Il televisore di Kokhat

Talvolta le storie di Strade di Polvere prendono il via da niente, poche righe scovate sfogliando tra i comunicati delle agenzie di stampa. Trovi così una notizia che di per se finirebbe scartata tra le tante se non fosse per un curioso riflesso metaforico che la fa emergere dalla massa. Allora ti viene voglia di costruire il racconto partendo da quelle poche righe, lavorando con l’immaginazione. In parallelo qualche volume dell’enciclopedia geografica, qualche link su internet, sono necessari per un minimo approfondimento, per calare le poche righe del comunicato stampa nel contesto. Strade di polvere è, per chi scrive prima che per chi legge, un pretesto per informarsi, per capire.

Kokhat. Trentacinque chilometri a est di Tschinvali, capitale del distretto. Siamo alle pendici del Caucaso, la catena montuosa che si estende, leggermente in diagonale, tra il Mar Nero e il Mar Caspio. A nord del Caucaso l’altopiano di Stavropol degrada verso la Depressione Caspica e la steppa dei Chirghisi e verso il bacino del Don. Le vette del Caucaso fanno da spartiacque tra gli altipiani Ciscaucasici settentrionali e la Transcaucasia meridionale della piana della Colchide e del  bacino del fiume Kura che attraversa la Georgia e l’Azerbaijan.

Il villaggio di Kokhat si trova  a sud del Caucaso, a pochi chilometri dalla strada che attraversa il valico di Kazbegi, il passo della croce, e che mette in comunicazione Vladicavkaz, estremo avamposto meridionale della Federazione Russa, con Tbilisi, capitale della Georgia. I monti digradano verso la valle del Kura. Il Caucaso fa da barriera alle correnti fredde delle steppe russe e qui sotto il clima tende al caldo. Le piogge, ricche e frequenti nella piana occidentale della Colchide, qui tra le montagne sono scarse e l’agricoltura necessita di coraggiose opere di canalizzazione. Siamo in terra avara, arida, terra di capre e polvere.

A Kokhat c’è un check-point della polizia. Chissà, forse si trova proprio a mezzo di quella strada che scavalca il Caucaso e porta in Russia. Posti di controllo come questo ce ne sono a centinaia sulle strade di polvere, più o meno tutti uguali, dall’Asia all’Africa, in mezzo mondo. Di solito c’è un cartello di latta arrugginito, una sbarra contorta che attraversa la strada, qualche sacco di sabbia ammucchiato di lato, immondizie, una baracca che funge da ufficio, a volte una tenda.

Dentro solitamente c’è un militare di pessimo umore, spettinato, seduto a un tavolino, che fuma e si annoia davanti a un registro bisunto mezzo pieno di annotazioni fatte con la biro in una calligrafia impossibile. A volte c’è una radio accesa che gracchia una musica insopportabile tra le scariche delle batterie.

Fuori ci sono marciapiedi impolverati, c’è gente che passa, ragazzini. Due soldati fumano pessime sigarette in piedi accanto alla sbarra o seduti sul muretto con l’aria di non sapere più che dirsi. Sono comandati a registrare i transiti, le targhe dei veicoli, dove vanno e perché, cosa trasportano. Devono copiare con cura sul registro i numeri di protocollo delle bolle di accompagnamento, dei documenti di identità, dei passaporti degli stranieri, pochissimi, di passaggio. Terminate le formalità sollevano la sbarra e respirano insieme al fumo dell’eterna sigaretta appiccicata al labbro la polvere dell’autocarro, del pullman, della jeep che passa e va. Poi tornano a non sapere più che dirsi.

A Kokhat giovedì 28 febbraio 2008 arriva un autoveicolo non meglio identificato, forse un furgoncino o un vecchio camioncino scassato. Si ferma al posto di controllo. Scende l’autista, probabilmente sono in due, trasportano televisori. Entrano nel posto di controllo, discutono col poliziotto. Non hanno i documenti in regola, non hanno le bolle di trasporto.

Fuori c’è il solito via vai di gente. Dei due poliziotti uno si appoggia al camioncino carico di televisori, l’altro sbadiglia. E’ un giovedì qualunque, una giornata di noia come tante nel piccolo villaggio transcaucasico. Ma improvvisamente accade un fatto straordinario. Uno dei televisori impolverati nel cassone del camioncino parcheggiato a lato della strada, accanto al marciapiede dove passano le donne che tornano dal mercato e i ragazzini, uno dei televisori alle spalle del soldato annoiato, improvvisamente si accende.

A questo punto però è necessario un fermo immagine. Lasciamo un attimo la strada, i soldati, la gente di Kokhat, il televisore che si accende, perché dobbiamo fare un passo indietro di qualche anno. Ci serve il contesto storico. La regione in cui ci troviamo è l’Ossezia meridionale. L’Ossezia è una regione anomala, che si sviluppa per metà a nord del Caucaso e per metà a sud. La sua popolazione è per gran parte di etnia osseta con una sua cultura, lingua e tradizione. Gli osseti, a differenza dei vicini ceceni, che sono in maggioranza di religione islamica sunnita, sono principalmente cristiani ortodossi. Ma il Caucaso spacca l’Ossezia in due non solo geograficamente ma anche politicamente. L’Ossezia settentrionale fa parte della Federazione Russa mentre quella meridionale appartiene alla Georgia.

Il 9 aprile 1991, dopo le prime elezioni tenute in Georgia vinte dai nazionalisti dell’ex dissidente sovietico Zviad Gamsakhurdia, che è riuscito a sconfiggere il partito comunista, il pese proclama la propria indipendenza. Sono i tempi in cui Gorbacev tenta di governare la transizione fondando L’Unione degli Stati Sovrani che culminerà con la definitiva soppressione dell’Unione Sovietica. La Georgia è uno dei primi pezzi che si staccano, insieme alle repubbliche baltiche e alla Moldavia.

Come sappiamo poi la Russia entra nell’era Eltsin, l’epoca dei colpi di stato, del tracollo economico, della guerra in Cecenia e così via. In Cecenia, appena oltre i confini dell’Ossezia settentrionale, scoppia la ribellione che diventerà guerra civile. Il 1 settembre 2004 un commando islamico indipendentista ceceno fa irruzione in una scuola nella cittadina osseta di Beslan, a pochi chilometri dal confine. Al duro intervento dell’esercito russo i terroristi rispondono facendo esplodere alcune cariche nella palestra nella quale sono stati radunati gli ostaggi. Crolla il tetto e più di trecento ostaggi  rimangono sotto le macerie, quasi duecento dei quali sono bambini.

Ma a sud del Caucaso, in Georgia, non è che le cose vadano molto meglio. L’opposizione al nazionalismo di  Gamsakhurdia, al suo rifiuto di aderire alla Comunità degli Stati Indipendenti costituita per limitare i danni della frantumazione delle repubbliche ex sovietiche, culmina in una serie di disordini ai limiti della guerra civile. Nel gennaio del 1992 Gamsakhurdia viene messo in fuga dall’assedio delle forze d’opposizione al palazzo presidenziale di Tbilisi. A ottobre viene eletto alla presidenza del parlamento un ex ministro di Gorbacev, Eduard Shevardnadze, che poi diventerà capo dello stato nel 1995. La Georgia, in condizioni economiche disastrose, finirà per aderire alla Comunità degli Stati Indipendenti e inizierà in quegli anni un lungo e difficile processo di stabilizzazione. Ma il problema più grave da risolvere in Georgia, per il presidente Shevardnaze, deriva proprio dalle pressioni secessioniste di alcune province a maggioranza etnica non georgiana. Una di queste è l’Abchazia, repubblica autonoma affacciata sul Mar Nero nella quale si scatena un violento conflitto, e l’altra è proprio l’Ossezia meridionale.

Quando un popolo che si riconosce in un’etnia, in una cultura omogenea, in una tradizione comune molto forte e coesa occupa un territorio annesso politicamente a un diverso stato sovrano, come accade in Palestina, nei Paesi Baschi, in Tibet, nel Xinjiang uighuro o in Kossovo, la spinta secessionista è sempre molto forte. Quando poi il territorio di questa etnia è addirittura diviso in distinte sovranità, percorso da confini invalicabili, come accade in Kurdistan tra Turchia e Iraq e in Ossezia tra Russia e Georgia, la situazione non può che essere ancora più complicata.

La recente dichiarazione di indipendenza del Kossovo non riconosciuta dalla Serbia ha rimesso in agitazione,  com’era prevedibile, le altre realtà che si riconoscono in rivendicazioni più o meno analoghe. Per di più adesso gli osseti del nord, oltre lo spartiacque caucasico, sono chiamati alle urne per eleggere il successore di Putin alla presidenza della repubblica. Gli osseti del sud naturalmente no, o non dovrebbero. Ma per capire quanto sia complicata la questione basti dire che a Kokhat, proprio nei pressi di quel posto di polizia, pare sia stato installato un seggio per le elezioni politiche russe. Siamo oltre il confine ma i confini ex-sovietici del Caucaso possono essere facilmente ignorati  dalle autorità se la necessità è quella di aumentare l’affluenza alle urne.

Putin, come sappiamo, fa propaganda contro l’astensionismo ed è a caccia di voti. Lo fa per dare una parvenza di democrazia di fronte al resto del mondo anche se si sa che l’esito delle elezioni é comunque scontato. Il candidato proposto da Putin, Dimitrij Medvedev, ha un’opposizione che sembrerebbe non superare il 30 per cento ad essere ottimisti (quest’articolo l’ho scritto venerdì, prima delle elezioni, ma i primi risultati di oggi lo confermano). Leggo su Peace Reporter che nei giorni scorsi Tbilisi aveva protestato contro il Cremlino perchè Mosca aveva allestito seggi elettorali senza l’autorizzazione delle autorità georgiane.

Insomma ci sono i georgiani che ce l’hanno con i russi e ci sono gli osseti che ce l’hanno con i georgiani e rivendicano la loro volontà di essere annessi all’Ossezia settentrionale e quindi alla Federazione Russa. Naturalmente lo fanno per poter poi portare avanti in modo unitario un processo di secessione ma per ora a Putin i voti degli osseti del sud fanno comodo. E’ facile capire, quindi, come le rivalità non possano che riattizzarsi in questo particolarissimo contesto geopolitico. Ecco forse il perché di quel camioncino parcheggiato a Kokhat davanti al posto di polizia, ecco il perché di quel televisore che si accende.

Vam. Una vampata. Una grandinata di schegge impazzite. Il soldato appoggiato al camioncino è trafitto alla schiena, alla nuca, viene sbalzato avanti. L’altro viene investito in pieno dall’esplosione ancora prima di avere il tempo di chiedersi cosa stia succedendo. Muoiono entrambi. Sono i più vicini al televisore. Una quindicina di passanti, le donne che tornano dal mercato, i ragazzini dei marciapiedi, cascano colpiti dall’esplosione, dalle schegge, dal colpo di vento. Due morti e quindici feriti dice il comunicato stampa.

Al botto, il poliziotto nell’ufficio abbandona la biro a mezza riga sul registro e si precipita fuori. Fumo sangue, polvere, gente che grida. Il soldato vede i rottami del camioncino, il buco nero del televisore, i cocci di vetro e le schegge di ferro sparse ovunque e a terra i cadaveri dei suoi compagni. Istintivamente il poliziotto si volta verso i camionisti che stavano con lui al riparo nell’ufficio. Ma lì non c’è più nessuno.

Non so se le cose siano andate esattamente così, probabilmente no, i comunicati stampa sono scarni, in questa storia i particolari li ho messi io lavorando di immaginazione ma mi premeva sottolineare il drammatico messaggio metaforico al di là della notizia. Quel televisore a Kokhat ha fatto a modo suo la sua campagna elettorale.

Una fiaccola per il Tibet

L’altopiano tibetano è un territorio sterminato che si appoggia all’arco himalayano a una quota media di quasi 5000 metri sul livello del mare. Politicamente il Tibet è una provincia della Repubblica Popolare Cinese, autorità non riconosciuta dal popolo tibetano che rimane legato al governo tibetano in esilio del Dalai Lama. La storia del Tibet è lunga e complicata. I conflitti tra cinesi e tibetani risalgono a epoche lontane, per noi medioevali, ai tempi dell’impero Han, delle grandi guerre di conquista, ai tempi dell’alleanza tibetana con l’impero mongolo, ai tempi delle grandi muraglie. Il Tibet è la culla di una civiltà, di un popolo di antichissime tradizioni, di una cultura millenaria. Ora più che mai l’autorevolezza del Dalai Lama è riconosciuto in tutto il mondo non solo come guida spirituale ma anche come personalità politica e intellettuale. Quarantanove anni fa le guardie rosse della rivoluzione culturale di Mao Zedong entravano in Tibet con la forza, occupavano Lhasa e scacciavano il Dalai Lama dal palazzo del Potala. Da allora il Dalai Lama vive in esilio in India, a Dharamsala e non gli è mai più stato consentito di entrare in Tibet.Così come in tibet è vietato anche solo esporre una sua fotografia.
La questione tibetana è di pubblico dominio, la politica repressiva cinese trapela dai mezzi di informazione che riescono a superare le censure di stato, sono stati pubblicati libri, si tengono conferenze in tutto il mondo, su internet ci sono immagini indiscutibili, i perseguitati che sono riusciti a fuggire testimoniano le torture subite, la società civile si indigna. Ma tutto finisce qui. C’è solidarietà per il popolo tibetano e per la sua causa ma nessuna iniziativa politica in favore del governo in esilio del Dalai Lama, contro l’imperialismo cinese, riesce a fare breccia nel muro sempre più invalicabile eretto oggi dall’incredibile potenza economica raggiunta dalla nuova Cina capitalista del terzo millennio. Contrastare politicamente la Cina oggi non conviene a nessuno. La fiaccola olimpica, che da sempre è un simbolo non solo sportivo ma pervaso da una forte connotazione umanitaria, tra poco fiammeggerà a Pechino, in un paese che continua a reprimere con la forza il popolo tibetano nell’assoluto disprezzo per i diritti umani.
Nel documento pubblicato dall’associazione Italia Tibet in occasione del quarantanovesimo anniversario dell’insurrezione a Lhasa si legge quanto segue. Dal 1949, anno dell’inizio dell’invasione cinese, oltre un milione di tibetani sono morti a causa dell’occupazione. Il 90% del patrimonio artistico e architettonico è stato distrutto così come gran parte dell’ambiente e del fragile ecosistema del paese. Il massiccio afflusso di immigrati cinesi minaccia la sopravvivenza dell’identità tibetana e ha ridotto la popolazione indigena a una minoranza all’interno del proprio paese. Ciò si è ottenuto anche grazie alla pratica della sterilizzazione di massa. Assistiamo ad una colpevole inerzia sia da parte delle democrazie occidentali, per ovvi motivi economici e geopolitici, sia da parte di quanti hanno sempre sostenuto che il solo imperialismo fosse quello, altrettanto responsabile, del capitalismo occidentale. La Cina distrugge l’ambiente e calpesta i diritti umani. Inoltre l’appoggio finanziario e politico della Cina al regime del Myanmar concorre pesantemente alla feroce oppressione del popolo birmano, stessa cosa per il Darfur. Riteniamo quindi necessario continuare ad approfondire il dibattito, spezzare la barriera di silenzio che da quasi sessant’anni copre le atrocità compiute dalle autorità cinesi, portare all’attenzione dell’opinione pubblica la tragedia del popolo tibetano. Chiediamo la liberazione di tutti i reclusi a partire dal Panchen Lama, il più giovane prigioniero politico del mondo, sequestrato dai cinesi nel 1995. Milioni di persone sono rinchiuse in Tibet e Cina nelle “prigioni nere” e nei Laogai, i campi di lavoro forzato. Chiediamo il rispetto dei diritti umani e dell’identità storica e culturale del popolo tibetano. Sosteniamo il negoziato senza condizioni tra il Governo tibetano in esilio e Pechino. Sosteniamo la marcia Dharamsala – Lhasa (10 Marzo 2008) organizzata dalle ONG tibetane per l’autodeterminazione.
Strade di polvere, nel suo piccolo, aderisce all’iniziativa prendendo posizione, come già abbiamo fatto in passato, in favore del rispetto dei diritti umani, in Cina, in Tibet, ovunque, con l’unica piccola e innocua arma che abbiamo a disposizione: la divulgazione delle informazioni.