Boabdil

Boabdil.jpgE’ certo che a guardarla dall’alto, anche oggi, fa un certo effetto Granada. Guardarla, per esempio, dalla Torre della Vela, la prua battuta dai venti della fortezza dell’Alhambra, dove garriscono le bandiere, dove precipita il dirupo sul folto della valle del Darro, dove si affacciano il quartiere arabo dell’Albaicin e il quartiere rupestre dei gitani del Sacromonte. Fa un certo effetto. Anche se oggi Granada è una città moderna di viali, giardini, negozi, caffé, palazzi, automobili, autobus, semafori, qualcosa è rimasto di quella Granada del 1492, quando l’ultimo sultano si arrendeva alla conquista cristiana. Sono rimaste le mura dell’Alhambra, pochi palazzi, le strade strette dell’Albaicin, è rimasto qualche albero secolare, sono rimasti il Darro ed il Genil, sono rimaste, impassibili, le montagne della Sierra Nevada. E’ rimasta l’aria, il colore della terra, il calore del sole.

Sandali nella polvere. L’ombra di un cammello. Un vecchio magrissimo, vestito di stracci, volto legnoso, bocca senza denti, un cencio malamente avvolto intorno al capo, avanza con passo scomposto. Ha gli occhi grigi, interamente grigi, senza pupille, arrugginiti dalla cataratta. Cammina ciabattando, sostenendosi a un ramo nodoso, mormorando litanie. L’ombra di un cammello gli passa accanto scivolando sulla sabbia. Il cieco continua a camminare balbettando le sue giaculatorie, sputacchiando, con una smorfia scolpita sul viso, che può essere l’espressione di un dolore, che può essere un sorriso. Passano le ombre dondolanti di quattro cammelli, e i fruscianti caffettani di alcuni beduini, e i sandali che calpestano impronte di carovane.

A tarda sera il vecchio arriva al bivacco dei beduini. Non è la luce balenante del fuoco ad attirarlo lì, forse piuttosto un lieve sentore del suo calore nell’aria fredda del deserto. Entra nella bolla di luce, avanza, attende. Il carovaniere più anziano gli fa un cenno. Non vede il cenno, forse sente il fruscio della manica, o lo spostamento del braccio nell’aria. Ringrazia, si siede, posa a terra il bastone. Il figlio maggiore del beduino prepara il tè, lo versa in piccoli bicchieri, lo serve. Il padre toglie il pane cotto nella sabbia calda, accanto al fuoco, lo pulisce con la lama del coltello, lo spezza in parti uguali, lo offre a tutti. Masticando, il vecchio cieco, come per ripagare in qualche modo l’ospitalità, racconta piano la sua storia. Molti l’hanno incontrato, sulle sabbie del Marocco, e alcuni raccontano ancora di lui, e qualcuno dice ancora di averlo visto vagare, cieco, a piedi, balbettando litanie, sulle piste del Sahara, anche se adesso dovrebbe avere cinquecentocinquant’anni, il fantasma inquieto di Boabdil.

Mi chiamo Abu Abdhallah Mohammed Nazarì, ma un tempo mi chiamavano Boabdil. Fui l’ultimo sultano di Granada. Cammino sotto il peso della colpa di non aver sacrificato la vita del mio popolo, di non aver difeso fino alla morte i bastioni dell’Alhambra. Cammino sotto il peso della colpa di aver consegnato la città ai re cristiani senza combattere, chiedendo in cambio la vita del mio popolo, della mia famiglia e di me stesso. Ho lasciato l’Alhambra piangendo. Piangendo ho guardato Granada un’ultima volta dai monti dell’Alpujarras, da un passo che oggi chiamano il Suspiro del Moro. Ho pianto perché lasciavo un paradiso in terra, El Andalus, Granada. Ho pianto e mia madre mi ha detto: “Piangi come una donna perché non hai difeso il tuo regno come un uomo”. Mi sono voltato verso il mare e da allora vado vagando, vecchio e stanco, con gli occhi spenti, attraverso il deserto, pieno di ricordi.

Ricordo gli azulejos dell’Alhambra, l’ombra dei suoi giardini, il fresco delle fontane, la musica della mia giovinezza, il canto del muezzin, all’alba e nella sera, dai minareti dell’Albaicin, dalla Grande Moschea di Granada, che si perdeva nell’aria tremula dei monti. Ricordo sguardi di donne velate, la severità di mia madre, l’autorevolezza di mio padre, le musiche suonate nei giardini del palazzo. Ricordo il garrire delle bandiere sulla torre della Vela e ricordo i tetti della mia città, i suoi colli e i suoi fiumi, la sua gente, i suoi mercati e le sue feste. E la guerra. L’esercito sconfinato di Castiglia e di Aragona. E quei due re cristiani, giovani e forti, Isabella e Ferdinando, quella donna dalla pelle pallida e dallo sguardo fiero, quell’uomo bolso, glabro, dall’aria imbambolata, ma spietata, ai quali ho consegnato il ferro freddo delle chiavi di Granada. Ricordo la carovana dell’umiliazione, la via dell’esilio, la strada di polvere che si inerpica per l’Alpujarras. Ricordo il Suspiro del Moro, l’ultimo sguardo su Granada. E il mare. Quel poco mare da attraversare per abbandonare l’Europa e raggiungere, da profugo, da migrante, l’Africa.

Da allora ricordo, cammino su strade di polvere e sopravvivo, vecchio e cieco, ringraziando chi mi da pane e tè e un posto accanto al fuoco in cambio della mia storia.

 

Boabdilultima modifica: 2010-06-18T12:54:00+00:00da brunobur
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