Zanskar Island 2 – Memè Marc

Marc Damiens è un uomo alto, taciturno, capelli bianchi, espressione benevola ma un po’ enigmatica nel taglio obliquo dello sguardo. In Zanskar tutti lo chiamano Memé Marc, nonno Marc, ed è una festa quando arriva. Suonano i tamburi. I notabili tirano fuori gli abiti più eleganti, lucidano le scarpe e si presentano compunti, e un po’ agitati, quando lui compare all’ultima svolta del sentiero, a piedi, accanto alla sua guida che regge la cavezza del mulo carico di bagagli. Sono quasi vent’anni che Marc Damiens arriva così, ogni estate, alle porte dello Zanskar, a piedi. Una schiera di bambini di ogni età, con addosso calzoni grigi,  camicia azzurra e un maglioncino amaranto, tutti uguali, stanno inquadrati come piccoli soldati. File di guance arrossate, di nasini smoccolanti, di occhi neri, di capelli lisci e lucidi, scomposti dal vento himalaiano in quella scapigliatura che fa belli tutti i bambini del mondo. Tam tam tam batte il tamburo un rimo regolare mentre la carovana si avvicina, sulla spiazzo erboso dove arriva il sentiero. Più in là ci sono le prime case zanskare, un campo giallo di fiori, una capretta guarda curiosa. I notabili si presentano davanti a Marc Damiens con espressione ossequiosa e gentile, fanno un inchino all’orientale, qualcuno risponde alla vigorosa stretta di mano del francese. I bambini portano le Kata, le sciarpe di seta bianca, segno di buonaugurio e di benvenuto, e le mettono al collo di Marc, che si deve chinare parecchio, per accoglierle.

E’ una festa quando Marc Damiens arriva al villaggio di Pibiting, in Zanskar, dove sorge la Lamdon Model High School. E’ una festa che si ripete da quasi vent’anni. Da quel 1988 in cui Marc, con un gruppo di amici, capitava in Zanskar e si innamorava di quella gente, di quella terra, facendone una missione di vita. Decisero di fare qualcosa per aiutare quella popolazione dimenticata, nell’isola Zanskar, in quella valle remota, che oggi pochi occidentali raggiungono, che all’epoca raggiungeva quasi nessuno. Chiedono agli zanskari cosa potrebbe servire, un dispensario, un ospedale, una scuola? Una scuola. Non hanno dubbi gli zanskari. Il corpo lo curano come lo hanno sempre curato, lo spirito ci pensano i monaci, i lama, le preghiere, i mantra, le offerte al tempio, i pellegrinaggi. Ma la conoscenza, quella è indispensabile, e non può venire dall’interno, deve venire da fuori. Siamo alla fine degli anni ottanta, ancora nessuno ha mai pronunciato l’orrenda parola “globalizzazione” ma il vecchio regno tibetano dello Zanskar appartiene all’India, e l’India si sente. La più grande aspirazione dei ragazzi zanskari, figli di allevatori e contadini, è un impiego statale. Ma la lingua tibetana, il bodhi, è sconosciuta negli ufici indiani, dove si parla hindi, e inglese. Per accedere alle scuole ladake e kashmire, i giovani zanskari hanno bisogno di una scuola di base che li prepari bene, perché partono svantaggiati rispetto agli altri indiani. E poi forse Marc Damiens, già in quegli anni ottanta, si rende conto che l’isolamento di Zanskar Island non potrà essere definitivo, prima o poi cambierà.

I primi allievi dalla Lamdon Model School vengono ospitati in un’aula scovata nel monastero di Pibiting e si comincia a lavorare. Marc va in Zanskar tutti gli anni e a poco a poco la scuola cresce, si trasferisce in un edificio più grande, poi in un altro, più grande ancora. Aumentano gli allievi, gli insegnati, i bidelli, viene costituito il Managing Committee, si insedia un preside, un chairman, un direttore. Si insegna la cultura di base, le lingue, la matematica, ma anche la cultura tibetana, la letteratura, la religione buddista. Oggi la Lamdon Model School si chiama Lamdon Model High School, ha dieci classi scolastiche e due prescolastiche e i bambini di tutte le età, che tutte le mattine si radunano nel cortile davanti al grande edificio a due piani che ospita la nuova scuola, sono più di trecento.

Aide au Zanskar è una associazione franco-italiana con centinaia di soci e molti sponsor, due direttivi, presidenti, segretari, tesorieri, probiviri, revisori, che sta cercando di sostenere la scuola, di migliorarne le infrastrutture, di portarla verso un completo affrancamento dal sostegno europeo, per dare agli zanskari uno strumento importante per far valere le proprie peculiarità culturali di fronte al resto del mondo. AAZ France, insieme a AaZ onlus, sezione italiana, insieme alla direzione zanskara della Lamdon model High School, sta cercando di costruire un ponte culturale tra Zanskar Island e il resto del mondo. Un ponte fatto di giovani che oggi cominciano a frequentare le prestigiose università indiane. Missione compiuta, Memé Marc? Forse non ancora, forse non del tutto, ma l’anno prossimo festeggeremo il ventennale e sarà un po’ come inaugurarlo, quel ponte di conoscenza che mette in comunicazione il mondo con l’isola tra le montagne.

Oggi Marc Damiens è a Pibiting che ci aspetta. E’ arrivato martedì scorso. Tamburi, scarpe lucide, vestiti belli, bambini schierati, kata, inchini, sorrisi. Come sempre. Il vento zanskaro saluta Memé Marc.

Noi abbiamo alcuni compiti, nelle prossime settimane. A Leh dovremo comprare trecento paia di scarpe nuove per i bambini, molti dei quali vanno in giro con certi rottami di ciabattacce scalcagnate su quei sassi, in quella polvere… Poi dovremo comprare una fotocopiatrice e caricare il tutto su una jeep che verso la fine della prossima settimana ci porterà a Pibiting. Abbiamo anche alcuni libri per la biblioteca della scuola. Là avremo tre settimane di tempo per continuare il lavoro che è stato iniziato lo scorso anno, un’inchiesta presso le famiglie a fini statistici, per individuare le esigenze da coprire con i prossimi progetti. Stiamo pensando di avviare un progetto di alfabetizzazione per adulti con la collaborazione di una neonata associazione di donne zanskare. Vorremmo cercare di coinvolgere le famiglie dei dintorni di Pibiting, magari con una sorta di microcredito, per dare ospitalità ai bambini che abitano lontano dalla scuola, che sono molti e che attualmente camminano anche due o tre ore al giorno per arrivare dai villaggi più lontani. E vorremmo cercare di incaricare qualche famiglia a preparare un pasto giornaliero per gli allievi della scuola (non esiste una vera e propria mensa e sono pochissimi i bambini che possono portarsi la merenda da casa). Inoltre, siccome l’anno prossimo, in occasione della grande festa del ventennale, molti europei, francesi e italiani, andranno in Zanskar, e siccome la ricettività turistica della valle è minima, ci sono solo alcune piccole guest house a Padum, a noi piacerebbe incentivare un turismo sostenibile e rispettoso nella valle, istruendo le famiglie in modo da renderle in grado di ospitare i turisti nelle loro case con un servizio minimo essenziale, ispirato ai nostri B&B, ormai così diffusi in tutto il mondo, India compresa.  

Per tutte queste cose, oltre alle spese di ordinaria amministrazione della scuola,  abbiamo raccolto e continuiamo a raccogliere in Italia e Francia donazioni da parte di soci e sponsor (molti dei quali leggono Strade di Polvere e colgo l’occasione per ringraziarli e per informarli). Il ponte culturale verso Zanskar Island, che sarà un ‘isola ancora per poco, lo stiamo fondando su queste basi. Ma non è questo il nostro unico obiettivo. Ce n’è un altro, non meno importante, ed è un obiettivo politico. Nei confronti dell’occidente, del nostro colposo e talvolta doloso benessere che si fonda sulla povertà del resto del mondo, vorremmo testimoniare un modo collaborativo, paritario, rispettoso, di rapportarci con il resto del mondo. Con le tante isole, con le tante minoranze che si trovano in ogni continente. Il nostro affetto e il nostro rispetto verso la gente dello zanskar, che traspare nello sguardo intenso e meditativo di Memè Marc mentre guarda gli orizzonti himalaiani, vuol essere una testimonianza del debito che abbiamo nei confronti dei tanti “sud del mondo” dai quali per secoli abbiamo attinto la nostra ricchezza, intorno alla quale abbiamo eretto un muro di arroganza e di superbia che non ci fanno affatto onore.

Spero di riuscire a trasmettere questi sentimenti anche di qui, dalle pagine di “Strade di Polvere”.

Zanskar island

Non tutte le isole stanno in mezzo al mare.

Sono seduto più o meno sul meridiano che passa 7 gradi a est di Greenwich. All’incrocio con il parallelo che passa 45 gradi a nord dell’equatore. Qui c’è la città di Torino e in un angolino di questa città, anzi prorio in questo angolino, ci sono io. Seduto al crocevia delle due sottili linee geografiche che sento quasi un prurito sotto la sedia, è impressionante pensarci. E’ impressionante pensare che stai seduto su una sedia e mica ci pensi che stai all’incrocio di un certo meridiano con un certo parallelo. Insomma per la verità oltre ai gradi ci sono anche i primi e i secondi, magari la mia sedia sta sopra un sottomultiplo, ma è impressionante lo stesso, no? è impressionante comunque sapere che stai a un incrocio di linee planetarie.

Non tutte le isole stanno in mezzo al mare.

Qui da me, a 7 gradi est per 45 gradi nord, sono le 7 di sera. Chissà che ore sono, diciamo, a 77 gradi est per 33 gradi nord? 77 gradi est per 33 gradi nord significa 70 gradi più a est di qui, cioè in mezzo all’Asia, per 12 gradi più a sud, India. India settentrionale. Anzi, guardando bene, è India per un pelo, quasi Tibet, quasi Pakistan, insomma lì, in quel groviglio di montagne all’estremità occidentale dell’Himalaya, dove c’è il Kashmir, il Ladakh. Sono le 10 e mezza. Là è India per un pelo e in India sono tre ore e mezza in più rispetto a noi. Le 10 e mezza di sera. Già ora di andare a dormire, lassù. Mica si fanno le ore piccole, lassù. Fa impressione pensare che mentre qui c’è ancora un bel sole che illumina la Mole Antonelliana e il Po, in questo giorno così vicino al solstizio d’estate, là è già notte. A volte penso che meno male che la terra è tonda, non sarebbe stato così se fosse stata piatta come una moneta, come un disco volante, ferma inchiodata in mezzo all’universo come pretendevano le antiche cosmologie. Meno male erano sbagliate.

Non tutte le isole stanno in mezzo al mare.
Oggi è lunedì. Martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, poi sabato prenderò qualche aeroplano e mi sposterò più o meno 70 gradi più a est di Torino e 12 gradi più a sud. Vado là. Nell’Himalaya. In un posto che si chiama Zanskar. L’aeroplano, l’ultimo, partirà dall’aeroporto di Delhi e atterrerà all’aeroporto di Leh. Leh si trova nel Ladakh. Da Leh, per arrivare nello Zanskar,  bisogna prendere una jeep e viaggiare due giorni. Dormire a Kargil, alle porte del Kashmir, poi risalire la valle del Suru, valicare il passo Pensi La (passo meditativo già nel nome) scendere poi nell’ampia valle del fiume Zanskar. Questo sempre ammesso che la montagna lo consenta. Si perché la montagna non è che tu vai e lei ti fa passare così come se niente fosse. La montagna è capricciosa, decide lei, bisogna vedere se le sei simpatico oppure no. Le strade, su quelle montagne, sono scavate con umiltà nelle costole di roccia, nei ghiaioni, nelle pietraie. A mano, da stradini pazienti che ogni anno nei mesi di maggio e giugno, cioè adesso, le ricostruiscono dopo i fracassi dell’inverno. Attraversano nevai, quelle strade, ghiacciai, vallette e canaloni. Si arrampicano a tornanti stretti sugli strapiombi poi ripiombano giù a vertigine. Sono così le strade su quelle montagne. Percorrerle è quasi come attraversare un mare. Una jeep, là in mezzo a quel mare, è come una barca in mezzo a una tempesta di onde alte, spaventose, immobili. Proprio immobili no, ma per fortuna si muovono con tempi geologici e si spera stiano ferme, ferme, in questo nostro breve tempo umano.

Non tutte le isole stanno in mezzo al mare.
Lo Zanskar è un’isola che sta in mezzo alle montagne. Molto lontano dal mare. In tutti i sensi. Forse il mare più vicino è la costa del Pakistan, del Gujarat indiano, ma è giù, lontano, a sud-ovest. E inoltre si trova, lo Zanskar, a un minimo di tremilacinquecento metri sul livello del mare. Roba che a guardarlo su una carta non lo vedi quant’è alto ma se lo guardi di profilo tremialcinquecento metri son tanti, tanti. E le montagne lì intorno vanno su, con le loro guglie incastonate di ghiacciai. Su. Insomma passare là in mezzo non è facile, è fatica, bisogna fare dei giri, seguire delle carrarecce piene di sassi e schegge, strade di polvere che aggirano le montagne, che si inerpicano sui valichi (che bella espressione, inerpicarsi sui valichi,  rende l’idea della stanchezza, della fatica!). Passare là in mezzo è difficile che non sarebbe poi mica molta la strada tra il Ladakh e lo Zanskar se non ci fossero quelle montagne. I fiumi le attravesano. Eh grazie, loro hanno avuto i loro millenni, la loro età geologica, loro pianpianino le hanno scavate quelle montagne, le hanno riempite quelle valli di deriti, limo, terra. E adesso c’è gente che vive là. C’è una popolazione che alleva le drimo e gli yak e le caprette tibetane, gli yak stanno su in alto, sui pascoli sopra i quattromila, le drimo sono le femmine, mucche dal pelo nero, che si aggirano per i pascoli zanskari. Le caprette stanno dappertutto. La gente vive in casette di pietra e fango, tetto di rami, intonaco di sterco secco, una stanzetta seminterrata che fa da stalla, una scaletta scavata nel terrapieno, un piano nobile con grandi finestre, stufa, scaffali, pentolini di rame, brocche e catinelle. Fuori grandi cataste di cacche secche delle drimo che sono un ottimo conbustibile e non puzzano quasi più. Perché la legna non c’è nello Zanskar, non ci sono alberi, più o meno come sull’isola di Pasqua, che là qualche eucalipto l’hanno piantato ma in Zanskar niente. C’è qualche betulla che bisogna irrigare perché non secchi, ma per il resto, niente. L’acqua, per lavarsi e far da mangiare, se va bene c’è una pompa, da qualche parte nel villaggio, con una leva che tiri su e giù e sputacchia un’acqua fresca di pozzo artesiano. Si va avanti e indietro con i secchielli. La luce elettrica il villaggio principale, Padum, ha un generatore, un generatore ce l’ha, ma non è che funziona sempre, se va bene un paio d’ore al giorno, se va bene. Quando scende l’inverno, e l’inverno scende presto in quelle montagne lassù, quando scende l’inverno le poche rotte commerciali che solcano le montagne, ovverro quella carrareccia di polvere e sassi che arriva da Kargil e valica il Pensi La (passo già meditativo d’estate ma che d’inverno figuriamoci) le rotte commerciali dei camion che portano i viveri dal Kashmir si interrompono per molti mesi. E lo Zanskar diventa un’isola. Non ci arrivi in Zanskar d’inverno. Le strade di polvere diventano strade di ghiaccio, di neve, e non passa più nessuno. Fino a maggio, giugno, più nessuno.

Adesso cercheremo di passare.

Il perché ve lo spiego poi.