Hamet scendono al Mar di Marmara. All’interno provi uno strano senso di straniamento osservando la pianta bizantina della chiesetta che appare come disassata dalla posizione diagonale del mihrab e del pulpito islamico, orientati verso la mecca. E se non ti basta la quiete della chiesetta bianca, perfettamente restaurata, con le sue piccole logge e le colonne e i deambulatori, le esedre e le volte a crocera, dove immagini mosaici e affreschi ormai scomparsi, allora cerchi la Fathiye Camii, che fu la chiesa di Theotokos Pammakaristos, che si nasconde oltre un muro nel caotico distretto di Fatih. E se ancora non ti bastano nemmeno i resti dei suoi mosaici e le sue architetture in laterizio, allora cerchi Salvatore in Chora.
I turchi la chiamano Kariye Muzesi, o Kariye Camii, l’antica chiesetta bizantina di San Salvatore in Chora, e l’hanno restaurata al meglio. Lì, tra affreschi e mosaici sorprendenti, puoi appagare tutte le tue curiosità e hai di che ammirare, leggere, imparare e stupire. 
parekklesion anastasis.jpgC’è un Cristo vestito di bianco che si staglia in mezzo al giudizio universale e distrugge con la sua potenza le porte dell’inferno in un fragoroso frammentarsi di chiavi e chiavistelli e lucchetti e serrature che grandinano sotto i suoi piedi sulla schiena di un diavolaccio incaprettato. Egli solleva, prendendole per le mani e tirandole a forza fuori dai sacelli in marmo, le figure sorprendentemente invecchiate di Adamo, con lunghi capelli canuti e barba bianca, con una veste turchese e un candido mantello, ed Eva, che appare una signora piuttosto elegante nel suo abito di seta cremisina, che come tutte le signore porta ancora assai bene la sua tarda età. Essi sono i peccatori redenti, i capostipiti di quell’umanità che nonostante i suoi peccati infami forse si salverà, con loro, all’ultimo momento, per misericordia divina, quando tutto il mondo andrà in frantumi. 
Meister_der_Kahriye-Cami-Kirche_in_Istanbul_004.jpgC’è Giuseppe, il falegname, che prima accoglie in casa, con modi assai graziosi, ma subito dopo abbandona, infuriato, la mite e sottomessa Maria, dopo averla molto aspramente rimproverata per la sua misteriosa gravidanza. Giuseppe non sembra prestare molta fede alle assai labili giustificazioni che immaginiamo, tra un riquadro e l’altro dell’affresco, vengano timidamente sussurrate dalla giovane e spaventata ancella del Signore. Giuseppe non crede a tutte quelle storie dell’annunciazione angelica, dell’intervento divino, del santo spirito, dell’immacolata concezione. Tuttavia, poi, noi sappiamo che Giuseppe si calmerà e alla fine, potenza dell’amore, tornerà al fianco della sua giovane sposa. Infatti lo troviamo, ancora un po’ pensoso e forse perplesso, intento ad accompagnare Maria che avanza sull’asino, avvolta in vesti azzurre, nel viaggio verso Betlemme. Ma scopriamo che davanti a loro, a condurre l’asino, con andatura saltellante e un fagotto sulle spalle, c’è uno strano giovanotto, con un’aria da studente universitario, del quale i vangeli canonici non dicono un bel nulla. Leggendo scopri che si tratta del figlio di Giuseppe, cioè in un certo senso del fratello o fratellastro di Gesù, anche se non è figlio della stessa madre e tantomeno dello stesso padre. Sulla sacra famiglia e sulle sue complesse parentele ci sarebbe da ragionare a lungo. 
HSX_Koimetesis.jpgC’è un’immagine della Koimesis, ovvero della dormizione di Maria, nella quale Maria appare sdraiata sul letto di morte, circondata da santi, angeli e cherubini, benedetta con il turibolo da un sacerdote, omaggiata da molti visitatori. Incuriosisce il fatto che in questa immagine, accanto al letto di Maria, si stagli uno stranissimo Gesù con vesti d’oro che tiene in braccio un neonato. Leggendo, poi, scopri che quel neonato avvolto in fasce è una bambina e simboleggia l’anima di Maria. L’iconografia, così ribaltata e straniante, straordinaria, riflette come in un gioco di specchi l’immagine comune della madonna col bambino, caricata sempre di qualche oscuro presagio che ricorda come un giorno quel bambino finirà sulla croce. Il mosaico di Chora rappresenta la situazione ribaltata che vede il figlio, ormai morto e risorto, che tiene in braccio, bambina, sua madre, assunta in cielo. Meraviglioso. Su molte immagini di Salvatore in Chora ci sarebbe da ragionare a lungo. 
Alla fine, mentre stai seduto sul 90, che dal quartiere alto di Fatih scende fino alle imponenti arcate dell’acquedotto romano, si immette nel traffico dell’Ataturk Boulevard, ritrova il Corno d’Oro, Galata, e ti riporta a Eminonu, e poi più tardi, quando hai ormai raggiunto la spianata di Sultan Hamet, mentre passeggi nei giardini sgranocchiando una pannocchia o un pugno di caldarroste, tra la porta del Topkapi, le cupole di Santa Sofia e quelle della Sultan Hamet Camii (che noi, chissà perché, chiamiamo moschea blu), mentre i muezzin di tutti i minareti più vicini e più lontani meravigliosamente cantano la preghiera della sera, mentre accade tutto ciò ti si affollano nella mente le immagini di oscuri e barbuti monaci bizantini che officiano ancestrali riti nelle piccole cappelle e nelle immense cattedrali ancora intatte e scintillanti di mosaici.

Allora immagini le armate ottomane che assaltano le mura Teodosiane, e i sultani installati nel Topkapi, adagiati su cuscini e troni d’oro, e le signore o signorine, mogli o concubine, ingioiellate e imbellettate, che affollano l’harem tra gli eunuchi, le nutrici e i principi bambini. E immagini gli ultimi sultani, quelli dell’opulenza e del declino dell’impero, che si accomodano tra i dignitari e le delegazioni diplomatiche sui divani dei saloni rococò del palazzo Dulmabahce.

Allora ti rendi conto che ti trovi in un nodo della storia dell’umanità, un nodo dello spazio tempo, della terra, del mare e dei secoli, situato là dove il Bosforo, lo stretto tra il Mar Nero e il Mar di Marmara, che è ancora un po’ Mediterraneo, e tra l’Asia e l’Europa, accoglie sulle sue sponde e sui suoi colli quell’affascinante e antichissima città che fu la Sublime Porta e che noi oggi chiamiamo Istanbul.

 

In una recente visita alla basilica di Santa Maria in Trastevere, a Roma, ho scoperto, con una certa sorpresa, che un’immagine assolutamente speculare della Koimesis di San Salvatore in Chora si trova tra i meravigliosi mosaici realizzati da Pietro Cavallini su commissione di Bertoldo Stafaneschi tra il 1291 e il 1296. I mosaici di San Salvatore in Chora, dei quali non si conosce l’autore, furono commissionati da Teodoro Metochite intorno al 1320, qundi sono successivi a quelli di Trastevere. L’icona della “dormitio virginis”, con Gesù che accoglie l’anima, o “animula”, di Maria rappresentata dalla bambina in fasce, pare fosse piuttosto diffusa nel XIII e XIV secolo. Essa fu dipinta anche da Giotto tra il 1312 e il 1313 in una splendida tavola conservata a Berlino. Ma nell’iconografia cristiana la dormizione di Maria fu successivamente sostituita  dall’immagine, assai più gloriosa e meno mistica, a noi più nota, dell’ascesione al cielo di Maria sulla nube sorretta dagli angeli.

 

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Il baniano e il sicomoro

zaccheo-e-gesu-b3321.jpgimages.jpegMi piace immaginare mia sorella che in questo momento sta seduta nel verde della selva, tra i gridi degli uccelli, sotto un baniano in un giardino tropicale di Auroville, nello stato del Tamil Nadu, nel sud dell’India. Di lì scrive un blog che si chiama “Uccel di bosco” e si trova qui: http://ucceldibosco.blogspot.com.
Il baniano, secondo il vocabolario Treccani, è un “albero sempreverde (Ficus bengalensis) originario dell’India dove è anche coltivato come albero sacro. E’ alto fino a trenta metri, con tronco molto grosso e rami quasi orizzontali, dai quali scendono numerose radici, che, col tempo, diventano come colonne sorreggenti il peso della chioma, che può coprire migliaia di metri quadrati. Deve il suo nome all’uso dei venditori di banane di tenere mercato alla sua ombra”.
Mi piace immaginare il fratello di mia sorella come se in questo momento stesse seduto sotto un sicomoro millenario in un lussureggiante giardino della città di Gerico. Al fratello di mia sorella, si sa, piace viaggiare con la fantasia. Purtroppo, in realtà, egli in questo momento sta seduto in un soggiorno urbano a Torino, in una quieta e fresca sera di febbraio, immerso in una bolla di lampada da tavolo, e sta leggendo il blog di sua sorella con una radio accesa in sottofondo.
La radio racconta piattamente una campagna elettorale, in piena crisi economica, nella quale un candidato promette l’abolizione di una tassa e la restituzione ai contribuenti di quella pagata durante la legislatura precedente. Ecco spiegato il motivo per cui il fratello di mia sorella ambirebbe a trovarsi quanto prima un posto comodo sotto un sicomoro millenario nella città di Gerico e lì restare in perpetua contemplazione dei propri piedi e di un vago vagolare di formiche.
Il sicomoro, secondo il vocabolario Treccani, è un “albero della famiglia delle moracee (Ficus sycomorus) delle regioni tropicali dell’Africa e dell’Asia, dal tronco molto robusto. E’ anche il nome commerciale del suo legno, di colore chiaro e molto leggero, discretamente resistente agli insetti ma non ai funghi, utilizzato localmente per oggetti di uso domestico e imballaggi leggeri. Era adoperato dagli antichi egiziani per le casse delle mummie”.
In assenza di formiche sul pavimento del salotto e stufo di contemplarsi i piedi infagottati nei calzettoni di spugna, il fratello di mia sorella si è alla fine determinato a dedicarsi alla lettura e leggendo qua e là ha scoperto che Luca l’evangelista, tempo fa, raccontò un fatto che secondo lui sarebbe avvenuto proprio a Gerico e proprio sotto un sicomoro.
Luca racconta che “un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere Gesù ma non gli riusciva a causa della folla poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti e salì su un sicomoro”.
Un pubblicano, secondo il vocabolario Treccani, era un “appaltatore delle imposte che pagava allo stato una certa somma come introito di una tassa, che poi esigeva per proprio conto. La parola è soprattutto nota per la frequenza con cui ricorre nei vangeli, spesso in abbinamento con i peccatori e le meretrici”.
La storia del pubblicano di bassa statura che vuole vedere Gesù continua così: “Quando Gesù giunse sul luogo alzò lo sguardo e gli disse: Zaccheo, scendi, che mi vorrei fermare a casa tua. Zaccheo in fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormorarono: Gesù è andato a casa di un peccatore. Ma Zaccheo disse al Signore: ecco, signore, io do la metà dei miei beni ai poveri e se ho frodato qualcuno restituisco quattro volte tanto”.
Consapevole del fatto che, nonostante quanto racconta Luca, poi Zaccheo non restituì nulla a nessuno e che il “figlio dell’uomo” non venne e non verrà “a cercare e a salvare ciò che era perduto”, al fratello di mia sorella non resta che raccontare questa storia a coloro che stanno seduti sotto tutti i baniani e tutti i sicomori veri o immaginari del mondo, e tornare a quardarsi i piedi. Riflettendo che certamente sarebbe tempo perso e fatica sprecata tagliare e inchiodare i preziosi e millenari legnami per costruire casse da morto per le mummie.

Incontri andalusi

sancho.JPGTerra bianca. Terra rossa. Ulivi. La pianura del Guadalquivir. Campi di grano e ulivi. Qua e là qualche toro nero nel verde del prato, nel bruno della terra calpestata, nel biondo del grano. Ulivi. Le prime ondulazioni, come dita sotto il velluto, dove la pianura del Guadalquivir non è più pianura e la Sierra Nevada non è ancora Sierra. Ulivi. Niente più tori. Case, poche. Bianche. Portici, cortili, stalle. Stop.

Fermerei qui la bianca carrozza 3 della Renfe, la Red Nacional de Ferrocarriles Españoles, che arranca sulle prime salite della Sierra, qui, tra gli ulivi. Tiro il freno, stride il ferro, odore di ruggine, di fucina, poi silenzio e campagna sterminata. Cicale? Si, cicale, immagino il frinire delle cicale di quella campagna estiva. Il treno, via. Via i binari tesi, via le massicciate, via, via tutto, solo terra bianca e terra rossa e ulivi. Un sentiero. Una stradina di polvere che non arriva e che non va. Che passa.

Poi così, mentre mi guardo intorno in quel niente di ulivi e di cicale, mi accorgo, non improvvisamente, così, a un certo punto, voltando lo sguardo, mi accorgo che il oltre il poggio è spuntato qualcuno che avanza. Dapprima vedo qualcosa che spunta oltre il dosso, qualcosa che avanza con passo ciondolante, un cavaliere magro e un altro, accanto a lui, più basso. Un cavallo grigio sporco d’una magrezza da fame, con una groppa imbarcata sotto il peso di quello spilungone baffuto, tutt’ossa anche lui come la bestia. E l’altro è un ometto rubicondo con un cappelletto sformato, morbidamente ingroppato su un somaro tutto orecchie e dall’aspetto altrettanto rubicondo del suo cavalcatore.

Il piccoletto parla in fretta, con voce stridula, che si sente da lontano nel frinire delle cicale, nella brezza degli ulivi, un castigliano stretto, gesticolante, sputacchiante, masticato. Il lungo risponde a monosillabi e grungniti, qualche raro cenno del capo, sempre guardando avanti, ritto in sella con le gambe nelle staffe che quasi sfiorano il sentiero sotto la pancia costoluta del povero animale che avanza con un lungo zoccolare stanco. Un passo del cavallo ne fanno tre del ciuco.

La strana coppia mi passa accanto ignorandomi, come fossi un’ombra, come vedessero altro nella loro realtà parallela, nella loro dimensione, in quella campagna disseminata d’ulivi. Procedono oltre me, parlottando, cavalcando, fino al sommo d’un altro colle, fino a sparire oltre il dosso. E mi accorgo che il loro passaggio non ha sollevato nemmeno un alito di polvere, non ha lasciato nemmeno un’impronta sul sentiero.

Devo averli già visti altrove, questi due. Forse a Cordoba, un pomeriggio assolato, mentre prendevo un po’ di refrigerio alla fontana del Potro. La piazza era vuota, le case bianche, la gialla facciata della Posada del Potro. E nient’altro. Il garrire dell’acqua. Nessun segno di vita. Mi chino a bagnarmi le mani, intravedo il volo di una rondine riflesso nell’acqua, mi tiro su, e dietro di me sbruffa un cavallo. Mi volto. Sono smontati davanti al portico dello stallaggio che si dev’essere spalancato, perché era chiuso, prima, senza un cigolio. Sono comparsi dal niente, silenziosi come un miraggio, e quasi mi sembrano, le loro figure, trasparenti al sole. Discutono animatamente di castellani e cantinieri, capisco qualcosa nel copioso sproloquiare del piccoletto, nel rancoroso grugnire del lungo. Poi entrano nell’ombra e scompaiono come inghiottiti, loro e le loro cavalcature. Un batter di ciglia e il portone è chiuso come non si fosse aperto mai.

O forse li ho incontrati, quei due cavalieri, penso camminando tra gli ulivi, tra le pagine di un libro, si, dev’esser lì che li ho intravisti, fantasmi irreali, eppure così veri, nella realtà fittizia del romanzo. Li ho incontrati, forse, mi piace pensarlo, nel parlare della gente. Nel parlare della gente in un’altra piazza di Cordoba.

C’è una piazza, a Cordoba, strana, dove regna una strana atmosfera. Plaza della Corredera, si chiama, e un tempo vi si svolgevano corride di tori. La stranezza la trovi già entrandoci, in quel vasto piazzale spazzato dal sole, in quei 55 per 113 metri. Ci arrivi dai vicoli freschi e quando non te l’aspetti la piazza ti si spalanca davanti. Un gran rettangolo vuoto. Qua e là gente strana, un barbone cencioso che parla da solo, una coppia di giovani con i dreadlocks e i tatuaggi che vendono sculture di fil di ferro, tavolini nel fresco dei portici, taverne, caffé, una ragazza che compra sigarette, bambini, gente che riposa e che si gode l’ombra. Si, perché l’architetto salmantino Antonio Ramos Valdés, nel 1683, pensò di attrezzare la vasta piazza di porticos y arcadas per ospitare le botteghe dei mercanti.

Lì sotto, intorno a un tavolino, c’era, quel giorno, un gruppetto di persone. Una signora con una carrozzina con dentro una bimbetta pisolosa, un signore grasso in ciabatte infradito e barba di tre giorni, un ometto magro dai capelli crespi, una signorina con l’orecchino al naso che sorseggiava una birra. L’uomo grasso aveva in mano un libro, vecchio, con le pagine ingiallite. il filo teso delle cuciture, la copertina di cartoncino verde mangiucchiata ai bordi. Uno di quei libri che stanno in casa e quando li apri sanno odor di carta vecchia, di canapa, di muffe, di umori. Teneva il libro in mano, aperto su un capitolo a caso, e leggeva, senza fretta, lentamente, a voce bassa. Tutti lo ascoltavano, raccolti in una bolla irreale. Erano lì, nel pomeriggio assolato di Plaza della Corredera, nel parlottare dei passanti, nello scorrazzare dei bambini, nello zampettare dei piccioni, ma erano anche altrove. Dentro le pagine di un libro scompaginato, nel bel mezzo di una storia, assorti.

Quiso la mala suerte del desdichado Sancho, leggeva a mezza voce l’uomo grasso, que entre la gente que estaba en la venta se hallasen cuatro perailes de Segovia, tres agujeros del Potro de Córdoba y dos vecinos de la hería de Sevilla, gente alegre bien intencionada, maleante y juguetona, los cuales, casi como instigados y movidos de un mismo espíritu, se llegaron á Sancho y apeándole del asno determinaron salirse al corral que tenia por límite el cielo. Y allí, puesto Sancho en mitad de una manta, comenzaron á levantarle en alto y á holgarse con él, como con perro por carnestolendas.

Quell’uomo grasso, con le ciabatte e la barba di tre giorni, che poteva essere un camionista di passaggio, quella mamma con bambina, che poteva essere lì nell’ora della siesta in attesa che aprisse il supermercato, quell’uomo magro, con i capelli crespi, forse un pizzicagnolo o un panettiere, quella signorina con l’orecchino al naso e la sua birra fresca, probabilmente una studentessa di veterinaria dell’Università di Cordova, erano lì ma erano altrove. Erano forse anche loro con me lì vicino, ma lontano nel tempo, alla Posada del Potro, nel garrire della fontanella, nell’odore di stalla che emanava spesso e dolce dal portone spalancato del patio.

Volle la cattiva sorte dello sventurato Sancio che fra coloro che colà trovavansi vi fossero quattro battilana di Segovia, tre merciai del Potro e due Sivigliani, gente allegra e dabbene, ma sempre pronta alle burle. I quali, come se un medesimo spirito gl’istigasse, accostaronsi a Sancio, lo smontarono dall’asino e deliberarono d’uscir nel cortile che avea per coperchio il cielo. Ed ivi posto Sancio in mezzo a un copertoio, cominciarono a sbalzarlo in alto togliendosi lo spasso che alcuni si prendono d’un qualche cane nella stagione di carnovale. Furono si alte le grida del sobbalzato che giunsero all’orecchio del suo padrone, che,volta la briglia del suo Ronzinante, ritornò all’osteria e scoperse il cattivo giuoco che facevasi del povero Sancio. Lo vide calare e salire nell’aria con tanta grazia e prestezza che se non fosse stato col l’animo inviperito ne avrebbe riso egli stesso. E cominciò a scagliare, contro a quelli che facevano balzar Sancio, tante villanie e vituperi che non è possibile scriverli.

E che non è possibile leggerli. L’uomo grasso con le ciabatte chiude il libro, saluta, e torna al suo camion, al suo viaggio. La signora con un sorriso si avvia con la sua carrozzina verso il mercato. L’uomo magro con i capelli crespi attraversa al piazza verso la sua bottega da riaprire dopo l’ora della siesta. La signorina, finita la birra, torna ai suoi studi nell’alto di una mansarda sospesa sulla città. Io mi allungo sul mio sedile della carrozza 3 nel bianco treno della Renfe e guardo scivolare via dal finestrino gli infiniti ulivi dell’Andalusia.

Boabdil

Boabdil.jpgE’ certo che a guardarla dall’alto, anche oggi, fa un certo effetto Granada. Guardarla, per esempio, dalla Torre della Vela, la prua battuta dai venti della fortezza dell’Alhambra, dove garriscono le bandiere, dove precipita il dirupo sul folto della valle del Darro, dove si affacciano il quartiere arabo dell’Albaicin e il quartiere rupestre dei gitani del Sacromonte. Fa un certo effetto. Anche se oggi Granada è una città moderna di viali, giardini, negozi, caffé, palazzi, automobili, autobus, semafori, qualcosa è rimasto di quella Granada del 1492, quando l’ultimo sultano si arrendeva alla conquista cristiana. Sono rimaste le mura dell’Alhambra, pochi palazzi, le strade strette dell’Albaicin, è rimasto qualche albero secolare, sono rimasti il Darro ed il Genil, sono rimaste, impassibili, le montagne della Sierra Nevada. E’ rimasta l’aria, il colore della terra, il calore del sole.

Sandali nella polvere. L’ombra di un cammello. Un vecchio magrissimo, vestito di stracci, volto legnoso, bocca senza denti, un cencio malamente avvolto intorno al capo, avanza con passo scomposto. Ha gli occhi grigi, interamente grigi, senza pupille, arrugginiti dalla cataratta. Cammina ciabattando, sostenendosi a un ramo nodoso, mormorando litanie. L’ombra di un cammello gli passa accanto scivolando sulla sabbia. Il cieco continua a camminare balbettando le sue giaculatorie, sputacchiando, con una smorfia scolpita sul viso, che può essere l’espressione di un dolore, che può essere un sorriso. Passano le ombre dondolanti di quattro cammelli, e i fruscianti caffettani di alcuni beduini, e i sandali che calpestano impronte di carovane.

A tarda sera il vecchio arriva al bivacco dei beduini. Non è la luce balenante del fuoco ad attirarlo lì, forse piuttosto un lieve sentore del suo calore nell’aria fredda del deserto. Entra nella bolla di luce, avanza, attende. Il carovaniere più anziano gli fa un cenno. Non vede il cenno, forse sente il fruscio della manica, o lo spostamento del braccio nell’aria. Ringrazia, si siede, posa a terra il bastone. Il figlio maggiore del beduino prepara il tè, lo versa in piccoli bicchieri, lo serve. Il padre toglie il pane cotto nella sabbia calda, accanto al fuoco, lo pulisce con la lama del coltello, lo spezza in parti uguali, lo offre a tutti. Masticando, il vecchio cieco, come per ripagare in qualche modo l’ospitalità, racconta piano la sua storia. Molti l’hanno incontrato, sulle sabbie del Marocco, e alcuni raccontano ancora di lui, e qualcuno dice ancora di averlo visto vagare, cieco, a piedi, balbettando litanie, sulle piste del Sahara, anche se adesso dovrebbe avere cinquecentocinquant’anni, il fantasma inquieto di Boabdil.

Mi chiamo Abu Abdhallah Mohammed Nazarì, ma un tempo mi chiamavano Boabdil. Fui l’ultimo sultano di Granada. Cammino sotto il peso della colpa di non aver sacrificato la vita del mio popolo, di non aver difeso fino alla morte i bastioni dell’Alhambra. Cammino sotto il peso della colpa di aver consegnato la città ai re cristiani senza combattere, chiedendo in cambio la vita del mio popolo, della mia famiglia e di me stesso. Ho lasciato l’Alhambra piangendo. Piangendo ho guardato Granada un’ultima volta dai monti dell’Alpujarras, da un passo che oggi chiamano il Suspiro del Moro. Ho pianto perché lasciavo un paradiso in terra, El Andalus, Granada. Ho pianto e mia madre mi ha detto: “Piangi come una donna perché non hai difeso il tuo regno come un uomo”. Mi sono voltato verso il mare e da allora vado vagando, vecchio e stanco, con gli occhi spenti, attraverso il deserto, pieno di ricordi.

Ricordo gli azulejos dell’Alhambra, l’ombra dei suoi giardini, il fresco delle fontane, la musica della mia giovinezza, il canto del muezzin, all’alba e nella sera, dai minareti dell’Albaicin, dalla Grande Moschea di Granada, che si perdeva nell’aria tremula dei monti. Ricordo sguardi di donne velate, la severità di mia madre, l’autorevolezza di mio padre, le musiche suonate nei giardini del palazzo. Ricordo il garrire delle bandiere sulla torre della Vela e ricordo i tetti della mia città, i suoi colli e i suoi fiumi, la sua gente, i suoi mercati e le sue feste. E la guerra. L’esercito sconfinato di Castiglia e di Aragona. E quei due re cristiani, giovani e forti, Isabella e Ferdinando, quella donna dalla pelle pallida e dallo sguardo fiero, quell’uomo bolso, glabro, dall’aria imbambolata, ma spietata, ai quali ho consegnato il ferro freddo delle chiavi di Granada. Ricordo la carovana dell’umiliazione, la via dell’esilio, la strada di polvere che si inerpica per l’Alpujarras. Ricordo il Suspiro del Moro, l’ultimo sguardo su Granada. E il mare. Quel poco mare da attraversare per abbandonare l’Europa e raggiungere, da profugo, da migrante, l’Africa.

Da allora ricordo, cammino su strade di polvere e sopravvivo, vecchio e cieco, ringraziando chi mi da pane e tè e un posto accanto al fuoco in cambio della mia storia.

 

Lo spirito di Parigi

Maigret.jpgIo comincerei da Ivette. Piccola. Capelli corti come stoppa, selvaggi e indomabili. Una risata scolpita tra le rughe. Batte le mani, Ivette, e tenendole giunte “ahaaa” ride forte, e ride con tutto il corpo, curva sotto il golfino liso, con i piccoli piedi in grandi pantofole felpate. Compare ciabattante, Ivette, puntuale ogni mattina nell’aria grigia di Rue de Lappe. “Bonjourmessieurdames” sbotta con voce chioccia, poi trabocca in una tiritera incomprensibile, quasi non francese, quasi una lingua sua, che suona come: “sava jabada mamanque jouretnuit pascommesçi pascommeça, ahaaaaaa”. E ride.
Potrebbe chiamarsi Adele, o Irene, o forse in qualche altro modo, la signora che la mattina apre il Bistrot des Sans Culottes in Rue de Lappe. E’ di origini algerine, credo, viso aperto, simpatico, capelli legati a crocchia ancora quasi neri, crespi, mediterranei, che sfuggono ai pettini e alle forcine. Tira su la serranda, capovolge le sedie, spolvera i tavoli, poi abbraccia la piccola Ivette, le scompiglia i capelli, le dice qualcosa come “che farei senza di te mia piccola Ivette”, e lei si schermisce con le mani e risponde “ohvalàvalà bonbon valàvalà, ahaaaa”. E ride, stridulamente, quasi piangendo, ride.
Il commissario Maigret si scolla la pipa dai baffi. Per me, checché ne dica Simenon, Maigret ha sempre avuto i baffi, come Gino Cervi, e sempre li avrà. Il commissario Maigret si scolla la pipa dai baffi e sorride con il suo sorriso appena accennato in un angolo della bocca, a Ivette che si siede un po’ più in là, nè dentro nè fuori, sulla panca dietro i tavolini del Bistrot. “Ahaaa” gli dice lei, con la risata, la gioia, disegnata sui lineamenti del viso con tratti da caricatura. Lui fa un cenno con la pipa. Adele, o Irene che sia, prepara il café au lait smanettando le valvole della gigantesca vaporiera di rame dietro il bancone. Una mezza baguette imburrata, un croissant, marmellata e una tazza di caffelatte bollente, segnano, sotto il cielo uggioso del mattino, l’inizio di questa immaginaria, o quasi, giornata parigina.
Maigret, gocce di caffelatte sui baffi, sembra sul punto di interrogare Ivette a proposito dell’enigma ancora irrisolto dello Spirito di Parigi. Gli sembrava quasi di averlo intravisto, ieri sera, tra gli alberi ombrosi del Bateau-Lavoir in Place Émile Goudeau a Montmartre, dove si aggirava l’ombra di un giovane Picasso pensieroso, tra capannelli di artisti abbarbicati alle panchine presso la piccola fontana di bronzo, tutto intento, lui Picasso, a interpretare le immagini di certe memorie di prostitute catalane spacciate per demoiselles d’Avignon. Gli sembrava quasi di averlo intravisto, a lui, Maigret, lo Spirito di Parigi, ma subito era scomparso, con uno svolazzo d’impermeabile giù per le scale, dietro le grate floreali dell’ultima stazione art déco della metropolitana di Place des Abbesses. Maigret aveva spento la pipa contro un albero, se l’era infilata vuota tra le labbra, aveva sollevato il colletto della giacca e tenendosi il cappello in una folata di vento piovigginoso aveva seguito lo Spirito di Parigi nel sottosuolo piastrellato della città.
Forse Ivette lo sa dove si nasconde lo Spirito di Parigi. Il commissario Maigret sembra sul punto di dire qualcosa ma poi si alza, paga la colazione, saluta con un cenno e si avvia verso Place de la Bastille nell’aria umida che minaccia pioggia.
Che poi, a ben pensarci, visto che la letteratura, più o meno come la pittura del giovane Picasso a Montmartre, deve interpretare, deve suggerire più che rappresentare, deve stimolare l’immaginazione e non sostituirsi ad essa, a ben pensarci chissà che lo Spirito di Parigi non si nasconda proprio tra le ombre, gli anfratti, le vertiginose altezze di quell’universo di picchi e guglie di Notre Dame, agile e impalpabile nel suo ambiente verticale, come un Quasimodo fantasma, come una chimera volante.
Non è certo nel Louvre, lo Spirito di Parigi. Forse c’era in quello di Belfagor, in quello dei tempi in cui qualcuno poteva introdursi nottetempo, buttare una giacca su Monna Lisa e fuggire di corsa, l’eco rimbombante nei corridoi, sotto le volte vuote, scarpe di cuoio, berretto, bretelle, e quel fagotto ingombrante, rigido nella sua cornice, fuori all’ombra dei fanali, mentre lontano echeggiavano i fischietti dei guardiani. Forse in quel Louvre là, caro Maigret, c’era lo Spirito di Parigi, ma non c’è più in questo Louvre, nel Louvre delle piramidi di cristallo, nel caleidoscopio straordinario delle più importanti opere dell’umanità vorticanti, nel rincorrersi di immagini straordinarie in un panico delirante, profano, sfolgorante, in cui la povera Lisa viene ostentata come una reliquia, venerata come una sindone, un vitello d’oro, un sacro graal, mentre appena qualche passo più in là, in altre sale e corridoi, chiunque può appiccicare una mano sudata o un dito di Nutella sulla vernice nuda di un Tiziano o di un Rembrandt.
Caro commissario Maigret, forse un’ombra, ma un’ombra appena, di quello Spirito di Parigi che ci fu caro l’ho vista sgattaiolare ieri sera nel quartiere latino, si è infilata nella Court du Commerce Saint André, quel viottolo di case basse dove lavorava di pialla il dottor Guillotine, dove Marat stampava il suo giornale, l’amico del popolo, e pianificava il terrore. L’ho visto girare l’angolo, infilarsi nel cancello, scomparire nell’ombra radente dei bassi palazzi antichi. Ho fatto un passo di corsa ma l’ombra era già sparita. Per un attimo ho pensato fosse entrata nella modesta vetrata del Procope, là dietro, sul retro del celebre caffé, dove c’è l’ingresso più antico, più autentico, dove sopravvive un po’ lo spirito rinascimentale, lo spirito artistico e letterario, lo spirito rivoluzionario della città vecchia. Ma dentro non c’era nessuno. Ho lasciato i piccoli vetri quadrati del Procope, i telai di vecchio legno laccato turchese, ho percorso il vicolo fino in fondo, ho fatto il giro dall’altra parte, sulla Rue de l’Ancienne Comédie, e lì è tutta un’altra cosa, lì c’è l’ingresso principale del Procope, mio caro Maigret, tutta un’altra cosa, elegante, formale, e forse lo Spirito di Parigi di lì è uscito e si è perso per sempre nella folla.
Poi, per un attimo ho pensato a un colpo di fortuna. Salendo da Saint Paul, nel cuore del Marais, mi è parso di scorgere un uomo baffuto (se fosse baffuto non so) dietro i vetri di una finestra al primo piano in Place des Vosges. Mi ha guardato severo, lo spettro di Victor Hugo, e si è ritirato nell’ombra. Ero quasi tentato di bussare alla porta di casa sua, lì nell’angolo dei portici, nella puzza d’orina dei nuovi miserabili, lontani anni luce dai clochard dei suoi tempi, Maigret. Ma poi ho rinunciato, pensando che forse non avrebbe gradito una visita, Monsieur Hugo, e sono andato via.
Forse lo Spirito di Parigi, mio caro commissario Maigret, è finito incatenato nelle segrete della Conciergerie che ospitarono Maria Antonietta, forse è rimasto soffocato nella grandeur del Grand Palais, forse si è perso nelle Tuileries, forse l’ha abbattuto a schioppettate quel vecchio reduce zoppicante, dai folti moustaches bianchi come zucchero filato, con il petto lucente di medaglie e coccarde al valore, che si aggirava sotto le volte fragorose dell’Arc de Triomphe de l’Etoile.
Ma forse è nelle piccole cose che ancora sopravvive, lo Spirito di Parigi, lontano dalla grandiosità napoleonica, lontano dalla modernità novecentesca e contemporanea. Forse sopravvive nelle dita callose di un suonatore d’organetto, nelle costole magre di un contorsionista, nel cerone bianco di un mimo Pierrot, nel cappello sfondato di un prestigiatore da strada, nella risata di un pagliaccio che fa ridere i bambini. Forse lo spirito di Parigi sopravvive nella risata di Ivette, sul selciato di Rue de Lappe al mattino presto. Forse qualcuno l’ha rubato, lo Spirito di Parigi, trafugato, assassinato. Forse qualcuno l’ha ingannato, l’ha rapito, l’ha soffocato col cloroformio, l’ha travestito, l’ha contrabbandato con destrezza, l’ha nascosto e l’ha portato via. In ogni caso, caro commissario Maigret, comunque sia, non sono stato io. Firmato Arséne Lupin.

Io, gli altri

Immagine.JPGCi sono io, e ci siete voi. Tutti. C’è la signora Pina che vende le olive al mercato. C’è Gianni il parrucchiere, c’è il Professor Barberis, c’è Ugo che fa l’architetto, c’è quello del bar che forse si chiama Matteo, c’è Mario, c’è Pietro, c’è Maria, c’è Giovanna. E poi ci sono tanti, tanti, tanti altri. Tanti erano in fiera, questo fine settimana, a Torino. Tanti. Mentre stavo seduto in sala gialla, venerdì, ad ascoltare un paio di senatori parlare di diritti umani ricordando la Politovskaja, la sala era piena. Non è mica piccola. Piena. Tanta gente. La Bonino diceva: beh, la Politvskaja, sappiamo tutti, qui dentro siamo tutti d’accordo, se siamo qui è perché siamo tutti convinti che i diritti umani vadano rispettati, ovunque, in Italia come in Cecenia, e tutti vorremmo un mondo migliore, il problema è un altro. E io penso: quanta gente. Quanti. Tutti qui per i diritti umani. Qui, come alla conferenza di Vandana Shiva, con Carlo Petrini, con Ermanno Olmi, tutti che parlano di un mondo migliore, di un riavvicinamento alla terra, del ritorno all’essenziale, dell’attenzione al superfluo, agli sprechi, alla qualità, all’ambiente, nella necessità di una nuova economia. Cose ovvie. Cose di buon senso. Cose di straordinario buon senso. Cose, purtroppo, di un buon senso straordinario.
Ogni tanto ci penso, a questa cosa di mia nonna. Scusate se divago un po’. Se tornasse mia nonna. Ogni tanto ci penso. Mia nonna è morta molti anni fa, io me la ricordo appena, una donnona di campagna, con la sua crocchia di pettinini, il suo grembiule, un buon umore contagioso. E’ morta nel nostro villaggio sulle colline, trecento anime, tra quella gente dell’alta Langa, caro Petrini, che come tu sai erano un po’ come gli indiani d’America: vecchi, saggi, taciturni. Una minoranza estinta. E’ vissuta nelle sue campagne, mia nonna, era una donna di campagna, ma è vissuta anche a Torino, ai suoi tempi, in città. Allora io a volte ci penso, a mia nonna. Vado, faccio un salto là dove ci sono tutti gli altri, quelli che non ci sono più, e la invito a venire a fare un giro con me per vedere le cose come sono adesso, per confrontarle con quelle com’erano ai tempi suoi. E’ una roba che ai vecchi piace. Alcuni sono di cattivo umore perché vedono le cose cambiare, e andare male. Ma quelli sono i vecchi vivi. I vecchi morti, quelli che non hanno più niente da perdere, si piegano in due dalle risate. Poi mia nonna era di buon umore anche quand’era viva, figuriamoci, risponde con il suo sarcasmo contadino a tutte le nostre stupidaggini. E allora io vado là dove ci sono tutti quegli altri, la prendo sotto braccio, e la porto a fare un giro in via Po. La prima cosa che fa piegare in due mia nonna sono le stufe a gas che d’inverno scaldano l’aria fuori. Fuori, dice incredula, ridendo. Fuori, davanti al bar, racconta mia nonna, tornata là dagli altri, quelli morti. Davanti al bar, dice, fuori, scaldano. E tutti a ridere. E c’è anche qualcuno, racconta mia nonna alle schiere dei morti, che sta seduto fuori col cappotto abbottonato a bere il caffé mentre magari, dentro, il bar è vuoto. E ridono. L’altro giorno, una bella giornata di primavera, ho visto una bancarella al mercato che vendeva piantine da balcone, basilico, salvia, e ortiche. Ortiche. Aveva due vasetti d’ortiche. Ho portato mia nonna, morta, a fare un giro al mercato e quando ha visto le ortiche, nei loro vasetti, non credeva ai suoi occhi. Le ho spiegato che per fare la minestra d’ortiche, o il risotto, o la frittata di ortiche, non solo coltiviamo le ortiche sul balcone, le innaffiamo, ma magari le compriamo persino al mercato spendendo dei soldi. Le ortiche. L’erbaccia più infestante che ci sia. Mia nonna è morta un’altra volta, rossa, paonazza, con le lacrime agli occhi, si è piegata in due ed è caduta giù, proprio lì, in mezzo al mercato, sgambettando tra la cottola e il grembiule. Meno male che i morti non li vede nessuno. Nonna, smettila di ridere, tirati su, stai male? No, non è niente, sono morta già una volta, che vuoi che sia? E rideva come una matta.
Ci sono io, e ci sono gli altri, tutti gli altri, anche quelli che c’erano, anche mia nonna con il suo ordinario buon senso. Ma possibile che oggi per sentire cose di buon senso si debba organizzare una conferenza con personaggi illustri, artisti, intellettuali, e persino applaudire, come avessero detto cose straordinarie? Possibile si, perché effettivamente hanno detto cose straordinarie. Straordinarie anche se quelli che applaudono sono tanti, tanti, tantissimi, una sala gremita. Tanti.
Ma quanti sono quelli fuori? Quanti sono quelli che non sono qui ad ascoltare, ad applaudire? Quanti stanno in questo momento bevendo un caffé, guardando una partita, cucinando la pastasciutta, facendo una passeggiata, lavorando in fabbrica, in un cantiere, cadendo da un’impalcatura, protestando in un corteo, vendendo ombrelli e fazzoletti, zappando la terra, raccogliendo pomodori, morendo di fame, comprando scarpe, piangendo per un fidanzato, litigando con una fidanzata, suonando il clacson, telefonando, perdendo il pullman, salendo le scale, bevendo vino, fumando, pagando debiti, facendo jogging, portando i figli a scuola, passeggiando con la nonna? Quanti? Quanti stanno dietro le griglie dei centri di accoglienza e di espulsione? Quanti stanno affondando sui barconi? Quanti stanno attraversando i deserti? Quanti stanno camminando controvento? Quanti.
Qualche giorno fa stavo a Chioggia. In una zona un po’ fuori, stavo camminando verso la città. Chioggia. Mi viene incontro, attraversando la strada, un africano. Capelli crespi cortissimi, spruzzati di grigio, barba di due giorni, spruzzata di grigio. Mi viene incontro per caso, mi passa accanto, poi si ferma e capisco che vorrebbe chiedermi qualcosa. E’ curioso, a pensarci poi, e quasi fa ridere. Quando un africano ti ferma per la strada istintivamente ti viene in mente che voglia vendere qualcosa o chiederti dei soldi. Invece a me istintivamente, chissà perché, è venuto in mente che volesse un’informazione. Scusi, dov’è via Roma? Piazza Indipendenza? Corso Unità d’Italia? Allora l’ho fermato prima che parlasse e gli ho detto, io a lui: guardi che non sono di qui. E lui mi ha detto: anch’io non sono di qui. Già, ho pensato, è africano. E mi ha guardato strano. Poi ha aggiunto: sono di Bologna. Un africano di Bologna, ho pensato io. Certo, io sono un italiano di Torino e lui un africano di Bologna, siamo entrambi a Chioggia e probabilmente io non posso essere utile a lui quanto lui non può esserlo a me. Chissà perché non ho pensato neanche per un attimo che avesse bisogno di soldi. Forse perché si vedeva che neanche lui era tanto abituato a chiedere soldi. Era un africano in Italia, sotto un caldo pomeriggio di maggio, a Chioggia, in una zona periferica, e non era affatto abituato a chiedere soldi. Non sapeva cosa dire, forse si era persino pentito di avermi fermato. Mi guardava. Lo guardavo. Poi ho visto che gli è venuto da piangere. Così, improvvisamente. Lacrime trattenute. C’era qualcosa che non andava, aveva un problema. Parlava malissimo l’italiano. Devo andare a Bologna, ho capito. Non capivo. Devi andare a Bologna? Si. Ma c’è un treno, un autobus? Si c’è un autobus, qualcosa, diceva lui. Facevo fatica a capire. Forse voleva sapere dov’era la stazione di Chioggia? Hai bisogno di soldi? Non ha detto si. Ha detto qualcosa che non ho capito. Ho tirato fuori un paio di euro, poi la mia ragazza che stava con me, che forse lei aveva capito prima di me, ha detto: senti, a me non mi cambia la vita. E gli ha dato una banconota da dieci euro. Lui piangeva piano, ma piangeva di vergogna, di disagio, di gratitudine, non so di cosa, ma non di paura, non piangeva per commiserare, non faceva finta. Mi ha detto no, no, costa otto euro, il biglietto costa otto euro, sono troppi. Gli ho detto dai, prenditi un panino, qualcosa da bere, e buon viaggio. Non la finiva più di ringraziarci. L’abbiamo lasciato là, gli occhi umidi, quei dodici euro in mano, preziosissimi, che erano per lui qualcosa da mangiare e un biglietto per tornare a casa. Un problema risolto. Un africano di Bologna. Spero che la sua vita migliori. Che le cose gli vadano bene.
Frank Westerman è un giovanotto olandese, capelli biondicci corti, viso olandese, maglietta girocollo a righe, giacca. E’ uno di quelli che un tempo viaggiava in autostop, un hitcher. Metteva fuori il dito, e girava il mondo, alla ricerca degli altri. Lui. E gli altri. Un giorno, nel 1983, arriva a Banyoles, in Catalunia. Lì c’è un museo e in quel museo Frank Westerman si trova di fronte un uomo imbalsamato. Imbalsamato. Un uomo morto al quale, con naturalezza, come fosse un tapiro, un capibara, un armadillo, una tartaruga, hanno tirato fuori tutto, hanno conciato la pelle in qualche modo per farla asciugare per bene, poi l’hanno riempito di paglia, gli hanno infilato una sbarra di ferro al posto della spina dorsale, gli hanno messo un paio d’occhi finti, di vetro, e l’hanno messo in piedi, su un piedistallo, ed è diventato l’attrazione del museo. Lo chiamavano “El Negro” perché era un uomo africano, un San, un uomo della boscaglia, un bushman, un boscimane del Botswana. El Negro. Quell’uomo impagliato, quella pelle cucita e trattata con il lucido da scarpe, messo lì, in piedi, con un gonnellino a coprire parti intime non più intime, con un pennacchio di piume in testa, con lo scudo e la lancia, è diventato un’attrazione da museo, un fenomeno da baraccone. Oggi non c’è più, El Negro. L’hanno rispedito in Boswana e l’hanno sepolto lì. Nel villaggio sbagliato, dice Westerman. L’hanno messo nel villaggio sbagliato ma è comunque meglio lì che in un museo. Il titolo del libro di Frank Westerman è “El Negro e io” e Iperborea l’ha appena pubblicato in italiano. Lui e io. Io, gli altri. El Negro. Una storia di vergognoso colonialismo, una storia razzista. Una storia di quel razzismo che in Europa è cominciato nel XV secolo, quel XV secolo che sto studiando per il mio lungo lavoro sui testi di Giovanni Battista Ramusio. Di quel razzismo che è partito dalla conquista dell’America, dalle guerre indiane, che ha attraversato la depredazione dell’Africa, la schiavitù, il colonialismo, il post-colonialismo, e che si evolve di continuo fino alle nuove forme di schiavitù moderne, fino alle fabbriche del sudest asiatico, piene di bambini, fino al moderno capitalismo cinese, fino ai respingimenti dei barconi dei migranti, fino ai campi di concentramento nel deserto libico, fino ai marciapiedi di casa, fino alle strade di Chioggia, di Vicenza, di Verona, di Torino, di Milano, di Lampedusa, di ogni dove.
Francesco Viviano è stato sulla nave Pinar. Lo chiamano in ballo per un attimo appena, prima di un’altra conferenza, è in sala, gli chiedono di dire due parole. Quello che dice, per quanto lo abbia già scritto sul giornale, fa paura. Fa paura. La nave Pinar, un mercantile diretto in Turchia, recupera i naufraghi di un barcone di migranti. L’equipaggio della Pinar sono otto persone. I naufraghi sono centocinquanta. Centocinquanta disperati, in fuga dall’Africa. Una donna incinta. Una donna morta. Tutti sappiamo com’è andata la faccenda: Malta rifiuta di accogliere i naufraghi, Lampedusa rifiuta di accogliere i naufraghi, cinque giorni di attesa. Cinque giorni in mare, con la fame, la sporcizia, le malattie. Anch’io, dice Viviano, ho dovuto fare una profilassi contro la meningite, perché c’erano dei malati con la meningite. La meningite. E c’era una donna morta da cinque giorni che puzzava sul ponte, coperta con un telo di plastica, sotto il sole, tra i liquami. Cinque giorni. Il racconto di Francesco Viviano fa paura. Lui, su quella nave, lui, il testimone dell’orrore. E gli altri.
Un altro giornalista, un altro testimone, è il protagonista della storia “Questo è un uomo” di Davide Camarrone, interpretata in sala gialla da Caterina de Regibus. La storia racconta di un giornalista del Corriere della Sera, di origini africane, che si finge un immigrato clandestino e si fa catturare per raccontare dal vivo l’epopea dei migranti. E scompare nel nulla. Nessuna notizia. Poi arriva lei, la donna della memoria. Una donna africana alla quale, secondo la tradizione, vengono consegnate le storie da non dimenticare. L’ho conosciuto, dice, in un campo di prigionia, in Libia, tra tanti altri come lui. Lei. Lui. E gli altri. E racconta l’orrore del campo in Libia, dove il nostro governo sta respingendo i migranti con tanto orgoglio. Ed è lo stesso orrore dei racconti di Primo Levi. Sullo schermo scivolano via le  immagini in bianco e nero dei campi nazisti, degli scheletri ebrei, delle fosse comuni. Nella mia mente quelle immagini si sovrappongono a quelle più nitide, a colori, dei sopravvissuti della Pinar, dei reclusi di Lampedusa, dei Centri di Permanenza Temporanea che adesso bisogna chiamare Centri di Identificazione ed Espulsione. Identificazione. Espulsione. Respingimento. Stiamo vivendo un altro dramma epocale, e di questo siamo testimoni proprio noi. Dopo aver letto sul libro dei viaggi di Pizarro e Almagro e Atahualpa, dopo aver visto vecchi sceneggiati televisivi sulla schiavitù, dopo aver letto delle deportazioni, dopo aver sentito testimonianze diretta della shoah, adesso siamo noi i testimoni. Siamo arrivati alle nuove frontiere del razzismo. E questa schifezza sta intorno a noi, vicina vicina. Noi. E gli altri. Mia nonna, di questo, non ride. China piano la testa e fa un gesto con la mano, come a dire: bah. Lei, morta, può dire bah.
Il problema è un altro, dice la Bonino. E’ l’Europa, il problema. L’Europa che dovrebbe avere una classe politica intelligente, preparata. E io penso al buon senso di mia nonna, quello basterebbe. E invece noi, a noi, dell’Europa non ci importa niente. Ci mandiamo il ciarpame, in Europa, spudorato o meno, laureato o meno. Ciarpame. Perché tutti sanno che alla fine è il ciarpame che la gente elegge, predilige. Il ciarpame televisivo. Lo sai cosa ha risposto Franco Battiato quando gli hanno chiesto se guardava il “Grande Fratello”? Non mi interessa sentirmi intelligente sentendo parlare gente stupida, ha risposto, prefersco sentirmi stupido sentendo parlare persone intelligenti. Ciarpame. L’Europa, le elezioni europee, il referendum, non ce ne importa niente, cara Bonino. La gente, forse gli altri, non noi, gli altri, ma tutti gli altri, però, tutti, la maggioranza, ma anche la stessa classe politica, le elezioni europee le vedono nient’altro che come un altro sondaggio degli equilibri interni. Un altro sondaggio. Nient’altro. Di chi andrà al parlamento europeo, a discutere e a decidere dei migranti e di tutti i temi internazionali, non importa niente a nessuno. La Politovskaja scriveva: questo è l’inverno della politica, c’è una glaciazione tra il popolo e il partito, e gli unici a poter cambiare il clima siamo noi, non certo il Cremlino. Il 7 ottobre 2006 le hanno sparato quattro colpi di pistola in ascensore.
Noi. Gli altri. “Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano anche perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi o petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti fra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare fra coloro che entrano nel nostro Paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, di attività criminali”. Questo brano è tratto dalla relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione al Congresso degli Stati Uniti d’America, sugli immigrati italiani nell’ottobre 1912.
Dunque ci sono io, e ci sono gli altri, ci sono le maggioranze e ci sono le minoranze, le maggioranze decidono e le minoranze si adeguano, e non sempre il buon senso sta nelle maggioranze, e anzi spesso non ci sta. Questo è più o meno quello che mi è rimasto delle lunghe giornate in fiera, tra le passeggiate con mia nonna, una gita a Chioggia, un museo in Catalunia, un ascensore a Mosca, il ponte della Pinar, un campo di concentramento in Libia e una frittata d’ortiche.

Il libro dei viaggi

359537175.JPGQualcuno mi ha fatto notare che da un po’ di tempo sto trascurando il blog.  E’ vero, vi ringrazio per l’attenzione, evidentemente lavorare per il blog non è tempo perso  (ma esiste un tempo “perso”?).

 

Il fatto è che da un po’ di tempo sto lavorando a un progetto che mi interessa moltissimo e che si sta portando via una gran parte del mio tempo libero (ma esiste un tempo “libero”?).

 

Si tratta della preparazione di una serie di serate letterarie basate su uno dei testi più importanti del rinascimento: il libro “DELLE NAVIGAZIONI E VIAGGI” di Giovanni Battista Ramusio.

 

E’ un testo straordinario, un grande contenitore di storie, che ci porta alle radici delle conoscenze geografiche e scientifiche della nostra civiltà, ma anche alle radici del razzismo, del colonialismo e di quanto di grave ne è seguito e ne sta ancora seguendo.

 

La prima serata è stata una cosa un po’ particolare:  “IL LIBRO DEI VIAGGI” – CENA LETTERARIA – CIRCOLO ERIDANO – CORSO MONCALIERI 88 – TORINO – GIOVEDI’ 6 NOVEMBRE 2008 – ALLE ORE 20. Insieme ai gestori del Ristorante Eridano abbiamo pensato a una cena a tema, un viaggio attraverso le parole del Ramusio, accompangate da piatti e sapori appositamente ispirati, da Venezia all’Africa,  all’America Latina, al Caucaso, alla Persia, alle steppe Russe, al Catai di Marco Polo, per tornare poi con lui a Venezia.  COSTO: 27 euro (25 per i soci del circolo e 15 per i bambini).

 

Un nuovo appuntamento:

 

IL LIBRO DEI VIAGGI

Itinerari tra le pagine di Giovanni Battista Ramusio

Mercoledì 22 APRILE 2009 alle ore 21,30

Presso la sala della biblioteca del SERMIG

Arsenale della pace

Via Borgodora 61

Torino  

 

Walker Wolf

1254988870.jpgUn messaggio per Walker Wolf, ovvero Lorenzo Barbiè, che ha terminato la lunga e difficoltosa impresa di percorrere a piedi il Pacific Crest Trail, il sentiero che si snoda lungo la “muraglia” americana delle Montagne Rocciose dal confine con il Messico a quello con il Canada. Renzo ci ha raccontato nel suo blog i territori attraversati, i grandi spazi, le difficoltà e le emozioni, ma soprattutto ci ha raccontato la gente, la stupenda comunità degli hickers, la solidarietà, l’amicizia, il conforto che si trova nei crocicchi dei viandanti.

Carissimo Renzo, ogni tanto mi pongo il quesito: ma perché andare? Cosa ci spinge ad attraversare deserti, scalare montagne, navigare i mari, camminare, camminare? Perché questa febbre di andare, vedere, provare? Ieri sera sono stato al Sermig a vedere il documentario di Marco Vasta, un carissimo amico che ha risalito in febbraio il corso ghiacciato del fiume Zanskar a 4000 metri di quota e trenta gradi sotto zero in mezzo alle gole himalayane. Ho parlato di te, Renzo, e della tua impresa con amici comuni. Ho ricordato un amico viaggiatore, Giorgio Bettinelli, di cui parlo a lungo qui sotto e in altri articoli, che ha passato la vita a girare il mondo da solo, in Vespa, e che ci ha lasciati pochi giorni fa per una malattia. Una carissima amica, Lorella, in questo momento è nelle mani dei rapitori in Sudan, l’hanno presa mentre attraversava il Gilf El Kebir e siamo tutti in ansia per la sua sorte. Perché, mi chiedo?

Poi, leggendo quello che hai scritto nel tuo bellissimo articolo conclusivo del Pacific Crest Trail, ripensando alla frase che io stesso ho messo in testa al mio blog, spingendomi addirittura a rispolverare l’Ulisse dantesco, alla fine capisco. Una spiegazione me la do. Il motivo di tutto questo andare è che si viaggia e si legge per lo stesso motivo: per conoscere, per sapere, per capire. Niente a che vedere con le vacanze, con lo svago, con lo “staccare la spina”, no, questa è un’altra cosa. Viaggiare non è svago, è impegno e conoscenza.

E siccome ormai l’umanità i continenti li ha esplorati tutti, quello che tu scrivi mi conferma una volta di più che adesso è tempo di esplorare i popoli. La gente. Le piccole e grandi, remote, variegate comunità che non finiscono mai di stupirci.

E allora andiamo, Renzo, continuiamo a muoverci finché possiamo perché è nella nostra natura, perché non siamo fatti per vivere come bruti, perché viaggiare, vedere, sentire, comunicare e capire vuol dire serguire la virtù e la conoscenza. Grazie Renzo per le pagine del tuo blog che si aggiungono al grande libro dei viaggi e delle genti.

 

Freddo

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“Sono triste, desolata ma Giorgio non è più con noi,
vola libero come un uccello,
è in viaggio, ma in un altro mondo,
freddo.
Giorgio voleva scrivere un libro sul Tibet,
ma non può più farlo,
ora ha bisogno di dormire.
Non so cosa posso fare per continuare il suo sogno,
le sue parole e il suo amore verso di noi”

 

Yapei

 

Anch’io ho freddo, Yapei, un gran freddo. Non credo nella sorte, non credo in nulla, solo nel caso che mi ha fatto incontrare per la seconda volta nella mia vita Giorgio, e ancora una volta chiacchierare un po’ con lui, dopo quella sera di tanti anni fa nella Terra del fuoco. Mi resta una firma sul libro, e un ricordo. Avrei voluto vederlo invecchiare, Giorgio, invecchiare, invecchiare.

 

25/6/2008
About Giorgio

10/07/2006
A proposito di Giorgio

 

27/07/2005
Rapsodia in nero

 

Fuochi e racconti dall’Himalaya alle Langhe

1098298555.jpgPerché vi piace questo posto? Vi piace per la polvere? Vi piace per il vento? O vi piace per le strade sconnesse che mettono a dura prova la schiena? Sono parole di Seten Dorjay, le ho raccolte dal blog di mia sorella, Vilma, che quest’estate ha passato molte settimane tra la polvere e il vento, sulle strade sconnesse dello Zanskar, quella regione himalayana dove lavora la nostra associazione AaZ onlus, presso la Lamdon Model High School di Pibiting.
Seten Dorjay è un amico, sorriso aperto, pelle scura, occhi brillanti. Lavora in un ufficio pubblico a Padum, la vecchia capitale dello Zanskar, il villaggio più popoloso della valle. Ha una casa a Pibiting, non lontano dalla nostra scuola e tutti gli anni mette a disposizione dei volontari di AaZ onlus un paio di camere, la piccola cucina e un decoroso gabinetto. Una casa zanskara in stile zanskaro, un po’ più pulita, intonaci di cemento e una turca di ceramica blu per rispetto algli ospiti europei tanto fissati con l’igiene. Illuminazione fornita da un piccolo pannello solare, acqua portata a secchi dalla vicina pompa a mano.
Perché ci piace quel posto? Ci piace per lo sterco di vacca accatastato davanti all’uscio? Per le donne che raccolgono l’orzo con le mani, curve nei campi? Per i bambini dalle guance bruciate dal sole, coperti di sporcizia, ridenti e moccolosi? Ci piace per i disagi, per il freddo, per le nevicate ad agosto, per la polvere che ti prende alla gola? Forse ci piace per gli spazi aperti, per le vette himalayane, per i ghiacciai incombenti, per i cieli profondi, per il silenzio, per la luce del giorno e per il buio siderale della notte. Forse ci piace per la gente. Per il loro carattere e per la loro intelligenza. Per la loro filosofia buddista, per il loro rispetto per la pace e l’amicizia, per la loro ospitalità. Seten Dorjay, seduto timido sul bordo del letto della sua casa di Pibiting, accanto al suo figlio maggiore monaco a Bangalore, accanto al suo figlio minore allievo della nostra scuola, incarna un po’ tutto questo. E a Vilma chiede: perché vi piace questo posto? Tra l’ironico e l’incredulo. Non riesce a capire come mai da vent’anni un’associazioen europea aiuta trecento bambini zanskari a studiare, affrontando le difficoltà del volontariato in alta quota, mandando soldi, realizzando progetti. Lui sa, perché tutti sanno subito le cose in Zanskar, che Vilma è lì anche per aiutare l’associazione delle donne zanskare che sta cercando di alfabetizzare le donne adulte, di insegnare loro un mestiere, mentre ormai metà degli alunni della Lamdon School sono bambine e ragazze. Perché, si chiede Dorjay? E sorride. Vilma lì per lì non sa rispondere. Forse fa un gesto evasivo. E così fa Eliane, la responsabile dell’associazione francese con la quale lavoriamo. Una domanda a bruciapelo, una risposta non risposta. Poi, nella notte, Vilma ci ripensa, e scrive. Una risposta va data. Scrive a Seten Dorjay.
Sono nata in un paesino delle Langhe, scrive Vilma. Avevo quattro anni quando mi sono trasferita a Torino, perchè su quelle colline dure e difficili i miei genitori non riuscivano a vivere. Stavo tutta l’estate dai nonni e trascorrevo nelle Langhe anche le vacanze di Natale. Lassù non avevamo acqua corrente, non avevamo il bagno e il gabinetto era all’aperto, esattamente come qui adesso. Quando è nato mio fratello, nel 1962, la situazione era ancora quella. D’inverno avevamo una sola camera riscaldata. Prima di andare a dormire, per guardare fuori dalla finestra grattavo con le unghie i cristalli di ghiaccio. Mia madre ha scritto molto su quell’epoca e mio fratello sta continuando. Scriveva mia madre che prima di trasferirsi a Torino andava al mercato ad Alba, a venti chilometri dal paese, a piedi o con la bicicletta, camminava ridendo, scherzando e cantando insieme agli amici. Ora, continua vilma, siamo tutti ricchi. Abbiamo case confortevoli e riscaldate. Ora per andare ad Alba bastano venti minuti con la macchina ma ognuno viaggia solo sulla propria auto. Non si ride e non si canta più. Abbiamo perso molto. Qui in Zanskar vedo i bimni andare a scuola e mi sembra di vedere mia madre o mio padre, la situazione era la stessa. Vilma racconta di quando i suoi piccoli amici, sulle Langhe andavano al pascolo a cavallo delle pecore o aggrappati alla coda della vacca, dondolandosi, sotto l’occhio indulgente e ironico degli anziani. Gli zanskari, cosi sereni e cosi ospitali, mi ricordano i vecchi delle Langhe, dice Vilma, erano cosi. Uguali. Caratteri difficili ma ricchi di umanità che ora si è persa.  Ecco perche amo questo paese, scrive Vilma a Seten Dorjay, ecco perche ci vivo bene nonstante le condizioni difficili. Il mondo cambia, è inevitabile e necessario, ma cio che io vorrei è che gli zanskari abbiano condizioni di vita migliori e raggiungano il benessere come lo abbiamo raggiunto noi ma senza fare gli errori che noi abbiamo fatto.

Lo immagino, Seten Dorjay, che legge la lettera che Vilma gli ha lasciato prima di partire. Lo immagino immaginare le Langhe di qualche anno fa e i suoi contadini, con il suo sorriso enigmatico. Poi piega la lettera, con cura, la mette in tasca, preziosa, e si avvia sul sentiero che da Pibiting porta a Padum. Saluta una vecchia che arranca curva con il fagotto dell’orzo. “Julè ama san”. La vecchia sorride sdentata e agita una mano come a scacciare le mosche. “Ah julè julè”. “Bundì”. “Ah bundì, bundì, cerèa neh”.
 

Se volete sentire racconti o se avete storie da raccontare, vi invito a venirci a trovare a Serravalle Langhe, domenica sette settembre. Come facciamo da anni quella sera apriremo la nostra casa al pubblico e nel frutteto, tutti seduti intorno al fuoco, daremo vita alla manifestazione del “SERRAFALO’ – i fuochi e i racconti del sette settembre”, in collaborazione con “I Narratori di Macondo”. Si tratta del recupero di una antica tradizione langarola, i falò del sette settembre, che noi integriamo con racconti, canti e musica. L’invito è rivolto a tutti i lettori di “Strade di polvere”, e a chiunque desideri partecipare. Non si paga nulla. Basta arrivare verso le 18 per la merenda sinoira, magari portando qualcosa da mangiare o bere da condividere tutti insieme, oppure più tardi, all’imbrunire, per il rito dell’accensione del falò, e poi avanti, nella notte, per ascoltare le storie, i racconti, la musica intorno al fuoco come ai bivacchi antichi. File di bandierine tibetane uniranno idealmente mondi apparentemente diversi, apparentemente lontani, le Langhe come lo Zanskar, la cultura contadina che non ha confini. Le lingue e i dialetti del mondo.

Se volete leggere il racconto di Vilma andate su

http://zanskar-pa.blogspot.com 

 

Vi aspettiamo al Frutteto della casa delle Aie a Serravalle Langhe (CN) domenica 7 settembre 2008 a partire dalle ore 18. Visitate il sito del Serrafalò:

http://xoomer.alice.it/burb/Serrafalo.html