Lo spirito di Parigi

Maigret.jpgIo comincerei da Ivette. Piccola. Capelli corti come stoppa, selvaggi e indomabili. Una risata scolpita tra le rughe. Batte le mani, Ivette, e tenendole giunte “ahaaa” ride forte, e ride con tutto il corpo, curva sotto il golfino liso, con i piccoli piedi in grandi pantofole felpate. Compare ciabattante, Ivette, puntuale ogni mattina nell’aria grigia di Rue de Lappe. “Bonjourmessieurdames” sbotta con voce chioccia, poi trabocca in una tiritera incomprensibile, quasi non francese, quasi una lingua sua, che suona come: “sava jabada mamanque jouretnuit pascommesçi pascommeça, ahaaaaaa”. E ride.
Potrebbe chiamarsi Adele, o Irene, o forse in qualche altro modo, la signora che la mattina apre il Bistrot des Sans Culottes in Rue de Lappe. E’ di origini algerine, credo, viso aperto, simpatico, capelli legati a crocchia ancora quasi neri, crespi, mediterranei, che sfuggono ai pettini e alle forcine. Tira su la serranda, capovolge le sedie, spolvera i tavoli, poi abbraccia la piccola Ivette, le scompiglia i capelli, le dice qualcosa come “che farei senza di te mia piccola Ivette”, e lei si schermisce con le mani e risponde “ohvalàvalà bonbon valàvalà, ahaaaa”. E ride, stridulamente, quasi piangendo, ride.
Il commissario Maigret si scolla la pipa dai baffi. Per me, checché ne dica Simenon, Maigret ha sempre avuto i baffi, come Gino Cervi, e sempre li avrà. Il commissario Maigret si scolla la pipa dai baffi e sorride con il suo sorriso appena accennato in un angolo della bocca, a Ivette che si siede un po’ più in là, nè dentro nè fuori, sulla panca dietro i tavolini del Bistrot. “Ahaaa” gli dice lei, con la risata, la gioia, disegnata sui lineamenti del viso con tratti da caricatura. Lui fa un cenno con la pipa. Adele, o Irene che sia, prepara il café au lait smanettando le valvole della gigantesca vaporiera di rame dietro il bancone. Una mezza baguette imburrata, un croissant, marmellata e una tazza di caffelatte bollente, segnano, sotto il cielo uggioso del mattino, l’inizio di questa immaginaria, o quasi, giornata parigina.
Maigret, gocce di caffelatte sui baffi, sembra sul punto di interrogare Ivette a proposito dell’enigma ancora irrisolto dello Spirito di Parigi. Gli sembrava quasi di averlo intravisto, ieri sera, tra gli alberi ombrosi del Bateau-Lavoir in Place Émile Goudeau a Montmartre, dove si aggirava l’ombra di un giovane Picasso pensieroso, tra capannelli di artisti abbarbicati alle panchine presso la piccola fontana di bronzo, tutto intento, lui Picasso, a interpretare le immagini di certe memorie di prostitute catalane spacciate per demoiselles d’Avignon. Gli sembrava quasi di averlo intravisto, a lui, Maigret, lo Spirito di Parigi, ma subito era scomparso, con uno svolazzo d’impermeabile giù per le scale, dietro le grate floreali dell’ultima stazione art déco della metropolitana di Place des Abbesses. Maigret aveva spento la pipa contro un albero, se l’era infilata vuota tra le labbra, aveva sollevato il colletto della giacca e tenendosi il cappello in una folata di vento piovigginoso aveva seguito lo Spirito di Parigi nel sottosuolo piastrellato della città.
Forse Ivette lo sa dove si nasconde lo Spirito di Parigi. Il commissario Maigret sembra sul punto di dire qualcosa ma poi si alza, paga la colazione, saluta con un cenno e si avvia verso Place de la Bastille nell’aria umida che minaccia pioggia.
Che poi, a ben pensarci, visto che la letteratura, più o meno come la pittura del giovane Picasso a Montmartre, deve interpretare, deve suggerire più che rappresentare, deve stimolare l’immaginazione e non sostituirsi ad essa, a ben pensarci chissà che lo Spirito di Parigi non si nasconda proprio tra le ombre, gli anfratti, le vertiginose altezze di quell’universo di picchi e guglie di Notre Dame, agile e impalpabile nel suo ambiente verticale, come un Quasimodo fantasma, come una chimera volante.
Non è certo nel Louvre, lo Spirito di Parigi. Forse c’era in quello di Belfagor, in quello dei tempi in cui qualcuno poteva introdursi nottetempo, buttare una giacca su Monna Lisa e fuggire di corsa, l’eco rimbombante nei corridoi, sotto le volte vuote, scarpe di cuoio, berretto, bretelle, e quel fagotto ingombrante, rigido nella sua cornice, fuori all’ombra dei fanali, mentre lontano echeggiavano i fischietti dei guardiani. Forse in quel Louvre là, caro Maigret, c’era lo Spirito di Parigi, ma non c’è più in questo Louvre, nel Louvre delle piramidi di cristallo, nel caleidoscopio straordinario delle più importanti opere dell’umanità vorticanti, nel rincorrersi di immagini straordinarie in un panico delirante, profano, sfolgorante, in cui la povera Lisa viene ostentata come una reliquia, venerata come una sindone, un vitello d’oro, un sacro graal, mentre appena qualche passo più in là, in altre sale e corridoi, chiunque può appiccicare una mano sudata o un dito di Nutella sulla vernice nuda di un Tiziano o di un Rembrandt.
Caro commissario Maigret, forse un’ombra, ma un’ombra appena, di quello Spirito di Parigi che ci fu caro l’ho vista sgattaiolare ieri sera nel quartiere latino, si è infilata nella Court du Commerce Saint André, quel viottolo di case basse dove lavorava di pialla il dottor Guillotine, dove Marat stampava il suo giornale, l’amico del popolo, e pianificava il terrore. L’ho visto girare l’angolo, infilarsi nel cancello, scomparire nell’ombra radente dei bassi palazzi antichi. Ho fatto un passo di corsa ma l’ombra era già sparita. Per un attimo ho pensato fosse entrata nella modesta vetrata del Procope, là dietro, sul retro del celebre caffé, dove c’è l’ingresso più antico, più autentico, dove sopravvive un po’ lo spirito rinascimentale, lo spirito artistico e letterario, lo spirito rivoluzionario della città vecchia. Ma dentro non c’era nessuno. Ho lasciato i piccoli vetri quadrati del Procope, i telai di vecchio legno laccato turchese, ho percorso il vicolo fino in fondo, ho fatto il giro dall’altra parte, sulla Rue de l’Ancienne Comédie, e lì è tutta un’altra cosa, lì c’è l’ingresso principale del Procope, mio caro Maigret, tutta un’altra cosa, elegante, formale, e forse lo Spirito di Parigi di lì è uscito e si è perso per sempre nella folla.
Poi, per un attimo ho pensato a un colpo di fortuna. Salendo da Saint Paul, nel cuore del Marais, mi è parso di scorgere un uomo baffuto (se fosse baffuto non so) dietro i vetri di una finestra al primo piano in Place des Vosges. Mi ha guardato severo, lo spettro di Victor Hugo, e si è ritirato nell’ombra. Ero quasi tentato di bussare alla porta di casa sua, lì nell’angolo dei portici, nella puzza d’orina dei nuovi miserabili, lontani anni luce dai clochard dei suoi tempi, Maigret. Ma poi ho rinunciato, pensando che forse non avrebbe gradito una visita, Monsieur Hugo, e sono andato via.
Forse lo Spirito di Parigi, mio caro commissario Maigret, è finito incatenato nelle segrete della Conciergerie che ospitarono Maria Antonietta, forse è rimasto soffocato nella grandeur del Grand Palais, forse si è perso nelle Tuileries, forse l’ha abbattuto a schioppettate quel vecchio reduce zoppicante, dai folti moustaches bianchi come zucchero filato, con il petto lucente di medaglie e coccarde al valore, che si aggirava sotto le volte fragorose dell’Arc de Triomphe de l’Etoile.
Ma forse è nelle piccole cose che ancora sopravvive, lo Spirito di Parigi, lontano dalla grandiosità napoleonica, lontano dalla modernità novecentesca e contemporanea. Forse sopravvive nelle dita callose di un suonatore d’organetto, nelle costole magre di un contorsionista, nel cerone bianco di un mimo Pierrot, nel cappello sfondato di un prestigiatore da strada, nella risata di un pagliaccio che fa ridere i bambini. Forse lo spirito di Parigi sopravvive nella risata di Ivette, sul selciato di Rue de Lappe al mattino presto. Forse qualcuno l’ha rubato, lo Spirito di Parigi, trafugato, assassinato. Forse qualcuno l’ha ingannato, l’ha rapito, l’ha soffocato col cloroformio, l’ha travestito, l’ha contrabbandato con destrezza, l’ha nascosto e l’ha portato via. In ogni caso, caro commissario Maigret, comunque sia, non sono stato io. Firmato Arséne Lupin.