Io, gli altri

Immagine.JPGCi sono io, e ci siete voi. Tutti. C’è la signora Pina che vende le olive al mercato. C’è Gianni il parrucchiere, c’è il Professor Barberis, c’è Ugo che fa l’architetto, c’è quello del bar che forse si chiama Matteo, c’è Mario, c’è Pietro, c’è Maria, c’è Giovanna. E poi ci sono tanti, tanti, tanti altri. Tanti erano in fiera, questo fine settimana, a Torino. Tanti. Mentre stavo seduto in sala gialla, venerdì, ad ascoltare un paio di senatori parlare di diritti umani ricordando la Politovskaja, la sala era piena. Non è mica piccola. Piena. Tanta gente. La Bonino diceva: beh, la Politvskaja, sappiamo tutti, qui dentro siamo tutti d’accordo, se siamo qui è perché siamo tutti convinti che i diritti umani vadano rispettati, ovunque, in Italia come in Cecenia, e tutti vorremmo un mondo migliore, il problema è un altro. E io penso: quanta gente. Quanti. Tutti qui per i diritti umani. Qui, come alla conferenza di Vandana Shiva, con Carlo Petrini, con Ermanno Olmi, tutti che parlano di un mondo migliore, di un riavvicinamento alla terra, del ritorno all’essenziale, dell’attenzione al superfluo, agli sprechi, alla qualità, all’ambiente, nella necessità di una nuova economia. Cose ovvie. Cose di buon senso. Cose di straordinario buon senso. Cose, purtroppo, di un buon senso straordinario.
Ogni tanto ci penso, a questa cosa di mia nonna. Scusate se divago un po’. Se tornasse mia nonna. Ogni tanto ci penso. Mia nonna è morta molti anni fa, io me la ricordo appena, una donnona di campagna, con la sua crocchia di pettinini, il suo grembiule, un buon umore contagioso. E’ morta nel nostro villaggio sulle colline, trecento anime, tra quella gente dell’alta Langa, caro Petrini, che come tu sai erano un po’ come gli indiani d’America: vecchi, saggi, taciturni. Una minoranza estinta. E’ vissuta nelle sue campagne, mia nonna, era una donna di campagna, ma è vissuta anche a Torino, ai suoi tempi, in città. Allora io a volte ci penso, a mia nonna. Vado, faccio un salto là dove ci sono tutti gli altri, quelli che non ci sono più, e la invito a venire a fare un giro con me per vedere le cose come sono adesso, per confrontarle con quelle com’erano ai tempi suoi. E’ una roba che ai vecchi piace. Alcuni sono di cattivo umore perché vedono le cose cambiare, e andare male. Ma quelli sono i vecchi vivi. I vecchi morti, quelli che non hanno più niente da perdere, si piegano in due dalle risate. Poi mia nonna era di buon umore anche quand’era viva, figuriamoci, risponde con il suo sarcasmo contadino a tutte le nostre stupidaggini. E allora io vado là dove ci sono tutti quegli altri, la prendo sotto braccio, e la porto a fare un giro in via Po. La prima cosa che fa piegare in due mia nonna sono le stufe a gas che d’inverno scaldano l’aria fuori. Fuori, dice incredula, ridendo. Fuori, davanti al bar, racconta mia nonna, tornata là dagli altri, quelli morti. Davanti al bar, dice, fuori, scaldano. E tutti a ridere. E c’è anche qualcuno, racconta mia nonna alle schiere dei morti, che sta seduto fuori col cappotto abbottonato a bere il caffé mentre magari, dentro, il bar è vuoto. E ridono. L’altro giorno, una bella giornata di primavera, ho visto una bancarella al mercato che vendeva piantine da balcone, basilico, salvia, e ortiche. Ortiche. Aveva due vasetti d’ortiche. Ho portato mia nonna, morta, a fare un giro al mercato e quando ha visto le ortiche, nei loro vasetti, non credeva ai suoi occhi. Le ho spiegato che per fare la minestra d’ortiche, o il risotto, o la frittata di ortiche, non solo coltiviamo le ortiche sul balcone, le innaffiamo, ma magari le compriamo persino al mercato spendendo dei soldi. Le ortiche. L’erbaccia più infestante che ci sia. Mia nonna è morta un’altra volta, rossa, paonazza, con le lacrime agli occhi, si è piegata in due ed è caduta giù, proprio lì, in mezzo al mercato, sgambettando tra la cottola e il grembiule. Meno male che i morti non li vede nessuno. Nonna, smettila di ridere, tirati su, stai male? No, non è niente, sono morta già una volta, che vuoi che sia? E rideva come una matta.
Ci sono io, e ci sono gli altri, tutti gli altri, anche quelli che c’erano, anche mia nonna con il suo ordinario buon senso. Ma possibile che oggi per sentire cose di buon senso si debba organizzare una conferenza con personaggi illustri, artisti, intellettuali, e persino applaudire, come avessero detto cose straordinarie? Possibile si, perché effettivamente hanno detto cose straordinarie. Straordinarie anche se quelli che applaudono sono tanti, tanti, tantissimi, una sala gremita. Tanti.
Ma quanti sono quelli fuori? Quanti sono quelli che non sono qui ad ascoltare, ad applaudire? Quanti stanno in questo momento bevendo un caffé, guardando una partita, cucinando la pastasciutta, facendo una passeggiata, lavorando in fabbrica, in un cantiere, cadendo da un’impalcatura, protestando in un corteo, vendendo ombrelli e fazzoletti, zappando la terra, raccogliendo pomodori, morendo di fame, comprando scarpe, piangendo per un fidanzato, litigando con una fidanzata, suonando il clacson, telefonando, perdendo il pullman, salendo le scale, bevendo vino, fumando, pagando debiti, facendo jogging, portando i figli a scuola, passeggiando con la nonna? Quanti? Quanti stanno dietro le griglie dei centri di accoglienza e di espulsione? Quanti stanno affondando sui barconi? Quanti stanno attraversando i deserti? Quanti stanno camminando controvento? Quanti.
Qualche giorno fa stavo a Chioggia. In una zona un po’ fuori, stavo camminando verso la città. Chioggia. Mi viene incontro, attraversando la strada, un africano. Capelli crespi cortissimi, spruzzati di grigio, barba di due giorni, spruzzata di grigio. Mi viene incontro per caso, mi passa accanto, poi si ferma e capisco che vorrebbe chiedermi qualcosa. E’ curioso, a pensarci poi, e quasi fa ridere. Quando un africano ti ferma per la strada istintivamente ti viene in mente che voglia vendere qualcosa o chiederti dei soldi. Invece a me istintivamente, chissà perché, è venuto in mente che volesse un’informazione. Scusi, dov’è via Roma? Piazza Indipendenza? Corso Unità d’Italia? Allora l’ho fermato prima che parlasse e gli ho detto, io a lui: guardi che non sono di qui. E lui mi ha detto: anch’io non sono di qui. Già, ho pensato, è africano. E mi ha guardato strano. Poi ha aggiunto: sono di Bologna. Un africano di Bologna, ho pensato io. Certo, io sono un italiano di Torino e lui un africano di Bologna, siamo entrambi a Chioggia e probabilmente io non posso essere utile a lui quanto lui non può esserlo a me. Chissà perché non ho pensato neanche per un attimo che avesse bisogno di soldi. Forse perché si vedeva che neanche lui era tanto abituato a chiedere soldi. Era un africano in Italia, sotto un caldo pomeriggio di maggio, a Chioggia, in una zona periferica, e non era affatto abituato a chiedere soldi. Non sapeva cosa dire, forse si era persino pentito di avermi fermato. Mi guardava. Lo guardavo. Poi ho visto che gli è venuto da piangere. Così, improvvisamente. Lacrime trattenute. C’era qualcosa che non andava, aveva un problema. Parlava malissimo l’italiano. Devo andare a Bologna, ho capito. Non capivo. Devi andare a Bologna? Si. Ma c’è un treno, un autobus? Si c’è un autobus, qualcosa, diceva lui. Facevo fatica a capire. Forse voleva sapere dov’era la stazione di Chioggia? Hai bisogno di soldi? Non ha detto si. Ha detto qualcosa che non ho capito. Ho tirato fuori un paio di euro, poi la mia ragazza che stava con me, che forse lei aveva capito prima di me, ha detto: senti, a me non mi cambia la vita. E gli ha dato una banconota da dieci euro. Lui piangeva piano, ma piangeva di vergogna, di disagio, di gratitudine, non so di cosa, ma non di paura, non piangeva per commiserare, non faceva finta. Mi ha detto no, no, costa otto euro, il biglietto costa otto euro, sono troppi. Gli ho detto dai, prenditi un panino, qualcosa da bere, e buon viaggio. Non la finiva più di ringraziarci. L’abbiamo lasciato là, gli occhi umidi, quei dodici euro in mano, preziosissimi, che erano per lui qualcosa da mangiare e un biglietto per tornare a casa. Un problema risolto. Un africano di Bologna. Spero che la sua vita migliori. Che le cose gli vadano bene.
Frank Westerman è un giovanotto olandese, capelli biondicci corti, viso olandese, maglietta girocollo a righe, giacca. E’ uno di quelli che un tempo viaggiava in autostop, un hitcher. Metteva fuori il dito, e girava il mondo, alla ricerca degli altri. Lui. E gli altri. Un giorno, nel 1983, arriva a Banyoles, in Catalunia. Lì c’è un museo e in quel museo Frank Westerman si trova di fronte un uomo imbalsamato. Imbalsamato. Un uomo morto al quale, con naturalezza, come fosse un tapiro, un capibara, un armadillo, una tartaruga, hanno tirato fuori tutto, hanno conciato la pelle in qualche modo per farla asciugare per bene, poi l’hanno riempito di paglia, gli hanno infilato una sbarra di ferro al posto della spina dorsale, gli hanno messo un paio d’occhi finti, di vetro, e l’hanno messo in piedi, su un piedistallo, ed è diventato l’attrazione del museo. Lo chiamavano “El Negro” perché era un uomo africano, un San, un uomo della boscaglia, un bushman, un boscimane del Botswana. El Negro. Quell’uomo impagliato, quella pelle cucita e trattata con il lucido da scarpe, messo lì, in piedi, con un gonnellino a coprire parti intime non più intime, con un pennacchio di piume in testa, con lo scudo e la lancia, è diventato un’attrazione da museo, un fenomeno da baraccone. Oggi non c’è più, El Negro. L’hanno rispedito in Boswana e l’hanno sepolto lì. Nel villaggio sbagliato, dice Westerman. L’hanno messo nel villaggio sbagliato ma è comunque meglio lì che in un museo. Il titolo del libro di Frank Westerman è “El Negro e io” e Iperborea l’ha appena pubblicato in italiano. Lui e io. Io, gli altri. El Negro. Una storia di vergognoso colonialismo, una storia razzista. Una storia di quel razzismo che in Europa è cominciato nel XV secolo, quel XV secolo che sto studiando per il mio lungo lavoro sui testi di Giovanni Battista Ramusio. Di quel razzismo che è partito dalla conquista dell’America, dalle guerre indiane, che ha attraversato la depredazione dell’Africa, la schiavitù, il colonialismo, il post-colonialismo, e che si evolve di continuo fino alle nuove forme di schiavitù moderne, fino alle fabbriche del sudest asiatico, piene di bambini, fino al moderno capitalismo cinese, fino ai respingimenti dei barconi dei migranti, fino ai campi di concentramento nel deserto libico, fino ai marciapiedi di casa, fino alle strade di Chioggia, di Vicenza, di Verona, di Torino, di Milano, di Lampedusa, di ogni dove.
Francesco Viviano è stato sulla nave Pinar. Lo chiamano in ballo per un attimo appena, prima di un’altra conferenza, è in sala, gli chiedono di dire due parole. Quello che dice, per quanto lo abbia già scritto sul giornale, fa paura. Fa paura. La nave Pinar, un mercantile diretto in Turchia, recupera i naufraghi di un barcone di migranti. L’equipaggio della Pinar sono otto persone. I naufraghi sono centocinquanta. Centocinquanta disperati, in fuga dall’Africa. Una donna incinta. Una donna morta. Tutti sappiamo com’è andata la faccenda: Malta rifiuta di accogliere i naufraghi, Lampedusa rifiuta di accogliere i naufraghi, cinque giorni di attesa. Cinque giorni in mare, con la fame, la sporcizia, le malattie. Anch’io, dice Viviano, ho dovuto fare una profilassi contro la meningite, perché c’erano dei malati con la meningite. La meningite. E c’era una donna morta da cinque giorni che puzzava sul ponte, coperta con un telo di plastica, sotto il sole, tra i liquami. Cinque giorni. Il racconto di Francesco Viviano fa paura. Lui, su quella nave, lui, il testimone dell’orrore. E gli altri.
Un altro giornalista, un altro testimone, è il protagonista della storia “Questo è un uomo” di Davide Camarrone, interpretata in sala gialla da Caterina de Regibus. La storia racconta di un giornalista del Corriere della Sera, di origini africane, che si finge un immigrato clandestino e si fa catturare per raccontare dal vivo l’epopea dei migranti. E scompare nel nulla. Nessuna notizia. Poi arriva lei, la donna della memoria. Una donna africana alla quale, secondo la tradizione, vengono consegnate le storie da non dimenticare. L’ho conosciuto, dice, in un campo di prigionia, in Libia, tra tanti altri come lui. Lei. Lui. E gli altri. E racconta l’orrore del campo in Libia, dove il nostro governo sta respingendo i migranti con tanto orgoglio. Ed è lo stesso orrore dei racconti di Primo Levi. Sullo schermo scivolano via le  immagini in bianco e nero dei campi nazisti, degli scheletri ebrei, delle fosse comuni. Nella mia mente quelle immagini si sovrappongono a quelle più nitide, a colori, dei sopravvissuti della Pinar, dei reclusi di Lampedusa, dei Centri di Permanenza Temporanea che adesso bisogna chiamare Centri di Identificazione ed Espulsione. Identificazione. Espulsione. Respingimento. Stiamo vivendo un altro dramma epocale, e di questo siamo testimoni proprio noi. Dopo aver letto sul libro dei viaggi di Pizarro e Almagro e Atahualpa, dopo aver visto vecchi sceneggiati televisivi sulla schiavitù, dopo aver letto delle deportazioni, dopo aver sentito testimonianze diretta della shoah, adesso siamo noi i testimoni. Siamo arrivati alle nuove frontiere del razzismo. E questa schifezza sta intorno a noi, vicina vicina. Noi. E gli altri. Mia nonna, di questo, non ride. China piano la testa e fa un gesto con la mano, come a dire: bah. Lei, morta, può dire bah.
Il problema è un altro, dice la Bonino. E’ l’Europa, il problema. L’Europa che dovrebbe avere una classe politica intelligente, preparata. E io penso al buon senso di mia nonna, quello basterebbe. E invece noi, a noi, dell’Europa non ci importa niente. Ci mandiamo il ciarpame, in Europa, spudorato o meno, laureato o meno. Ciarpame. Perché tutti sanno che alla fine è il ciarpame che la gente elegge, predilige. Il ciarpame televisivo. Lo sai cosa ha risposto Franco Battiato quando gli hanno chiesto se guardava il “Grande Fratello”? Non mi interessa sentirmi intelligente sentendo parlare gente stupida, ha risposto, prefersco sentirmi stupido sentendo parlare persone intelligenti. Ciarpame. L’Europa, le elezioni europee, il referendum, non ce ne importa niente, cara Bonino. La gente, forse gli altri, non noi, gli altri, ma tutti gli altri, però, tutti, la maggioranza, ma anche la stessa classe politica, le elezioni europee le vedono nient’altro che come un altro sondaggio degli equilibri interni. Un altro sondaggio. Nient’altro. Di chi andrà al parlamento europeo, a discutere e a decidere dei migranti e di tutti i temi internazionali, non importa niente a nessuno. La Politovskaja scriveva: questo è l’inverno della politica, c’è una glaciazione tra il popolo e il partito, e gli unici a poter cambiare il clima siamo noi, non certo il Cremlino. Il 7 ottobre 2006 le hanno sparato quattro colpi di pistola in ascensore.
Noi. Gli altri. “Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano anche perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi o petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti fra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare fra coloro che entrano nel nostro Paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, di attività criminali”. Questo brano è tratto dalla relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione al Congresso degli Stati Uniti d’America, sugli immigrati italiani nell’ottobre 1912.
Dunque ci sono io, e ci sono gli altri, ci sono le maggioranze e ci sono le minoranze, le maggioranze decidono e le minoranze si adeguano, e non sempre il buon senso sta nelle maggioranze, e anzi spesso non ci sta. Questo è più o meno quello che mi è rimasto delle lunghe giornate in fiera, tra le passeggiate con mia nonna, una gita a Chioggia, un museo in Catalunia, un ascensore a Mosca, il ponte della Pinar, un campo di concentramento in Libia e una frittata d’ortiche.