Cercando Chora

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Un bicchierino di tè rosso, due cubetti di zucchero, il tintinnio del cucchiaino. Il tè pare sia lo stesso di dieci anni fa. Lo stesso tè, lo stesso bicchierino, lo stesso zuccherino, lo stesso cucchiaino, lo stesso piattino bianco, rosso e oro. I vecchi, dieci anni fa, mettevano uno zuccherino nel bicchiere, agitandolo appena senza farlo sciogliere del tutto, e l’altro lo tenevano tra i denti, almeno quelli che ce li avevano ancora, lasciandolo sciogliere a poco a poco, mentre sorseggiavano. 
Intorno c’è il frastuono del bazar, l’ombreggiata frescura di aprile, un odore di spezie. Calando lungo le strette vie che ti portano verso il porto pregusti un sentore salmastro di mare e il canto dei gabbiani e invece ti vengono incontro il frastuono del traffico della Ragip Gumuskala Caddesi, che s’ingolfa sul ponte di Galata, e l’odore intenso degli sgombri arrostiti sui barconi ormeggiati al molo di Eminonu.
In cambio di poche lire ti trovi in mano un poderoso panino con un pesce spaccato in due e arrostito sulla piastra, una foglia d’insalata e la cipolla tagliata a fette spesse un dito. Se vuoi puoi sederti a ruminare sugli sgabelli disposti intorno ai tavolini bassi sulla banchina del porto. Sui tavolini ci sono bottiglie piene di succo di limone che puoi spruzzare sul pesce per avere l’illusione di renderlo un po’ più digeribile.
Intorno ci sono i venditori di pannocchie, bollite o grigliate, e c’è ancora qualche gelataio col carretto, il bolerino rosso e il fez, uguali a quelli di dieci anni fa. I gelatai divertono le ragazze tedesche (le uniche che hanno il fegato di mettere la lingua sulla massa caramellosa di quelle creme) facendo volteggiare con abilità da giocolieri la lunga paletta attorno alla quale si avvolge, come la serpe intorno al braccio di Laocoonte, il contenuto di un’intera vaschetta di gelato. Guardandoli non puoi fare a meno di pensare ai moscerini che si appiccicheranno alla massa cremosa come alla carta moschicida conferendole, se non più gusto, almeno un certo apporto proteico supplementare.
Anche i pescatori del ponte di Galata, che calano le lenze tra i traghetti e contendono grasse sardine ai becchi rapaci dei gabbiani e dei cormorani, sembrano ancora quelli di dieci anni fa. Qualcuno, sudato, scuro e rugoso, che quasi ti sorride mentre ti fermi a guardarlo innescare gli ami o agguantare le argentee prede guizzanti per farle scivolare nei secchi traboccanti d’acqua e pesci, è certamente ancora uno di quelli. Altri, più giovani, saranno i figli, o i nipoti. A giudicare dai secchi colmi e dai pesci che balzano fuori e rimangono ad agonizzare sul marciapiedi, il Corno d’Oro dev’essere ancora pescosissimo come allora. Anche i gabbiani e i cormorani paiono sempre piuttosto robusti e sani, come quelli di dieci anni fa.
L’imbarco del traghetto per la moschea di Eyup, sul Corno d’Oro, è talmente piccolo che non lo vedi, a confronto con quelli grandi ai quali attraccano i vaporetti che attraversano il Bosforo. C’è una tettoia, una ringhiera di transenne, due tornelli con il lettore elettronico per le carte ricaricabili, e nient’altro. C’è un biglietto appeso con gli orari. C’è il tempo per sedersi ancora un poco al fresco di uno dei baretti di Kadikoy. Per digerire lo sgombro alla cipolla, se ti va, puoi optare per un bel bicchierone di ayran, lo yogurt salato e allungato con l’acqua, bevanda sana e dissetante. Poi, quando arriva il vaporetto, spuntano un ormeggiatore e un funzionario della compagnia marittima che ti aiutano a passare i tornelli e a salire sulla passerella per l’imbarco.
Sul ponte del vapore, che si continua a chiamare vapore anche se la caldaia a carbone non esiste più sin dai tempi degli ultimi ottomani, tra famiglie di visitatori allegri e studentesse annoiate, c’è sempre qualcuno che passa col vassoio del tè. Scivolando sotto il basso ponte di Galata, tra le lenze dei pescatori e i volteggi dei gabbiani, mentre la città scorre lentamente intorno, con le sue infinite case, le cupole delle moschee e le lance acuminate dei minareti, ancora una volta ti viene da pensare ai cambiamenti che sono avvenuti in città negli ultimi dieci anni.
Il quartiere di Sultan Hamet, nei tuoi ricordi, era tutto un bazar, pieno di artigiani che lavoravano sui marciapiedi. Svoltavi l’angolo e trovavi i pianterreni letteralmente invasi dell’acciaio cromato dei rubinetti. Non c’erano che negozi di rubinetti, botteghe di rubinetti, bancherelle di rubinetti, ovunque rubinetti e nient’altro che rubinetti. Poi svoltavi a un crocevia e di là trovavi scarpe. C’erano calzolai e ciabattini, era tutto un martellare, non c’erano che suole e tomaie e tacchi e stringhe. L’odore del cuoio e del lucido da scarpe riempiva l’aria, c’erano scarpe ovunque, allineate, accatastate, spaiate, appaiate, appese, ordinate, disordinate, ovunque scarpe e solo scarpe. Poi giravi ancora un angolo ed improvvisamente ti accorgevi che intorno era tutto rame, piatti, piattini, piattoni, bacili, paioli, boccali e caraffe, ed era tutto un ticchettare di martelletti che incidevano a sbalzo le lucide superfici del metallo con figure, figurette e ghirigori. Sembrava che l’odore dominante, lì, fosse quello del Sidol. Poi c’erano i quartieri delle lampadine, dei lavandini, delle pentole, dei fabbri, dei falegnami, degli stagnini, degli elettricisti, dei sarti, dei parrucchieri, e chissà quanti altri ancora, e ognuno aveva i suoi odori e i suoi rumori e i suoi colori. 
Ora a Sultan Hamet non c’è più nulla. Qualcosa di simile sopravvive nei quartieri laterali, a Beyoglu, intorno alla Tersane Caddesi, verso il mercato del pesce. Lì c’è ancora un quartire di rubinetterie e uno di utensili di ferramenta. Inoltre, più in alto, scendendo alla torre di Galata dalla piazza Taksim, dalla città nuova, oltre la stazione della cremagliera che scende dal Tunel di Beyoglu al porto di Karakoy, dove inizia l’antico quartiere dei genovesi, ti trovi in una zona nella quale non si vende altro che strumenti musicali, impianti stereofonici e luci stroboscopiche. Immagino che dieci anni fa lì ci fossero i liutai. Qualcosa cambia, qualcosa rimane, qualcosa o qualcuno invecchia, e questo è nell’ordine naturale delle cose.
Per trovare Salvatore in Chora si può sbarcare a Balat e risalire tra i vicoli cercando gli imponenti bastioni Teodosiani che nel V secolo difendevano il fianco orientale di Costantinopoli, verso terra, mentre per difenderla dagli altri lati bastavano le mura marittime e il Bosforo, il Corno d’Oro e il Mar di Marmara. A guardare la città dall’altro dei bastioni comprendi quanto già fosse impontente Bisanzio, o Costantinopoli, che fu capitale dell’impero d’oriente, e capitale dei Paleologi e che divenne la Sublime Porta degli Ottomani, che la conquistarono, nel XV secolo. A guardarla dall’alto dei bastioni Teodosiani la città appare immensa, e oggi è una vera megalopoli di quasi tredici milioni di abitanti. Gran parte dei quali, ti viene da pensare, sono quelli che trovi pigiati nel lungo e moderno tramvay che percorre la Sultan Hamet Caddesi, o sulla metro, o affollati nelle ore di punta sul ponte dei vaporetti che costantemente incrociano il Bosforo. 
Salvatore in Chora lo cerchi se vuoi scovare l’essenza storica e artistica del passato bizantino nella sua essenza più pura, dopo avere ormai spremuto e assimilato la grandiosità di Santa Sofia, l’umido mistero della basilica cisterna, e aver curiosato tra case e vicoli del centro storico, alla ricerca di gioielli nascosti, che non stanno nel tesoro del Topkapi. Gioielli artistici e architettonici come la Kuçuk Aya Sofya Camii, la piccola Santa Sofia, che fu la chiesa di San Sergio e di San Bacco, che si nasconde nei quartieri bassi di casette di legno tra i vicoli che da Sultan Hamet scendono al Mar di Marmara. All’interno provi uno strano senso di straniamento osservando la pianta bizantina della chiesetta che appare come disassata dalla posizione diagonale del mihrab e del pulpito islamico, orientati verso la mecca. E se non ti basta la quiete della chiesetta bianca, perfettamente restaurata, con le sue piccole logge e le colonne e i deambulatori, le esedre e le volte a crocera, dove immagini mosaici e affreschi ormai scomparsi, allora cerchi la Fathiye Camii, che fu la chiesa di Theotokos Pammakaristos, che si nasconde oltre un muro nel caotico distretto di Fatih. E se ancora non ti bastano nemmeno i resti dei suoi mosaici e le sue architetture in laterizio, allora cerchi Salvatore in Chora.
I turchi la chiamano Kariye Muzesi, o Kariye Camii, l’antica chiesetta bizantina di San Salvatore in Chora, e l’hanno restaurata al meglio. Lì, tra affreschi e mosaici sorprendenti, puoi appagare tutte le tue curiosità e hai di che ammirare, leggere, imparare e stupire. 
parekklesion anastasis.jpgC’è un Cristo vestito di bianco che si staglia in mezzo al giudizio universale e distrugge con la sua potenza le porte dell’inferno in un fragoroso frammentarsi di chiavi e chiavistelli e lucchetti e serrature che grandinano sotto i suoi piedi sulla schiena di un diavolaccio incaprettato. Egli solleva, prendendole per le mani e tirandole a forza fuori dai sacelli in marmo, le figure sorprendentemente invecchiate di Adamo, con lunghi capelli canuti e barba bianca, con una veste turchese e un candido mantello, ed Eva, che appare una signora piuttosto elegante nel suo abito di seta cremisina, che come tutte le signore porta ancora assai bene la sua tarda età. Essi sono i peccatori redenti, i capostipiti di quell’umanità che nonostante i suoi peccati infami forse si salverà, con loro, all’ultimo momento, per misericordia divina, quando tutto il mondo andrà in frantumi. 
Meister_der_Kahriye-Cami-Kirche_in_Istanbul_004.jpgC’è Giuseppe, il falegname, che prima accoglie in casa, con modi assai graziosi, ma subito dopo abbandona, infuriato, la mite e sottomessa Maria, dopo averla molto aspramente rimproverata per la sua misteriosa gravidanza. Giuseppe non sembra prestare molta fede alle assai labili giustificazioni che immaginiamo, tra un riquadro e l’altro dell’affresco, vengano timidamente sussurrate dalla giovane e spaventata ancella del Signore. Giuseppe non crede a tutte quelle storie dell’annunciazione angelica, dell’intervento divino, del santo spirito, dell’immacolata concezione. Tuttavia, poi, noi sappiamo che Giuseppe si calmerà e alla fine, potenza dell’amore, tornerà al fianco della sua giovane sposa. Infatti lo troviamo, ancora un po’ pensoso e forse perplesso, intento ad accompagnare Maria che avanza sull’asino, avvolta in vesti azzurre, nel viaggio verso Betlemme. Ma scopriamo che davanti a loro, a condurre l’asino, con andatura saltellante e un fagotto sulle spalle, c’è uno strano giovanotto, con un’aria da studente universitario, del quale i vangeli canonici non dicono un bel nulla. Leggendo scopri che si tratta del figlio di Giuseppe, cioè in un certo senso del fratello o fratellastro di Gesù, anche se non è figlio della stessa madre e tantomeno dello stesso padre. Sulla sacra famiglia e sulle sue complesse parentele ci sarebbe da ragionare a lungo. 
HSX_Koimetesis.jpgC’è un’immagine della Koimesis, ovvero della dormizione di Maria, nella quale Maria appare sdraiata sul letto di morte, circondata da santi, angeli e cherubini, benedetta con il turibolo da un sacerdote, omaggiata da molti visitatori. Incuriosisce il fatto che in questa immagine, accanto al letto di Maria, si stagli uno stranissimo Gesù con vesti d’oro che tiene in braccio un neonato. Leggendo, poi, scopri che quel neonato avvolto in fasce è una bambina e simboleggia l’anima di Maria. L’iconografia, così ribaltata e straniante, straordinaria, riflette come in un gioco di specchi l’immagine comune della madonna col bambino, caricata sempre di qualche oscuro presagio che ricorda come un giorno quel bambino finirà sulla croce. Il mosaico di Chora rappresenta la situazione ribaltata che vede il figlio, ormai morto e risorto, che tiene in braccio, bambina, sua madre, assunta in cielo. Meraviglioso. Su molte immagini di Salvatore in Chora ci sarebbe da ragionare a lungo. 
Alla fine, mentre stai seduto sul 90, che dal quartiere alto di Fatih scende fino alle imponenti arcate dell’acquedotto romano, si immette nel traffico dell’Ataturk Boulevard, ritrova il Corno d’Oro, Galata, e ti riporta a Eminonu, e poi più tardi, quando hai ormai raggiunto la spianata di Sultan Hamet, mentre passeggi nei giardini sgranocchiando una pannocchia o un pugno di caldarroste, tra la porta del Topkapi, le cupole di Santa Sofia e quelle della Sultan Hamet Camii (che noi, chissà perché, chiamiamo moschea blu), mentre i muezzin di tutti i minareti più vicini e più lontani meravigliosamente cantano la preghiera della sera, mentre accade tutto ciò ti si affollano nella mente le immagini di oscuri e barbuti monaci bizantini che officiano ancestrali riti nelle piccole cappelle e nelle immense cattedrali ancora intatte e scintillanti di mosaici.

Allora immagini le armate ottomane che assaltano le mura Teodosiane, e i sultani installati nel Topkapi, adagiati su cuscini e troni d’oro, e le signore o signorine, mogli o concubine, ingioiellate e imbellettate, che affollano l’harem tra gli eunuchi, le nutrici e i principi bambini. E immagini gli ultimi sultani, quelli dell’opulenza e del declino dell’impero, che si accomodano tra i dignitari e le delegazioni diplomatiche sui divani dei saloni rococò del palazzo Dulmabahce.

Allora ti rendi conto che ti trovi in un nodo della storia dell’umanità, un nodo dello spazio tempo, della terra, del mare e dei secoli, situato là dove il Bosforo, lo stretto tra il Mar Nero e il Mar di Marmara, che è ancora un po’ Mediterraneo, e tra l’Asia e l’Europa, accoglie sulle sue sponde e sui suoi colli quell’affascinante e antichissima città che fu la Sublime Porta e che noi oggi chiamiamo Istanbul.

 

In una recente visita alla basilica di Santa Maria in Trastevere, a Roma, ho scoperto, con una certa sorpresa, che un’immagine assolutamente speculare della Koimesis di San Salvatore in Chora si trova tra i meravigliosi mosaici realizzati da Pietro Cavallini su commissione di Bertoldo Stafaneschi tra il 1291 e il 1296. I mosaici di San Salvatore in Chora, dei quali non si conosce l’autore, furono commissionati da Teodoro Metochite intorno al 1320, qundi sono successivi a quelli di Trastevere. L’icona della “dormitio virginis”, con Gesù che accoglie l’anima, o “animula”, di Maria rappresentata dalla bambina in fasce, pare fosse piuttosto diffusa nel XIII e XIV secolo. Essa fu dipinta anche da Giotto tra il 1312 e il 1313 in una splendida tavola conservata a Berlino. Ma nell’iconografia cristiana la dormizione di Maria fu successivamente sostituita  dall’immagine, assai più gloriosa e meno mistica, a noi più nota, dell’ascesione al cielo di Maria sulla nube sorretta dagli angeli.

 

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