Alle pendici del Jebel Marra

La sabbia sotto il sole sa odore di ferro e polvere. Carri. Animali. Uomini armati. Fa caldo. Ci sono tracce di ruote dappertutto. Sopra, il ronzio lontano di un elicottero. Il monte Jebel Marra si staglia nel cielo africano.
Una nota di Human Rights Watch del 27 agosto 2004 denuncia che il governo sudanese consente la presenza illegale sul suo territorio di sedici campi della milizia Janjaweed. Scorrendo a caso l'elenco: Abu Jidad, sessanta chilometri a sud di Karnoi, non meno di cinquecento miliziani, tutti Janjaweed; Funu, a ovest di Kutum, non meno di duecento miliziani Janjaweed e trecento militari governativi insediati in due accampamenti separati da un fiume arido; Assalaya, a est di Nyala, truppe governative Sudanesi e Janjaweed, una pista di atterraggio per aerei ed elicotteri; Kuma, sessanta chilometri a est di El Fasher, solo miliziani Janjaweed, numero sconosciuto.
Eppure esistono accordi, sottoscritti dal governo sudanese in date diverse, che dichiarano: "il governo si impegnerà a neutralizzare le milizie armate" (accordo sul cessate il fuoco, 8 aprile 2004); "Immediato disarmo dei Janjaweed e degli altri gruppi armati" (comunicato congiunto tra il governo del Sudan e le Nazioni Unite, 3 luglio 2004); "il governo sudanese assicurerà che le milizie armate saranno neurtralizzate e disarmate" (accordo tra il governo del Sudan, il Sudan Liberation Movement e il Justice and Equality Movement, 25 aprile 2004).
Fa caldo. Il vento solleva la polvere ma è vento caldo. La polvere s'infila in ogni piega dei vestiti e della pelle. Le uniformi sono color terra. Soldati a cavallo avanzano nella piana polverosa. Tende. Camion. I ragazzi Denka, con le loro capre, si tengono lontano dal campo Janjaweed. Hanno paura. Come hanno paura i Fur, i Masalit, gli Zaghawa, gente di ceppo nilotico, di pelle nera, che da sempre vivono sull'altopiano, tra le dune del nord, nelle savane del sud e alle pendici del Jebel Marra.
I Janjaweed hanno fama millenaria di predoni e mercanti di schiavi. Guerrieri a cavallo. Appartengono alle tribù arabe dei Baggara, nomadi, allevatori di cammelli, insediati tra il Ciad e il Sudan. Il professor Suleyman Ali Baldo e il professor Ushari Ahmed Mahmud, docenti all'università di Kartoum, nel 1987 denunciavano la tratta degli schiavi. A quanto pare le incursioni dei moderni negrieri Baggara nei villaggi Denka del Bahr el Ghazal erano sostenute dall'esercito del Sudan che aveva interesse a indebolire e sgominare le forze ribelli del Sudan Popular Liberation Army. L'associazione inglese Anti Slavery International fornisce informazioni dettagliate sul commercio degli schiavi, sui mercati, e addirittura sui prezzi. A Kahlwa la quotazione per un ragazzo Denka negli anni 80 era di 13.000 sterline sudanesi, corrispondenti a circa 10 dollari americani.
L'elicottero si avvicina, è fermo là, un punto in mezzo al cielo. I miliziani lo guardano facendosi ombra con la mano. I cavalli sono nervosi. Arriva un pick-up in una nuvola di polvere. L'elicottero si alza, fa un largo giro, si allontana.
Il Jebel Marra raggiunge i 3088 metri sul livello del mare. Lì intorno c'è deserto, sterpaglia, fiumi aridi. Alla fine degli anni 80 il presidente del Sudan, Sadeq al Mahdi, viene destituito da un colpo di stato e viene instaurato il regime militare del generale Omar Hassan Ahmed al Beshir e del Fronte Nazionale Islamico. Nel 1996 le Nazioni Unite proclamano un embargo aereo internazionale a seguito del sospetto coinvolgimento del regime sudanese nell'attentato al presidente egiziano Mubarak. Nel 1998 la regione è funestata da una terribile carestia e dalla recrudescenza della guerra civile. Nel 1998 Al Beshir proclama lo stato di emergenza e incomincia a bombardare il Darfur. Il 2001 è l'anno dell'arresto di Hassan al Turabi, leader del Popular National Congress, accusato di aver preso accordi con l'Esercito Popolare per la Liberazione del Sudan. Nel 2002 iniziano le trattative di pace condotte con la collaborazione dell'ambasciatore americano John Danforth, incaricato delle Nazioni Unite, e del presidente dell'Uganda Yowei Museveni. La causa principale del conflitto in Sudan, come di quasi tutti i conflitti moderni, sono i giacimenti di petrolio nel sud del paese. Ma gli accordi di pace del 2002 non risolvono la questione del Darfur. Nel febbraio del 2003 le milizie del Movimento di Liberazione e del Movimento Giustizia e Uguaglianza attaccano alcuni insediamenti governativi e basi Janjaweed. Da allora non cessano le rappresaglie.
I ragazzi con le capre camminano veloci. Ci sono colonne militari che sollevano la polvere là lontano, dirette ai campi. E' meglio allungare il passo, portare il bestiame via di lì, avvicinarsi al villaggio. C'è quell'elicottero che continua a ronzare. Ora si avvicina, scende, si tiene lontano dalla colonna militare. E' inconfondibile una colonna militare, in quelle foschie asciutte di sabbia. Si sentono lontane nel grande silenzio africano le voci dei soldati al campo. I miliziani salgono a cavallo, c'è fermento, partono camionette verso la montagna. All'orizzonte compaiono puntini neri nel cielo. Si sente un crescente rombo d'aerei.
31 gennaio 2007. L'esercito sudanese e le milizie Janjaweed attaccano i villaggi del Jebel Marra.
1 febbraio 2007. Ciad. i ribelli dell'Unione delle Forze per la Democrazia e lo Sviluppo prendono d'assalto la strada principale della città di Adre, al confine con il Darfur sudanese. Il movimento ribelle comunica che lo scopo dell'attacco è la destituzione del governo del presidente Idriss Deby. Il ministro della difesa del Ciad Bichara Issa Djallah accusa il governo sudanese di essere responsabile dell'attacco ribelle su Adra. Il Sudan lancia un'accusa agli Stati Uniti d'America, responsabili, secondo il consigliere presidenziale sudanese Mustafa Osman Ismail, di "utilizzare la pressione internazionale e le organizzazioni per i diritti umani" per deporre il governo del Sudan.
15 febbraio 2007. Il ministro degli esteri del Ciad accusa il Sudan di attaccare il suo paese. Secondo il ministro Ahmat Allam Mi, che ha parlato in occasione del Summit dei Paesi Africani in corso a Cannes, "questo incontro è inutile perché mira a distrarre l'opinione pubblica internazionale per non farla concentrare sul vero problema, cioè che il Sudan sta attaccando il Ciad".
16 febbraio 2007. Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon esprime delusione per la mancata concessione dei visti per gli ispettori dell'ONU che avrebbero dovuto raggiungere Kartoum e che sono rimasti bloccati ad Addis Abeba.
20 febbraio 2007. Milizie Janjaweed, con pick-up, cavalli e cammelli, si radunano a nord della città di Al Geneina, capitale del Darfur occidentale.
27 febbraio 2007. Il procuratore Ocampo della corte Penale Internazionale dell'Aia accusa l'ex ministro degli interni sudanese Haroun, attuale ministro degli "affari umanitari", e il leader dei miliziani Ali Kushayb, di crimini contro l'umanità.
Fa caldo. L'elicottero si è allontanato. Lo stormo degli aerei ha lentamente sorvolato l'altopiano e si è allontanato a nord. Ora c'è silenzio. Si sentono i belati e lo scalpiccio delle capre. I ragazzi Denka raggiungono il villaggio. La colonna militare già da tempo è sparita alle pendici della montagne. Adesso si sentono colpi. Sono gli aerei che lasciano cadere il loro carico. Il suolo africano sembra vibrare, si sentono le scosse nelle gambe, sembra che la polvere sobbalzi.
Noi, di tutto questo, sappiamo poco o niente.

Riflessioni sul ghiaccio

Un caro saluto a Marco Vasta che si sta curando a Delhi per l'incidente accadutogli durante il tChadar, il viaggio a piedi sul fiume gelato che collega il Ladakh con la valle dello Zanskar nell'India himalayana. Un caro saluto a tutti i partecipanti, un saluto commosso a Patrizia Valenziano e ai partenti di Dino, che ha perso la vita all'inizio di questo viaggio sfortunato, e ai suoi compagni. Un saluto a tutti coloro che hanno seguito il blog di Marco.
Come Marco sa bene, la sua passione per la gente zanskara e per i paesaggi sconfinati dell'Himalaya mi ha contagiato qualche anno fa. Ha trovato, peraltro, un fertile terreno di viaggiatore appassionato e curioso. La cultura tibetana, la saggezza asiatica che vedo riflessa nello sguardo sottile, nel volto asciutto di Sonam, si riconosce nelle ultime cose che Marco scrive sul suo bolg: "solo l'ultima sera Sonam ci ha rivelato perché ci aveva tenuti sempre in gruppo. Un portatore era scomparso, inghiottito dal fiume. Un portatore di sTongde, che viveva a Shade con la moglie e due bimbi".
Me lo immagino, Sonam, guardare il fiume pensieroso, saggiare il ghiaccio con la consapevolezza del pericolo ma con la sensibilità di non allarmare inutilmente i compagni. Me lo immagino riflettere sugli accidenti accaduti, senza muovere un muscolo, con la consapevolezza della severità della sua terra, della sua vita di zanskaro. Con la consapevolezza che nonostante tutto è vita. E' vita procedere con cautela sul ghiaccio sottile, metaforico, dell'insidia, vedere un padre di famiglia che cade nel fiume, perdere Dino per un banale incidente, temere per un amico privo di sensi, Marco, che vede il mondo come da un cannocchiale rovesciato. Ci si scuote e si va avanti.
Il mio materialismo non accetta il timore dei giorni sfortunati. Non credo nel 18, giorno infausto per la tradizione zanskara, in cui i portatori si sono rifiutati di partire rimandando al giorno dopo, venerdì 19. E non credo nemmeno nel "di venere e di marte non si sposa e non si parte". Credo che le cose semplicemente accadono perché possono accadere. Agli altri accadono più spesso perché gli altri sono tanti ma a volte accadono anche a noi. Semplicemente perché possono accadere. Certo a chi resta e soffre questa filosofia consola poco ma a parte la cultura popolare e la saggezza asiatica, è l'unica sensibilità che ci consente di fare come Sonam: procedere con cautela, non allarmare, fermarsi a riflettere, poi scuotersi e andare avanti.

A lume di candela

Spegnere.
Spegnere la luce.
Per una sera.
Spegnere la luce alle ore 18 di venerdì 16 febbraio 2007, anniversario dell'entrata in vigore del protocollo di Kyoto. Spegnere la luce, staccare la spina, spegnere tutti gli apparecchi in preaccensione, staccare magari anche l'interruttore centrale in modo che non si inneschino caldaia, scaldabagno e altre apparecchiature temporizzate. Staccare la spina. Tornare alle origini.

Accendere.
Accendere un fiammifero.
Accendere una candela.
Cucinare un po' prima per una sera, mangiare magari insalata, formaggio, prosciutto, pane e olive, buon vino. A lume di candela. Il firgorifero reggerà anche se lo stacchiamo un po' e sarà bello ascoltare il silenzio dei motori fermi, del ronzio che tace. Sarà bello vedere l'immagine di una famiglia a tavola, che chiacchiera a mezza voce, affettando il pane, versando l'acqua e il vino, passandosi il sale e l'olio, riflessa nel buio di uno schermo televisivo. Spento. L'idea è di una celebre trasmissione radiofonica, Caterpillar, di Radio Due. Questo è il loro comunicato.

Per il terzo anno consecutivo Caterpillar lancia per il 16 febbraio 2007 "m'illumino di meno", la giornata nazionale del risparmio energetico, quest'anno diventata internazionale. Dopo il successo delle passate edizioni Massimo Cirri e Filippo Solibello chiederanno nuovamente agli ascoltatori di dimostrare come il risparmio sia una possibilità concreta e reale a cui attingere oggi stesso per superare i problemi energetici che assillano il nostro paese e gran parte delle nazioni del pianeta. L'invito rivolto a tutti è quello di spegnere le luci e tutti i dispositivi elettrici non indispensabili il 16 febbraio 2007 alle ore 18. Semplici cittadini, scuole, aziende, musei, gruppi multinazionali, astrofili, società sportive, gruppi scout, istituzioni, associazioni di volontariato, università, cral aziendali, negozianti e artigiani uniti per diminuire i consumi in eccesso e mostrare all'opinione pubblica come un altro utilizzo dell'energia sia possibile. In particolare, moltissimi ristoranti organizzeranno cene a lume di candela, mentre le amministrazioni locali forniranno il colpo d'occhio più spettacolare all'iniziativa effettuando spegnimenti simbolici delle grandi piazze italiane e dei monumenti più importanti. Nelle due precedenti edizioni M'illumino di meno ha contagiato centinaia di migliaia di persone impegnate in una allegra e coinvolgente gara etica di buone pratiche ambientali. Lo scorso anno si risparmiò, nella sola ora e mezza di durata della trasmissione, l'equivalente del consumo medio quotidiano di una regione come l'Umbria. La campagna di "m'illumino di meno" inizierà il 15 gennaio e si protrarrà per un mese fino al 16 febbraio (anniversario dell'entrata in vigore del protocollo di Kyoto). Caterpillar racconterà giorno per giorno le iniziative più originali, la preparazione delle piazze e dei comuni in Italia e all'estero, le idee più innovative di chi propone soluzioni per abbattere il grafico dei consumi energetici. Quest'anno l'iniziativa è patrocinata dal Ministero dell'Ambiente e dal Ministero delle Politiche Agricole.

Aderire all'iniziativa, secondo me, non è solo un modo per dare un segnale di interesse per le risorse energetiche del nostro pianeta sempre più in crisi per la nostra occidentale abitudine allo sperpero. Non è solo un modo per condividere una sensibilità ambientale, una scelta politica, un messaggio. Aderire all'iniziativa di Caterpillar secondo me è soprattutto scoprire che senza energia elettrica si può vivere qualche ora, anche tutta la sera, ma con meno energia si può vivere tutta la vita. Basterebba fare un po' attenzione agli sprechi, spegnere la luce quando non serve, indossare una felpa più calda e abbassare un pochino il termostato, aprire il rubinetto dell'acqua solo quando l'acqua serve, usare l'acqua calda solo quano l'acqua serve calda e altrimenti usarla fredda, accendere il televisore solo quando si decide di guardarlo e non lasciarlo acceso mentre si fa altro, spegnerlo quando non lo si guarda più, accorgendosi così che anche il silenzio fa compagnia.

Viaggiando spesso in quelli che chiamo gli altri tre quarti del mondo, dove si vive più vicini alla natura, facendo tesoro delle poche risorse disponibili, mi sono accorto di come ci siamo abituati all'erronea sensazione che tutto sia abbondante, inesauribile, e che tutto ci sia dovuto. Negli altipiani dell'Asia centrale, in Himalaya, nelle pianure d'Africa, nei villaggi di montagna, sulle Ande, nelle foreste equatoriali, nelle oasi dei deserti, nelle savane, ti difendi dal freddo bruciando sterco secco, filtri l'acqua e la fai bollire per bere e cucinare e quando la usi per lavare lo fai vicino al pozzo o al fiume in modo che l'acqua caduta, filtrata dalla sabbia, torni al fiume o al pozzo e non finisca dispersa. Si mangia tutti nella stessa pentola e si beve dalla stessa bottiglia. Non fa male. Non ti prendi malattie. Alla sera si sta seduti intorno al fuoco e si chiacchiera, si canta, si ride, si racconta. Quando sono là, negli altri tre quarti del mondo, non sento la mancanza di questo quarto qui, del nostro quarto di mondo "occidentale", industrializzato, ricco, sofferente. Sofferente, si, sofferente.

Io venerdì spegnerò tutto e passerò una splendida serata a lume di candela, chiacchierando, raccontando storie e magari suonando la mia chitarra (acustica). E magari mi farò anche una bella passeggiata per la città, a piedi o in bici, sperando di vedere tante finestre spente e tanti lumi di candela.

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