La terra dei Bamar

La penisola di Indocina è una massiccia porzione dell’Asia ricoperta di foreste, che sporge a sud-est tra il Golfo del Bengala e il Mar Cinese Meridionale. A guardarla dall’alto nelle fotografie dei satelliti sembra quasi che sia stata buttata fuori dal cozzo dell’India saldata al continente. Arrivano fino ai primi colli indocinesi le grandi rughe himalayane dell’arricciamento continentale. Chissà cosa avrebbero pensato gli antichi esploratori se avessero potuto vedere le mappe di Google?

A pensare alle foreste indocinesi, che ho attraversato in Laos e nel nord del Vietnam, tra laghi come specchi e il verde fitto, l’ampio frastagliare delle palme, i boschi di teak, i banani, le orchidee, a pensare alle foreste indocinesi tornano in mente banditi bengalesi, pirati malesi, esploratori inglesi, soldati, mercanti che avanzano a colpi di sciabola nel fitto della giungla. Tornano in mente carovane di elefanti, l’agguato delle tigri, magri battitori e baffuti cacciatori che scrutano il movimento delle foglie all’ombra delle visiere degli elmetti coloniali. Tornano in mente, dalle pagine di gioventù, templi abbandonati e città fantasma nel groviglio delle liane.

Tra le popolazioni delle tante etnie dell’Indocina poco è cambiato da quei tempi là. Se ti inoltri lungo le strade che portano a nord di Luang Prabang, lasciati i templi d’oro e le file rosse dei monaci alla questua del mattino, se ti spingi a esplorare quei territori silenziosi nel cuore dell’Indocina, tra i monti in cui si snodano i confini del Laos con la Birmania, la Thailandia e lo Yunnan cinese, la gente che trovi vive ancora nelle palafitte di corteccia di bambù, indossa ancora gli abiti tradizionali, ara le risaie con i bufali neri, alleva cani e maiali, pesca con la piroga in mezzo al lago, tesse il cotone e la seta che poi indossa e commercia nei mercati. Sono tante le etnie dell’Indocina ma ovunque al sorriso aperto dei bambini fa ombra la serietà dei vecchi, una piega di tristezza di chi ha visto guerre e atrocità. E le vede ancora.

L’Indocina sanguina da troppi decenni, e il sangue è tornato a bagnare Rangoon.

Rangoon, che io mi ostino a chiamare Rangoon anche se oggi si chiama Yangoon, sorge sulle foci dell’Irrawaddy, uno dei grandi fiumi asiatici che scende da quelle rughe himalayane da cui schizzano fuori anche il Bramaputra e il Mekong. Il delta dell’Irrawaddy ha prodotto una protuberanza paludosa nelle coste occidentali indocinesi accumulando terreno alluvionale sul basso fondale del Golfo del Bengala che scivola verso l’arcipelago delle Andamane. Il fiume Irrawaddy attraversa da nord a sud un territorio di monti ricoperti di foreste, scavandone un profonda e lunghissima vallata. Quella terra io mi ostino a chiamarla Birmania anche se oggi il suo nome è Myanmar. E’ difficile cambiare nomi che sono rimasti impressi nella memoria da lontane pagine di gioventù.

Ma la chiamo Birmania anche perché Birmania è la terra dei Bamar, popolazione di origine tibetana che nell’849 d.C. stabilisce nell’antica città di Pagan la capitale del suo regno. Di etnia Bamar è ancora oggi la maggioranza della popolazione birmana, mentre il resto è Shan, Karen, Rakine e Mon, poi ci sono minoranze indiane e cinesi. Il primo impero birmano si sviluppa in un periodo corrispondente al nostro alto medioevo e si estende su gran parte dell’Indocina. Poi c’è l’invasione dei mongoli di Kublai Khan. Nel XVI secolo, dopo il periodo intermedio di Ava e le guerre con gli Shan, i birmani fondano il secondo impero a Toungoo. Seguono tentativi di invasione da parte dei colonizzatori portoghesi e dell’impero cinese, poi, nel 1824, incominciano lunghi anni di guerre contro gli inglesi. Alla fine l’impero birmano è ridotto a provincia dell’impero coloniale inglese in India.

Finisce così la grande civiltà birmana, oggi sconosciuta ai più, della quale non rimangono che resti archeologici e i nome epici dei grandi sovrani, da Anawratha a Tabinshwehti, da Anaukpetlun a Alaungpaya. L’indipendenza dall’Inghilterra viene ottenuta nel 1937 ma subito dopo inizia la seconda guerra mondiale. La Birmania è invasa dai giapponesi nel ’42. Nel ’45 gli alleati riprendono il controllo grazie anche alla resistenza interna della “Anti-Fascist People’s Freedom League”, una coalizione tra il partito comunista, il partito rivoluzionario socialista e l’esercito birmano. Uno dei leader della lega antifascista è il generale Aung San. Aung San, di fatto leader del governo ombra della Birmania, firma a Londra un trattato di indipendenza con il primo ministro inglese Clement Attlee nel 1947. Ma il 19 luglio dello stesso anno un commando paramilitare al soldo, pare, di alcuni avversari politici, fa irruzione nel palazzo della Segreteria di Stato a Rangoon durante una riunione del Consiglio Esecutivo. Un massacro. Sei ministri assassinati, un segretario, una guardia del corpo, e lo stesso Aung San. Aung San aveva sposato nel ’42 Daw Khin Kyi, con la quale aveva avuto tre figli, tra i quali Aung San Suu Kyi.

Il 4 gennaio 1948 nasce la repubblica indipendente dell’Unione Birmana. Iniziano subito i problemi con le minoranze che rivendicano il federalismo. Nel ’61 il rappresentante della Birmania alle Nazioni Unite, U Thant, diventa Segretario Generale. L’anno successivo, il Colpo di Stato. Il colpo di grazia alla nazione birmana. Il generale Ne Win instaura un regime militare presentato come la via birmana al socialismo. Nazionalizzazione dell’industria e collettivizzazione dell’economia, scioglimento dei partiti politici, repressione violenta. Nei decenni successivi si succedono tentativi di protesta, rivolte studentesche, altri colpi di Stato. Nel 1990 si riescono a organizzare libere elezioni e la Lega Nazionale per la Democrazia di cui Aung San Suu Kyi è diventata leader, ottiene 392 seggi su 485. Ma il “Consiglio di Restaurazione della Legge e dell’Ordine di Stato” con l’aiuto dei militari rovescia l’assemblea popolare e arresta tutti i leader della Lega Nazionale per la Democrazia, tra cui la stessa Aung San Suu Kyi, che negli anni successivi otterrà il premio nobel per la pace. La Birmania diventa Myanmar, Rangoon diventa Yangoon, la capitale viene spostata a Pyinmana che prende il nome di Naypyidaw. Aung San Suu Kyi entra ed esce dal carcere e alla fine viene confinata agli arresti domiciliari.

Piove. La pioggia lava le strade. Piedi nudi nel fango sui cementi di Rangoon. E’ settembre. Martedì 18 settembre 2007. Ci sono i monaci in piazza. Protestano. Per la verità non fanno che pregare, avanzano lentamente. Tutti sanno perché i monaci sono scesi in piazza. Contestano la politica economica del governo militare. Chiedono pacificamente più risorse per il popolo birmano. Per vivere meglio, per affrontare la povertà. Tutto è in regola, nessuno ha paura, la manifestazione è stata autorizzata. La gente timidamente si unisce al corteo, prega sotto la pioggia, si mescola al rosso fluire delle tonache dei monaci. Una protesta pacifica organizzata dalla gente, dai giovani, coordinata dai monaci che da sempre sono vicini a quella gente, la ascolta, la aiuta nel progresso spirituale della filosofia buddista come nelle difficoltà quotidiane. Pensando ai monaci non bisogna pensare a vecchi asceti dalla barba bianca. I monaci, in Indocina come in gran parte dell’Asia, sono molto spesso giovani, studenti, gente moderna, che usa internet e conosce il resto del mondo. Gente che sa il fatto suo. E infatti è tutto in regola, ci sono i permessi, una manifestazione regolare e pacifica, come si fa in occidente. Sugli angoli delle strade i poliziotti osservano la manifestazione, nessuna intenzione bellicosa, tutto tranquillo. Nove giorni resteranno nelle strade i monaci, perché nove giorni deve durare la protesta. I nove giorni della tradizione buddista. Il governo li ascolterà, non li ascolterà, comunque poi tutti i monaci rientreranno nei templi, tutti gli abitanti della città torneranno alle loro case. Ogni giorno la manifestazione viene concordata, i manifestanti hanno i loro responsabili per la sicurezza e questi, ogni giorno, prendono accordi con i funzionari governativi. Tutto in regola.

Dopo i primi giorni, nei palazzi, i generali cominciano a mostrare segni di nervosismo. Qualcuno comincia a pensare che bisognerebbe mobilitare l’esercito, disperdere i dimostranti, se necessario sparare. I monaci pregano, si siedono per terra e la gente li segue, li appoggia, sono sempre di più. Il resto del mondo viene a conoscenza della protesta, i blog pubblicano articoli in inglese, le fotografie dei bonzi per le strade di Rangoon sono su tutti i giornali. Basta. Bisogna intervenire subito. Questo è il parere del generale Than Shwe. Bisogna sparare, prima che la protesta diventi politica, prima che entri in campo la Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi che, come tutti sanno, ha un grande appoggio nell’opinione pubblica occidentale. Intanto gli studenti birmani insistono con i loro blog, cercano di farsi sentire, le loro parole arrivano ovunque nel mondo. I generali sono sempre più nervosi. La Federazione delle Organizzazioni Studentesche All Burma scende in piazza con i suoi striscioni. Il 22 settembre l’ala moderata del governo birmano concede il permesso ai dimostranti di sfilare davanti alla casa nella quale è segregata agli arresti domiciliari Aung San Suu Kyi. La Lega Nazionale per la Democrazia scende in piazza ad appoggiare i dimostranti.

I falchi dell’esercito non aspettano altro. Secondo loro quella che era iniziata come una protesta civile e popolare è diventata una contestazione politica contro il governo. I moderati sono messi a tacere. Il 26 settembre il generale Than Shwe ordina l’intervento dell’esercito. Carri armati per le strade di Rangoon. Fuoco alzo zero. Nessuna pietà. Una carneficina. I tiratori scelti dell’esercito non hanno bisogno di nascondigli, nessuno dei manifestanti è armato, ogni colpo ne viene giù uno. E’ il panico. Tutti gridano. I monaci, seduti per terra, congiungono le mani e recitano i mantra. Gli stivali militari li travolgono, li calpestano, i bastoni dei poliziotti fracassano ossa magre, colpiscono alla cieca, sangue cola copioso, intride i mantelli dei monaci, macchia la fanghiglia delle strade, sangue calpestato, pioggia e sangue.

Il governo militare ha cercato di arginare le informazioni sul massacro oscurando internet in Birmania, cercando di isolare il paese dal resto del mondo. Ma oggi è più difficile che in passato. Le fotografie delle persecuzioni, dall’accanimento della violenza durante la manifestazione di Rangoon sono ovunque, in rete, nel mondo. Alcuni profughi sono riusciti a fuggire nelle foreste, a oriente, allontanandosi il più possibile dai villaggi, dalle strade, dalle basi militari. I confini nelle giungle indocinesi non sono così facile da controllare. Bisogna camminare molto, a marcia forzata, nel fango, nella foresta, per arrivare là dove finisce la Birmania. Per arrivare in Thailandia e raccontare, raccontare, raccontare perché si sappia.

Oggi, con l’esercito che pattuglia le strade, pare che qualcuno sia riuscito a sganciare palloncini con la fotografia del generale Than Shwe, capo del governo e responsabile della violenta repressione. E per le strade di Rangoon, dicono, si aggirano cani randagi che portano in giro la fotografia del generale. Raimondo Bultrini su Repubblica scrive che accomunare un uomo a un cane, per un buddista, è una delle peggiori offese e pare che lo “scherzo” sia stato preso più seriamente di quanto si possa immaginare.

Non è più tempo di colonialisti baffuti e pirati malesi. Oggi la Resistenza si fa anche con l’immagine, con l’informazione, con la rete telematica che una volta tanto imbriglia la censura.