Zanskar Island 6 – L’upupa a Karsha

Non per smentire uno dei nostri piu’ illustri poeti ma l’upupa e’ tutt’altro che un pennuto funereo. Sbuca tra i grossolani mattoni d’argilla di una delle prime case di Pibiting. Sbuca proprio sotto il tetto della casa, ricoperto da un gran fascio di rami secchi accatastati con ordine. Sbuca accanto alle vetrate ornate di travi scolpite, eleganti ornamenti di legno. Sbuca in un volo senza rumore di ali nere fasciate di bianco. Fulve le penne del capo e del dorso, lungo il becco ricurvo e sottile, tesa la cresta di penne. Sbuca e sorvola i muretti, i sentieri, compare per un attimo riflessa in una pozzanghera.
Il sole si abbassa sulla muraglia di monti ad occidente. Imponente catena Himalaya. Il sole si abbassa su mari di spighe gia’ alte, ma verdi, dell’orzo, e le accende. Il sole si abbassa e il bue dalle corna ricurve, preso per il naso da due metri di corda, e’ nero come un’ombra sul terrapieno alto sulla strada. Muggiti di vacche non munte, belati, gorghi dei canali gonfi di grigie acque glaciali, sottolineano il silenzio. Voci di bambini lontani.
L’upupa sorvola elegante, come nuotando nell’aria, cigli, grovigli di rami, cataste di sterco, campi di piselli, panni stesi. L’upupa sorvola allegra la piana alluvionale dove lo Stod dilaga per unirsi allo Zanskar, lo zoccolo compatto di terra e ciotoli levigati dalle antiche correnti dei fiumi, la strada di polvere che conduce a Karsha, “model village” arroccato in posizione panoramica sull’ipotenusa settentrionale del quasi perfetto triangolo rettangolo che e’ la valle dello Zanskar.
Padum si trova nel vertice meridionale dei due cateti, perfettamente esposto al piu’ tardo sole estivo che sorvola i 5000 metri della catena settentrionale dei monti Zanskar. A sud biancheggiano le cuffie ghiacciate dei 6000 della bastionata himalaiana. Tutta la superficie del triengolo e’ una densa ghiaia di ciotoli, spianati nella polvere, dove non crescono che cespugli radi, non piu’ grandi di un pugno. Gli unici ciuffi d’alberi sono le fitte piantagioni protette dai muretti a ridosso di certe case.
Vista dall’alto, a volo d’upupa, la jeep sembra un formichino bianco che caracolla con fatica lungo il greto. Solleva un soffio di polvere che subito si adagia. Il vento sostiene l’uccello in un volo silenzioso e il rumore della jeep e’ un ronzio impercettibile. Visto dalla jeep il mondo e’ tutto un’altra cosa. I confini ristretti dei finestrini, la fatica dei sassi, il frastuono.
Seduto accanto all’autista c’e’ il figlio di Seten Dorjai, il nostro padrone di casa. E’ un giovane monaco ventunenne che studia a Bangalore. E’ partito dallo Zanskar dieci anni fa ed e’ la prima volta che torna a casa. Occupa la stanza di fronte alla nostra e Seten Dorjai dissimula la sua emozione nel rivedere il terzo dei suoi cinque figli, che aveva lasciato ragazzino, tornare uomo, snello, alto, colto e sereno nel suo avvolgente mantello amaranto.
Siamo di ritorno dal festival di Karsha, uno dei piu’ importanti e suggestivi monasteri lamaisti dalla valle, dove abbiamo assistito alle danze rituali cham dei monaci. Nel cortiletto, affacciato sulla valle dalla balconata rocciosa sulla quale di inerpica il monastero, si assiepava una folla variopinta. Il grande lama dal cappello giallo, in un ampio mantello arancione, stava in piedi in mezzo al cortile mentre intorno passavano i monaci in abiti cerimoniali conducendo quattro animali dal manto nero: uno yak, un cavallo, una capra e un cane. Gli animali, ci spieghera’ poi Seten Dorjai, rappresentano gli spiriti maligni e i monaci li purificano ricoprendoli con un manto colorato e benedicendoli con statuette di burro. Al termine della cerimonia compare in mezzo alla piazza un feticcio orrido, di burro, tinto di rosso, con denti e artigli bianchi e lunghi capelli di pelo di yak. Viene adagiato su un lenzuolo e un monaco danzante con una maschera verde di toro, irta di teschi, squarta e decapita il feticcio a pugnalate lasciando nella polvere una vistosa macchia di sangue.
Questi riti, ci spiega poi Seten Dorjai, sono mutuati nel buddismo lamaista dalla antica religione Obi della regione zanskariana, parallela alla religione bon del Tibet. Religioni, entrambe, di ispirazione animista. Entrambe prevedevano i cinque stati degli esseri viventi: spiriti, uomini, donne, animali e demoni. Il buddismo e’ diverso, dice Seten Dorjai, non esistono spiriti o forze invisibili, esiste solo lo spirito dell’uomo e la sua volonta’.
Chissa’ se l’upupa, lassu’, ha sentito i canti, le trombe, i taburi e i gong suonati dai monaci. Chissa’ se ha sentito il brusio della folla, le grida dei bambini, le risate all’irruzione in piazza di cinque scheletrini dispettosi che hanno preso a calci gli spettatori. O le grida quando l’uomo con la spada minacciava la folla per sgomberare il passo ai cortei di danzatori.
Ora la sera avanza da oriente a occidente come una coperta d’ombra sulla valle. Presto le motagne saranno muraglie d’oscurita’ a incorniciare la stellata. L’upupa si e’ rifugiata nel suo nido tra i mattoni, sotto i rami del tetto di una delle prime case di Pibiting.

Zanskar Island 5 – Nascere a Padum

Lo Zanskar e’ un’isola in mezzo alle montagne. Intorno alla valle con i suoi fiumi, i suoi campi coltivati, le case, i villaggi, i sentieri, i suoi abitanti, intorno all’isola non c’e’ un oceano ma una muraglia di montagne. Altrettanto difficile da attraversare di un oceano perennemente in tempesta. E’ una tempesta di rocce e di ghiacciai. L’unica rotta possibile per approdare in Zanskar passa per il Pensi-La. E quando dallo Zanskar arrivi in fondo alla pianura, dove il fiume Stod sgorga dalla bocca del ghiacciaio Durum Drung, hai di fronte un muro da scalare.

Anche nascere non e’ facile in Zanskar. Se vuoi nascere bene in Zanskar, magari partorito in ospedale e non tirato fuori da una levatrice di villaggio, devi sperare due cose: che i tuoi genitori abbiano i soldi per farti nascere in Ladakh, e che sappiano fare bene i conti. Si, perche’ l’ospedale piu’ vicino e attrezzato, se si esclude il piccolo ospedale di Padum,  e’ a Leh, oltre il muro del Pensi-La, a due giorni di corriera tre polvere sassi e buche. Roba che per una donna incinta di sei o sette mesi non e’ una passeggiata. Ma non solo. Per poter andare a nascere a Leh bisogna imboccare giusta giusta quella finestra di pochi mesi in cui il passo e’ aperto e carrozzabile. Oppure, bisogna avere a Leh dei parenti in grado di ospitarti per un anno intero. Il che significa, in assenza di parenti o di possibilita’ di rimanere un anno a Leh, che bisogna trovare il tempo per andare, partorire e tornare in estate, piu’ presto e’ meglio e’. Il che significa che l’ideale e’ partire a maggio, Pensi-La permettendo, e tornare col neonato a luglio. Il mese in cui concepire va calcolato di conseguenza.

E poi puo’ sempre capitare, dopo aver partorito a Leh e viaggiato in corriera con un fagotto moccoloso avvolto in coperte cacchettate e pippittate, puo’ sempre capitare quello che e’ capitato alle due giovani neo-mamme che abbiamo trovato in cima al passo mentre venivamo qui a Padum. Le corriere spesso si rompono. Magari a due tornanti dalla cima. Magari alle quattro del pomeriggio. Hanno scaricato tutti i fagotti, hanno tirato su la corriera col cric, hanno fatto una pila di sassi sotto il semiasse e adesso e’ tutto un fermento di piedi che sporgono, di mani che stringono chiavi inglesi, pinze, martelli, si sente tutto uno sbattere e un martellare. Impossibile capire cosa si e’ rotto ma dallo stato rottamabile della corriera potrebbe essersi rotto tutto.

Facciamo un po’ di manovre per passare oltre la corriera scassata sul tornante. Ci fermiamo a chiedere se ci sono problemi, se possiamo dare un passaggio a qualcuno. Compaiono le due mamme coi frugoletti avviluppati nelle coperte nel vento battente del Pensi-La. Ci stringiamo tutti nella nostra jeep, tra sacchi di scarpe, bagagli che cascano, noi tre, Punchok,  le due neo-mamme e i due bimbotti che non fanno beh nemmeno negli scrolloni piu’ violenti.

Niente sta fermo in una jeep sulle strade zanskare. Tutto rimbalza, scivola, cade. Tutto, maglioni, sciarpe, bottiglie, cartine, quaderni, macchine fotografiche, tutto ti finisce sotto i piedi. Tu ti aggrappi dove puoi e cerchi di contrastare le botte. E in tutto quel gran ballo loro, le signore, tirano fuori la tetta, spruzzano un goccio e attaccano al capezzolo le boccucce avide che poppano e non fanno beh.

La strada e’ infinita. Arriviamo a Padum che e’ quasi notte. Loro scendono, raccolgono le pezze di tela ammucchiate sul cruscotto, avvolgono le creaturine in un triplo strato di coperte e dopo aver salutato e ringraziato a mani giunte con il multifunzionale jule’ jule’ jule’, si avviano a passo veloce lungo i campi verso una lontana finestra illuminata.

L’indomani scopriamo che alla fine ce l’hanno fatta, a riparare la corriera sul Pensi-La. Sono arrivati stanchi morti alle quattro del mattino. Due papa’ hanno ritrovato a casa le loro creaturine addormentate dopo un viaggio allucinante che e’ quasi la normalita’ per gli abitanti dell’isola Zanskar.

Zanskar Island 4 – Non ce la faremo mai

Leh, Ladakh, mercoledi’ 4 luglio 2007, ore 8,10. Non so come ma ci riescono a caricare sette sacchi di scarpe piu’ i nostri bagagli sulla possente Toyota di Punchok e finalmente si parte. E’ una bella giornata di sole. I voli da Delhi, chiusi ieri per maltempo, sono finalmente riusciti a scendere a Leh.

Non e’ facile immaginare quanto volume facciano trecentosei paia di scarpe. Quando siamo tornati al Mansar, ieri sera, dopo un buon piatto di riso con le verdure, contro il muro dell’albergo c’era una muraglia di scatoloni, ciascuno dei quali conteneva dodici scatole da scarpe. Roba da caricare un bel camion e noi abbiamo una jeep. Mehraj ride come un matto. Nazir, col bicchiere del te’, scuote il capo con un sorriso sornione. I ragazzi dell’albergo hanno una faccia come dire: non ce la farete mai. Sewan Dorjai, premuroso e quasi emozionato, e’ impaziente di cominciare il lavoro.

Occupiamo tutta la hall dell’albergo. Scatole ovunque. Quaderno alla mano controllo quantita’ e misure mentre un esercito di lavoranti estrae le scarpe dalle scatole e le imballa in grossi sacchi di tela plastificata. Portano via le scatole vuote, fanno spazio, portano altre scatole. L’albergo e’ una fabbrica in febbrile attivita’. Un’ora di delirio e alla fine ci troviamo con sette enormi sacchi pieni di scarpe. Sette. Enormi. Stanchi, con il te’ in mano, guardiamo i sacchi pensando: non ce la faremo mai.

Intanto, mentre sto scrivendo, sono le nove del mattino. Ci fermiamo a Nimu a bere un te’, mangiare una fetta di pancake e comprare acqua. Troviamo Tsering Tashi, il nostro chairman, in abiti di rappresentanza, che ci accoglie con un caloroso abbraccio. E’ diretto a Padum su un’auto diplomatica con una rappresentanza indiana per organizzare la cerimonia di trasferimento a Padum di una reliquia del Buddha conservata nel Museo Nazionale di Delhi. Lo accompagnano alcuni funzionari governativi tra cui un imponente Sick in turbante blu scuro, barba nerissima, camicia bianca, cravatta e un elegante vestito nero occidentale, con penna d’oro al taschino e spilla brillante sul risvolto.

Non ce la faremo mai ho cominciato a pensarlo l’altro ieri sera, quando Sewan Dorjai, dopo due giorni di viaggio, e’ arrivato dallo Zanskar con l’elenco dei bambini e le misure, per ciascuno, dei piedi, in centimetri! abbiamo cominciato a contare, classe per classe, i bambini con i piedi lunghi uguali, poi si trattava di stabilire le misure per ciascun gruppo.

Ieri e’ stata una giornata delirante, in giro per negozi, sotto una pioggia insistente, a misurare piedi e scarpe, esaminare i modelli, contrattare i prezzi. Siamo diventati esperti: abbiamo scoperto che ventiquattro centimetri di piedi ci stanno stretti da bestemmiare in un 38, comodi in un 39, mentre in un  40 ballano. Abbiamo scoperto che i rapporti proporzionali tra le taglie delle scarpe e le misure dei piedi cambiano al di sotto e al di sopra del 37. Il risultato di questo lavoro e’ stato di riportare le dodici pagine del’elenco di misure, portato da Sewan Dorjai, in una paginetta con: modello, taglia, numero di paia di scarpe necessario per ogni taglia. 47 paia di Kickers numero 28, 41 numero 35, 21 paia di Ride numero 38 e cosi’ via. Trecentosei paia per i bambini plu’ venticinque per insegnanti e bidelli. Non ce la faremo mai.

Quando poi stamattina di buon’ora ho visto Punchok, il nostro autista, e i ragazzi del Mansar caricare quasi con disinvoltura tre sacchi all’onterno del Toyota insieme ai nostri bagagli e quattro sul tetto, ho cominciato a pensare che forse ce l’avremmo fatta.

Adesso Punchock conduce agilmente la robusta Toyota sulla via del Ladakh, tra piane desertiche, strapiombi, verdissime oasi, fino alle sponde impetuose dell’Indo, tra Saspok e il bivio per Sani. Ci vengono incontro i coloratissimi camion Tata provenienti dal Kashmir mentre un cielo azzurro intenso ammantato di nuvole bianche disegna nugoli di ombre sulle pareti, sulle stratificazioni rocciose, sulle frane, sulle gobbe delle montagne cangianti dagli ocra plu’ caldi agli acidi rossi, ai grigi, al bianco secco del caolino, al giallo zolfo di certe sabbie.

Zanskar Island 3 – Mr. Tashi

Mr. Tashi abita a Choglamsar, sulla trafficatissima statale che da Leh scende a Manali. Viene a prenderci in albergo a Leh per portarci a casa sua da dove protremo incominciare a lavorare.

A Leh alloggiamo al Mansar Hotel, dove abbiamo incontrato il kashmiro Mehraj che ci ha dato una mano a organizzare le prime cose, a fare le prime telefonate.

Al primo impatto Mr. Tashi appare come un uomo d’affari, incollato al telefono, vestito all’occiedentale. E’ piccolo e minuto e la sua fisionomia zanskara sembra fuori posto in quei pantaloni con la piega, nella camicia grigia e nel gilet. Poi a casa si trasforma. Prima ci fa entrare in un soggiorno in sitile tibetano, con tappeti e cuscini e bassi tavolini. Ci chiede scusa, si deve allontanare un attimo perche’, anche se e’ domenica, e’ molto preso con l’organizzazione della cerimonia di benvenuto di un Amchi, un medico della tradizione, che si insedia a Leh. Ci fa portare un te’ da una vicina di casa, ci lascia in compagnia di un ragazzino di dieci anni, Stanzin Angdus, molto affascinato dal mio quaderno e dalla mia matita.

Dopo un po’ torna, trasformato. Il panciotto, la camicia, i calzoni sono stati sostituiti da un comodo kurta pijama di lino grigio. Scalzo sui tappeti ci porta il riso con le vertdure e intanto organizziamo alcune cose piuttosto complicate. Si tratta di portare alla scuola una fotocopiatrice. Il preside e’ a Delhi, riusciamo a comunicare con lui, ci dice il prezzo della fotocopiatrice, stabiliamo di spedire il denaro l’indomani mattina, lunedi’. Poi il preside provvedera’ a spedire la macchina a Leh via air-cargo. In qualche modo nei prossimi giorni cercheremo di trasferirla in Zanskar.

Contemporaneamente cerchiamo di metterci in contatto con Padum, capitale dello Zanskar, ma le linee telefoniche sono difficili. La’ il signor Puntchok Tashi, il presidente del Managing Committee, era stato incaricato di prendere nota del numero di scarpe necessario per rifornire tutti i bambini di scarpe nuove. Alla fine ci dicono che la lista e’ stata spedita in jeep a Leh, e che quindi non arrivera’ prima di domani sera.

Oggi abbiamo fatto un giro nei negozi di scarpe di Leh e abbiamo trovato negozi che hanno forniture sufficienti per le scuole. Abbiamo contrattato il prezzo e, tra fotocopiatrice e scarpe, stiamo nel budget che avevamo previsto. Il budget  e’ frutto di specifiche donazioni dei nostri soci e sponsor. Il lavoro, dunque, nonostante il forte mal di testa, dovuto ai 3500 metri sul livello del mare del Ladakh,  e’ avviato e procede. Mr. Tashi ci riaccompagna a Leh con la sua auto.

Leh e’ cambiata moltissimo da come la ricordavo, nel 2003. Sono aumentate le automobili, molti alberghi nuovi, negozi, ristoranti. Non c’e’ un turismo eccessivo in questi giorni, e il clima fresco ci aiuta a recuperare le forze, dopo la sempre fastidiosa acclimatazione all’alta quota. Salutiamo Mr. Tashi con un caloroso jule’, che funge sia da saluto che da ringraziamento. Domani lui rivestira’ i suoi abiti civili e anche il suo accento zanskaro si colorera’ di quel formalismo ufficiale che con noi, per una sera, davanti a un te’ al burro salato a un piatto di riso e verdure, aveva abbandonato.