La fortezza cinese

a44a038e1e76e87d4fae33c407b78e3f.jpgMolte manifestazioni di sostegno alla causa tibetana si stanno organizzando in tutta Italia e nel mondo. La società civile appoggia la protesta non violenta e la disponibilità al dialogo del Dalai Lama e condanna la repressione cinese. Gli unici che ancora si ostinano a considerare il Dalai Lama un leader secessionista e violento sono le autorità di Pechino.

Ma forse qualcosa si sta muovendo. Immagino i mormorii nei corridoi del potere di Pechino. Sicuramente serpeggiano timori, tra ministri e segretari, per la gravità della repressione messa in atto dall’esercito. Una repressione che la vecchia censura di regime non è riuscita ad arginare grazie all’incontrollabilità dei moderni strumenti di informazione. Un messaggio importante lanciato dal Dalai Lama, che finora era rimbalzato, forse ha incominciato a filtrare tra i macigni che compongono la fortificazione ideologica dietro la quale si è asserragliata la politica cinese negli ultimi due anni. La possibilità che il Dalai Lama abbandoni la leadership dei tibetani a un successore eletto dal popolo, che quindi potrebbe portare il Tibet a una guerra infinita con la Cina, simile a quella dei Palestinesi in Israele, forse sta cominciando a seminare dubbi e a far vacillare le posizioni finora imperturbabili dei ministri della Repubblica Popolare Cinese.

Riporto i passaggi più importanti del messaggio che il Dalai Lama ha rilasciato il 10 maggio 2008. La principale preoccupazione della Repubblica Popolare Cinese, dice il Dalai Lama, è la sua mancanza di legittimità in Tibet. La via migliore è che il governo cinese persegua una politica che soddisfi il popolo tibetano guadagnandosi la sua fiducia. Se fossimo capaci di arrivare a una riconciliazione percorrendo un sentiero di reciproco consenso, come ho fatto presente molte volte, io farei ogni sforzo possibile per conquistare il supporto del popolo tibetano.

Io ho la responsabilità storica e morale, prosegue il Dalai Lama, di continuare a parlare liberamente a suo nome. Tuttavia è risaputo che io sono in semi pensionamento da quando la leadership politica della diaspora tibetana è stata eletta direttamente dalla popolazione tibetana nel suo complesso. Quest’anno il popolo cinese aspetta con orgoglio e impazienza l’inaugurazione dei Giochi Olimpici. Sin dall’inizio ho approvato l’idea che alla Cina fosse concessa l’opportunità di ospitare le Olimpiadi sul proprio suolo poiché simili importanti eventi internazionali, e a maggior ragione le olimpiadi, celebrano i principi della libertà di parola e di espressione, eguaglianza e amicizia. La Cina dovrebbe dimostrare di essere una buona padrona di casa concedendo queste libertà. Vorrei cogliere questa opportunità per esprimere il mio orgoglio e il mio apprezzamento per la sincerità, il coraggio e la determinazione del popolo tibetano. Lo esorto a continuare a lavorare pacificamente e nel solco della legalità per garantire che tutte le minoranze della Repubblica Popolare Cinese, compresa quella tibetana, possano infine godere dei loro legittimi diritti e benefici.

Queste le parole di Sua Santità il Dalai Lama. Dal canto suo, però, il premier cinese, forse per cercare di giustificare la violenza con la quale è stata messa in atto la repressione delle manifestazioni tibetane, è tornato ad accusare il Dalai Lama di essere il mandante di una insurrezione violenta tendente a destabilizzare il potere cinese in Tibet e sabotare i giochi olimpici. La risposta del Dalai Lama a queste accuse è stata l’ennesimo appello alla pace, alla non violenza, al dialogo. E ha aggiunto, infine, che se la rivolta tibetana dovesse assumere connotati violenti sarebbe immediatamente pronto a dimettersi lasciando che i tibetani eleggano un nuovo leader.

Durante il cosiddetto “question time” alla camera dei Comuni a Londra il 19 marzo 2008 qualcuno ha fatto un salto sulla sedia e ha cominciato a sudare freddo. Secondo un comunicato della Reuters il premier britannico Gordon Brown ha dichiarato che incontrerà il Dalai Lama in occasione della sua prossima visita in Gran Bretagna verso fine maggio. Una dichiarazione coraggiosa, visto come stanno andando le cose, visto l’atteggiamento ambiguo anche degli USA che da una parte premiano il Dalai Lama ma dall’altra derubricano la Cina dichiarando di non considerarla più tra i paesi che non rispettano i diritti umani.

Il Ministero degli Esteri cinese ha dichiarato di essere “seriamente preoccupato” per le affermazioni di Gordon Brown in parlamento che rischiano di compromettere i suoi sforzi per creare relazioni più strette tra i due paesi. Gli attivisti tibetani e i conservatori, dice la nota della Reuters, hanno accolto favorevolmente l’annuncio di Gordon Brown. Ma come se non bastasse, Gordon Brown cita una sua telefonata con il premier cinese Wen Jaobao nella quale egli, Wen Jaobao, si sarebbe dichiarato disponibile a incontrare il Dalai Lama. A due condizioni.

Qualcuno a Londra si è asciugato i sudori, ha pensato che forse si poteva intravedere un segnale di distensione. Ma quando fai un accordo e poni delle condizioni significa che cerchi di ottenere qualcosa, concedendo qualcosa che puoi permetterti di concedere. Concedere un’apertura al Dalai Lama per i cinesi sembrerebbe una cosa talmente pesante da richiedere chissà quali pesantissime condizioni in cambio. Invece le condizioni sono che il Dalai Lama si astenga dalla violenza e che rinunci alle rivendicazioni di indipendenza del Tibet. Tutte cose che ha ampiamente già dichiarato. Quando fai un accordo con qualcuno e poni condizioni sulle quali la tua controparte ha già ampiamente dichiarato la propria disponibilità allora i casi sono due, o sei stupido e non hai capito niente oppure c’è sotto qualcos’altro. Che i cinesi siano stupidi non ci credo. Che non abbiano capito niente, che le dichiarazioni del Dalai Lama non le abbiano mai nemmeno ascoltate può darsi ma ci credo poco. Credo invece che ci sia sotto qualos’altro. E secondo me, sotto, c’è quel qualcosa che ha incominciato a filtrare tra i macigni della fortezza ideologica cinese. Quel qualcosa che è una profonda crisi interna che a poco a poco si sta delineando.

Quando la fortezza è intaccata, quando al suo interno comincia a sgretolarsi la sicurezza granitica dell’indottrinamento politico, allora normalmente iniziano le contraddizioni, le smentite, il cerchiobottismo che noi italiani ben conosciamo. Infatti puntualmente oggi, il 20 marzo 2008, Peace Reporter pubblica la reazione della Cina alle parole del premier britannico. “Alcune notizie non sono molto precise” dichiara il portavoce del ministero degli Esteri cinese Qin Gang. Nel corso di un colloquio telefonico con il capo del governo di Londra, ha precisato Qin Gang, il primo ministro cinese ha solo ribadito la sua disponibilità al dialogo con il leader tibetano sulla base delle condizioni poste da Pechino. Ha solo ribadito la sua disponibilità ad incontrarlo, non ha detto che lo incontrerà. Sottigliezze politiche. Il portavoce ha poi rinnovato, scrive Peace Reporter, le espressioni di grande preoccupazione per l’intenzione di Brown di incontrare il Dalai Lama e ha ripetuto le accuse al Dalai Lama di incitamento alla violenza. “Come abbiamo più volte sottolineato” ha risottolineato Qin “il Dalai Lama è un rifugiato politico coinvolto in attività secessioniste sotto la copertura della religione”.
Dichiarazioni, contraddizioni, aperture, chiusure, smentite. Qualcosa sta filtrando tra i macigni. Speriamo che all’interno della fortezza il dibattito mormorato nei corridoi del potere riesca ad ammorbidire i toni, a convincere gli irriducibili, a portare finalmente la Cina verso il dialogo, verso la pace, verso il rispetto dei diritti, verso la modernità.
 
 
Da Peace Reporter del 25 marzo 2008. Dichiarazioni del Dalai Lama:
“Ho sempre detto che le espressioni di profonda emozione devono essere controllate. Se vanno fuori controllo, non avremo più opzioni. Se continueranno le manifestazioni violente, mi dimetterò. Ho sempre rispettato i cinesi, il comunismo cinese. Molti dei manifestanti tibetani sono ideologicamente comunisti. Se i manifestanti, dentro e fuori la Cina, usano metodi violenti, ebbene io sono contrario”. 
 
 

Il leopardo delle nevi

Fa male vedere le ronde dei soldati cinesi sui selciati di Lhasa. Fa male come il bastone sulla schiena vedere il rosso acido dei mantelli dei monaci macchiarsi di sangue e lacrime. Il Tibet, il tetto del mondo, Shangri-La, la terra dei mantra, degli yak, del popolo che sorride, dei vecchi che ruotano i mulini di preghiera, delle bandiere colorate sui tetti dei monasteri. Il Tibet. L’aria straordinariamente limpida e vuota delle alte quote montane. Il Tibet dei grandi silenzi, delle voci mormorate nel vento. Il Tibet picchiato, sparato, violentato. Come ai tempi della rivoluzione culturale di Mao Zedong.

Fa male come il buco delle pallottole nelle spalle, nelle gambe, nella schiena immaginare i templi presidiati dai soldati, i monaci rinchiusi, imprigionati, la folla che grida nei vicoli intorno al Jokang. La gente che scappa. Fa male.

Il governo cinese non molla la presa come una belva feroce che ha azzannato, e ha azzannato cinquant’anni fa, e non si lascia convincere per nessun motivo ad allentare la morsa delle sue zanne insanguinate. Il Dalai Lama è il grande nemico. Nonostante un premio nobel per la pace, una vita in esilio, un coraggioso invito al dialogo e una difficile, intelligente scelta di compromesso, il Dalai Lama rimane per i cinesi il grande nemico da screditare agli occhi dell’opinione pubblica internazionale. E non importa se l’opinione pubblica internazionale si schiera con il Dalai Lama, ne riconosce l’autorevolezza morale, il carisma, l’intelligenza politica. Il leone cinese ha azzannato alla gola il leopardo delle nevi e stringe forte. Non molla.

Il Dalai Lama è un uomo di pace ma il popolo tibetano non è un popolo facile da convincere. Non è stato facile per il Dalai Lama mantenere intatta la propria autorevolezza sui tibetani pur rinunciando a chiedere l’indipendenza. Non è stato facile per lui dichiarare il suo appoggio in favore dello svolgimento delle olimpiadi nel 2008 a Pechino. Non è stato facile. Adesso il Dalai Lama, mentre a Lhasa volano i bastoni e sparano i fucili, dichiara che i cinesi sprecano la loro grande occasione. Sarebbe stata una grande occasione vedere a Pechino una Cina nuova sotto i cerchi olimpici, una Cina veramente moderna, la Cina del futuro. Sarebbe stato bello e importante vedere il Dalai Lama in tribuna applaudire gli atleti.

Allora si le frange oltranziste del movimento tibetano sarebbero state derubricate come conservatrici, integraliste, e sarebbero state messe in minoranza. Un Tibet veramente autonomo, non indipendente ma veramente autonomo avrebbe avuto una speranza di futuro. La cultura tibetana preservata non con le operazioni di facciata, patetiche e kitsch dello sfruttamento turistico dell’attuale Tibet cinese, ma con l’autodeterminazione del proprio popolo in un contesto democratico e civile. Invece così la Cina va incontro a un’altra Tienanmen e gli insurrezionisti tibetani, anche quelli che contestano il Dalai Lama e lo accusano di avere tradito la causa, lotteranno fino alla fine, falchi, leopardi, azzannando ai fianchi il leone cinese senza più autocontrollo. Fino a finire dissanguati. La Cina commetterà un genocidio.

L’occidente è diviso in due, da una parte la società civile schierata con il Dalai Lama per il dialogo, per il rispetto dei diritti umani, per il compromesso tra il governo tibetano in esilio di Dharamsala e il governo cinese, contraria alla guerra sul tetto del mondo. Dall’altra le istituzioni nazionali e sovranazionali, gli Stati Uniti e l’Europa,  le opportunità politiche, gli equilibri instabili, le pressioni dei poteri forti dell’economia che non vogliono irritare il leone cinese, la nuova superpotenza mondiale. I cinesi si sentono forti, più forti dell’occidente, più forti dell’America, più forti dei più forti. Il leone cinese è certo di potersi permettere di stringere i denti cercando di dissanguare il leopardo delle nevi.

Ma il leopardo delle nevi è un animale che ha due anime. Il Dalai Lama, il grande nemico, forse è l’unico in grado di contenere la rabbia del lato oscuro del leopardo delle nevi. Il Dalai Lama è l’unico che sta dalla parte del dialogo. Dietro di lui si assiepano ranghi di tibetani inferociti da decenni di repressione, di invasione culturale, di chiusura. Tutti quelli che non hanno mai perdonato al Dalai Lama la strategia della distensione, delle concessioni, la strategia pacifica del compromesso. Quelli che sono stufi di scioperi della fame e di marce nonviolente. Venerdì scorso il Dalai Lama ha ricordato al mondo ma ai cinesi soprattutto che lui è prossimo alla pensione. Ha dichiarato che il suo successore sarà un rappresentante eletto dal popolo tibetano. Non un bambino reincarnato ma un leader riconosciuto dai potenti ordini monastici nei quali è suddiviso il variegato universo tibetano. Anche da quelli rivali ai Gelupka, i berretti gialli del Dalai Lama. Anche da quelli più oltranzisti e meno disposti al dialogo.

Oggi il Dalai Lama dichiara che potrebbe anche decidere di dimettersi adesso, di mollare. Se il Dali Lama si dimette la strategia gandhiana della non violenza, del pacifico dissenso, del dialogo, perderà un’altra battaglia contro l’arroganza militare autoritaria. Gandhi diceva che la non violenza è antica come le montagne. Ma sulle montagne volano i bastoni e sparano i fucili.

 

Una petizione diretta al presidente cinese Hu Jintao può essere sottoscritta a questo indirizzo:

http://www.avaaz.org/en/tibet_end_the_violence/10.php

 

Una petizione diretta al presidente del Comitato Olimpico per chiedere una presa di posizione in favore del rispetto dei diritti umani in Tibet, perché la fiaccola olimpica non passi da Lhasa, può essere sottoscritta a questo indirizzo:

http://actionnetwork.org/campaign/tibet_IOC