Il mistero della Dama Bianca

86f0c21cb8fc8406c359f8aab9fd2ec6.jpgC’è un posto in Namibia a sud di Khorixas sulla strada che porta a Henties Bay che si chiama White Lady, la Dama Bianca.
Ho voglia di riproporre su “Strade di polvere” un episodio di un mio viaggio di molti anni fa, pubblicato già a suo tempo sulla rivista “Avventure nel mondo”, dietro il quale si cela un entusiasmante “mistero” archeologico. E’ da quel luglio del 1992 che la Dama Bianca periodicamente si affaccia alla mia memoria e mi torna la voglia di fare qualcosa, di dire qualcosa, di divulgare il mistero, di chiedere aiuto, di lanciare il messaggio. Mi tornano in mano le fotografie e sempre più mi convinco della loro importanza. Qualche anno fa mi imbattei in una mostra fotografica sulle pitture rupesti della Namibia, l’archeologo che aveva curato la mostra non era presente ma mi feci dare il suo indirizzo, gli spedii tutta la documentazione, comprese le fotografie della Dama Bianca, ma non ebbi risposta. Adesso ci provo via web. La storia della Dama Bianca si incammina sulla strada telematica e chissà che un giorno qualcuno riesca ad aiutarmi a risolvere il mistero. Tornando idealmente a quel luglio 1992 lancio dalle pagine di “strade di polvere” una entusiasmante caccia al tesoro.
Il paesaggio è roccioso e deserto. C’è una valle che si insinua tra monti aridi, letto di un fiume scomparso. Mi incammino lungo il sentiero indicato da vistose frecce dipinte sui sassi. Fa caldo. Il sole è implacabile e quasi dolorosamente si riflette sul bianco delle rocce levigate dai torrenti primordiali.
White Lady è un sito archeologico di pitture rupestri di origine, dicono, San. San è il nome originario del popolo della boscaglia, i bushmen, i boscimani come vennero chiamati dai colonizzatori e come ancora oggi sono spesso identificati. Ma io non cerco le pitture dei boscimani. Io cerco con curiosità e interesse la “Dama Bianca” che ha dato il nome alla località.
Raggiungo un punto in cui la valle si biforca alla confluenza di due torrenti di pietrisco. Tutto attorno massi bianchi giganteschi. Non c’è più sentiero, solo pietroni levigati in forme bizzarre, lastroni di granito grigio, massi lisci con striature. Mi arrampico su quello spettacolo di pietra. Mi sento un microscopico insetto in un mucchio di ghiaia. Si sente l’eco di voci più a monte. “Trovato niente?”. “Si, c’è qualche pittura ma sono piccole e un po’ rovinate. Le più belle sono laggiù, in quella grotta in fondo al sentiero, a sinistra”. “E la Dama Bianca?”. “Niente. Qui non c’è”.
Nonostante il caldo continuo a salire. Finalmente arrivo in cima e incontro i proprietari delle voci. “Trovato qualcosa?”. “Niente” mi dicono col fiatone. “Solo alcune pitture piccole, colorate, in quella fenditura laggiù a sinistra. Nient’altro”. “E la White Lady?”. “Niente. Non c’è”.
Rassegnato mi incammino giù per la pietraia della Tsisob Gorge, fino a raggiungere la grotta di Moak di cui parlano le guide. Stancamente mi infilo nella cavità per vedere le figure, piccole, abbastanza nitide, di uomini e animali, scene di caccia e di vita tribale, sullo sfondo ocra della roccia, protette da una cancellata. Qualcuno dice che quella figura grigia, un po’ più chiara delle altre, armata di arco e frecce, è la Dama Bianca. Non mi convincono. Anch’io ho la Lonely Planet e la fotografia pubblicata con la didascalia “White Lady” è proprio quella del minuscolo arciere. Ma no, la Dama Bianca dev’essere qualcos’altro, grande, affascinante. La Dama Bianca è sicuramente quassù, chissà dove, irraggiungibile, perduta.
Torno fuori. Quasi per cercare consolazione alzo lo sguardo sul panorama della vallata. L’armonia dei colori del deserto di cielo, roccia e sole si apre dietro un  monolite che sembra infisso verticalmente nel suolo, come lo schienale di un trono su un piedestallo naturale. Su quella roccia verticale e piatta
una signora vestita di bianco, evanescente come uno spettro ma inconfondibile, bellissima, sta leggermente china in avanti come in preghiera, l’occhio socchiuso, il profilo elegante, i capelli raccolti in una voluminosa acconciatura. Un abito bianco le fascia la linea morbida della schiena. E’ lei, la Dama Bianca, ed è bellissima. Mi alzo, mi avvicino, la luce è perfetta, non ci sono ombre. Mi rendo conto che se il sole fosse appena un po’ più basso, diagonale, basterebbe a rendere invisibile la debole figura. Scatto alcune fotografie poi, finalmente soddisfatto, scendo portandomi via il suo ricordo dall’altra parte del mondo.
Al ritorno cerco informazioni sulla Dama Bianca. Trovo un bel libro fotografico di Mauro Burzio, pubblicato da Mondadori. A pagina 187 c’è la Dama Bianca. Ma ancora una volta la fotografia ritrae quella figuretta grigiastra armata di arco e frecce, così poco femminile e così simile alle altre pitture San della Namibia e del Botswana. La didascalia dice: “La celebre White Lady, la dama bianca che fece sognare l’abate Breuil”. A pagina 181 c’è scritto: “Henri Breuil, eccezionale paleontologo e profondo studioso delle grotte francesi e spagnole, scomparso nel 1961, fu affascinato dal dipinto trovato nel massiccio di Brandberg, nella grotta di Moak, dentro la Tsisob Gorge. In un articolo del 1948 la chiamò White Lady e la stimò coeva delle pitture di Altamira e di Lescaux, quindi appartenente al periodo magdaleniano corrispondente alla fase finale del paleolitico superiore, tra il 15000 e il 10000 a.C.. Breuil affermò erroneamente l’origine mediterranea del dipinto della donna bianca, sostenendo l’esistenza di profonde affinità con l’antica produzione pittorica cretese. E commise contemporaneamente due clamorose gaffes: l’origine San della pittura è oggi pacifica come pure il fatto che la figura rappresentata sia un cacciatore armato di arco”.
Secondo Wikipedia Henri Edouard Prosper Breuil (28 Febbraio 1877 Mortain Manche Normandia – 14 Agosto 1961 L’Isle-Adam Val-d’Oise Francia), chiamato anche “abate Breuil”, fu un archeologo, antropologo, etnologo e geologo francese titolare di una cattedra di preistoria al Collège de France dal 1929 al 1947, membro dell’Institut de France dal 1938. E’ conosciuto per il suo lavoro sull’arte rupestre e fu considerato in vita un grande esperto nella sua materia, anche per aver scoperto e studiato nuovi siti come quello di Lascaux. Tra la sua bibliografia compare il libro: The White Lady of the Brandberg (con Mary E. Boyle e E.R. Scherz, Londra Faber and Faber, New York Frederick A. Praeger, 1955).
Possibile? Possibile che Henry Breuil si sia preso una così colossale cantonata? Possibile che abbia potuto descrivere il disegno di un arciere boscimane come una pittura paragonabile a quelle di Altamira e di Lescaux da lui scoperte? Spingendosi fino ad affermare l’origine mediterranea del dipinto? Sostenendo l’esistenza di affinità con l’antica produzione pittorica cretese? Possibile? Eppure a distanza di anni se provate a cercare in internet “White Lady Namibia” ancora e sempre vi trovate davanti la pittura dell’arciere e mai quella della grande figura femminile che ho visto e fotografato sul monolite proprio di fronte alla grotta di Moak. Ho la presunzione di pensare che solo “Strade di polvere” oggi pubblichi quella foto. Io credo che l’errore sia dovuto all’abbaglio delle bellissime figure San presenti all’interno della grotta, evidentemente successive a quello della Dama Bianca molto più antica. Io credo che l’errore stia nell’interpretazione delle parole di Breuil che sembrerebbero collocare la White Lady dentro la grotta di Moak e non appena fuori, e che nessuno dopo di lui abbia mai notato quella figura grande, effettivamente abbastanza flebile, poco visibile, così diversa, così poco o niente San, così indubbiamente femminile, affascinante, da calzare a pennello con le sue osservazioni. Forse la “gaffe” non l’ha fatta lui.
Vi lascio con questo interrogativo e spero che qualcuno, dalle pagine di “strade di polvere”, possa aiutarmi finalmente a risolvere il mistero della Dama Bianca.

La Grande Anima

e9adadd8e35cb082c71c5071bba22c7d.jpg‘Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con una risoluzione del 15 luglio 2007, decide di dedicare una giornata internazionale alla non-violenza il 2 ottobre di ogni anno. La scelta del 2 ottobre è un tributo a Mohandas Karamchand Gandhi, meglio conosciuto come Mahatma Gandhi, titolo onorifico che in sanscrito significa “Grande Anima”.
Gandhi nacque a Porbandar, nell’odierno stato indiano del Gujarat, il 2 ottobre 1869. Padre dell’indipendenza indiana dal colonialismo inglese, teorico del “satyagraha”, ovvero della “rivoluzione non violenta”, della disobbedienza civile, ottenne nel 1947 l’affrancamento dal governo inglese per l’India.
Ma il Paese che Gandhi avrebbe voluto, un grande Stato confederale, laico e  multietnico, di repubbliche autonome, fu invece spaccato dagli inglesi in due Stati indipendenti, l’Unione Indiana e la Repubblica del Pakistan, il primo a maggioranza induista, il secondo diviso in due territori separati, l’odierno Pakistan e l’odierno Bangladesh (che otterrà poi l’indipendenza nel 1971), a maggioranza islamica. Incominciò così, dopo la più grande rivoluzione non-violenta della storia moderna, un lungo conflitto, che insieme a quelli del golfo persico e della Palestina, ancora oggi affligge le popolazioni dell’Asia e del Medio Oriente.
Un giornalista e attivista politico hinduista e anti-islamico, Nathuram Vinayak Godse, già sostenitore della rivoluzione gandhiana, non approvò la presunta debolezza di Gandhi nei confronti degli islamici e lo accusò di cercare consensi anche presso i pachistani contro gli interessi hindu. Il 30 gennaio 1948, durante un’udienza, Godse si avvicinò al Mahatma, si inchinò tre volte davanti a lui, poi improvvisamente estrasse una Beretta e lo uccise con due colpi sparati a distanza ravvicinata.
Godse rischiò il linciaggio, fu catturato, fu processato e condannato a morte. I seguaci di Gandhi si opposero alla condanna ma l’esecuzione capitale avvenne il 15 novembre 1949.
Il sogno di Gandhi rimase incompleto ma la sua politica, la sua filosofia, il suo messaggio, ispirarono molti leader di movimenti non-violenti. Acora oggi alla sua figura si ispirano tutte le piccole e grandi rivoluzioni di disobbedienza civile che chiedono giustizia e onestà, uguaglianza e rispetto dei diritti umani.
La risoluzione numero A/61/L.62, facilmente recuperabile sul sito delle Nazioni Unite (www.un.org), riporta le parole di Gandhi:

“Non-violence is the greatest force

at the disposal of mankind.
It is mightier than the mightiest weapon
of destruction devised by the ingenuity of man”.


“La non-violenza è la più grande forza a disposizione dell’umanità.
è più potente della più potente arma di distruzione progettata dall’ingegno umano”.

Molte associazioni hanno organizzato manifestazioni per la giornata di martedì 2 ottobre 2007. A Torino ci si trova a partire dalle ore 18 in Piazza Palazzo di Città.

Noi, a modo nostro, saremo presenti e solidali con la giornata per la non-violenza a poca distanza dalla piazza, agli Antichi Chiostri, in via Garibaldi 25, dove inaugureremo la mostra dedicata da Aiuto allo Zanskar onlus al popolo degli Zanskar-pa, minoranza di cultura tibetana nel nord dell’India, tra il Kashmir e il Ladakh. Questo è un invito a chiunque si trovi a Torino a partecipare alla giornata internazionale per la non-violenza, facendo poi magari un salto a trovarci.
 
Informazioni sull’iniziativa a Torino: