Di nuovo in pista

I primi passi di “Strade di polvere” risalgono al luglio del 2004. In quei giorni mi trovavo in Tibet e stavo iniziando un lungo viaggio attraverso le province occidentali della Cina che da decenni si oppongono all’occupazione: il Tibet e il Xinjiang del popolo uighur. Dagli altipiani tibetani alla montagna sacra del Kailash, alla contesa regione dell’Aksai Chin, fino alle piane assolate del deserto del Taklamakan, alle oasi di Turphan, alla città di Urumchi, siamo stati testimoni dell’invasione della modernità cinese, delle nuove strade asfaltate sui grandi valichi e attraverso gli altipiani, dell’invadenza della modernità accanto ai nuovi monasteri ricostruiti dopo la distruzione maoista, il nuovo treno per Lhasa allora in costruzione oggi funzionante, le autostrade nel deserto, l’antica oasi di Turphan trasformata in una ricca città d’acciaio e cristallo circondata da campi petroliferi. Poi siamo tornati in Cina per continuare quel viaggio lungo la grande muraglia, fino ai grattacieli della Pechino olimpica e di Shanghai, testimoni del fiorire di una nuova industria del turismo cinese che ricostruisce i quartieri popolari, i palazzi della nobiltà imperiale, le città storiche dei commerci e degli affari dell’epoca dei mandarini ma testimoni anche della povertà delle campagne e dell’inquinamento delle immense centrali elettriche del Gansu. Poi sono seguiti altri viaggi, altri diari on-line dalle “Strade di polvere” del Laos, Vietnam, Ladakh, Zanskar.

In Zanskar ho conosciuto una regione straordinaria abitata da un popolo straordinario, un’ampia valle a 3500 metri di quota, incuneata tra montagne impervie e valichi vertiginosi, un deserto di roccia inaccessibile per gran parte dell’anno. Là ho trovato una scuola con trecento studenti di tutte le età, sostenuta dall’associazione franco-italiana Aiuto allo Zanskar. Da un anno ormai sono presidente della sezione italiana AaZ onlus, e a luglio farò ritorno nello Zanskar per dare una mano alla scuola a risolvere i suoi problemi, a far partire i progetti di miglioramento, per dare una mano agli zanskari ad affrontare il futuro con la necessaria preparazione culturale. Oggi, alla vigilia del ventennale della scuola e dell’associazione, in Zanskar, per merito delle persone, italiane e francesi, che ci hanno sostenuti dal 1988, una minoranza etnica come quel piccolo popolo di cultura tibetana ha un buon numero di studenti che frequentano le prestigiose università indiane. Alcuni ex-allievi, e soprattutto alcune ex-allieve, cominciano a lavorare come insegnanti. Su “Strade di polvere” abbiamo dato conto di questi importanti risultati raggiunti.

In questi anni “Strade di polvere” è diventato per me un pretesto per studiare, capire, esplorare, anche standomene seduto davanti a un computer. Il motto di “Strade di polvere” è una riflessione sul fatto che se è vero che non esistono più terre inesplorate, che geograficamente non c’è più nulla da scoprire, è altrettanto vero che ben poco si sa delle popolazioni. I popoli del mondo, o meglio il mondo dei popoli, è ancora tutto da esplorare. Ne sono testimonianza le guerre civili, l’influenza politica incontrastata delle multinazionali e dei mezzi di comunicazione di massa, l’intolleranza popolare alle immigrazioni, l’incomprensione diffusa delle questioni e dei problemi che affliggono e caratterizzano tutti coloro che sfortunatamente abitano al di fuori della sfera benestante dell’occidente arricchito e vanitosamente democratico e civile.

Tutto questo l’abbiamo scoperto andando a scovare le notizie nei meandri della rete, raccontando il Sudan, lo Sri Lanka, la Colombia, la Palestina, il Messico, la Turchia, il Nepal, l’Argentina, il Botswana, la Mongolia, la Birmania, l’Afghanistan, la Cambogia. Abbiamo cercato di sintetizzare, di cogliere gli aspetti principali dei problemi. Abbiamo vestito i fatti con un po’ di sana narrativa per renderli più accessibili, più avvincenti. Abbiamo fatto divulgazione. Questa è la “mission” che nel corso degli anni si è creata intorno a “Strade di polvere”. Per me, scrivere su “Strade di polvere” è un pretesto per conoscere, approfondire, informarmi. Per chi legge, spero che “Strade di polvere” sia un esempio da seguire per non cadere nel facile inganno della superficialità, del luogo comune, dello slogan, ma per affrontare il mondo con quella consapevolezza e quel senso critico che dovrebbero fondare il concetto stesso di civiltà.

Ho la sensazione che, tanto attenti a inseguire il modello di democrazia, abbiamo completamente dimenticato il modello di civiltà. Siamo democratici incivili. Eleggiamo svogliatamente i nostri rappresentanti politici, spesso senza una vera coscienza dell’importanza del nostro voto, e ci arrocchiamo nei nostri egoismi, nella difesa spasmodica dei nostri privilegi, ignorando, trascurando, oscurando la realtà che si addensa appena al di là dei nostri confini e che talvolta tracima fino a lambirci con il suo sudiciume sociale. Questo è un atteggiamento diffuso, ed è un atteggiamento incivile. “Strade di polvere” combatte l’inciviltà.

Dai siti di Peace Reporter e Latinoamerica (quest’ultimo recentemente rinnovato e ora ottima fonte di notizie alternative ai mass media controllati dai poteri forti), raccolgo una manciata di notizie.

In Africa, i San, comunemente conosciuti come boscimani, abitanti della boscaglia in Botswana, sfrattati dal governo e dalla potenza delle multinazionali dei diamanti, come l’olandese De Beers, di cui “Strade di polvere” si occupò a suo tempo, oggi hanno vinto una grande battaglia. L’Alta Corte del Botswana ha dichiarato illegale e incostituzionale l’esproprio del territorio boscimane. Non sarà comunque facile per loro tornare a popolare le aride pianure del Kalahari ma la sentenza rappresenta un importante riconoscimento e un passo avanti per il rispetto dei diritti umani dei popoli indigeni.

Bernard Kouchner, Il ministro degli esteri del nuovo governo francese guidato da Francois Fillon, primo governo della legislatura Sarkozy, già funzionario delle Nazioni Unite e fondatore di Medici senza Frontiere, ha dichiarato “inaccettabile” il prolungamento della prigionia della signora Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace, in Birmania. Il governo birmano ha risposto che la donna “rappresenta un pericolo per l’ordine pubblico”. Kouchner ha ribadito che al contrario la liberazione di Aung San Suu Kyi rinforzerebbe la stabilità del paese e che “un paese che agisce così è un paese che ha paura di se stesso”.

In Venezuela è in corso una moderna battaglia per i diritti televisivi. Il trasferimento su satellite di Radio Caracas Television, a seguito del mancato rinnovo della licenza da parte del governo di Hugo Chavez, dopo che la rete aveva attivamente partecipato all’organizzazione di un fallito colpo di stato nel 2002, ha scatenato proteste a Caracas. Ci sono stati scontri tra polizia e manifestanti e alcuni feriti. Oggi Chavez accusa un’altra potente rete televisiva antigovernativa, Globovision, di incoraggiare la rivolta e, secondo quanto affermato dal ministro dell’informazione William Lara, di incoraggiare apertamente un attentato contro il presidente. Secondo il giornalista Gennaro Carotenuto, corrispondente da Caracas per Latinoamerica, l’informazione italiana (in particolare i quotidiani La Repubblica e l’Unità) ha fornito un’informazione faziosa e inesatta sulla spinosa questione venezuelana, ha taciuto il ricco dibattito in corso in Venezuela sulla responsabilità sociale dei mezzi di comunicazione di massa, ha taciuto il fiorire di molte reti indipendenti e ha lasciato trasparire un’accusa infondata di controllo delle informazioni da parte del presidente indio Hugo Chavez e del suo governo.

Il governo degli Stati Uniti chiede al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di imporre nuove sanzioni contro il Sudan per gli ostacoli che oppone all’intervento della comunità internazionale per la soluzione della crisi nel Darfur. In un recente articolo su “Strade di polvere” abbiamo cercato di raccontare a grandi linee la grave situazione che opprime quella regione africana. Il fatto è che il presidente Bush chiede il congelamento di 31 società sudanesi che hanno il controllo del petrolio fornito dal Sudan principalmente, guarda un po’, a Russia e Cina. La Gran Bretagna sostiene la posizione degli Stati Uniti mentre la Cina, naturalmente, si dichiara contraria. Il rappresentante cinese Liu Guijin ha dichiarato che nuove sanzioni contro il Sudan non porterebbero alla soluzione del problema del Darfur ma anzi non farebbero altro che complicarlo ulteriormente. Intanto l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha scelto un nuovo consigliere speciale per l’organismo che si occupa della Prevenzione dei Genocidi. Si tratta di Francis Deng, professore universitario negli Stati Uniti, di nazionalità sudanese. Una scelta simbolica molto importante visto che il governo del Sudan, in relazione alla repressione nel Darfur, è accusato di genocidio e crimini contro l’umanità.

“Strade di polvere” riprende il suo lavoro dopo una lunga pausa, con una veste grafica rinnovata. Ringraziamo tutti coloro che continuano a seguirci e diamo appuntamento ai prossimi articoli, in attesa della partenza per l’India himalayana e dell’inizio di un nuovo diario on-line direttamente sul campo.