About Giorgio

baa8f0af396640299e2d29ff850903fc.jpg“Rapsodia in nero” e “A proposito di Giorgio” sono due brevi articoli che ho scritto qualche anno fa su “Strade di polvere” e che trovate ai link qui sotto. Oggi, finalmente, dopo undici anni, ho avuto l’opportunità di incontrare nuovamente Giorgio Bettinelli in occasione della presentazione alla Feltrinelli di Torino del suo ultimo libro “La Cina in vespa”.

27/07/2005
Rapsodia in nero

10/07/2006
A proposito di Giorgio

 
Giorgio e Ya Pei arrivano presto in una Torino torrida, frastornata dal caldo, gratificata da una brezza appena percettibile, in pieno fermento per i festeggiamenti di San Giovanni. Anch’io arrivo presto, con la mia bicicletta, mezz’ora prima dell’appuntamento alla Feltrinelli e mi aggiro tra gli scaffali raccattando libri qua e là. Ben presto mi trovo accanto Giorgio, neanche tanto invecchiato, con le mani cariche di libri. Parliamo di Camilleri e di Celine, del viaggio al termine della notte e del re di Girgenti, e io goffamente dimentico di consigliargli la lettura di Bilal, di Fabrizio Gatti, quel gran libro che certamente a lui interesserà (c’è la mia recensione qui a lato, Giorgio, se non ce l’hai te lo spedisco in Cina). Poi ci trasferiamo nella saletta per la presentazione ufficiale del suo libro.
Chiudendo la porta della mia casa in Cina, dice Giorgio, per venire in Italia, non ho avuto l’impressione di tornare a casa ma di andarmene. Giorgio vive in una bella villa in mezzo alla foresta, sulle rive del Mekong, che gli è costata 50.000 euro, e dicendolo gli scappa il gesto dell’ombrello. La Cina è ormai la sua nuova casa e venire in Italia, dice Giorgio, scendere a Roma, fermarsi qualche settimana, girare un po’ per promuovere il libro fresco di stampa, venire in Italia dalla Cina è lasciare un paese in crescita, con grandi prospettive, per scendere in un paese in declino. Questo lo avverti forte, dice Giorgio, forte. E il suo sguardo è dispiaciuto ma è anche un rimprovero, un rimprovero triste.
La Cina, il governo cinese, sa bene dove sta andando e dove vuole arrivare. Vuole diventare la più grande potenza mondiale. E lo diventerà. Le olimpiadi si, sono un’opportunità, ma passeranno, sono solo un piccolo episodio in una storia grandiosa (non sono proprio le sue parole perché non ho preso appunti ma il concetto è questo). Il presidente Sarkozy non parteciperà alla cerimonia di apertura dei giochi olimpici e la Cina ha chiuso tutti i Carrefur e gli Auchan, non gliene frega niente, il governo cinese non guarda in faccia nessuno, ha il suo obiettivo da raggiungere e lo raggiungerà.
Al Tibet Giorgio dedicherà il prossimo libro. Credo sarà un libro diverso, dice, niente più Vespa, non più un libro di viaggio. Nel libro sulla Cina c’è anche il Tibet, ce n’è un po’, ma la questione tibetana è troppo complessa e importante per limitarla a un capitolo di un libro sulla Cina. Ci sono troppe cose da dire. Poi, aggiunge Giorgio, non mi sembrava giusto inserire il Tibet in un libro che parla delle province cinesi, che hanno storie diverse, no, il Tibet là in mezzo non ci stava, merita uno spazio tutto suo. Giorgio sottolinea che la storia Tibetana non è una storia in bianco e nero, è una storia con diverse gradazioni di grigio. Ma niente, penso io, è mai in bianco e nero, tutto, anche i vecchi film, sono in realtà pieni di ombre e luci e di sfumature che vanno verso la luce e verso l’ombra. Ci sono stati errori storici da entrambe le parti, dice Giorgio. Il Dalai Lama è una figura indiscutibile, è un uomo straordinario, ma ci sono frange oltranziste anche dal lato tibetano e insomma la situazione è complessa. E’ complessa si, penso io che l’ho seguita e la seguo con grande attenzione per il mio impegno in Himalaya, per lo Zanskar, per il mio amore della cultura tibetana. I cinesi, dice Giorgio, ricostruiscono i monasteri rasi al suolo dalla Rivoluzione Culturale di Mao Zedong ma non lo fanno  per restituirli alla popolazione, lo fanno perché sono fonte di ricchezza. L’industria cinese del turismo non può fare a meno del Tibet. Tutto quello che produce ricchezza in Cina è irrinunciabile. La questione tibetana è piena di ombre e luci, è complessa come è complessa la situazione palestinese, quella curda, come sono complesse mille questioni in Africa. I tibetani rischiano di fare la fine dei pellerossa, degli aborigeni australiani. Questioni complesse. Ma forse è il mondo che è complesso, le relazioni tra i popoli, ed è proprio per questo, secondo me, che non bisogna mai smettere di leggere, scrivere, discutere, imparare.
L’orgoglio degli Han cinesi è palpabile, dice Giorgio, è sentito, e non c’è niente di paragonabile nel resto del mondo. Io penso al nazionalismo francese e a quello americano, un nazionalismo stanco e pieno di contraddizioni, o a quello inglese ancora di più. Vittime, Francia e Inghilterra ma anche Spagna e Portogallo che forse hanno metabolizzato meglio, vittime degli errori del colonialismo. Vittime anche gli Stati Uniti d’America della loro dissennata, decennale politica imperialista. Adesso, dopo il Vietnam, dopo l’undici settembre, dopo la disfatta irachena, pagano il prezzo dei propri errori. E noi imbecilli sono cinquant’anni che gli corriamo dietro, a questa America trionfante e sconfitta. Venire in Italia dalla Cina, dice Giorgio, è scendere in un paese in declino.
Giorgio non rinnega la propria appartenenza alla cultura occidentale. Ha appena finito di imballare scatoloni di libri da spedirsi a casa, in Cina, i suoi libri italiani, in italiano. Giorgio è italiano e ha piacere di esserlo ma è impressionato dalla Cina. Trovi tutto, dice, anche la nostra cultura, i cinesi sono curiosi di tutto, leggono tutto, guardano tutto, imparano tutto, per copiare, copiare. Ho trovato in Cina, dice Giorgio, una copia di “Accattone” di Pasolini che in Italia non la trovi (dico io) neanche se piangi in cinese.
Giorgio parla tanto, preferisce stare in piedi, non si sente a suo agio in poltrona. Vorrebbe dire tutto, tutto insieme, ma è impossibile, le domande sono quasi inutili, sono spunti ma poi il discorso prende pieghe diverse, si perde, viaggia. Mi piace ascoltare la gente che ha tanto da dire.
Parliamo del coraggio di mollare tutto, di andare via, di andare a vivere in un paese lontano, di cercare non tanto se stessi, che è un vecchio luogo comune, ma piuttosto una vita che sia soddisfacente, lasciando un lavoro triste e il misero tempo libero mai sufficiente. Niente coraggio, dice Giorgio. Non ci vuole nessun coraggio. Lui ha lavorato un po’ di tempo in banca ma non gli piaceva, era insoddisfatto, e allora ha scoperto che in India la vita costava pochissimo, che in Indonesia il ricavo dell’affitto di un suo appartamento romano gli permetteva di vivere in un bungalow sul mare, anzi nel mare, dice, in un posto meraviglioso, facendo una vita da nababbo. E allora niente coraggio, ma quale coraggio? Piuttosto, dice Giorgio, io non capisco quelle persone che non fanno che lamentarsi, e ne conosco, che vivono male, che hanno la faccia stanca, glielo vedi scritto negli occhi, eppure non sanno schiodarsi. Non ho niente contro chi lavora in banca ed è contento di quello che fa, no, questo è legittimo, ce l’ho con quelli che sono tristi, si lamentano, soffrono, fanno male a se stessi e agli altri, e non reagiscono. Allora non sarà piuttosto che invece del coraggio di quelli che partono bisognerebbe parlare della paura di quelli che restano?
I vespisti, dice Giorgio, ce l’hanno con me perché dicono che non frequento i raduni. Ma il fatto è che la Vespa io la considero un mezzo, un mezzo di trasporto, non un fine. E allora si potrebbe riflettere se sia più “vespista” uno che va ai raduni o uno che passa la vita a girare il mondo in Vespa. La Vespa ha una meccanica essenziale e non si guasta mai, dice Giorgio. Poi in vespa sembri innocuo, non spaventi, non preoccupi. Io sono mingherlino e a bordo di una vespa riesco a passare inosservato. Se fossi nerboruto e tatuato e viaggiassi a bordo di una Harley Davidson farei un’altra impressione. La Vespa è un ottimo mezzo di trasporto per viaggiare libero e leggero, ma è un mezzo, non un fine.
Io penso ai tanti che conosco che viaggiano in motocicletta per poter dire di aver attraversato l’Africa, il deserto, l’Asia, gli altipiani, le montagne, le Pampas, le Ande. E magari si sentono Granado e Che Guevara in sella alla “poderosa”. E mettono bandierine. Tratti di pennarello sulla carta geografica. Ma se poi gli chiedi cosa hanno visto ti parlano di rifornimenti, di pezzi di ricambio, di guasti e riparazioni, di forature, di distanze, sempre solo di distanze tra una tappa e l’altra, mai di quello che c’è in mezzo a quelle distanze. Se va bene ti parlano della magia del vento nei capelli, della velocità che solleva la polvere, del senso di libertà, della solitudine dei deserti. Mai che ti parlino della gente incontrata, dei loro problemi, delle regioni attraversate, dei villaggi, delle comunità, dei bambini, dei vecchi, delle opportunità e dei disagi, delle fatiche e del lavoro, delle condizioni di vita. Il viaggio è sempre fine a se stesso. Il mezzo diventa fine. Per questo mi piacciono i libri di Giorgio, perché raccontano il conenuto di quelle distanze, esaminano la sostanza e non la forma.
Rifletto che la letteratura di viaggio ha fatto il suo tempo. E’ nata in un epoca in cui pochi viaggiavano, pionieri, e gli italiani si assiepavano davanti agli schermi delle diapositive. Avidamente compravano e leggevano diari di viaggio. Oggi tutti viaggiano, il mondo è a portata di telecomando, e molti viaggiatori, compreso il sottoscritto, scrivono. Ma il problema è che molti scrivono senza leggere. Viaggiano senza conoscere, guardano senza vedere, sentono senza ascoltare. Giorgio è uno che guarda, vede, sente, ascolta, legge, si informa. E’ un curioso del mondo ed è per questo che ha tante cosa da raccontare. Tante da riempirne libri e serate.
E’ gradevole chiacchierare con Giorgio. L’amore per i viaggi e i libri, per i popoli e le loro storie, ci accomuna. Torno per un attimo al ricordo di quella sera di undici anni fa a Ushuaia. Verrò a trovarvi in Cina, Giorgio e Ya Pei, promesso. Ho piacere di riprendere una conversazione che, nel frattempo, continua sulle pagine di un libro.
 
Buon ritorno Giorgio, ciao Ya Pei, see you soon.
 

Ciao Franco

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Sedici anni di lavoro al Folk Club come volontario insieme a Franco sono un milione di storie da raccontare. Adesso che Franco non c’è più bisogna scrivere, per ricordare. Da quel milione di storie ne ho tirata fuori una. Una qualunque. Una piccola storia presa a caso dal mucchio.  Un piccolo ricordo per un grande amico che mi ha insegnato a conoscere e rispettare tutte le culture del mondo. E molto altro. Ve la voglio raccontare.

 

Estate 1994. Notte fonda, forse le due, le tre di notte, forse più tardi ancora. In giro non c’è nessuno. Un’automobile rossa percorre sotto la pioggia Corso Regina Margherita tra il lampeggiare dei semafori sull’asfalto lucido. Sovrasta l’automobile un enorme grappolo di palloncini colorati. I cordini tesi sono fissati al finestrino. Franco torna a casa con un regalo per la piccola Giulia.

I palloncini servivano a reggere in alto uno striscione che la cooperativa Arcobaleno aveva fissato, verticale, all’ingresso dell’area ristorante nel parco della Pellerina. Il temporale non aveva fermato il concerto. L’erba era verde sotto i riflettori. Sul palco l’attività era frenetica. Noi, alle prime gocce, avevamo tirato via in fretta e furia i dischi e i libri dalla bancarella del Folk Club ma li abbiamo rimessi fuori subito dopo la pioggia. Ricordo il fresco dei sandali nell’erba bagnata. Il concerto è andato bene, una folla.

Alla fine, in quel momento di stanchezza e di rilassamento dopo il lavoro intenso, quando i tecnici finiscono di smontare la strumentazione e coprono tutto con i teli di plastica, quando i bicchieri e le bottiglie sono stati raccolti dal prato, i camerini sono stati risistemati, il palco è stato sgombrato e tutti i riflettori sono spenti, in quell’ora in cui rimangono a vagabondare solo i tiratardi, ci ritroviamo, come sempre, intorno a un tavolo. Tutti, musicisti, organizzatori, operai, volontari. Una pastasciutta, un bicchiere di vino. Si parla di musica, d’arte, di politica, quasi mai di sport, mai di cose banali. Discorsi interminabili e mai terminati, si discute, ci si scalda con le parole e con il vino. La notte declina e la pioggia rimane sospesa per aria.

E’ tempo di andare. Si fa mattina e domani è un altro giorno. Franco tira giù lo striscione e prende i palloncini. E’ un regalo per Giulia, mi dice, e se ne va come un clown verso la sua macchina rossa. Lo vedo da lontano, dal finestrino della mia vecchia Panda, lui in macchina con i palloni colorati che sballonzolano, che si allontana tra i semafori spenti. Il viale è deserto, la pioggia ha ripreso a scendere, sottile, tutto è lucido.

Vedo il lampeggiare elettrico di una volante della polizia che si riflette sui palazzi. Hanno fermato Franco. Arrivo, rallento, tiro giù il finestrino. Franco ride come un matto e i poliziotti ridono con lui. Mi fa un cenno di saluto tra la pioggia. I poliziotti se ne vanno, certamente pensando che il turno di notte sarà anche duro ma ne vedi proprio di tutti i colori.

Franco svolta verso casa, lo vedo scomparire come un cartone animato in quel grigio notturno così blues. Domattina, quando Giulia si sveglierà, la sua cameretta sarà piena di palloncini colorati.

 

COMUNICATO STAMPA

ADDIO A FRANCO LUCA’

 

Torino, 16 giugno 2008

Il Centro Cultura Popolare – FolkClub, il Centro Regionale Etnografico Linguistico (CREL), Maison Musique e l’Union des Amis Chanteurs danno il triste annuncio della morte del loro fondatore, ideatore, anima, Franco Lucà, avvenuta serenamente ieri mattina. Franco non ha mai amato la retorica e le troppe parole, è quindi inutile soffermarsi su quale grave perdita sia questa per la cultura, la musica, l’arte. E’ sotto gli occhi di tutti.

Martedì 17 giugno a partire dalle ore 16 sarà allestita la camera ardente presso il Musicarium di Maison Musique (via Rosta 23 Rivoli) dove alle 20,30 si svolgerà un momento di saluto e ricordo pubblico. Tutti coloro che hanno conosciuto e amato Franco sono invitati a partecipare con una parola o una nota per lui.

Franco ha chiesto di non avere fiori, ma solidarietà alla causa che ha dato senso a tutta la sua vita.

Franco Lucà nasce a Gioiosa Jonica (RC) l’11 ottobre 1949. Nel 1958 la sua famiglia si trasferisce a Torino. Frequenta la Facoltà di Economia e Commercio fino al 4° anno (19 esami su 24), poi, ottenuto l’esonero dal servizio di leva per esubero, si dedica interamente alla libera professione (perito immobiliare per le assicurazioni) fino al 1999, anno in cui matura il diritto alla pensione.

Nel 1973 è tra i fondatori del gruppo torinese di musica popolare Cantovivo nel quale milita fino al 1983, partecipando alla pubblicazione di due audiocassette e tre LP (uno doppio ed uno premio Montreux Jazz Festival quale migliore disco folk europeo per l’anno 1982). Con il gruppo effettua oltre mille concerti in Italia ed Europa.

Nel 1983 fonda il Centro di Cultura Popolare di Torino. Nascono i primi corsi di canto, danza e strumenti tradizionali: il loro successo apre le porte alla collaborazione con Comune, Provincia e Regione Piemonte che diventerà negli anni stabile e proficua.

Nel 1984 la prima edizione del folkfestival Giugno in Cascina che inserisce il folk nei Punti Verdi torinesi e conterà dieci edizioni.

L’8 gennaio 1988 si registra al Tribunale di Torino la nuova pubblicazione mensile Folknotes con redattori Michele Straniero e Franco Lucà. La pubblicazione, ora bimestrale, è tuttora inviata gratuitamente a oltre 30.000 soci Folkclub.

Il 16 aprile 1988 nel centro storico torinese, in un locale ottenuto dalla demolizione di sei cantine, nel seminterrato di un palazzo del ‘700, nasce il Folkclub: 140 posti a sedere dove non si fuma, si beve solo nell’intervallo, si ascolta in assoluto silenzio solo musica dal vivo di qualità e si paga un ingresso medio-alto (una media di 60 concerti a stagione).

Dopo vent’anni anni Folkclub conta oltre 32.000 soci e registra la maggior parte dei concerti esauriti in prenotazione.

Sempre nel 1988, grazie a un accordo con il Ministero della Cultura di Trinidad & Tobago, in collaborazione con ILO e BIT di Torino, si realizza in città il Caribbean Carnival Fiesta con la partecipazione dei più famosi artisti di calipso del Caraibi.

Nello stesso anno si lancia il concorso Folkautore che porta alla produzione di un LP doppio di brani inediti dei tredici finalisti. Il concorso si ripete nel 1989 con finali e premiazioni ospitate dal Club Tenco nel ridotto dell’Ariston.

Ancora nel 1988 con Michele Straniero, Lucà fonda la  Federazione Italiana Musica Popolare che non raggiunge però le adesioni auspicate tra i promoter e gli artisti italiani di settore.

Il 7 aprile 1992 Michele Straniero, Emilio Jona, Giovanni Beccaria e Franco Lucà fondano il Centro Regionale Etnografico Linguistico che si avvale di un Comitato Scientifico universitario formato da Franco Castelli, Cesare Bermani, Renato Monteleone, Adriana Lai, Fausto Amodei, Angelo Agazzani e dai quattro fondatori. Lo scopo è di ospitare, riordinare, computerizzare e rendere gratuitamente consultabili materiali sonori e cartacei di musica tradizionale italiana ed internazionale.

Nel CREL confluiscono le raccolte private di Sergio Liberovici, di Michele Straniero, di Emilio Jona, del Centro Cultura Popolare e di altri ricercatori minori.

Il CREL è tra i primi in Italia a munirsi di una stazione di salvataggio audio-computerizzata, grazie alla quale i nastri magnetici vengono lavorati e poi riversati su supporto digitale. Per questo il Museo Nazionale delle Arti e delle Tradizioni Popolari di Roma affida nel 1999 al CREL il salvataggio del proprio archivio sonoro (2000 nastri originali di ricerca sul campo nel centro-sud italiano). Stessa cosa farà il Teatro Stabile di Torino, affidando al CREL il salvataggio del proprio archivio sonoro delle opere rappresentate. Il CREL produce pure alcuni CD, CD ROM, libri e cura particolari convegni di settore.

Nel giugno 1993 Lucà organizza il primo International Guitar Master cui partecipa, dopo 17 anni di assenza dall’Italia, Pete Seeger.

Tra gli anni 1994 e 1997 si attivano nella scuola dell’obbligo originali laboratori di canto popolare; negli istituti di riposo anziani quelli sulle canzoni degli anni ’40 e ’50, nella scuola media e negli istituti superiori quelli sui canti della Resistenza.

Nel 1994 nasce l’Associazione Pellerossa con il fine di ideare e organizzare l’evento musicale estivo della Città di Torino. Ne fanno parte il Folkclub, Hiroshima Mon Amour, Musica ’90 e il Premio Grinzane Cavour. La presidenza viene affidata a Lucà e rinnovata per nove anni. Si avvicendano nel Pellerossa Festival artisti quali Bob Dylan, Khaled, Sinead O’Connor, Jovannotti, Jamiroquai, Emir Kusturica, Goran Bregovic, Buena Vista Social Club, Joan Baez, Miriam Makeba, Noà, Compay Segundo, Alan Stivell, Los Lobos, David Byrne, Madredeus, C.S.I., Africa Unite, Almamegretta, Mau Mau, Ivano Fossati, Paolo Conte, Mercedes Sosa..

Negli anni maturano e si amplificano le collaborazioni artistiche con altre città, con l’Università,con la RAI, con le Mostre del Libro e della Musica, con il Teatro Regio.

Nel 1998, all’interno del Pellerossa Festival, Lucà lancia il concorso Green Age per i giovani autori e i gruppi emergenti. Il concorso è sostenuto dalla SIAE nazionale e nel 2000, alla terza edizione, partecipano 108 artisti da tutta Italia. Greenage Festival è tuttora attivo, presso Maison Musique, e offre ogni anno a circa 60 band emergenti la possibilità di esibirsi con attrezzatura professionale.

Sempre nel 1998 a Perpignan (F) nasce The European Network of Traditional Music and Dance che riunisce entità culturali consolidate di 15 paesi europei, anche al di fuori del MEC. A Lucà viene affidata la vicepresidenza.

Nel 1999 un nuovo progetto del CREL per la scuola relativo a laboratori di canto, danza e strumenti tradizionali è sostenuto dalla Regione Piemonte. L’esito di 114 corsi su tutto il territorio piemontese porta alla riconferma del progetto per il 2000 e alla compartecipazione della Città di Torino.

Nel 2000, in collaborazione con Ethnosuoni di Casale (AL), nasce l’etichetta discografica indipendente Folkclub Ethnosuoni tesa alle produzioni di artisti emergenti ignorati dal mercato discografico. Ad oggi il catalogo dei CD pubblicati conta 25 titoli.

A novembre 2000 Franco Lucà vince il Premio Tenco come operatore culturale, erano otto anni che questo premio non veniva assegnato a un italiano, l’ultimo era stato Virgilio Savona (Quartetto Cetra).

Nel 2002 il governo, attraverso la Regione Piemonte, gli affida l’organizzazione degli eventi musicali nell’ambito della Conferenza Nazionale delle Aree Protette che si tiene a Torino.

Sempre nel 2002, come già l’anno precedente, la Città di Torino affida al Folkclub l’organizzazione della serata commemorativa del 25 aprile.

Nel 2003 la Città di Rivoli affida al CREL l’ex mattatoio e fabbrica del ghiaccio. Su progetto di Franco Lucà il CREL vi realizza Maison Musique, il primo villaggio della musica in Italia, con sala concerto, sale di registrazione, museo degli strumenti, musicarium, centro di documentazione etnomusicologico, foresteria, ristorante, ecc. Il centro è inaugurato nel maggio 2004.

Nel 2006 Lucà pubblica il libro “FolkClub” (Liberodiscrivere Edizioni), che ripercorre tutta la sua attività di organizzatore culturale.

Nel 2008 Lucà organizza al Teatro Regio la Festa del Ventennale del Folkclub: una serata indimenticabile di musica con la partecipazione di 30 artisti provenienti da tutto il mondo.

 

Ciao Franco

Sulla torre di Babele

64c03311d9122b10168aefb5021b6493.jpgSono rimasto intrappolato in una storia. Una storia incredibile. A volte è così, a volte le storie ti intrappolano. Tutto è incominciato da una pagina dell’ultimo volume della mia enciclopedia, volume venti, lettera zeta, nel quale cercavo qualche informazione su una certa cosa che poi ti dirò. Fuori piove, è tutto grigio, in casa c’è un silenzio denso, è una di quelle stupende domeniche in cui il mondo rimane altrove e io nel bozzolo della mia quiete precipito nel vortice delle storie. Ho cominciato a trascrivere qualche appunto sul computer, mettendo in rosso qua e là le parole, i nomi, i concetti che avrei approfondito in seguito. Quelle parole sono diventate link verso altri volumi dell’enciclopedia, altre lettere, dalla Z alla R, dalla R alla A, dalla A alla G, dalla G alla M. Ogni paragrafo che trascrivo contiene altre parole in rosso, altri link, altre pagine da trascrivere. Alla fine mi sono trovato avvolto in una ragnatela, in un bozzolo di informazioni, e la storia mi ha portato lontano, lontano, così incredibilmente lontano. A volte sono così le storie, vanno talmente lontano che ti prende una vertigine, come se a furia di salire sulla torre di Babele ti trovassi a guardare l’umanità dall’alto, nel suo formicolare di popoli, nell’intrico delle sue strade di polvere, nel brusio mormorante di tutti quei linguaggi che ti stordiscono. Più leggi e più l’ignoranza ti soffoca, più scosti ragnatele, più fai luce, e più ti senti  nell’oscurità, nella polvere. L’ignoranza è come questo grigiore spesso, che trasuda dalla finestra piovosa, che si riflette sulla tastiera del computer, sulla pagina fitta dell’enciclopedia, e ti viene voglia di capire. Mettiti comodo, sarà una storia lunga.

Partiamo da lontano. Lontano nel tempo. Più o meno a metà della pagina, volume venti lettera zeta, si parla di un certo M. Block. Potrebbe trattarsi in realtà di Marc Bloch, storico medievalista francese nato a Lione nel 1886 e morto, fucilato dai nazisti, nel 1944. Comunque costui avrebbe fatto risalire il tutto a una setta eretica bizantina, di ispirazione manichea, detta degli Athingani, o Atzincani. Parole rosse. Link. Allora indossiamo il cappello, bisaccia a tracolla, e cominciamo a scostare la prima manciata di ragnatele.

Lettera B. Bisanzio. Beh, qui non sono del tutto ignorante. A Bisanzio ci sono stato qualche anno fa, a Istanbul se preferisci. Anche senza cappello e bisaccia un po’ la respiravo quell’aria di scoperta, mentre camminavo nell’eco della grande cisterna che si apre nel sottosuolo della città, dove occhieggia il silenzio dei secoli in un grande vuoto tra i riflessi di acque limpide, tra colonne e volte a crociera, tra statue capovolte che ti guardano con ghigni arcani e il fantasma di Baudolino a caccia di reliquie (leggi Umberto Eco).

Ma non divaghiamo, che questa storia divaga già pure troppo per conto suo. Insomma, Bisanzio, volume tre, lettera B. Impero Bizantino: insieme delle vicende politiche, religiose e civili dell’oriente balcanico e anatolico tra il secolo IV e il XV, dalla designazione di Bisanzio a capitale dell’impero, nel 330, alla sua conquista da parte dei turchi, nel 1450. In quel crogiuolo di popoli, religioni e filosofie che fu Bisanzio, in quella strozzatura dei continenti, nei timpani degli altari, sotto le dorature delle icone, nelle ombre dei ceri e nei fumi degli incensi, si aggiravano i devoti Atzincani, o Athingani che dir si voglia. Erano eretici, dediti ad attività di tipo magico e divinatorio, di ispirazione, dice l’enciclopedia, più manichea che non cristiana. Mh!

Allora vediamo, manicheismo, volume dodici, lettera M. E qui andiamo lontano davvero. E’ incredibile, andiamo talmente lontano da sprofondare in un abisso di tenebra primordiale. A volte le storie ti intrappolano e devi lasciarti intrappolare.

Ci sono due regni, due entità, due principi (principi o princìpi fa lo stesso). Il principe, o principio, della luce, e quello delle tenebre. Più o meno sempre la stessa storia.  Il principe della luce, o padre della grandezza della mitologia manicheista, corrisponde alla divinità iranica Zurwan e il principe delle tenebre corrisponde ad Ahriman. Nomi che a me sanno quasi di Tolkien, di miti nordici, è incredibile come tutto si intersechi nelle strade di polvere, come tutto sembri vicino visto dall’alto della torre di Babele.

Insomma il principe delle tenebre, per un misto di invidia e gelosia (difetti tipici dei principi e non solo loro), decide di invadere il regno della luce dove si pasce beatamente il padre della grandezza. Il quale, il padre della grandezza, visto così insidiato il suo regno luminoso, si scuote dal suo torpore, si tira su, s’innervosisce, secondo me stacca giù anche qualche bestemmia (tanto non si arrabbia nessuno) e decide di mettere in pratica la prima creazione. La prima, si, perché secondo la mitologia manichea le creazioni saranno addirittura tre, se non quattro, ma poi vedremo.

Insomma il padre della grandezza crea la madre della vita, pensate un po’. La quale a sua volta genera l’uomo primigenio e la sua prole. La prima creazione. Sarà proprio l’uomo primigenio che scenderà in campo con i suoi figli contro il principe delle tenebre, anche lui affiancato da cinque figli satanici. Ma alla fine vincono i cattivi,  in questa storia è così, vincono i cattivi. L’uomo primigenio offre se stesso in sacrificio in un ultimo tentativo di salvezza e viene divorato insieme ai suoi figli dalla furia famelica della demoniaca prole di Ahriman. Divorato.

Ma. Naturalmente c’è un ma. Ma in questo modo, senti che roba, in questo modo alcune scintille della sua luce restano impigliate come deboli fiammelle nell’immenso e spesso vortice delle tenebre. L’uomo primigenio, divorato, è una scintilla nell’oscurità. A me ricorda tanto il Tao con quel suo simbolo tondo diviso in due da una linea curva, con un puntino di bianco in mezzo al nero e un puntino di nero in mezzo al bianco. Dalla torre di Babele non faccio che vedere simmetrie, che sentire assonanze. Insomma l’uomo primigenio, scintilla nelle tenebre, riesce a rivolgere una preghiera al padre della grandezza. E lui decide che è tempo di mettere in atto la seconda creazione.

Nella seconda creazione entra in scena l’amico della luce, il grande architetto, lo spirito vivente. La seconda creazione è un grande colpo di scena e una botta tremenda per il principe delle tenebre. La madre della vita e lo spirito vivente si affacciano al vortice delle tenebre, proprio sull’orlo dell’abisso, e lanciano un grido, un’invocazione, che trarrà in salvo l’uomo primigenio.

La madre della vita e lo spirito vivente assumono, dice l’enciclopedia, funzioni demiurgiche. Smembrano i demoni, pensa un po’. Li smembrano con una forza prodigiosa e con i loro corpi, pensa, creano il cielo e la terra. Con i corpi dei demoni smembrati. Il cielo e la terra sono fatti con i corpi dei demoni smembrati. Addirittura inventano un mulino cosmico composto da pale fatte di vento, acqua e terra, ruote che turbinando trasferiscono e concentrano la sostanza luminosa prima nella luna e poi nel sole. E’ un’immagine di una potenza straordinaria, non ti pare? Quanti miti, quante leggende si è inventata l’umanità per cercare di spiegare il mistero dell’esistenza.

A questo punto, nella foga della creazione, forse un po’ esaltati dalla magnificenza di quello che hanno fatto, non paghi, la madre della vita, lo spirito vivente e l’uomo primigenio chiedono al padre della grandezza di mettere in atto la terza creazione. Quella definitiva. Quella che avrà il compito di sottrarre alle tenebre anche le ultime particelle di luce ancora intrappolate nel cosmo, separando una volta per tutte la luce dal buio, i due regni, i due princìpi (questa volta con l’accento sulla seconda i). La terza creazione.

Viene invocato il messaggero, quello che Sant’Agostino chiamerà il terzo legato, che compare a bordo dei navigli celesti, e qui succede una cosa ancora più straordinaria. Davvero. Il messaggero, che è un’entità androgina, compare nudo davanti agli arconti delle tenebre. Nudo. Davanti agli arconti. E succede una cosa pazzesca, si, perché  compare, quel furbastro, ai demoni con sembianze femminili e con sembianze maschili alle demonesse. Figurati come possono i demoni, che non sono certo degli stinchi di santo, reagire alla cosa!

Il terzo legato, nudo davanti ai demoni, scatena un torrenziale orgasmo cosmico. Un’orgia demoniaca. Dicono le scritture che spruzzi di luce seminale si disperdono nel cosmo, pensa cosa riesce a inventare la mitologia. L’orgasmo dei demoni feconda le demonesse che se ne stanno incatenate al circolo zodiacale (te le immagini?) a contorcersi dal piacere. Pazzesco. Scrive l’enciclopedia che le demonesse, alla fine, proiettano i loro aborti sulla terra. Pazzesco davvero, roba che neanche una rock-opera psichedelica degli anni ’70… Eppure Sono tutte immagini tramandate dai testi manichei, molti dei quali sono stati trovati nell’oasi di Turfan, nel Xinjiang, altro importantissimo crocevia delle strade di polvere che ho visitato più di una volta nei miei viaggi in oriente, avamposto della via della seta ai margini del deserto del Taklamakan.

Scendo un attimo sulla terra anche per riposarmi un po’ da quello spossante orgasmo. Il manicheismo è una religione fondata da un certo Mani, che in greco è chiamato Manichaios e in siriaco Mani-hayya, nato in Mesopotamia tra il 215 e il 216 dopo Cristo. Intorno al 240 Mani si trasferisce in India, nel Gandhara, e quando fa ritorno in Mesopotamia viene fortemente contestato dalla casta sacerdotale dei Magi. I Magi, proprio quelli, quelli del presepe, e qui ci sarebbe da divagare ancora. Come tutti sanno i Magi non erano re ma sacerdoti. Erano sacerdoti di un culto molto praticato a quel tempo tra il Tigri e l’Eufrate: il mazdeismo zoroastriano. Una religione che ancora oggi sopravvive tra i Parsi, in India. In India, si, perché là fuggirono gli zoroastriani scacciati dalla Persia in seguito all’invasione musulmana del secolo VIII, in India, nel Gujarat, e a Bombay. E là ce ne sono ancora, di Parsi, discendenti dei Re Magi. Dall’alto della torre di Babele è tutto un fuggi fuggi di popoli. Fine della divagazione.

Insomma i Magi perseguitano il fondatore del manicheismo che finirà imprigionato e morirà dopo ventisei giorni di detenzione. Poi, sempre secondo l’enciclopedia, fin dalla metà del III secolo il manicheismo si diffonderà in Africa settentrionale, in Palestina, Asia Minore e Armenia. A Roma giungerà al tempo del papa Milziade (311-314) e si diffonderà in Gallia. In Spagna arrivano missionari manichei nella seconda metà del IV secolo. Le ultime comunità manichee occidentali non sembrano sopravvivere oltre il VI secolo ma in zona bizantina durano più a lungo, almeno fino al IX secolo. Ed ecco qui la nostra setta degli Athingani, o Atzincani, di cui diremo.

Ai tempi del califfo Al Muqtadir, tra il 908 e il 932, i manichei dovranno lasciare Babilonia e la sede della chiesa si trasferirà, pensate un po’, a Samarcanda. Samarcanda. Ecco perché mi sono perso, in questa storia, anche Samarcanda è un grande crocevia delle strade di polvere, come Turfan, dove mi sono seduto all’ombra dei minareti, in piazza Registan, a sentire un cantastorie che pizzicava le corde del suo liuto, esattamente come faceva un suo antenato nei caravanserragli di mille anni fa. Samarcanda. Nel 763 il sovrano uighuro Bughugh Qaghan si converte al manicheismo che diviene religione di stato. Nel 649 è documentata la presenza del primo dignitario manicheo alla corte imperiale cinese e nell’843 l’imperatore cinese Wuzong vieta il culto manicheo e ne fa distruggere le testimonianze. E’ una vertigine il mondo visto dalla torre di Babele.

Ma torniamo all’orgia demoniaca perché la storia non è finita. Dunque i demoni giacciono spossati nel vuoto cosmico, le demonesse lassù incatenate alle costellazioni, ma alcune gocce di luce ancora vagano disperse nella materia oscura. Come un capello caduto nell’impasto, dicono i testi sacri manichei e questa cosa mi ricorda il Tao sempre di più. Ed ecco che, come ultima risorsa, il principe delle tenebre, per mantenere l’ultimo rimasuglio di luce nel suo regno oscuro, mette in pratica la sua contro creazione. Colpo di scena. La materia oscura genera, pensa un po’, la prima coppia umana, Adamo ed Eva.

Adamo ed Eva. I biblici progenitori della razza umana. Generati dal principe delle tenebre. Niente male, eh? E secondo la mitologia manichea è proprio per liberare la luce rimasta intrappolata nelle tenebre del corpo di Adamo (tra l’altro non si dice se ce ne fosse almeno un po’ anche in quello di Eva ma evidentemente là c’era solo un buio peccaminoso) che molto tempo dopo il padre della grandezza compirà l’ultimo tentativo di salvazione attraverso Gesù. E qui basta, la storia è finita, se no dove andiamo a finire?  

Anche se in verità non è finita per niente, proprio come non è finita questa pioggia sui tetti che intravedo dalla mia finestra ma ho bisogno di scendere un attimo dalla torre di Babele, per riprendermi dallo stordimento. A volte le storie ti intrappolano.

Dunque torniamo a Bisanzio, alla setta degli Atzincani, o Athingani che dovevano conoscere piuttosto bene questi miti, che dovevano praticare questi culti, che dovevano essersi formati proprio all’interno di questa oscura cultura profetica. Di loro si sa che praticavano arti divinatorie e riti magici.

Dei loro discendenti, o presunti tali, ci sono tracce intorno alla seconda metà del IX secolo a Bisanzio, poi tra il secolo X e il XV pare abbiano soggiornato in Persia e in Armenia, poi in Grecia e in Turchia. Nomadi. Erano nomadi. Migranti. Nei secoli successivi si sono sparsi in tutta Europa, nel Nordafrica, in Siria, Palestina, Iraq, Iran, Afghanistan, nel Turkestan. Sono presenti negli Stati Uniti d’America e in America Latina. Oggi quei popoli di cui parliamo, e che stanno finalmente alla lettera zeta della mia enciclopedia, forse non hanno più niente a che vedere con quella oscura setta eretica bizantina, e questa ascendenza non è provata, ne parla Bloch (o Block che sia) ma chissà, forse c’è solo un’assonanza con uno dei tanti nomi con i quali sono conosciuti nel mondo. In Francia li chiamano “tziganes” o “gitanes”, “gitanos” in Spagna, in Inghilterra “gypsies”, “zigeuner” in Germania, in Italia “zingari”. Lettera zeta, volume venti. Finalmente.

Appartengono in realtà a molte etnie, “rom”, “sinti”, “kalè”, con diversi sottogruppi, ma i più numerosi si fanno chiamare “rom”, o “manush”, che vuol dire semplicemente uomini (Manush? Mani? Manichaios? Manicheismo?). La loro lingua è il “romanì”. Detto per inciso, tanto per fugare un equivoco comune, “rom” e “romanì” non hanno assolutamente niente a che vedere con la Romania e la lingua rumena, che è una lingua neo latina mentre il romanì è di origine indiana. Degli zingari si sa che sono perlopiù organizzati in clan endogamici (l’endogamia impone di contrarre il matrimonio all’interno del proprio gruppo sociale). L’unità sociale di base è la famiglia estesa, in cui vige una rigida spartizione dei ruoli maschili e femminili, dicono le fonti etnografiche. La solidarietà di gruppo è una forma di difesa nei confronti della società dominante dei non gitani e determina un notevole controllo della comunità sull’individuo. Le donne sono responsabili della difesa e della trasmissione dei valori tradizionali e si occupano della sussistenza del gruppo familiare con la vendita ambulante, le pratiche divinatorie, o il lavoro nel campo artistico. Anche se gli zingari sono ormai quasi del tutto sedentarizzati, soprattutto in Europa, spesso praticano professioni tipiche dei popoli erranti come il commercio del bestiame o degli autoveicoli usati, sono fabbri, riparatori di utensili, meccanici, carrozzieri, ma sono anche addestratori di animali, indovini e musicisti girovaghi. La loro cultura è ricchissima. Basta citare il Cante Jondo dei gitani della penisola iberica, il Flamenco, una musica, una danza e un canto dai quali traspaiono le forti emozioni di una cultura millenaria, segnata dall’emarginazione e dalle persecuzioni etniche e razziali.

Questa storia, anche se ci ha portato lontano nella psichedelia dei miti manichei, è solo una delle infinite storie che sembrano essere rimaste impigliate tra i peli della barba ispida di Melquiades, lo straordinario zingaro di Macondo. Una storia che ha attraversato i millenni lungo le strade di polvere, nei crocicchi, da Babilonia al cuore dell’Asia, dall’America Latina fino a casa nostra, nella nostra Europa, nei nostri campi Rom tanto contestati. Una storia di cui poco si parla e poco si sa.

Ecco, dovremmo salirci più spesso sulla torre di Babele e guardare giù, verso le strade di polvere nelle quali migrano i popoli. Per conoscerli, per capirli. Niente frusta, niente armi, cappello si, bisaccia e scarpe buone, e rispetto, umiltà, questo ci vuole, niente ronde, niente sospetti, niente tolleranza, non bisogna tollerare. Tollerare significa sopportare con fatica, non va bene. Rispetto, curiosità ci vuole, fiducia, e una buona enciclopedia. E ci vuole una grande passione per il genere umano perché dietro ogni emergenza, dietro ogni slogan, dietro ogni luogo comune, dietro la superficialità imperante del nostro razzismo, del nostro opportunismo, della nostra arroganza, dietro la nostra muraglia di ignoranza, c’è un mondo straordinario e sconosciuto. Un mondo che se non saliamo in cima alla torre di Babele, se non guardiamo in basso, non possiamo vedere, non possiamo capire, e ci tocca continuare a viver come bruti.