Il colore della speranza

daa2323de6842380bceca3826edd3134.jpgVerde, verde ovunque. Verde è il marrone del fango, il giallo della polvere. Verde è l’azzurro del cielo. Verde è il grigio, il blu delle magliette, il nocciola dei calzoncini, il nero degli stivali e dei meccanismi oliati dei fucili mitragliatori. Verdi sono le uniformi dei guerriglieri, verde è l’azzurro del cielo che si intravede tra le foglie. Verde è il giallo del sole. Verde è il pallore dei volti scavati dalla fatica.
Si cammina. In fila. Nel verde di una foresta inesplorabile. Fa caldo, il caldo umido delle latitudini equatoriali. Si cammina. In fila. Sacchi in spalla. Uomini armati. Prigionieri.
Una donna. Una donna sola tra gli uomini. Magra, molto magra. Capelli lunghissimi. Cammina, ogni passo come fosse l’ultimo. Lo sguardo è vago ma intuisci che dietro c’è una folla di pensieri. Si cammina. In fila. Le guardie tengono d’occhio i prigionieri. Nient’altro da fare che mettere un passo davanti all’altro, sempre come fosse l’ultimo. La donna forse pensa che dovrebbe mangiare qualcosa, che il suo stomaco è chiuso, che non mangia e non ha fame. La donna forse pensa a una casa lontana, ai bambini cresciuti. La donna forse pensa che tutto quel verde intorno a lei ha smesso di essere un colore di speranza. La donna pensa tutte queste cose insieme e non pensa a niente. Mette un passo davanti all’altro.
Alla sera ci si ferma. Un campo improvvisato. Un telo teso tra gli alberi a far da tetto, una stanza senza pareti. Un’amaca per letto, una zanzariera per coprirsi. Verde è il rosso della brace. Verde è il buio della notte. Un verde scuro di rumori, di animali, di pioggia. Poi verrà l’alba, verde, sulla foresta, sui colli vestiti di verde, sul verde stagnante del fiume.
I fiumi nella foresta si aggrovigliano curiosamente in percorsi tortuosi, si ramificano, si separano e si ritrovano, procedono lungo un cammino interminabile alla ricerca di una pendenza, di un varco. La foresta è inesplorabile anche per i fiumi. Il campo, sotto gli alberi sulla riva di uno di quei grovigli d’acqua sottili come capelli, è un niente nell’immensità di verde che ricopre il bacino amazzonico. Se il pensiero della prigioniera potesse alzarsi a volo d’aquila al di sopra di tutto quel verde chissà quali pensieri emergerebbero dalla folla che ha in mente, per stringere, spremere lacrime secche dagli occhi ormai stanchi di piangere.
Il bacino amazzonico incomincia alle pendici delle cordigliere andine dell’Ecuador, della Colombia, del Perù, per dilagare in Brasile. Se guardi una mappa della Colombia ti accorgi che il paese è diviso in due. La parte nord-orientale è fitta di centri abitati, villaggi e città, è un reticolo di strade, c’è la costa dell’Oceano Pacifico, il confine con l’istmo di Panama, la costa atlantica, ci sono tre cordigliere e altopiani. La metà sud-occidentale del paese è tutta terra inesplorabile. Alberi e fango. Da qualche parte, in quella immensità, si nascondono bande armate di guerriglieri che tengono in ostaggio centinaia di prigionieri. Si parla di settecento ostaggi.
La storia della Colombia è complicata. Il colonnello Buendia dei Cent’anni di solitudine di Garcia Marquez si vantava di aver promosso trentadue sollevazioni armate e di averle perse tutte, di essere sfuggito a quattordici attentati e settantatrè imboscate e anche al plotone di esecuzione. La storia della Colombia inizia nella guerra e nella guerra continua, ininterrottamente, dai tempi della battaglia di Boyacà il 7 agosto 1819, dopo la quale Simon Bolivar fu eletto primo presidente della Repubblica di Gran Colombia, poi Estados Unidos de Colombia, poi Repubblica di Colombia. Tentare di riassumere la storia inquieta di questo paese e i suoi conflitti è un azzardo, il risultato sarà sicuramente impreciso e superficiale. Comunque ci proviamo, tanto per arrivare a collocare il nostro gruppo di prigionieri e miliziani in marcia nell’universo verde della foresta amazzonica.
Ci sono due partiti politici che si fronteggiano da un secolo e mezzo, i liberali e i conservatori. Si fronteggiano aspramente, sul fronte politico come su quello militare. La guerra civile dei mille giorni nel 1899 è stata vinta dai conservatori dopo aver lasciato sul terreno centomila cadaveri. Trecentomila sono i cadaveri che restano sul suolo colombiano nell’altro grande conflitto che divide i due schieramenti nel 1948 e che viene ricordato come il periodo della “violencia”. Alla violencia segue il colpo di stato del generale Gustavo Rojas Pinilla.
Nel 1957 incomincia un periodo di pace relativa, c’è un tentativo di disarmo delle milizie rivoluzionarie, i due partiti si alternarono al governo con mandati quadriennali e si continua così fino al 1974. Sono i tempi del Frente Nacional, come viene chiamato l’accordo. Il periodo dell’alternanza termina nel 1974 ma i liberali governano fino al 1982 in una situazione di relativa calma. I conservatori tornano al governo con Belisario Betancourt nel 1982.
Intanto però in Colombia si consolidano vecchi e nuovi gruppi paramilitari come le Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia (FARC), l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN), il movimento 19 aprile (M-19), le Autodefensas Unidas de Colombia (AUC). Il comandante delle FARC è un personaggio ancora oggi misterioso, un vero simbolo della guerriglia, Pedro Antonio Marin, meglio conosciuto con il nome di Manuel Marulanta Velez e con il soprannome di Tirofijo. Oggi ha 78 anni.
Negli anni ottanta a complicare la situazione arriva l’industria della droga. Potenti organizzazioni criminali, come quella capeggiata da Pablo Escobar, dichiarano guerra al governo colombiano che intende estradare negli Stati Uniti i narcotrafficanti catturati. Altre bande entrano in campo e la guerra si inasprisce. Ci sono contestazioni contro il governo, manifestazioni, sollevazioni popolari. Siamo ormai nei primi anni 90.
Sono i tempi in cui Garcia Marquez scrive “Notizia di un sequestro” (Mondadori) in cui racconta, tra narrativa e giornalismo d’inchiesta, la cronaca di dieci sequestri ad opera dei narcotrafficanti. Pablo Escobar emerge dal racconto come il simbolo del potere senza scrupoli dei grandi colossi economici delle organizzazioni criminali. Inizia un periodo di recessione economica del paese.
Nel suo bellissimo “Bilal” (Rizzoli) Farbrizio Gatti racconta per inciso anche il traffico della cocaina che, lasciate le coste del sudamerica via mare per evitare i controlli che gli Stati Uniti hanno predisposto lungo le rotte interne al continente americano, arriva in Africa. Di qui la cocaina viene trasferita in Europa lungo le rotte del contrabbando di sigarette e dei nuovi schiavi dell’immigrazione clandestina, tra Senegal, Mali, Niger, Libia e Tunisia. La cocaina colombiana arriva quindi sui mercati europei e in parte torna d attraversare l’Atlantico diretta negli Stati Uniti.
Ma tornano alla Colombia, tanto per capire quanto queste mafie internazionali siano radicate nella politica di tutti i paesi, il presidente liberale Ernesto Samper Pizano viene accusato di aver finanziato la propria campagna elettorale con fondi provenienti dal narcotraffico. Le FARC intensificano la loro offensiva contro il governo.
Dopo l’11 settembre 2001 le FARC sono classificate come “gruppo terroristico”. Il nuovo presidente Alvaro Uribe Velez viene eletto per un primo mandato dal 2002 al 2006 e successivamente rieletto con larga maggioranza per il suo programma di “sicurezza democratica”. Il presidente riesce a fare accordi con le Autodefensas Unidas de Colombia e in parte con l’Esercito di Liberazione Nazionale ma non ottiene nulla dalle FARC, ostili alla sua alleanza con gli Stai Uniti, che continuano la loro battaglia trattenendo centianaia di ostaggi.
In un recente articolo su Latinoamerica Gennaro Carotenuto afferma che mai nella storia recente di una guerra che dura da 60 anni in Colombia, si era giunti così vicini all’apertura di un processo di pace. Il narcofascismo di Alvaro Uribe e l’inaffidabilità delle FARC, scrive Carotenuto, lo hanno fatto fallire. E aggiunge: per ora. L’accordo tra Uribe e gli Stati Uniti, la risoluzione di non riconoscere le FARC come un movimento belligerante ma come una “organizzazione terroristica” sono gli scogli che rendono difficile il processo di pace.
Tuttavia la mediazione del presidente venezuelano Chavez ha raggiunto un importantissimo risultato, la liberazione di Clara Rojas, sequestrata cinque anni fa dalle FARC, e di Consuelo Gonzales de Perdomo. E’ notizia di questi giorni che finalmente la Rojas ha potuto riabbracciare Emmanuel, il figlio nato durante la sua prigionia. Partorito nella giungla il bambino le era stato sottratto tre anni fa. Pare lo avessero affidato a una famiglia in un villaggio e che poi sia passato in un orfanotrofio governativo. Il comunicato delle FARC del 10 gennaio 2008 diceva: “il Presidente Uribe Vélez lo tiene sequestrato a Bogotá, deve liberarlo affinché tutti possiamo celebrare questo successo”.
Verde è lo sfondo del film in cui si vede la donna magra, seduta su un rudimentale sgabello, i lunghi capelli, le mani nervose, lo sguardo basso, perso, da prigioniera. Il video delle FARC è la prova di vita della prigioniera. E c’è una lettera scritta in mezzo a tutto quel verde, con comprensibile groppo alla gola. Una lettera drammatica, commovente.
Sto male, scrive Ingrid Betancourt nel verde della giungla. Non ho voglia di niente perché qui l’unica risposta a tutto è “no”. La vita qui non è vita. Perdo le mie cose o loro me le prendono. L’unica cosa che ho potuto conservare è il mio vestito ed è una benedizione perché le notti sono gelate e non ho nient’altro per coprirmi.  Prima facevo il bagno nel fiume. Siccome sono la sola donna del gruppo dovevo andarci vestita. Mi piaceva nuotare nel fiume ma adesso non ho più fiato. Sono debole, sembro un gatto davanti all’acqua, io che amavo tanto l’acqua. Non mi riconosco più. Parlo il meno possibile per evitare problemi. Nelle ispezioni loro ci privano di tutto ciò che ci è più caro. Una lettera, i disegni di Anastasia e Stanislas, il programma di governo di 190 punti, mi hanno preso tutto. Giorno dopo giorno non mi resta altro che me stessa.
Ingrid Betancourt vive così, nel verde, dal 2002. Era candidata per le elezioni presidenziali per il partito ambientalista (Partido Verde Oxigeno, un colore costante nella sua vita). Il 23 febbraio 2002 si reca nella zona smilitarizzata insieme ad alcuni collaboratori tra cui la candidata alla vicepresidenza Clara Rojas. Le due donne vogliono arrivare a San Vicente del Caguan, base degli incontri tra il governo e le FARC. I guerriglieri decidono di trattenerle e rilascino gli altri collaboratori della Betancourt. Oggi, dopo cinque anni, finalmente Clara Rojas è libera insieme e Consuelo Gonzales de Perdomo e insieme a Emmanuel, fuori dall’incubo verde che ancora imprigiona la sua amica Ingrid Betancourt e altre centinaia di ostaggi.
Chavez accusa il presidente colombiano di avere interrotto, il 21 novembre 2007, la ricerca di un accordo con le FARC per la liberazione degli ostaggi. Uribe, dice Chavez, si deve essere reso conto di aver messo in pericolo l’incolumità degli ostaggi. E’ evidente che la Colombia non ha sentimento umanitario, né volontà di pace. E’ terribile quando l’inumanità diventa governo.
Scrive ancora Carotenuto su Latinoamerica che in Colombia oggi nessuno vuole la pace. Il vecchio guerrigliero Marulanda parla di offensiva e l’uomo di Washington, dei paramilitari, dei narcos e della “guerra al terrorismo”, Uribe, non conosce altro linguaggio che quello della guerra. Per Uribe e Bush si è rivelato decisivo anche il miope fattore di voler impedire un successo diplomatico a Hugo Chavez. Ma è altrettanto evidente che un successo c’è stato e non è solo di Chavez. L’America latina tutta, insieme ai governi di Svizzera e Francia, hanno dimostrato che l’integrazione rappresenta una reale prospettiva di pace anche per l’apparentemente inestricabile conflitto colombiano. Oggi esiste un partito della pace che va da Caracas a Parigi, da Berna a Brasilia, dall’Avana a Buenos Aires. Fino a ieri non esisteva e la Colombia si dissanguava nel silenzio colpevole della comunità internazionale e dei media. Il partito della guerra non potrà continuare ad eluderlo in eterno.
Parole di speranza quelle di Gennaro Carotenuto sulle pagine della prestigiosa rivista “Latinoamerica” diretta da Gianni Minà. A noi non resta che attendere la notizia della liberazione di Ingrid Betancourt e di tutti gli ostaggi e il trionfo della pace e della ragionevolezza. Non ci resta che aspettare che il verde torni ad essere il colore della speranza. Magari unendoci al coro di Guccini che canta: il tuo nome e’ bandiera Ingrid Betancourt di una lotta che vuole libertà e niente più. Ingrid noi ti aspettiamo e vicini ci avrai, libertà non avremo finché tu non l’avrai.