Zanskar Island 11 – L’uovo e la gallina

Nelle botteghe di Padum ci sono piccole uova bianche. Nei ristorantini di Padum servono omelette. Certo, se la chiedi a luglio, unico avventore di una stagione ancora non turistica, magari insieme, che so, ai kornflakes e a una fetta di pankake, burro e toast e una tazza di caffé, l’ometto del ristorante ti dice si con aria indifferente. Poi si infila in cucina e lo senti per un po’ armeggiare con padelle d’alluminio e bombola del gas. Poi lo vedi sgattaiolare fuori. Torna dopo un quarto d’ora, se va bene, carico di pacchetti, il sacchetto dei kornflakes, un pancarré, il pankake fresco della bakery sulla via di Kishirak, un barattolino di Nescafé, un sacchettino di preziosissimi ovetti bianchi. S’intrufola in cucina senza farsi troppo notare, ti sbircia di traverso ben sapendo che aspetti e hai fame ma eh, beh, certo, ha dovuto attendere l’apertura delle botteghe, questo mica lo capisce quello strano turista fuori tempo. Dopo un altro quarto d’ora, se va bene, cominci a sentire lo sfrigolare del padellino e il profumo di fritto.

Nelle botteghe di Padum in tarda mattinata arrivano i rifornimenti. Ogni tanto, mica tutti i giorni. Un camioncino kashmiro fa la sua comparsa in fondo alla via. Veramente i commercianti l’hanno visto arrivare quando ancora era una polvere in fondo alla valle dello Stod e dall’intensità della polvere nel chiaro dell’alba gli occhi esperti hanno saputo distinguere subito il camion da una jeep qualsiasi o della corriera in servizio da Kargil che non è ancora l’ora.

Arrivano i rifornimenti. Il camionista è un sick dalla barba nera salgariana e un fiammante turbante arancione. Il camion è dipinto a pennello a colori vivaci. Il cassone rosso giallo bordato di azzurro e verde ha dietro alcune scritte , più piccole, più grosse, che dicono “bolw up”, “drive slowly”, “when you drive remember your wife, your children, your family”. La cabina è blindata di alluminio lucido fissato a borchie sulla carrozzeria, i piccoli vetri quadrati sono tutto un pendaglio di frange, ciondoli, medagliette. Il volante è imbottito di una guaina di lana e un tappeto altrettanto peloso è disteso a raccogliere la polvere del cruscotto. La cabina non ha porte, gliele hanno smontate così che sia più facile scendere e salire.

Il camionista sick accosta a sinistra e ferma appena prima dell’incrocio, davanti al fitto delle botteghe. Salta giù e subito si assiepano i curiosi che ciondolano a vedere cosa ha portato il camion dei rifornimenti, e alcuni si prestano a dare una mano a scaricare. Sacchetti di rete con cipolle e patatelle rosse, qualche piccola melanzana chiara, agli, verzette un po’ infeltrite, piccole mele.

Le botteghe sulla strada principale sono box di cemento con scaffali sul fondo stipati fino all’inverosimile e un bancone sull’ingresso. Ci sono mercerie che vendono di tutto, dal sapone alle scarpe, foulard, pantofole, carta igienica, coltelli, hanno persino una vetrinetta impolverata con barattoli di Nivea e altri cosmetici, spazzole e pettini, asciugamani, forbici, stringhe, filo per cucire, bottoni. C’è un ferramenta che vende vanghe da immanicare e manici per vanghe, accette con e senza manico, piccole falci, martelli, seghe da legno, lime da ferro, cazzuole, secchi secchielli bacinelle e bidoni, ceste e gerle. Vicino al grande rullo di preghiera, davanti all’hotel Hibex, ci sono alcune signore che aprono bottega di bigiotterie, collane, perline, ciondoli, orecchini. Più in là ci sono i negozietti dell’abbigliamento. In un disordine assoluto hanno mucchi di maglioncini, calzoni, calzoncini, magliette, appese per aria hanno giacche a vento e giubbotti, cappotti e cappottini. Più in là c’è il parrucchiere che ha dipinto la facciata del suo negozio di un bel turchese. Passando si sente profumo di sapone e sferragliare di forbici. Sull’angolo, sulla via che porta a Kishirak, c’è il macellaio con quarti di capra appesi ai ganci, mucchi di budelle sbudellate, teste cornute allineate sul marciapiede in uno scolo di sangue scuro. Più avanti c’è la bakery, dipinta di rosa confetto, e per raggiungere le sue leccornie, non c’è scampo, devi passare tra le teste mozze.

Oggi è festa grande a Padum. C’è un matrimonio alla Mont Blanc Guest House, più avanti sulla via della moschea. Anche noi siamo invitati, si sposa il fratello di Puchok Tashi, il presidente del Managing Committee della nostra scuola, proprietario della Guest House e dell’unico internet-point dello Zanskar (così prezioso per queste note). Nel cortile della Guest House hanno teso una tenda che sembra un circo, fatta con un vecchio paracadute militare. Hanno steso per terra tappeti e sacchi di juta, hanno appeso tutto intorno bellissimi drappi colorati. La Guest House è un fulgore di bandiere sventolanti, hanno anche ridipinto di smalto lucente i tre chorten sull’ingresso, rosso, bianco e azzurro. Gli invitati sono centinaia, vengono da un villaggio lontano, nella valle di Phuktal, raggiungibile solo a piedi. Quando arriviamo danno anche a noi un pezzo di tela bianca da legare intorno al collo o su una spalla. Qualcuno lo porta alla cintura, altri legato al cappello, altri al polso.

Le donne sono bellissime con i loro vestiti marroni legati in vita, mantelle di lana sfrangiata o di pelle lasciate pendere lasche sulla schiena, lunghe trecce legate insieme con un laccetto rosso, collane pesanti di turchesi e coralli,  bracciali d’argentone e orecchini sferraglianti, file di perline passate sopra i lobi delle orecchie.

Gli uomini sono severi e solenni nei pastrani scuri abbottonati di lato, poi ci sono monaci con i mantelli gialli ed amaranto. Nelle stanzette della Guest House si mangia riso e dhal seduti per terra, pulendo i piatti con le mani. Mangiamo nella stanza dei monaci. Ce n’è uno che prega ruotando il suo rullo portatile e mormorando un mantra. Uno è grasso e pelato e se ne sta seduto nella posizione del loto come un buddha gaudente. Un altro è secco secco e serissimo, mangia in silenzio il suo riso fino all’ultimo chicco, beve il tè dalla sua scodella di legno che poi pulisce con cura con un lembo della veste. Un altro è un poveretto, ha la faccia tutta storta ed è storto tutto, anche nel corpo, tutto gomiti e ginocchia, tutto scapole, e parla continuamente mugolando lamenti incomprensibili, ogni tanto sembra arrabbiarsi per chissà che. Gli altri monaci lo lasciano fare e ogni tanto ridacchiano tra loro. Sono gentili, ci offrono biscotti. Quella stanza sembra una scena del “nome della rosa”, in versione tibetana, senza morti ammazzati però.

Fuori, nei corridoi, su per le scale, al pianterreno, nel cortile, fin sul tetto, è tutto un andare e venire di donne che portano bottiglie di arak, il secco e fortissimo liquore di riso all’anice. L’odore dell’anice e dell’alcol è invadente, viene dagli aliti e dalle macchie sul pavimento. Nella stanza dello sposo i monaci danzano a piccoli passi, al ritmo cadenzato dei tamburi e dei gong. Le donne si assiepano, tutte sedute sul pavimento. La capienza della stanzetta è impensabile. lo sposo è in fondo alla sala, seduto nella posizione del loto, ha un copricapo pesantissimo e le spalle stracariche di katak bianche e gialle, le sciarpe di buon augurio che tutti gli invitati gli hanno messo al collo. Centinaia. Sulle gambe ha una fortuna di banconote stropicciate, le offerte, i regali. Ha sul viso un’espressione inebetita, lo sguardo perso, non parla e non sente, non sai se sia stanchissimo o completamente ubriaco. Nella stanza c’è un odore nauseante di alcol e di burro.

La festa durerà giorni a Padum, poi il corteo prenderà la strada che porta a Raru, nell’alta valle dello Zanskar, e di lì in due giorni di cammino raggiungeranno il villaggio d’origine della famiglia, dove saranno attesi dalla sposa e dai suoi invitati. Nei giorni del matrimonio le donne approfittano della rara opportunità di venire in “città” per fare acquisti. Le vedi, eleganti, sorridenti, ancora un po’ sballate per le copiose libagioni di arak, aggirarsi per le botteghe. Comprano scarpe, vestitini per bambini, sciarpe e foulard. Ne vedo un gruppetto avvicinarsi alla signora dei gioielli. Parlano un po’. Ci fermiamo anche noi a guardare le collane esposte sul banchetto. Poi la venditrice tira fuori per le donne, da una tasca, un sacchettino di tela rossa, lo apre ed è pieno zeppo di bellissimi turchesi. Le donne scelgono le pietre per le loro collane e anche noi approfittiamo dell’occasione. Ornella, frugando tra le pietre insieme alle dita nodose e scure delle signore zanskare, si porta via a un prezzo invidiabile una splendida collana. Le donne annuiscono e sorridono.

Facciamo ancora alcune compere prima di tornare a Pibiting, pane, verdura, uova. Poi ci incamminiamo sulla via di Kishirak, lasciamo le case, prendiamo la via dei campi, il dedalo di sentieri che costeggiano i canali. Nel verde dei campi d’orzo e di piselli frullano uccelletti colorati, belano caprette nane e muggiscono giganteschi bovini neri. Niente galline. Niente gatti, qualche cane. Niente galline. Ma le uova, ci chiediamo, chi le fa? Arrivano dal Kashmir, ci dirà poi Seten Dorjay, qui non ci sono galline.

Le uova arrivano dal Kashmir, dice Seten Dorjay, loro, i kashmiri, allevano le galline e le mangiano, anche. Sono musulmani i kashmiri. Mi chiedo perché i buddisti non mangino le galline. Perché sono piccole, dice Seten Dorjay. I buddisti non mangiano animali piccoli. Preferibilmente non mangiamo carne, dice, ma se la mangiamo mangiamo solo la carne di animali grandi, capre, bovini, niente polli, niente pesci, niente che sia piccolo. Ogni volta che mangi carne, dice Seten Dorjay, devi pensare che hai spento una vita. E a noi, dice, non piace uccidere. Allora lo facciamo solo quando è necessario perché il nostro corpo non può fare a meno di un po’ di carne ogni tanto. Ma quando uccidiamo un animale, allora, dice Seten Dorjay, quell’unico animale deve nutrire molte persone, deve fornire molta carne, in modo da spegnere il minor numero possibile di vite.

Spegnere il minor numero possibile di vite. Questa sensibilità mi fa pensare. Mi fa pensare alle tante, troppe vite spente dalla nostra civiltà occidentale. Non solo di animali, anche di esseri umani, nelle stragi, nelle guerre, sulle strade, nelle città, sul lavoro, ovunque. La nostra, penso, è una civiltà che non rispetta la vita. E una civiltà che non rispetta la vita non ha futuro.

Zanskar Island 10 – Luci e ombre

Le prime luci dell’alba incominciano presto e di solito mi trovano già sveglio. La nostra camera è esposta a oriente. Il cielo schiarisce sopra le montagne dietro Pibiting prima delle cinque. Mi piace quest’ora. Tutto tace. Mi piace aprire gli occhi e vedere la penombra dietro le ampie finestre della nostra camera. Mi scopro avvolto a vite nel mio sacco letto di piuma, mi ribalto, emergo.

La camera ha due lettini quasi normali, almeno a guardarli. Poi ti ci siedi e scopri che sono tavole di legno con un sottile materasso che sembra imbottito di sabbia o segatura. La camera di Luisa ha i giacigli tradizionali, materassini appoggiati per terra con sopra un tappeto. Accanto ai letti ci sono tavolini bassi, specie di panchette su cui appoggiare le tazze del tè alla mattina. In una delle pareti hanno ricavato una nicchia con pochi scaffali. Non c’è altro.

Dalle travature del soffitto pende una nuda lampadina. Non c’è interruttore. Quando alle otto di sera parte il gruppo elettrogeno a Padum il filamento della lampadina diventa pallidamente incandescente e la luce diffusa nella camera è molto più flebile di quella di una candela. Abbiamo anche qualche candela, per la verità, ma soprattutto abbiamo una cosa preziosa. Sul tetto c’è un piccolo pannello solare. Da questo partono fili che arrivano nelle camere e in cucina. A questi fili, a bassa tensione, sono connesse lampade portatili a incandescenza che danno una luce bianchissima, sufficiente per leggere. Sufficiente per leggere anche quando, un paio d’ore dopo, si spegne il gruppo elettrogeno di Padum e il filamento dell’unica lampadina finisce in niente. Ma alle dieci siamo già quasi sempre profondamente addormentati.

Invece al mattino alle prime luci dell’alba mi stiracchio e sbadiglio, mi divincolo dal viluppo del sacco letto, prendo il sapone e l’asciugamano e ciabattando mi dirigo verso il gabinetto. Il gabinetto, in fondo al corridoio, è uno stanzino intonacato a cemento. Dietro c’è un finestrino che da sui campi, con un vetro semirotto dal quale filtra un po’ d’aria. In mezzo al pavimento hanno piazzato una turca di ceramica celeste, senza sciacquone. Non ci sono tubi, non c’è acqua corrente. E qui va bene perché il gabinetto è “moderno” e pulito, se no, normalmente, nelle case zanskare, il gabinetto è un buco profondo dal quale viene un fetore che ti tocca starci in apnea se non vuoi cascarci dentro svenuto. Ma poi per necessità ti abitui. Nel gabinetto abbiamo un secchio che ci tengono sempre pieno traboccante d’acqua torbida per pulire il gabinetto. E c’è un altro secchio che tengono sempre pieno traboccante d’acqua limpida, per lavarci. L’acqua torbida la prendono nel torrente che scorre dietro casa. L’acqua limpida ce la fornisce una pompa a mano, a poca distanza dalla casa, che tira su da un profondo pozzo artesiano. E’ un’acqua fresca, pulita e buonissima anche da bere.

Mi piace, al mattino presto, lavarmi con poca acqua freddissima e un pezzo di sapone. A volte vado fuori a lavarmi col secchio di latta, al primo sole. Mi insapono la faccia, ci butto due manciate d’acqua, mi sveglio. Il sole appena si alza è già caldo. Do un’occhiata oltre i campi a nord, dove si affacciano le case del villaggio di Pibiting, dove si vede l’ampia vetrata della casa di Dolma Lamo, la levatrice, dove abita Memè Marc.

Luisa ha una passione per il caffé del mattino. Abbiamo una caffettiera e un pacchetto di caffé. In cucina abbiamo sempre pronto un sacchetto degli ottimi biscotti della Bakery di Padum, o un plum-kake. Riempiamo la caffettiera con l’acqua del secchio, poi, all’aromatico borbottare della moka, ci raduniamo in camera di Luisa a fare colazione.

Non si parte prestissimo per il lavoro, alla mattina. A scuola i ragazzi si radunano tra le nove e le nove e mezza, poi fanno la preghiera, i canti, e non entrano in classe prima delle dieci. La strada per arrivare a scuola non è lunga, si scende un po’, si risale aggirando un muretto, si passa intorno a un muro “mani” di pietre votive e si prende il sentiero che scende dalle pendici della collinetta su cui sorge il grande Chorten e il vecchio tempio del villaggio. Lì sul dorso della collina c’è sempre un grosso bue dalle corna storte legato a un masso. Una mattina arriviamo presto e scorgiamo la donna che lo porta lì, lo lega con qualche metro di corda e lo lascia a pascolare in quei radi cespugli.

Per il pranzo ci arrangiamo alla scuola, portiamo via pane, qualche busta di prosciutto sotto vuoto che arriva ancora dall’Italia, parmigiano, uova sode, maionese, biscotti, salame. Poi, a sera, quando rientriamo a casa, a volte facciamo in tempo a fare una passeggiata fino a Padum, un salto a intenet, un po’ di spesa. Qualche volta, se facciamo tardi, ci fermiamo a cena in uno dei ristorantini sul crocevia. Hanno tutti lo stesso menù. Fanno i mokmok, i ravioloni con ripieno vegetale o con la carne di montone, fanno i noodles, saltati in padella con le verdure oppure in zuppa, la thukpa, fanno il riso con il dhal, la salsa di lenticchie, o con le verdure stufate. Fanno le zuppe con la pasta maltagliata, oppure ottimi passati di verdura, alle cipolle, al pomodoro. Non si mangia male. Cucina leggera e semplice, non piccante. A volte invece ce ne torniamo a casa con la spesa, accendiamo il fornello a gas, mettiamo su un pentolino d’acqua, facciamo la pasta. Sbuccio un paio di cipolle, le taglio sottili in padella con un po’ d’olio, aggiungo uno spicchio d’aglio e il profumo del soffritto invade la piccola cucina. Metto i pomodori tagliati a cubetti e in breve ecco pronto il sugo.

Si mangia in camera di Luisa, seduti per terra sui tappeti, con il piatto in mano e la forchetta, con una bottiglia d’acqua di fontana, fredda appannata, e qualche volta una rossa spumeggiante Goodfather tenuta in fresco nel secchio. Nei ristoranti le posate te le danno, ma se vai nelle famiglie ti tocca mangiare con le mani. La tsampa la mangi con le mani, è come una polentina grigia che prendi e strappi, la fai su a pallottole e la metti in bocca. Oppure spesso ti portano il chapati, un pane sottile che stracci e accartocci e che ti serve a tirare su il sugo. Alla festa del Foundation Day ci invitano a mangiare alla scuola, hanno preparato il riso col dhal e le verdure e un intingolo di capra in umido, squisita. Poi c’è insalata di cipolle, cetrioli e pomodori. La carne e la verdura cruda con le mani ce la fai, con la carne ti sbrodoli un po’ ma insomma, il riso invece è complicato. Bisogna impastarlo bene nel piatto d’acciaio con le dita, mescolando con cura la salsa del dhal, poi con l’indice, il medio e l’anulare raccogli il boccone, e te lo spingi in bocca con il pollice. Subito ti fa un po’ cosa, ma poi ti abitui.

Da bere normalmente servono il tè di latte, caldo e dolcissimo, molto buono. Il latte viene direttamente dalle mucche, non dalle latterie, non dai cartocci a lunga conservazione. Alcuni hanno il latte condensato e lo sciolgono nell’acqua ma i pastori e i contadini ti danno il latte fresco, ed è una meraviglia, un ricordo di gioventù per me che ho origini contadine. Qualcuno ti porta anche lo yogurt, denso, a palate, nella scodella ripiena di siero. Ti portano una bacinella con la farina d’orzo, se vuoi puoi mettere la farina nello yogurt e farne un calcestruzzo denso, oppure semplicemente puoi mangiarlo così, al naturale, o con lo zucchero o con il sale. C’è anche il lassi, qualche volta, squisito, uno yogurt da bere, molto liquido, che io tiro giù a bicchieroni fino a farmi i baffi bianchi.

Dopo, poi, ti portano il tè di burro. Se sei scafato lo riconosci dal colore e dalla densità, più liquido di quello al latte, più rosato nel colore. Te lo servono in scodelle piccole, piene fino al bordo. E’ caldissimo. Se lo sai, se sei preparato, non è niente male, anzi io lo trovo buono veramente. Il brutto è se non lo sai, se lo butti giù convinto di bere un tè. Allora è terribile perché il gusto non è un senso proprio della lingua o del palato, come si crede, il gusto è soprattutto un senso del cervello. Come tutti i sensi, in fondo. E allora, se il cervello si aspetta un tè e tu gli rifili un brodo aromatico caldo e salatissimo, la reazione immediata è il disgusto. Il tè di burro normalmente non piace ai turisti. Il tè di burro è brodo. Caldo, salato e profumato. Brodo. Lo fanno col burro fresco, appena sbattuto nella zagola, lasciato colare nel tè, mescolato con cura sul fuoco perché si amalgami bene, tirato su col mestolo per farlo ossigenare. E’ buono, il tè di burro, e loro ridono, e c’è da ridere a vedere le facce disgustate dei pochi ignari turisti che cascano nella trappola. Ma se ti piace il tè di burro soprattutto i vecchi approvano con ampi cenni del capo e ti sorridono sdentati. Se ti piace il tè di burro sei dei loro.

La sera, dopo cena, dopo le abluzioni con il secchio e la spugna, col profumo del sapone di Marsiglia e l’acqua ghiaccia, mi siedo ancora un po’ a scrivere in camera, alla luce della lampada a incandescenza. Dopo il caldo e la frenesia della giornata mi godo questa piacevole sensazione di fresco e calma. Fuori la notte è punteggiata di luci finché regge il gruppo elettrogeno di Padum. Allora mi viene voglia di uscire ancora un attimo, con la scusa di lavarmi i denti. Prendo lo spazzolino, metto il dentifricio, prendo la bottiglia dell’acqua di fontana, esco. Fuori ci vuole una  felpa spessa, anche per me che patisco poco il freddo, tira un’aria. C’è una stellata che ti fermi a guardarla. Ti aspetti di distinguere il moto dei pianeti, lo scontro delle galassie, il botto delle supernove, il vortice dei buchi neri.

La valle è sprofondata nel buio. Mi lavo i denti poi rimango ancora un attimo lì senza riuscire a decidermi a rientrare. C’è un silenzio denso, spesso. Niente sembra poterlo interrompere. Vedo scintillare nell’ombra le poche luci delle case, riconosco la lampadina alla finestra di Memè Marc, vedo la lucetta là in alto sulla cuspide del grande chorten in cima alla collina. Dall’altro lato mi accorgo che il silenzio, quel silenzio pieno, è il fiume. E’ il suo continuo scorrere là in basso che lo riempie. Dall’altra parte vedo lucette verdi e gialle nel campo militare dove dormono i lavoranti della nuova lunghissima Tchadar Road, la strada che dovrà un giorno, quando saranno riusciti a bucare decine di chilometri di montagne, collegare la valle con il Ladakh e liberarla dal suo millenario isolamento. Per ora le montagne sono un’ombra nella notte, immense, invalicabili. Comincia a far freddo, forse è il caso di entrare e di rifugiarmi nel sacco letto di piuma. Indugio ancora un attimo e intanto lontano, a Padum, qualcuno spegne il motore del gruppo elettrogeno. Contemporaneamente, con un singulto, si spengono tutte le luci della valle. Sopravvive solo, lontanissima e isolata, qualche lampada solare e qualche lume di candela. Poi con un ultimo palpito anche quelle scompaiono. Ecco, è ora di dormire nella valle dello Zanskar. Sembra che anche il vento si sia posato sui campi d’orzo. Anche le stelle sembra si siano fermate, e il moto dei pianeti, e lo scontro delle galassie, il botto delle supernove, il vortice dei buchi neri.

Zanskar Island 9 – La storia di Sandup

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Mi chiamo Tsewang Sandup e questa è la mia storia. Che non la racconto io la mia storia,  che io ho cinque anni, forse sei, forse quattro, e la mia storia non la so raccontare. Forse la saprei raccontare più o meno con la mia lingua ma comunque mi incasino nel discorso e so già che non ci capiresti niente. Allora lascio che la racconti lui, la mia storia, il signore straniero che arriva da un posto che si chiama Italia che sta su una carta geografica che hanno portato loro a scuola, i signori stranieri, e l’hanno appesa in biblioteca. Ma io non ci capisco niente su quella carta geografica e mi basta sapere che l’Italia è da qualche parte lontano. Loro i signori stranieri sono tre, anzi quattro, ma uno è Memè Marc e lui lo conoscono tutti. Gli altri sono tre, uno con i capelli lunghi, un cappellino con la visiera, gli occhiali, va sempre in giro con una borsa piena di fogli avanti e indietro per la scuola. Le altre due sono signore con la pelle chiara e i capelli talmente chiari che sembrano il colore dell’orzo quand’è maturo o forse anche più chiari.

Ieri sono venuti a casa nostra i signori stranieri, e io avevo una paura. Non che facciano paura. Non capisco quel che dicono perché parlano inglese e io dell’inglese so solo i numeri one two three four five six seven e poi mi confondo e so le lettere dell’alfabeto e so dire “good morning mister teacher” ma quando parlano non si capisce niente, non si capisce. Non è che facciano paura ma io avevo paura lo stesso perché ero a casa e mi hanno visto che ero a casa e invece dovevo essere a scuola, ieri pomeriggio presto quando sono venuti. Dovevo essere a scuola e invece ero a casa, per questo avevo paura. Con loro c’era Tinley, e Tinley parla l’inglese e mamma gli ha detto perché ero a casa e lui l’ha detto a loro, in  inglese, e io spiavo di nascosto, mi nascondevo dietro la mamma, dietro la porta, e ascoltavo e capivo anche se non capivo niente. Non erano arrabbiati, i signori stranieri, ma nemmeno non erano contenti che io ero a casa e invece dovevo essere a scuola.

Era più arrabbiata la mamma, l’altro ieri sera, quando mi ha visto arrivare a casa che non mi aspettava, che non pensava che sarei venuto a casa e invece eccomi, che era già scuro, eccomi zitto zitto spingere la porta, salire le scale, entrare in cucina. Mamma era lì che sbatteva il burro per il tè e mi vede e mi guarda e non dice niente, che ha già capito, e fa una faccia arrabbiata e anche preoccupata e anche un po’ triste. Non mi piace quando la mamma fa quella faccia lì, è la faccia dei problemi, non è la faccia di quando va tutto bene, di quando è contenta, di quando arrivo a casa il sabato sera, e arriva papà, e siamo tutti contenti fino a domenica. E’ la faccia brutta di quando ci sono dei problemi e io lo capisco, anche se sono piccolo lo capisco che sono io a fare i problemi, a far venire alla mamma quella faccia lì. Ma io non ci voglio stare a Pibiting. Io voglio ritornare a Rantaksha, che è il mio paese, alla sera, e voglio stare con la mia famiglia.

Non è per la scuola, no, io a scuola ci vado anche volentieri, mi insegnano i numeri in inglese e le lettere dell’alfabeto e magari un giorno potrò imparare anche a parlare con i signori stranieri come fa Tinley, mica a dirgli solo “good morning mister teacher”, e magari potrei anche raccontarla io, la mia storia, un giorno, senza farla raccontare agli altri. Non è la scuola. E’ solo che mamma e papà vogliono mandarmi a scuola a Pibiting perché quella è una buona scuola, la scuola migliore della valle, e anche se è a venticinque chilometri hanno deciso di mandarmi a scuola lì. A Pibiting c’è una casa dove vivono altri ragazzi che vanno nella mia scuola, ragazzi grandi, e i miei genitori hanno deciso di mandarmi lì a dormire e a mangiare, la sera, dal lunedì a sabato. Ma io non ci voglio stare, faccio i capricci, sono di cattivo umore e i ragazzi mi trattano male, mi sgridano, fanno i loro discorsi, io sono piccolo e dei loro discorsi a me non me ne importa niente, allora sto per conto mio, ma qualche volta mi arrabbio, e loro vogliono che io vada a prendere l’acqua giù alla pompa e io non ci voglio andare a prendere l’acqua giù alla pompa e allora qualche volta ci scappa anche qualche schiaffone, e io me lo prendo e piango e loro ridono ridono e fanno i loro discorsi. A me non me ne importa niente dei loro discorsi. Io voglio andare a Rantaksha, che è il mio villaggio, a casa mia, dove c’è mia mamma, e mio fratello più piccolo che lui a scuola non ci va ancora, e la mia sorellina appena nata.

Papà non c’è mai. Si chiama Sonam Tundup il mio papà, e faceva il soldato. Adesso non fa più il soldato ma non c’è mai lo stesso, va via a volte anche per settimane, a volte arriva, va a fare dei lavori lontano, in Kashmir, a Srinagar, a Kargil, a Jammu, oppure a Leh.

La mia mamma invece si chiama Tsering Palmo, lei è sempre a casa, fa i lavori nella casa, guarda la mia sorellina piccola, il mio fratello minore, guarda il bestiame, lavora nei campi d’orzo, raccoglie i piselli. Questa è la stagione della raccolta dei piselli e mia mamma sta sempre nei campi a raccogliere i piselli. Ma comunque a me mi piace arrivare a casa la sera, sedermi per terra in cucina, tirare fuori i miei quaderni di scuola, fare i compiti mentre mamma mescola la farina d’orzo con il burro nella pentola sulla stufa e prepara la tsampa. Io avrei altri due fratelli, maggiori, ma non sono a casa. Il più vecchio ha dodici anni, o tredici, o dieci non so, e va a scuola lontano, in collegio, a Choglamsar. L’altro fratello è un po’ più giovane e anche lui è lontano, a Leh, e fa il monaco in un monastero.

E allora io l’altro ieri avevo voglia di andare a casa, dalla mamma, dal mio fratello più piccolo, dalla mia sorellina appena nata. Non ci volevo tornare in quella casa dove ci sono i ragazzi più grandi e mi fanno andare sempre a prendere l’acqua e fanno i loro discorsi che io non ci capisco niente e ogni tanto ci scappa anche qualche schiaffone. E allora l’altro ieri pomeriggio dopo la scuola invece di prendere la salita che sale a Pibiting io zitto zitto ho preso la stradetta sotto che sale a Padum. Sono salito piano piano, da solo, la mia cartella sulle spalle, il maglioncino della scuola, le scarpe nuove che mi hanno regalato i signori stranieri, sono salito passo passo fino a Padum che già ci vuole una bella mezz’ora anche tagliando per i campi, prendendo i sentieri che costeggiano i canali, tra i campi d’orzo e di piselli.

C’erano donne accovacciate nei campi che raccoglievano i piselli come fa la mamma a Rantaksha. Prendevano una manciata di piante di piselli, la estirpavano, scuotevano la polvere dalle radici e la mettevano sdraiata per terra, in mucchi ordinati uno accanto all’altro. Mi piace vedere i campi di piselli che a poco a poco si spogliano, e poi vedere le donne la sera che raccolgono i fasci di piante di piselli e li caricano nelle ceste sulla schiena e se ne vanno a casa lungo i sentieri che costeggiano i canali camminando piano, mormorando i mantra. Mi piace la vita della campagna. Le grandi vacche nere, legate per il naso, che brucano l’erba verde, le piccole caprette nane bianche e nere che gridano con la loro barbetta e i loro cornetti che mi fanno ridere.

A Padum ho tagliato fuori perché non volevo incontrare i ragazzi grandi della scuola. Loro lo sanno che dovrei stare a Pibiting e non andarmene in giro. E allora ho tagliato fuori, ho preso per i campi e sono risalito sulla strada lontano dalle case. Per arrivare a Rantaksha da Pibiting ci vogliono cinque ore o sei a piedi ma io mica lo sapevo, che ne so io che ho solo cinque anni, forse quattro, forse sei, non lo so, non l’ho mai fatta a piedi e mica lo sapevo che ci vogliono cinque ore o sei. Allora quando si è fatto tardi, che cominciava a venire scuro, ho cominciato a fare gesti con la mano alle jeep che passavano e alla fine una mi ha tirato su e mi ha portato fino a Rantaksha.

Ecco perché ero a casa, ieri, quando sono venuti i signori stranieri. Mio papà non c’è, la mamma era sola con il mio fratello piccolo e la mia sorellina appena nata e io sono capitato così, che non se l’aspettavano, e allora bisogna aspettare papà, quando torna vedrà lui che fare, se riportarmi a Pibiting oppure no. Speriamo no. Invece Tinley ha mandato il messaggio che sarebbero venuti i signori stranieri a trovare la mamma a casa, perché stanno andando da tutte le mamme e i papà di tutti i miei compagni di scuola, per conoscere le famiglie, per parlare, per chiedere informazioni. Me l’hanno detto gli altri che arrivano, si siedono, bevono il tè e mangiano i biscotti, poi cominciano a far domande a Tinley, che Tinley le fa alle mamme e ai papà, e loro scrivono tutto sui loro fogli, poi si prendono le katak che le mamme e i papà mettono loro al collo e salutano, tutti contenti, e se ne vanno in un’altra casa, da altri papà e altre mamme dei miei compagni. Accidenti. Proprio adesso dovevano venire a casa nostra. Così Tinley ha spiegato tutto del perché io ero a casa invece di essere a scuola e loro non è che si siano arrabbiati ma si vedeva che non erano contenti, si vedeva.

Allora stamattina presto che era ancora notte mamma era già vestita e mi ha chiamato, e mi ha fatto vestire con la divisa della scuola e siamo usciti che era ancora notte buio, lei col vestito marrone legato in vita, il fazzoletto verde sui capelli, la mantellina, la mia piccola sorellina infagottata in una coperta sulla sua schiena, addormentata, e io per mano, con la divisa della scuola e le mie scarpe nuove già tutte sporche di polvere. E siamo andati a piedi a Pibiting. Siamo arrivati che il sole era alto e la scuola era incominciata già da un pezzo e io avevo una gran paura. Perché erano due giorni che non andavo a scuola e perché la scuola era incominciata già da un pezzo. Già da lontano, quando la strada gira e si vede la scuola, mi è venuto un colpo di paura. Vedere quella scuola bianca, così bianca, che sembra una faccia che ti guarda e che sa che sei tu il problema, mi è venuto un colpo di paura. E anche la mia mamma aveva paura.

Il preside è un omone che fa paura. Uno di quelli che se si arrabbia non lo sai come va a finire. Ha certe manacce,  un faccione largo e gli occhi neri e cattivi. Non lo direi mai che il preside è cattivo ma quando ci passa accanto tutti noi abbassiamo gli occhi, ci guardiamo le scarpe, e salutiamo piano, “good morning mister teacher”, piano perché ci fa paura. Siamo entrati nel cancello della scuola che nessuno ci ha visti entrare, poi mamma si è rifugiata dietro il grande chorten bianco che c’è in mezzo al cortile e stava lì, pensando cosa fare, piena di paura. Anch’io ero pieno di paura e avrei voluto che mamma decidesse di tornare indietro, di tornare a casa, di aspettare papà. Ma i signori stranieri erano alla scuola, e loro sapevano, e avrebbero detto al preside, e sarebbe stato peggio, sono sicuro che mamma pensava che bisognava affrontare la situazione e risolverla in qualche modo e farla finita. Io tremavo per la paura. Lei non si decideva e così stavamo lì, dietro al chorten, lei con il suo vestito marrone legato in vita, il fazzoletto verde sui capelli, la mia sorellina appena nata sulla schiena, io con la divisa della scuola e gli occhi bassi a guardarmi le scarpe nuove piene di polvere. Nel cortile, di là del chorten, c’era la maestra che faceva scuola ai bambini della terza. Stavano facendo il compito, il test, ciascuno con il proprio quaderno e la matita, tutti seduti per terra nel cortile, a una certa distanza l’uno dall’altro perché non potessero copiare. E’ così che si fanno i test nella nostra scuola, e anche gli esami, fuori, nel cortile, sotto il sole, seduti per terra. D’altra parte si sta seduti per terra anche nelle classi, tranne quelli grandi che hanno i banchi, perché siamo tanti e le classi sono piccole e i banchi non ci sono. Ma noi siamo abituati a stare seduti per terra, si sta comodi per scrivere, anche a me piace fare i compiti, studiare, non è per questo, è solo quella casa, la sera, con quei ragazzi grandi, è solo quello che non mi piace.

Poi alla fine la maestra ha visto forse un lembo del vestito marrone della mamma dietro al chorten ed è venuta a vedere. E poi è venuta fuori anche la signora straniera con i capelli colore dell’orzo maturo. E allora ci hanno portato nella biblioteca, su al piano di sopra, in fondo al balcone. Ed è arrivato il preside. Io e la mamma ci siamo seduti su una panca, zitti. E’ arrivato Tinley, che mi piace Tinley, lui non si arrabbia mai, è gentile, non come il preside, ci ha fatto sedere. C’erano anche i signori stranieri, non sembravano neanche tanto arrabbiati, loro. Solo il preside era arrabbiato. Parla forte, il preside, secco, frasi corte, urla, fa paura. Ha chiamato uno dei ragazzi grandi che abitano nella casa dove io non ci voglio andare più. Gli ha chiesto se è vero che mi hanno picchiato e che io sono scappato perché mi hanno picchiato. Lui dice che io non voglio stare lì, e ha ragione in questo, e che loro mi sgridano perché non ci voglio stare e non voglio fare i compiti, e questo non è vero perché io i compiti li farei anche se me li lasciassero fare, ma loro fanno sempre i loro discorsi e io non capisco niente e poi devo andare sempre a prendere l’acqua alla pompa che pesa, l’acqua, e devo andarci tante volte, e poi… Ma io queste cose non le so dire e allora me ne sto zitto sulla panca a guardarmi le scarpe sporche. E la mamma è lì, con quella faccia preoccupata e spaventata che non mi piace.

Alla fine decidono che non mi manderanno più con i ragazzi grandi. Fanno venire una ragazza, c’è anche una casa dove vivono delle ragazze, dice che con le ragazze starò meglio, che loro non mi picchiano e l’acqua se la vanno a prendere loro, le ragazze. Io preferirei andare a casa ma capisco che non posso andare e venire a piedi tutti i giorni da Rantaksha a Pibiting. Adesso che ho provato lo capisco. Bisogna provare per capirle, le cose. Allora andrò dalle ragazze, questa sera, e vedremo. Intanto mi mandano in classe, e sono contento. La mamma tornerà a casa con la mia sorellina, e sono triste. Ma adesso vado in classe a recitare ad alta voce i numeri in inglese e le lettere dell’alfabeto, e sono contento, poi stasera si vedrà. Non vado più da quei ragazzi che mi trattano male, che fanno i loro discorsi che io non ci capisco niente e ogni tanto ci scappa anche uno schiaffone, non ci vado più. E sono contento.

Speriamo solo che arrivi presto sabato così vado a casa. E sono più contento ancora.

Zanskar Island 8 – Delhi due città

Delhi in agosto mi ricorda certi film di fantascenza catastrofica. Delhi sono due citta’. Una e’ la citta’ delle strade. E’ una citta’ di rottami e immondizia. Dall’alto dei palazzacci gocciano i cassoni dei condizionatori in pozze di bucce e sputi. Sulle crepe dei marciapiedi strillano i carrettieri che vendono spicchi di cocco, limonate di lime, biscotti fritti, kulfi al mango e acqua fresca. Ciabattano venditori di occhiali, chitarre giocattolo, spazzole massaggianti, cinture, fazzoletti. E’ la Delhi del caldo fetente, della nebbia bollente, del vento sudato. E’ una Delhi in cui ti sembra impossibile sopravvivere piu’ di qualche ora, come se il calore e l’umidita’ fossero un contagio, una radiazione, un’apocalisse industriale. Come Chernobil, come Bhopal. E’ la Delhi degli accattoni, degli storpi, dei mendicanti. E’ la Delhi dei lavoratori di bassa casta, di quelli senza casta. E’ la Delhi che vive sui marciapiedi, lavora sui marciapiedi, dorme sui marciapiedi. E’ la Delhi dei condannati alla sofferenza.

Poi c’e’ l’altra Delhi, quella dei civili, dei borghesi, degli eletti, che non sono affatto pochi nella nuova India che avanza. E’ la Delhi dei benestanti, delle caste alte, dei puliti, dei non sudati. Li vedi nei ristorianti di Connough Place, la sera, arrivare freschi, le signore avvolte in cangianti saari, i capelli legati, tinti con l’henne, gli uomini eleganti, qualcuno indossa il kurta pigiama con le pieghe fresche di stireria, altri hanno camicie occidentali, rigorosamente bianche, calzoni con il risvolto, scarpe lucide, occhiali scuri. Li vedi entrare pettinati, lavati, freschi, senza traccie di sudore. Saranno immuni al soffoco monsonico, pensi, saranno abituati. Ma poi no. Se li frequenti ti accorgi che se li esponi al tanfo delle strade loro piu’ di te sudano e soffrono. Semplicemente nella quotidianita’ si proteggono dal contagio. Erigono tra loro e l’altra Delhi una costante barriera. Vivono protetti dalla strada negli abitacoli asettici delle automobili giapponesi prese in affitto. Odore di nuovo, di pelle, di plastica, nylon a foderare le imbottiture. L’autista e’ compreso nel prezzo, aspetta fuori, parcheggia, poi arriva puntuale ad accoglierti all’uscita. Tiene aperto lo sportello. Un passo, due, non piu’ di tre sull’asfalto e si richiude fuori il mondo nel rassicurante soffio del climatizzatore. Le loro case sono piccole, pulite, fresche, quasi senza finestre, isole, oasi nel marasma urbano, quieti microcosmi incastonati in oscuri casermoni di periferia. Delhi e’ tutta una periferia.

Raaj Kumar e’ uno dei tanti abitanti di questa Delhi-due. Viene a prenderci all’aeroporto con una Toyota Innova color crema, sei posti, carrozzeria monovolume, interni in pelle, cruscotto in radica. Ci porta in Karol Bagh, al Florence Inn Hotel. Lasciati i bagagli, Raaj ci accompagna nella ricerca dei libri da acquistare per la biblioteca della Lamdon School. Potremo spedirli a Leh, dove Mr. Tsering Norboo rimarra’ ancora qualche giorno, poi pensera’ lui a portarli in Zanskar. L’autista procede con una lentezza esasperante, inchidato nel traffico caotico di automobili, ciclomotori, riksho e tuktuk. Incrociamo perfino un elefante, sulla radiale, che procede al passo tra le carrozzerie strombazzanti, il muso dipinto di ghirigori blu e sulla schiena un gruppo di persone abbarbicate. Dall’ovattato interno dell’autovettura guardo fuori la Delhi delle strade, del traffico, della puzza. L’autista accosta, spegne, siamo costretti a scendere. Cerchiamo alcuni indirizzi nel quartiere dei librai. Raaj suda e si lamenta del caldo e del fatto che non piove. La pioggia rinfresca. In questa stagione si sopravvive solo se piove, cosi’ dice Raaj, altrimenti si muore. Il monsone dovrebbe sollevare la foschia durante il giorno oscurando il cielo in quella nuvolaglia cupa, poi verso sera dovrebbe condensare e buttare giu’ acqua. Sempre cosi’ dovrebbe fare, tutti i giorni, invece niente, quest’anno non piove e si muore di caldo. Si muore. Seguiamo la camicia bianca di Raaj che si aggira per i vicoli, chiedendo informazioni, e a poco a poco si chiazza di sudore. Guardandolo mi rendo conto che Raaj e’ la Delhi-due costretta ad affrontare la Delhi-uno.

C’è puzza nei vicoli e l’aria e’ un bollore. Troviamo uno dei magazzini al secondo piano di un edificio di cemento dove tutto, gradini, pavimenti, pareti, soffitti, tutto e’ di un appiccicoso color grigio marrone. Nel corridoio tra due porte scardinate c’è una statua di Ganesh. In fondo c’è uno stanzone, pavimento di cemento verniciato a smalto, ventilato da file di pale rotanti, illuminato dalla penombra gialla di finestroni che si affacciano sul muro cieco di un altro palazzo, al di la’ di un metro di vicolo. Il magazzino e’ ingombro di cataste di libri infagottati nel nylon. Cataste ovunque, sul pavimento, sulle sedie, sui tavoli, ovunque. Qualche lavorante, in quel disordine, va e viene spostando pacchi e l’impressione e’ che continui a spostarli senza metterli mai da nessuna parte. Dietro un tavolone, spalle alle finestre, tre signori scurissimi e tristi, in camicie marroni, siedono come se aspettassero solo noi. E nello stesso tempo ci guardano come si guarda una scocciatura. Uno intinge svogliatamente un chapati in una scodelletta di sugo, scuro come le macchie della sua camicia. Dopo averci fatto accomodare su sedie sfondate ci ascoltano, o almeno cosi’ sembra, annuendo per abitudine al ritmo ondeggiante dei ventilatori. Alla fine tirano fuori qualche libro. Compriamo due grossi volumi di matematica, non hanno un granche’, paghiamo al cassiere che finisce il chapati e succhia il sugo dalle dita prima di contarmi il resto. Noto che le banconote da dieci hanno lo stesso colore delle macchie della sua camicia. Usciamo in fretta e appena seduto in macchina Raaj si asciuga il sudore lasciandosi scappare un sospiro di sollievo. Si ripulisce per bene, con il fazzoletto, come a voler raccogliere quella malsana patina di Delhi-uno che sembra essersi rappresa sulla sua pelle.

Altrove troviamo la Evergreen, e’ qui e’ tutto un altro mondo. Il casermone e’ il solito orrore incastonato nel nero delle strade, tra fili elettrici e rottami ma dentro porte a vetri si chiudono a molla riparando il nitore degli uffici ordinati e silenziosi. Appena entro mi accorgo che e’ Delhi-due. Ci sono poltroncine verdi e fiori di plastica, tavolini di cristallo e le pareti sono foderate di masonite chiara. Tutto e’ nuovo e pulito. Un segretario ci fa accomodare, ci lascia soli qualche istante, poi compare un signore anziano, alto, un po’ curvo, canuto. Il volto chiaro e’ macchiato da nei che sembrano messi li’ con eleganza. Occhiali d’oro, indossa un kurta immacolato e ci saluta con una grazia e una cortesia assolutamente d’altri tempi. Io sono un orso goffo ma la seconda qualita’ che apprezzo nelle persone, dopo la sincerita’, e’ la cortesia. La buona educazione mi mette a mio agio e mi predispone ad accettare i rapporti umani almeno quanto la supponenza e l’arroganza mi mettono a disagio e mi predispongono al cattivo umore e all’incomunicabilita’. Delhi due e’ una citta’ cordiale, non so quanto sincera, ma cordiale. Questo suona molto borghese, me ne rendo conto, ma tant’e’. L’attempato dirigente, scoprendoci italiani, si premura di ostentare sei o sette frasi fatte, che chissa’ come ha imparato nella nostra lingua, poi ci fa accomodare nell’ufficio del direttore commerciale. Premurosamente ordina per noi un eccellente caffe’ espresso. Sfogliamo cataloghi, calcoliamo prezzi, alla fine acquistiamo un intero programma scolastico di libri di cui sia gli studenti che gli insegnanti della Lamdon School sono sprovvisti. Inglese, geografia, storia, scienze sociali, fisica, chimica, biologia per le classi superiori, scienze per quelle inferiori, e anche quelche testo, niente male, di educazione ambientale. Il tutto in inglese, niente hindi perche’ in inglese i nostri ragazzi sono carenti. Si occuperanno loro, quelli dell’Evergreen, dell’imballaggio e della spedizione a Leh via cargo. A me non restera’ che chiamare al cellulare Tsering Norboo per il ritiro del pacco. Alla fine, affare fatto, regolare fattura rilasciata e resto sfogliato in asciutte banconote fresche di banca, scendiamo le scalacce del palazzo, attraversiamo rapidamente la Delhi-uno del vicolo, e la’ c’e’ subito il driver che ci aspetta con lo sportello aperto, che si richiude con un soffio, portello stagno a proteggerci dal contagio.

Raaj un po’ si stupisce quando gli diciamo che domani non ci servira’ la macchina, che abbiamo intenzione di andare via in metro’. Rifiutare una macchina in affitto per l’intera giornata e’ un po’ come rifiutare una doccia dopo un’ora di jogging. Una follia. Invece l’indomani scopriamo che il metro’ di Delhi e’ un compromesso, una Delhi-uno-e-mezzo, un fresco corridoio che in parte sovrasta la citta’ in una moderna sopraelevata, in parte ne attraversa le viscere. Saliamo alla stazione sopraelevata di Karol Bagh, compriamo il gettone, il treno arriva subito. E’ fresco e pulito. Gremito come sono gremiti tutti i metro’ del mondo all’ora di punta. Studenti, uomini d’affari in valigetta e occhiali scuri, elegantissimi sick con un’aria a meta’ tra un Sandokan del ventunesimo secolo e un Bill Gates ottocentesco, e gente comune, impiegati, lavoratori, donne giovani e anziane, studentesse, massaie. Il ceto medio.

Nel primo pomeriggio finalmente il monsone e’ riuscito ad accumulare sulla citta’ grandi masse di vapore acqueo pesante e scuro. Corvi neri volteggiano tra i fili elettrici. Una scarica di pioggia spegne improvvisamente l’afa. Un vento forte sembra spazzare via gli odori. Solleva il morale. Ora si puo’ anche uscire per le strade di Delhi-uno, fare due passi, senza soffire. Anche i poveri, le camicie bagnate di pioggia sulle schiene magre, sembrano meno poveri. In alto mormorano tuoni e balenano scariche di elettricita’. Un minuscolo scoiattolo esce da un canale di scolo, balza sul muretto, si sdraia sul pilone di un cancello e incomincia a lisciarsi il pelo bagnato dalla pioggia. Un ritaglio di sole lo illumina per un attimo.

Il dottor Piyush Kapur riceve in un lindo ambulatorio in un seminterrato di Janak Puri. Ha un volto scuro, camicia a righe, calzoni blu, un paio di occhiali sottili di taglio moderno. Ascolta la nostra storia. Stanzin Choskit, una ragazza che frequenta la terza classe della Lamdon, ha un occhio completamente nero. Se n’era accorto un ottico italiano di AAZ, Marco Lissandrello, che aveva sottoposto i ragazzi a un accurato screaning visivo, segnalando la siutuazione di Choskit. Il padre l’aveva fatta poi visitare da un oculista a Leh, che la aveva diagnosticato una forma di cataratta traumatica, poi ha perso tutti i documenti e ha rinunciato a far operare la ragazza visto il costo dell’operazione e la necessita’ di ricoverarla a Delhi. Ora, a nome della nostra associazione, ci dichiariamo disposti ad occuparci di pagare la visita specialistica e l’eventuale intervento chirurgico. Il padre portera’ la ragazza a Delhi dopo la scuola, in novembre. Raaj potra’ occuparsene, in concorso con Puntchok Tashi, il presidente del Managin Committee della scuola a Padum. Il dottor Kapur avrebbe bisogno, per una prima diagnosi, quantomeno di una fotografia a distanza ravvicinata dell’occhio della ragazza. Scriveremo al piu’ presto a Chantal, in Zanskar, e le chiederemo di fare la fotografia digitale e di spedirla a Delhi con l’email dall’internet point di Padum. Il dottore sembra molto sicuro di se. Parla di trapianto della cornea. Non costa neanche molto. E’ dubbioso sulla possibilita’ del recupero, visto il troppo tempo passato dal trauma e dalla conseguente infezione che probabilmente ha causato la cataratta in una ragazza cosi’ giovane. Eventualmente, dice, se anche la situazione visiva fosse compromessa, si puo’ pensare a un intervento di tipo estetico, per riportare l’occhio a una normalita’ almeno apparente, cosa importante per una ragazza cosi’ giovane. Salutiamo il dottor Kapur, rimarremo in contatto e seguiremo il progetto nei prossimi mesi.

Siamo invitati a cena a casa di Raaj Kumar e di sua moglie Ranjeena, ottima cuoca. Ci prepara un pollo squisito con salsa di yogurt, riso, verdure, chapati, gelato alla crema con fette di mango fresco, birra a volonta’. Fuori ha smesso di piovere e fa fresco. Tra poco attraverseremo la notte verso l’aeroporto e domattina saremo gia’ a casa, nel nostro mondo europeo, pulito, domestico, ricco, in cui e’ facile vivere. Nel nostro mondo-due. E pensandoci mi accorgo che non e’ Delhi, ad essere due citta’. E’ il nostro mondo ad essere due mondi. A Delhi, in agosto, c’e’ solo il clima estremo del monsone che amplifica i contrasti. Ma il nostro mondo-due dei benestanti, nei confronti del ben piu’ vasto mondo-uno dei sofferenti, non e’ da meno. Il nostro mondo-due troppo spesso si dimentica che esiste, intorno, il mondo-uno, della sporcizia e nel sudore, dei lavoratori stanchi, degli immigrati, dei profughi, degli operai, dei clandestini, delle puttane, dei pusher, dei malavitosi, dei precari. Un mondo-uno che non ci piace, che rifiutiamo di guardare, ma che in fondo, colpevolmente, sappiamo essere il vero motore nascosto del nostro rassicurante benessere. Guai a noi se i due mondi diventassero uno solo. Guai. E’ impossibile pensare che il governo indiano, il governo della nuova potenza economica mondiale, possa dare a tutti gli abitanti di Delhi-uno una casa decorosa, un lavoro, cibo assicurato, scuola per i figli, e magari anche la possibilita’ di affittare un automobile. Cosi’ come e’ impossibile pensare che i paesi emancipati dell’Europa, dell’America settentrionale, insieme alla nuova Cina e alla nuova India e agli altri paesi ricchi, possano prendersi carico delle popolazioni disagiate, di quelli che vivono sotto la soglia di poverta’, assicurando a tutti condizioni di vita quantomeno umane. E’ impossibile. E’ un’utopia. Ma non solo per la difficolta’ dell’impresa. e’ un ‘utopia soprattutto perche’ sappiamo bene che senza quel motore di carne, muscoli e sudore, senza quel carburante di poverta’ e di sofferenza, senza il mondo-uno, il mondo-due non potrebbe esistere.

Zanskar Island 7 – Il rientro

Terminato il lavoro alla scuola, dopo tre settimane intense, Sonam Stobgays, vecchio amico di AAZ Italia, ci trova una jeep per il rientro. Contrattiamo il prezzo piu’ economico, non piu’ di 9000 rupie, come ci ha raccomantdato Punchok Tashi, il presidente del Managing Committee della Lamdon School.

Sonam vive con la famiglia in una delle ultime vecchie case zanskare del quartiere storico di Padum, arroccate intorno ai grandi chorten sotto la collinetta del gompa. Ero gia’ stato a casa di sonam quattro anni fa con Marco Vasta, il fondatore della nostra associazione. Allora il quartiere vecchio era vivace e in buone condizioni. Oggi quasi tutte le case, comprese quelle bellissime costruite accanto o sotto i giganteschi massi che si trovano ai piedi della collina, sono disabitate e diroccate. Persino i vecchi freschissimi viali sono talvolta ostruiti da cataste di macerie, mattoni franati e sassi frantumati.

Sopravvive la casa del re di Padum, il cui ultimo discendente e’ un signore con un viso brutto, un grosso neo e un gran sorriso di denti gialli, sempre vestito in abiti tradizionali, molto rispettato dalla popolazione. Il figlio del re di Padum e’ molto interessato al futuro della sua gente e la sua presenza nel Managing Committee della nostra scuola e’ molto importante. Nelle riunioni ascolta e sorride ma la sua conoscenza della gente e del territorio gli consente di avere sempre l’ultima parola, l’ultimo sintetico e importante parere. 

Sopravvive nella vecchia Padum anche la casa di Sonam, con il muro di pietre a secco, il cortiletto chiuso dai bidoni di latta dove la sera si raduna una dozzina di capre, le porte basse, le scale ripide, i soffitti di travi che mettono a dura prova le nostre teste occidentali poco abituate a chinarsi in segno di rispetto per l’ospitalita’ ricevuta. Riconosco l’ampia cucina, l’angolo dei tappeti, lo scaffale con le pentole. Sonam veste in abiti occidentali, un po’ ingrassato e ingrigito nei capelli, sempre sorridente sotto i baffi ancora neri. Ci mostra le foto di gioventu’ in cui accompagnava un Marco anche lui ben piu’ magro e scuro di barba, nei lunghi trekking tra le montagne himalayane. La famiglia e’ radunata in cucina, noi sui tappeti nell’angolo degli ospiti. C’e’ birra fresca, l’ottima rossa Goodfather, te’ al latte, te’ salato al burro, riso, verdure, pollo kashmiro in umido, e in nostro onore anche un’eccellente pastasciutta al tonno.

L’indomani mattina, prestissimo, Viene a prenderci Abdul, un giovanissimo driver della minoranza mussulmana di Padum, con una vecchia Tata piuttosto malandata. Sonam viene a salutarci al crocevia dove ormai si e’ spostato l’intero centro urbano di Padum. Concordiamo di fermarci a dormire a Panikar se si fa tardi, o la massimo a Sankoo, dove si trovano due nuovi Tourist Bungalow essenziali ma accoglienti. Sulla jeep abbiamo un carico di materiale da portare a riparare a Leh: un pesantissimo generatore di corrente, due unita’ UPS con batterie per evitare i black-out ai computer, due computer rotti per i frequenti black-out visto che le UPS sono inutilizzabili, piu’ una trentina di paia di scarpe da cambiare.

Dopo aver salutato Meme’ Marc con un caldo abbraccio lasciamo lo Zanskar imboccando la lunga valle dello Stod che ci condurra’ al Pensi La. Con una certa nostalgia vediamo il chorten di Pibiting scomparire oltre la svolta. Abbiamo lasciato a Marc un resoconto delle cose fatte, dei progetti realizzati e di quelli ancora da portare a termine. Servira’ a Chantal e agli svizzeri di AAZ France che ci daranno il cambio. Meme’ Marc, mentre noi viaggiamo traballando sui sassi, sara’ gia’ sul tetto a controllare i lavori di installazione della nuova batteria di pannelli solari portata da Auroville.

Ogni tanto li sente, Marc, i suoi 72 anni e i suoi vent’anni di presenza costante in Zanskar, e gli prende la voglia di lasciare, di ripartire, di abbandonare per sempre la vecchia casa di Dolma Lamo, la levatrice di Pibiting. E certamente lo preoccupa la solitudine dopo la nostra partenza. Poi, basta un incontro con il Managing Committee, l’arrivo degli svizzeri venuti inaspettatamente a darci il cambio, per tirarlo su, ed eccolo contento e ottimista, nonostante i tanti scogli che continuano a ostacolare il percorso della formazione di una moderna cultura zanskara rispettosa delle antiche tradizioni.

Dopo la prima foratura a Panikar guardo con preoccupazione il pessimo stato delle due ruote di scorta e il minuscolo cric di latta, assolutamente insufficiente a tirare su un gippone pesante come il nostro gigantesco Tata. La ruota sul tetto neanche la tirano giu’, barbigli di gomma sbucano dalle crepe del vecchio pneumatico. L’altra la facciamo riparare da un vecchio che la cuce con ago e filo e mette una toppa che non reggera’. In qualche modo arriviamo a Sankoo, dove passiamo la notte, e la seconda foratura ci coglie l’indomani sulla via di Mulbek. La ruota cucita dal vecchio di Panikar e’ piu’ sgonfia di quella forata e l’altra, sul tetto, neanche parlarne. Per fortuna mancano solo tre chilometri ai ristorantini di fronte alla grande statua del Buddha. Proseguiamo a piedi mentre Abdul cerca un passaggio per andare a far riparare la ruota. Rimaniamo fermi cinque ore tra qualche te’, un riso con verdure, chiacchiere con i turisti di passaggio.

Incontriamo una numerosa delegazione della Stupa onlus, organizzazione italiana che si occupa di sostegno allo sviluppo delle popolazioni che abitano nei pressi dei chorten. Parliamo con Rosario Rizzi, il presidente, di ritorno dallo Zaskar. Sono stati ospiti del re di Zangla, presso il quale siamo stati invitati anche noi con Meme’ Marc domenica scorsa. Con loro c’e’ Stafano Dallari di Italia-Tibet, che ci stava cercando in Zanskar e ci trova bloccati a Mulbek.

Alle 15,30 Abdul ritorna in autostop con la ruota riparata e riusciamo a ripartire. Facciamo i due valichi del Namika La e del Fotu La, poi, appena due tornanti sotto Lamayuru, ci coglie la terza foratura. Il cric di latta e’ una ferraglia contorta e inservibile. Ne troviamo uno in prestito da una jeep di passaggio. Sono le 18,30 e decidiamo di dormire a Lamayuru. E’ evidente che le forature continue non sono un caso. La macchina ha dei problemi e non e’ consigliabile avventurarci senza ruota di scorta con la notte incombente. Dormiamo nel troppo grande ma confortevole albergo di fronte al monastero. Chiamo al telefono Mehraj, che ci aspetta a Leh, per informarlo dell’inconveniente.

L’indomani facciamo colazione alle sei, poi visitiamo l’ennesimo gommista e poche ore dopo siamo di nuovo… a terra! Cambiamo la ruota, ripartiamo, e niente, verso le dieci del mattino, mancano ancora sessanta chilometri a Leh, siamo di nuovo senza ruote. Per fortuna incontriamo una Scorpio nuova di pacca, con un paio di rubicondi turisti russi in viaggio con una agenzia kashmira da Shrinagar a Leh. Abbandiamo Abdul e la sua disgraziata vecchia Tata senza ruote, sperando di vederlo prima di sera a Leh con i nostri bagagli.

Purtroppo il giorno perso ci obbliga fare i nostri affari di domenica. Molti negozi sono chiusi, impossibile acquistare lo stabilizatore, impossibile riparare i computer e le altre cose. Riusciamo solo a effettuare il cambio delle scarpe nel negozio sulla Main Market Road, sempre aperto. Tsering Norboo, il segretario del Manbaging Committee, e’ a Leh per una decina di giorni a trovare la vecchia nonna, che abita qui da sola. Si occupera’ lui delle incombenze rimaste in sospeso.

Riusciamo ad andare a Choglamsar per richiedere l’adozione di una delle nostre ragazze, orfana e poverissima, nel famoso Tietan Children Village fondato da Jetsun Pema, la sorella del Dalai Lama. Parliamo con il direttore, un tibetano dal volto severo che ci accoglie in casa sua, all’interno del college. L’inserimento della ragazza non sara’ facile, hanno molte richieste, ci dice il direttore, da parte di profughi tibetani, e la ragazza non e’ profuga, anche se l’etnia zanskara e’ di cultura e lingua tibetana. Poi c’e’ il problema dell’eta’, la ragazza e’ stata bocciata piu’ volte, e’ grande per la sua terza classe. Diciamo che sono proprio i problemi di solitudine e di poverta’ a impedirle di studiare, siamo certi che con condizioni di vita piu’ accettabili sara’ in grado di recuperare il tempo perso. Ci suggerisce di mandarla in monastero, le nunnery tibetane, dice, sono posti allegri e sereni in cui vivere per bambine povere e senza famiglia. Ma lei gia’ vive nella nunnery di Karsha, e non si trova affatto bene. Non e’ felice. Facciamo tutto quello che possiamo per descrivere al meglio il problema. Alla fine gli consegno le lettere di raccomandazione di AAZ, del preside della Lamdon School, del chairman, e anche della Pomo Association, l’attivissima associazione delle donne zanskare. Il direttore non ci promette niente ma le pratiche sono avviate. Il Managing Committee seguira’ la cosa e ci fara’ sapere.

Domani mattina presto partiremo per Delhi, dove ci aspetta Raaj Kumar per aiutarci a trovare un posto in una clinica oculistica per una ragazza con un grave problema all’occhio destro. Questa sara’ l’ultima cosa da fare prima del rientro.