Tempo di libri

726986018e5b94276cf3aefd215c7be1.jpgE’ tempo di libri. E’ sempre tempo di libri ma in questi giorni di più. Come ormai è tradizione, anche quest’anno le “strade di polvere”, che normalmente conducono lontano, questa volta mi portano vicino a casa, a una mezz’ora di bicicletta, nei luminosi e frastornanti saloni della Fiera del Libro del Lingotto di Torino. E’ quasi banale ribadire che si può viaggiare in molti modi, tirare in ballo il legame inscindibile tra viaggio e cultura, ribadire che viaggiare senza conoscenza sarebbe viaggiare da bruti, viaggiare con la ragione dormiente sarebbe viaggiare da mostri, e le citazioni sono fin troppo scontate. Tuttavia, come vedremo, le impressioni della fiera ci porteranno comunque lontano. Lontano e vicino al tempo stesso, su strade di polvere o di fango, strade difficili e pericolose, strade talvolta ridicole e disgustose, strade di carta e parole, strade spesso sporche, faticose, impegnative.
 

E incominciamo subito, che così ce la leviamo, dalla questione israeliana. La Fiera del Libro 2008 è dedicata alla cultura israeliana nel sessantesimo anniversario della fondazione dello Stato di Israele. La contestazione era prevedibile, tuttavia l’impressione è che la direzione dalla fiera abbia inizialmente sottovalutato il problema. C’è stata la manifestazione organizzata dai centri sociali, tutto tranquillo, molta polizia naturalmente, nessun incidente. Sulla “blindatura” del Lingotto, poi, sono state scritte anche molte stupidaggini ma di questo dirò qualcosa qualche paragrafo più avanti.

E’ previsto dal programma che Dario Fo intervenga in Sala Gialla per presentare il suo libro ma lui preferisce parlare della questione palestinese. Ernesto Ferrero è seduto storto sulla sedia, imbarazzato, il suo fiore all’occhiello è un po’ abbattuto, petali bassi. Introduce la conferenza dicendo che gli scrittori palestinesi, invitati, hanno preferito non partecipare, che sono già stati invitati sin da subito per l’anno prossimo (paese ospite, già deciso, sarà l’Egitto) e che le contestazioni sono partite da un presupposto sbagliato perché la fiera si occupa di libri e non di politica e si sa che gli scrittori israeliani sono spesso critici con il governo eccetera. Un’introduzione che sembra mettere le mani avanti, in previsione di una probabile critica di Fo.

Ma il premio nobel per la letteratura non si lascia spianare la strada e quel che vuole dire lo dice comunque e lo dice a modo suo. Secondo Dario Fo la Fiera di Torino ha perso un’occasione. Tutto lì. Fine del discorso. Se fin dall’inizio la fiera fosse stata dedicata, dice Fo, piuttosto che al sessantesimo anniversario della fondazione dello stato di Israele, al sessantesimo anniversario dell’inizio della questione israeliana e palestinese, invitando entrambe le culture con pari dignità,  la Fiera di Torino avrebbe fatto una scelta coraggiosa e importante, avrebbe portato alla ribalta la cultura del dialogo e della pace, avrebbe sottolineato con forza l’importanza del confronto nella risoluzione dei conflitti. E avrebbe fatto una bella figura. Questo è il senso, più o meno, delle sue parole.

La mia impressione è che in fondo il direttore della fiera, su quella sedia scomoda in Sala Gialla, pur non potendolo ammettere nemmeno a se stesso, o forse solo a se stesso, pur dovendo continuare ad arrampicarsi su specchi scivolosi, abbia lo sguardo un po’ velato dal rimpianto di non averci pensato lui per tempo. Di non aver avuto forse il coraggio necessario oppure la possibilità politica di farlo, per ragioni che non è dato sapere. Che rabbia il senno del poi! Questa è la mia impressione. Fine della questione.

 

Al di là del paese ospite, al di là del tema della “bellezza” al quale è dedicata la fiera, un’altra parola, tra le tante stampate sulle pagine dei libri, ha dominato per me l’edizione 2008 della Fiera del Libro: la parola “legalità”. Si è parlato di cultura della legalità nei numerosi interventi di Luigi Ciotti, si è parlato di legalità nell’incontro con i ragazzi di Scampia, si è parlato di legalità anche nella presentazione del libro di Fabrizio Gatti “Bilal”, un libro indispensabile, di cui trovate la mia recensione qui sul blog. Legalità.

C’è un angolino un po’ sfigato nella fiera, proprio in fondo a sinistra, all’estremità del viale centrale, in cui un piccolo stand espone i “pizzini della legalità” dell’editore Coppola di Trapani. Libretti minuscoli appesi ad un filo con piccole mollette da bucato. Io sto là. Salvatore Coppola è un caro amico e il suo coraggioso impegno per la divulgazione della cultura della legalità mi coinvolge e mi entusiasma. In questa come in altre occasioni ho sentito il dovere di dargli una mano, per puro spirito di volontariato, per il piacere di sentirmi parte di quella società civile che partecipa, che cerca di fare, di cambiare, di associarsi, di collaborare, di comunicare, anche con voce flebile, dal basso, dalla base, con pochi mezzi, con fil di ferro e spago, lontano dai riflettori, nel sottobosco della coscienza comune. Anche da Torino perché il problema della criminalità organizzata non riguarda solo il sud. Riguarda tutti noi.

Eccomi dunque per quattro giorni a pedalare con la mia sgangherata bicicletta, anche sotto la pioggia nel cuore della notte, con il pass della fiera sventolante appeso al collo, per andare e tornare dal Lingotto, schivando i sorci che di notte sfrecciano sulla ciclabile del lungo Po. Eccomi allo stand di Coppola per dedicare tutto il mio tempo libero a una giusta causa, come si diceva un tempo. Quattro giorni a vendere i “pizzini”, piccoli block notes di confezione artigianale con testi, articoli, racconti, le storie delle vittime della criminalità, di Peppino Impastato ucciso il 9 maggio 1978, stesso giorno di Aldo Moro, un trentennale importante troppo taciuto dalla comunicazione di massa, di Mauro Rostagno, fondatore della comunità Saman di Trapani, conduttore per una emittente televisiva locale, impegnato nella lotta alla mafia e assassinato all’età di 46 anni da ignoti nel settembre del 1988, di Rita Atria giovanissima collaboratrice di giustizia, morta suicida all’età di diciassette anni mentre viveva in clandestinità a Roma, subito dopo l’attentato a Borsellino con il quale aveva iniziato a collaborare. Quattro giorni di impegno alla fiera del Libro. Quattro giorni passati a vendere i “pizzini” a favore dell’associazione “Libera” di Luigi Ciotti. Quattro giorni a parlare, a discutere sui temi della legalità e della criminalità, dell’impegno e della denuncia. Quattro giorni intensi.

Nella Sala Azzurra c’è Fabrizio Gatti, il giornalista dell’Espresso che denunciò, infiltrandosi, le condizioni disumane del centro di permanenza temporanea per gli immigrati clandestini di Lampedusa, che denunciò lo sfruttamento della manodopera clandestina nel caporalato della raccolta dei pomodori in Puglia, ma soprattutto che andò in Africa a cercare nei percorsi dei grandi flussi migratori le ragioni della fuga, le ragioni per cui popoli interi cercano scampo in Italia, arrivandoci cadaveri o non arrivandoci affatto come accade, pare, per almeno dodici ogni cento. Fabrizio Gatti un’idea se l’è fatta sul perché di questa infinita migrazione. L’ha scritta in un libro, “Bilal”, pubblicato da Rizzoli, che bisogna assolutamente leggere e consigliare, che bisogna far entrare nel passaparola, amici blogger datevi da fare. La risposta al perché di questi grandi flussi migratori ormai decennali verso un Paese come il nostro, che ha una delle leggi sull’immigrazione clandestina più severe d’Europa, è una sola, dice Gatti. L’Italia è famosa nel mondo come il Paese dell’illegalità. E l’illegalità, lo sanno tutti, rende quattrini facili, e tanti.

Nel Padiglione 5 Rosario Esposito La Rossa, il diciannovenne autore di “Al di là della neve – storie di Scampia” e del nuovissimo “Libera voce” (edizioni Marotta e Cafiero), impugnando il microfono con la forza e la rabbia di chi è nato in un quartiere degradato, in un quartiere di camorra, e non ne può più, sottolinea con forza quanto sia facile e remunerativo il lavoro nell’illegalità. Lo spaccio può far guadagnare a un ragazzino di Scampia fino a cinquemila euro al mese. Cinquemila euro. Per un lavoro facile.

Ecco, dice Fabrizio Gatti in Sala Azzurra, ecco perché molti clandestini vengono in Italia. Perché sanno che un breve periodo di lavoro illegale li può sistemare, e può sistemare la loro famiglia, in Africa o altrove. Poi potranno cominciare a fare gli imbianchini, i muratori, potranno anche chiedere il permesso di soggiorno, poi. Ma è l’illegalità, famosa e celebrata del nostro Paese, che li invita a venire in Italia.  Ecco perché attraversano il deserto nelle spaventose condizioni che Gatti racconta in “Bilal”. Leggetelo, quel libro, è come un romanzo ma è vero, spaventosamente vero. Ecco perché sfidano la morte sulle carrette del mare. Ecco perché finiscono a Lampedusa. Ecco perché arrivano a Milano, a Torino, nel nord, ovunque in Italia. Ecco perché quando passo sfrecciante in bicicletta sui murazzi del lungo Po, oltre a schivare i ratti devo rispondere alle proposte insistenti dei pusher. Qui come a Napoli il mercato dell’illegalità arricchisce le organizzazioni criminali e fa vivere i clandestini che le stesse organizzazioni criminali portano in Italia.  Quei poveracci, dice Gatti, che non sono dei disperati, sono persone piene di speranza, partono per l’Italia indebitandosi con gli usurai, pagando migliaia di euro al sistema che li carica sui camion lungo le strade di polvere del Sahara che anche Gatti ha percorso in incognita, seminando cadaveri, che li carica sui battelli, che li abbandona in mare o li scarica sulle nostre coste. La criminalità li porta in Italia e su di loro si arricchisce. E noi votiamo la Lega convinti che ci porterà la sicurezza con le sue stupide e inutili ronde padane. Convinti che con le riforme federaliste libererà il nord dai poblemi del sud. Poveri italiani scemi, affannati a svuotare il mare con un cucchiaino.

La criminalità è ovunque, dice Rosario Esposito La Rossa nel padiglione 5. La criminalità è ovunque, dice Fabrizio Gatti in Sala Azzurra. E allora, dico io, vogliamo dirlo ad alta voce che in Italia c’è una dittatura della criminalità? Una dittatura, indipendentemente da chi sta al governo, una dittatura della criminalità. Vogliamo dirlo ad alta voce che i ragazzi di Scampia, come i volontari di “Libera”, come le altre associazioni che operano sul territorio in Calabria, Sicilia, Campania, ma anche in Piemonte, Lombardia, Veneto, anche i piccoli e coraggiosi editori come il mio amico Salvatore, i commercianti che si ribellano al pizzo, tutti loro sono i nuovi “partigiani” della “resistenza” contro la dittatura criminale? Vogliamo dirlo? Vogliamo dirlo che abbiamo bisogno di un nuovo 25 aprile? Di una nuova liberazione? La dittatura criminale è più pericolosa del paventato ritorno del fascismo. E’ più pericolosa dell’altrettanto paventato regime comunista che in Italia non c’è mai stato. E’ più pericolosa. Più pericolosa perché nascosta, infiltrata, nel piccolo, nell’impresa, nelle pubbliche amministrazioni, nell’informazione locale, come nel grande, nella politica, nell’informazione di massa, nel sistema. Nel sistema. Il sistema che sovrintende tutto, che tutto influenza, che tutto controlla. Al confronto con questa realtà indiscutibile le più catastrofiche e fantascientifiche teorie del complotto, dagli extraterresti ai templari, dalla massoneria alle sette demoniache, fanno ridere i polli.

Partigiani della legalità. E’ un’emozione vedere un ragazzo non ancora ventenne come Rosario Esposito La Rossa, partigiano di Scampia, agitare la Costituzione Italiana, l’articolo ventuno stampato in quarta di copertina del suo “Libera voce”. La Costituzione Italiana che ci dovrebbe garantire. La Costituzione Italiana che compie sessant’anni. La Costituzione Italiana che contiene le norme che ci dovrebbero mettere al sicuro. Basterebbe quella. Basterebbe. Ma la dittatura dell’illegalità è più forte della Costituzione Italiana. Le sue riforme le ha già fatte da tempo. Non teme verdetti della Corte Costituzionale. Le leggi che ci troviamo costretti a rispettare sono le leggi imposte da quel regime segreto e palese al tempo stesso. Sono quelle, non quelle del nostro Paese. E lo sappiamo tutti.

Dittatura della criminalità. Resistenza. Cultura della legalità. Queste sono le parole che hanno caratterizzato la mia edizione 2008 della Fiera del Libro di Torino.

 

Ricordate Graziano Cecchini? Graziano Cecchini è quello che ha versato un secchio d’acqua rossa nella fontana di Trevi. E’ quello che ha rovesciato una moltitudine di palline colorate giù per le scale di Trinità dei Monti. All’inizio mi aveva ispirato pure una certa simpatia. Coraggioso, pensavo, a inscenare performance che potremmo forse anche definire artistiche, forse. Sembrava uno che fa tutto da solo, che ha idee, un originale, un attivista intellettuale. Graziano Cecchini.

Proprio di fronte a quel posto sfigato in fondo a sinistra sul viale centrale della Fiera del Libro, là dove l’editore Coppola espone i suoi “pizzini” e noi si discute con i visitatori di legalità, criminalità, associazionismo in comunione con “Addio pizzo” a “Libera”, tra i ragazzi della Locride e quelli di Scampia, dove si discute di Peppino Impastato, di Don Puglisi, di Rita Atria, di Mauro Rostagno, di Libero Grassi, proprio lì di fronte c’è lo stand di Cronaca Qui. Cronaca Qui è un periodico che, a giudicare dal sito, si occupa di “cronaca, sport, tempo libero e gossip”. Tra parentesi sono esattamente le pagine che io salto sempre quando leggo un quotidiano, ma questo non conta. E’ uno stand un po’ confusionario, devo dire, quello di Cronaca Qui. Poltrone fatte con copertoni di automobili, scatoloni ovunque, apparecchiature elettroniche appoggiate su bidoni da petrolio, schermi televisivi che ripetono in continuazione spezzoni di Chiambretti, Teo Teocoli, Anna Maria Barbera, immagini di alianti in volo, panoramiche digitali di grattacieli, cose così. Uno stuolo di ragazze in pantaloncini rossi e pattini a rotelle distribuiscono centinaia di cappellini pubblicitari e palloncini gialli mentre un paio di acrobati  fanno spettacolo di giocoleria tra il pubblico. Ci sono bandiere di Israele, magliette con la scritta “oggi mi sento ebreo anch’io” e c’è anche una parete intera dedicata al Tibet con una brutta immagine del Buddha Sakyamuni e un discutibile slogan “Tibet’amo”, o qualcosa di simile. A me sembra la fiera delle banalità ma questo è un giudizio mio che vale come il due di picche.

Torniamo a Graziano Cecchini. Leggo sul sito di Cronaca Qui: Cecchini colpisce ancora e questa volta per stupire sceglie Torino. Una batteria di sessanta tubi in plexiglass ha sparato silenziosamente chilogrammi di coriandoli e stelle filanti di carta bianca e azzurra. “L’idea è venuta dal desiderio di solidarizzare con Israele” dice Cecchini. “Ogni tubo rappresenta un anno di vita dello stato di Israele. Con questo ho voluto dimostrare le falle del servizio di sicurezza. Uno scherzo gioioso”. Una decisa presa di posizione a fianco della cultura, continua l’articolo di Cronaca Qui, ma non del governo israeliano. “Se non vogliamo che certe cose si ripetano” ha detto Cecchini riferendosi alle persecuzioni contro gli ebrei, “serve che ottimi professori di università vadano in pensione”. Ottimi tra virgolette. Non ci capisco niente ma fa lo stesso. Dopo le due performance avvenute a Roma, continua l’articolo su Cronaca Qui, la colorazione della fontana di Trevi contro gli sprechi della Festa del Cinema e la pioggia di palline colorate in piazza di Spagna per denunciare le morti sul lavoro, “sono un uomo di destra e credo nell’azione” dice Cecchini. “Volevo fare la mia performance durante la visita di Napolitano e sarebbe stato facilissimo ma sono arrivato a Torino in aereo in ritardo”. Peccato!

A parte il fatto che quella frase “ha sparato silenziosamente chilogrammi di coriandoli” mi fa un po’ ridere visto che  io stavo lì ed ero assordato dagli altoparlanti che trasmettevano a tutto volume il jingle del giornale: “Cronaca Qui, il giornale cittadino. Cronaca Qui, sempre più vicino. Cronaca Qui, eccezionale… Cronaca Qui piripiripiripiri…” mentre tutti i giornalisti e i fotografi della redazione brindavano in un fracasso di flash come a una festa paesana. Ma a parte questo, quello che mi fa ancora più ridere è che anche il Corriere della Sera abbia sottolineato come l’azione di Cecchini intendesse attaccare la “blindatura del Lingotto”. Mi fa ridere. Mi fa ridere perché i coriandoli di Cecchini erano nello stand di Cronaca Qui e ci sono arrivati esattamente come tutto il materiale della fiera, cosa cavolo c’entra la blindatura del Lingotto? Tutti gli espositori hanno portato scatoloni di materiale, è una cosa normale, mica c’è bisogno di essere Graziano Cecchini, Diabolik o Arsène Lupin? Cosa cavolo c’entrano le “falle del servizio di sicurezza”? Secondo l’APCOM Cecchini avrebbe dichiarato: “qui, dove tutto dovrebbe essere super blindato secondo le dichiarazioni di Questura e Prefettura io ho dimostrato che si può fare di tutto. Mi hanno chiesto se avevo il pass, ho detto sì e mi hanno fatto entrare senza problemi. Con un governo serio, ha aggiunto il performer, il Prefetto e il Questore dovrebbero andare via”. Che ridere. Il pass, Cecchini, ce l’aveva come ce l’avevo io, come ce l’avevano le ragazze coi pattini, i fotografi, i giornalisti e i giocolieri acrobati di Cronaca Qui e tutti gli espositori della fiera. Che cavolo c’entrano il Questore e il Prefetto?

Bah, piccole stupide storie italiane. Fine della questione.

 

Parliamo di cose serie. Boris Pahor è un signore anziano, capelli bianchi, un po’ lunghi sulla nuca, occhiali pesanti, giacca e cravatta. Boris Pahor è il nonno che tutti vorremmo. E’ un uomo che ha troppe cose da raccontare. Impossibile fare domande a Boris Pahor. Non ci riesce Marino Sinibaldi, nonostante la sua lunga esperienza di efficace intervistatore di Fahrenheit, il programma letterario di Radio Tre. Non ci riesce Paolo Mauri, critico letterario, studioso di storia della letteratura, responsabile delle pagine culturali della Repubblica. Lui comincia, Borsi Pahor, a raccontare, con l’intento di rispondere alla domanda, ma poi si perde, apre parentesi e parentesi, ha troppe cose da raccontare. Quando poi proprio non riesce più a chiudere le tonde, le quadre, le graffe del suo racconto senza fine, allora s’interrompe e guardando storto, dal cristallo degli occhiali, dice: “non mi ricordo più la domanda”. Applausi.

Ha troppe cose da raccontare l’autore dello straordinario “Necropoli”, pubblicato in Italia dall’editore Fazi nel 2008 ma scritto nel 1967. Non so se ci stanno tutte, nel libro, le cose che ha da raccontare Boris Pahor. Sicuramente non ci stanno nell’ora concessagli a mezzogiorno in Sala Gialla. Va a ruota libera, Pahor, e le domande non sono che spunti per cominciare i racconti, che non si riescono a concludere, che avrebbero bisogno di tempo, tempo, di una vita intera.

Boris Pahor è nato a Trieste nel 1913, è sloveno, si sente sloveno, la nazionalità italiana è solo l’ultima che ha dovuto accettare sul suo passaporto. Boris Pahor è stato austriaco fino al 1918 e poi italiano, ma lui è sloveno, sloveno di lingua e di cultura. Quando si parla di me, dice Pahor, come di altri autori, non si dice mai che siamo sloveni, che eravamo austriaci fino al 18. A quei tempi c’erano più sloveni a Trieste che a Lubijana. Nel 1920 Mussolini applaudì quelli che lui definiva i “vespri triestini”, quando fu distrutto il teatro della cultura slovena di Trieste in nome del nazionalismo italiano. Si parla delle foibe ma le foibe seguirono tutto quello che c’è stato prima, di cui non si parla mai. Nella prima guerra il territorio sloveno fu annesso all’Austria, nella seconda all’Italia. Io a scuola andavo male, dice Pahor, peché studiavo nella scuola italiana ma ero sloveno, studiavo Garibaldi ma cosa me ne importava a me di Garibaldi? Sotto il fascismo la lingua slovena era proibita e se parlavi sloveno per strada prendevi degli schiaffi. E’ incredibile pensare che io, sloveno di lingua slovena, sono diventato professore di letteratura italiana, e la letteratura slovena ho dovuto studiarmela per conto mio.

Boris Pahor è sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, racconta. Perché non c’erano solo gli ebrei, nei campi nazisti, c’erano anche gli oppositori, quelli che si ribellavano al regime nazista e al fascismo, i prigionieri politici. E poi dopo la fine dei campi abbiamo avuto altri campi, dice. Appena abbiamo respirato l’aria libera ci sono state Nagasaki e Hiroshima. Troppe cose. Ci sono troppe cose da raccontare.

Oggi, quando torna nei suoi luoghi di prigionia affollati di turisti, Boris Pahor si sente come un pellegrino tra le ombre. Questo è il titolo dell’edizione francese di Necropoli. Pellegrino tra le ombre. Nei campi di prigionia politica, dice, si moriva lavorando, si moriva in piedi. La metà del campo era composta da persone in posizione orizzontale e l’unica via d’uscita era il camino. Il camino. C’erano zingari, dice Pahor. C’erano soldati italiani, disertori che non avevano voluto firmare per la Repubblica di Salò, c’erano gli abitanti di paesi interi, paesi interi accusati di aver aiutato i partigiani dopo l’otto settembre.

Il campo di Netzweiler era nei Vosgi, racconta Pahor, in montagna, in Alsazia, tra Germania e Francia. C’erano deportati europei, francesi, belgi, olandesi, norvegesi, prigionieri di cui non si parla mai. Non ebrei. Antinazisti. I tedeschi, anzi i nazisti, si corregge Pahor, i nazisti, non i tedeschi, i nazisti li chiamavano N.N. Nacht und Nebel. Notte e Nebbia. Condannati a morte. Fantasmi inesistenti. Notte e Nebbia. Dopo la batosta di Stalingrado, dice Pahor, le uccisioni sono un po’ diminuite ma si continuava a morire di stenti, di malnutrizione, di lavoro. Si mangiava una brodaglia giallastra poco nutriente e si finiva orizzontali per lo sfinimento. I nazisti volevano ridurre quelli che si opponevano a livello di non uomini. Bestie. Fantasmi. Notte e Nebbia.

A Netzweiler, e poi a Dachau e infine a Bergen Belsen Boris Pahor riuscì a sopravvivere perché ebbe la fortuna di ottenere l’incarico di infermiere. Eravamo considerati delle cimici, dice Pahor. Le cimici sono animali che infestano una casa ma non hanno una nazionalità. Per i nazisti noi eravamo cimici infestanti. Insetti. come quello di Kafka. Cimici senza nazionalità. E per nazionalità loro intendevano uno Stato, senza uno Stato.

Il senso di colpa c’era, dice Pahor, lavorando nel campo c’era il senso di colpa perché i lavori li facevano i deportati e quello che contava era il cibo, si mangiava anche il pane dei morti. Una donna, racconta Boris Pahor, riuscì a nascondere sotto la paglia del giaciglio il cadavere del suo bambino morto, in modo da poter mangiare ancora il suo pane, quel pane che era paglia, più paglia che pane. Parla della dissenteria, Pahor, di quando come infermiere lavorò nel blocco della dissenteria. Parla dell’odore. Dice che il primo sintomo della dissenteria era il rifiuto del cibo, la grande sete, il pane insapore, quel pane più paglia che pane che non sapeva di niente. Dice della paura che avevano i nazisti delle epidemie di tifo, racconta di quando li mettevano nudi e li scrutavano su tutto il corpo alla ricerca di un minuscolo punto bianco, primo sintomo della malattia. Il senso di colpa c’era, per chi sopravviveva, per chi stava meglio, c’era eccome anche se, dice Pahor, Levi un po’ esagera sul senso di colpa. Il senso di colpa c’era ma era così, che potevi fare? Come infermiere gli aiuti servivano a poco per la sopravvivenza. Non potevi fare altro che cercare di essere un pochino più umano. Un pochino più umano.

Troppe cose da raccontare. Il tempo scade, in Sala Gialla. Il resto è sulle pagine di Necropoli. Il resto è, e rimarrà, soltanto nei ricordi di Boris Pahor.


Anche questo, e altro ancora, è stata quest’anno la Fiera del Libro di Torino. Ora si spengono le luci e si torna al silenzio. Questa sera di sbaracca. Da domani torniamo a metterci comodi in poltrona con un libro aperto, perché nei libri c’è il mondo, ci sono le strade di polvere e le strade di carta e inchiostro, c’è tutto il mondo nei libri, e ci sono tutti i tempi. Ed è sempre tempo di libri.

 

Tempo di libriultima modifica: 2008-05-12T15:05:00+00:00da brunobur
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Un pensiero su “Tempo di libri

  1. Bello, ben scritto, chiaro e veritiero.
    Aggiungerei che l’esibizione di Graziano Cecchini avrebbe anche potuto essere simpatica e divertente, peccato che oltre a non dimostrare nulla abbia anche invaso gli stand vicini creando loro un notevole disagio e togliendo loro visibilità per alcune preziose ore.
    Forse Graziano Cecchini non sa che tutti siamo liberi di fare e di agire, ma la nostra libertà finisce dove comincia quella degli altri.
    Anche lui ha perso un’occasione.
    Vilma

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