Il tChadar – Nelle gole

Lasciata Padum la carovana del tChadar sta tornando in Ladakh passo passo, ridiscendendo il corso ghiacciato del fiume. Immaginiamo quelle montagne impervie nelle quali l’acqua millenaria ha scavato gole vertiginose aprendosi la strada, come solo lei sa fare, nelle muraglie granitiche dei monti. Arrivare in Zanskar d’estate per questa via sarebbe impossibile. L’acqua costretta in quelle gole tuona e si precipita nei corridoi tra le rupi e avanza con passo di valanga. Ma d’inverno tutto si ferma. La morsa del gelo blocca e si fa ponte e il fiume diventa strada.
La carovana ha lasciato indietro le ultime tracce di civiltà, compreso un impensabile… ciclista delle nevi! Dalle tracce rinvenute (“radio scarpa” come dice Marco) poche persone hanno compiuto il tChadar nei giorni scorsi. Tracce di otto scarpe, quattro camminatori. “Alcuni Zanskar-pa hanno rinunciato” dice Marco “e un gruppo di trekker è tornato a Leh, forse spaventato da una caduta in acqua”. Si perché è vero che il ghiaccio si fa strada e ponte ma possiamo immaginare quale tumulto di acque corra e scorra sotto quel muro solido che sostiene il passo.
I nostri avanzano sotto l’occhio vigile e benevolo dei Lhu, le divinità delle acque, e se volete sapere come andrà a finire leggete il blog in diretta dal tChadar su:
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Davanti allo sterminio

Può capitare una domenica pomeriggio qualunque, anche se qualunque non è perché è il giorno della memoria dedicato alla shoah, può capitare di sfogliare distrattamente un giornale. Può capitare che l'occhio ti cada sul titolo di un minuscolo trafiletto quasi del tutto invisibile. Può capitare che la conferenza "ebrei e tibetani davanti allo sterminio, strategie di superamento" con Lama Palden Gyatso e Vittorio Dan Segre, condotta da Gad Lerner al teatro Carignano di Torino incominci alle 16. E può capitare che siano le 15,45. Allora ti prepari in fretta e furia, scappi di corsa, salti sul tram dimenticando a casa i biglietti, un occhio al quadrante inesorabile dell'orologio  e l'altro alle fermate troppe e troppo lente sperando che non salga il controllore. Può capitare di rubare un passaggio al Gruppo Trasporti Torinesi per una buona causa.
Può capitare che il teatro Carignano, nonostante l'ora strana, nonostante la pochissima pubblicità data all'evento, sia gremito fino al terzo ordine di palchi. Mi trovano un posto lassù, mi siedo taccuino alla mano, sta già parlando Dan Segre. Sembra quasi che le dorature barocche e i velluti del teatro riprendano i motivi ocra e amaranto degli arredi tipici dei buddismo lamaista. Certo l'opulenza storica europea quasi stride con l'essenzialità esteriore dell'ascetico stile di vita tibetano.
Palden Gyatso, il lama tibetano che si è fatto trent'anni di carcere e torture in Cina, siede di lato, a destra, con il suo mantello amaranto e il cranio calvo, il volto scarno. A sinistra la flautista Elena Sartori, il pianista Simone Zoia e il percussionista Alan Brunetta attendono, seduti davanti ai loro strumenti. Palden Gyatso è già stato protagonista di un articolo su Strade di Polvere quando l'anno scorso, a Torino, rimase per tutto il periodo dei giochi olimpici in una tenda a San Pietro in vincoli, facendo uno sciopero della fame per chiedere alla comunità internazionale e al Comitato Olimpico di ricordare che la Cina, sede olimpica nel 2008, sta continuando a calpestare i diritti umani in Tibet, a perseguitare i monaci, ad arrestare, torturare e uccidere i profughi.
Non dobbiamo dimenticare, dice Palden Gyatso nel giorno della memoria. Non si può dimenticare quando si vive in esilio, in un paese libero, ma in esilio, con il ricordo della propria patria. Ma non dobbiamo indulgere nel rancore, non dobbiamo provare sentimenti di vendetta. Questo fa male a noi stessi, al nostro equilibrio psico-fisico. Al di là delle sofferenze degli ultimi cinquant'anni, dice lama Gyatso, quello che noi dobbiamo imparare dagli ebrei è come riuscire, nonostante i massacri, le deportazioni e l'esilio, a non perdere la nostra identità culturale. Le aperture del Dalai Lama, dice Palden Gyatso, le sue richieste di autonomia del Tibet non possono cambiare la storia. L'esperienza degli ebrei è un esempio, alla fine essi hanno ottenuto una soluzione soprattutto grazie all'aiuto degli altri popoli.
Il messaggio che il Tibet ci invia, dice Dan Segre, è che per cambiare il mondo dobbiamo prima cambiare noi stessi. Dice una storia talmudica che il compito della candela non è bruciare, ma illuminare. Ciascuno di noi dovrebbe essere come quella candela. Ma, dice Dan Segre ricordando le parole di Amos Oz, Israele è come un grande malato che agita le braccia e ogni tanto sferra un pugno dove non dovrebbe. La shoah è un evento unico nella storia perché è stato il tentativo di distruggere un popolo non per quello che fa o per quello che pensa ma per quello che è. Anche il popolo tibetano, dice Segre, fa paura alla Cina per quello che è e non per quello che fa o pensa. Altri massacri, come quello degli Armeni, o quello dei Tutsi in Ruanda, avevano ragioni bestiali ma spiegabili. Il massacro degli ebrei da parte di nazisti e quello dei tibetani da parte dei cinesi non sono spiegabili se non con la paura dei tiranni per i un popoli che testimoniano che si può vivere moralmente. Un giorno, conclude Dan Segre, io credo che Israele comprenderà che l'idea biblica della neutralità è l'unica soluzione per aprire i cuori e spegnere i rancori. Io penso, aggiunge Palden Gyatso, che Nelson Mandela sia un esempio di riconciliazione nella neutralità.
Sul tappeto musicale eseguito dal trio Sartori-Zoia-Brunetta nel quale echeggiano riconoscibili omaggi alle due culture, dalle note klezmer all'uso degli strumenti percussivi della tradizione tibetana, scorrono sullo schermo le immagini dei genocidi. La distruzione della sinagoga di Varsavia accanto alle rovine dei monasteri tibetani rasi al suolo dalla rivoluzione culturale maoista, i lager nazisti, la prigione di Dropchi, le torture, la fame, lo sterminio, le deportazioni, l'immagine del Panchen Lama rapito dai cinesi all'età di sei anni e del quale non ci sono notizie dal 1995. Poi le immagini agghiaccianti del Nagpa La di cui abbiamo parlato su Strade di Polvere, la fila di pellegrini sulla neve del valico himalayano al confine con il Nepal, la fucilata che parte, il profugo che cade. 30 settembre 2006. Se per lo sterminio degli ebrei si può parlare di memoria, lo sterminio dei tibetani è ancora attualità. E' appena iniziata, dice una scritta sullo schermo, la deportazione dei nomadi che finora erano sfuggiti all'assimilazione forzata.
In conclusione Palden Gyatso ricorda i giorni passati a Torino in occasione dei giochi olimpici invernali nel 2006. A Torino si è appena spenta la fiaccola delle Olimpiadi Universitarie e il ritorno di Palden Gyatso in città non può che richiamare alla memoria quella battaglia. E il lama rinnova l'accorato appello perché i paesi, gli atleti e le associazioni facciano pressione sul Comitato Olimpico minacciando di boicottare la partecipazione ai giochi del 2008 a meno che non venga ripristinato in Tibet e in tutta la Cina il rispetto dei diritti umani.
Come messaggio di speranza Dan Segre esprime l'augurio che proprio la presenza dei cittadini cinesi che si stanno sempre più trasferendo in Tibet faccia si che la spiritualità tibetana abbia la meglio sui soldati e sui produttori di armi.
Strade di Polvere non poteva non assistere a questo evento denso di contenuti e significati, passato un po' troppo in silenzio. Valeva la pena una corsa col fiatone e il rischio di una multa sul tram.

Il tChadar – dal fiume di latte alla fortezza del Gyalpo

Piana di Padum - Google Map

La carovana del tChadar è arrivata a Padum, capitale dello Zanskar. La cittadina, che nelle relazioni degli esploratori himalayani fino a poco tempo fa veniva ancora denominata "villaggio", si trova nella vasta piana dello Zanskar, circondata dagli innumerevoli villaggi che popolano la valle. E' un vivace centro abitato, con alcuni alberghetti, una moschea per la minoranza musulmana e un tempio lamaista (gompa).
Lo Zanskar fin dal settimo secolo fu annesso al regno del Tibet, in epoca pre-buddista, quando era diffusa la religione Bon, di tradizione animista, che oggi è ancora praticata in alcune regioni del Tibet centro-occidentale. Intorno all'ottavo secolo in Zanskar come in Tibet si diffuse la religione buddista lamaista. Tra il decimo e l'undicesimo secolo lo Zanskar ebbe la sua casa reale e furono costruiti i monasteri di Karsha e di Phuktal.
Lo Zanskar divenne un regno indipendente finché nel quindicesimo secolo fu subordinato al Ladakh. Tra le due regioni confinanti sopravvive ancora un mai sopito campanilismo anche se sono separate da montagne impervie e collegate solo da una lunga e difficile strada estiva, aperta nel 1980 attraverso il passo Pensi La, mentre in inverno non c'è altra "strada" che il tChadar sul fiume ghiacciato.
Oggi lo Zanskar e il Ladakh fanno parte dello Stato indiano di Jammu-Kashmir. Le guerre territoriali che impegnarono l'India, la Cina e il Pakistan portarono alla spartizione del territorio tra il Baltistan annesso al Pakistan, l'Aksai Chin alla Cina (annessione ancora in parte contestata) e Ladakh, Zanskar e Kashmir all'India.
Le regioni di tradizione tibetana dell'himalaya indiano hanno mantenuto la propria cultura e religione con meno difficoltà rispetto al Tibet cinese, sconvolto dalla rivoluzione culturale e dalla "colonizzazione" attualmente in atto. A Padum c'è ancora memoria di quando regnava il Gyalpo, il re dello Zanskar.
Scrive Marco Vasta, sul suo blog dal tChadar: poco dopo la fine del canyon giungiamo alla confluenza con l'Oma Tokpo, il fiume di latte. Nei pressi di Kilima Bao, un'umida grotta a livello del fiume, saliamo sulla strada in costruzione dove ci aspetta un autobus per portarci a Padum. La fortezza reale (khar) è stata residenza dei sovrani dello Zanskar orientale e i discendenti del Gyalpo vi risiedevano saltuariamente fino a venti anni fa.

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Il tChadar – al Gompa di Lingshed

tChadar foto Marco Vasta 1993

Dopo una sosta a Lingshed Pulu, lunedì il gruppo del tChadar ha intrapreso la salita al gompa di Lingshed. Si chiamano gompa i monasteri del buddismo lamaista tibetano. Trecento metri di dislevello a noi non sembra granché ma se parti a 3600 metri di quota e punti ai 3900 del gompa e per di più in pieno inverno dopo una notte a meno ventiquattro gradi le cose si fanno più complicate. Marco ci comunica la sua emozione davanti al panorama mozzafiato che si vede dal gompa. Mozzafiato sempre ammesso che di fiato ne sia rimasto un po'. A noi non resta che immaginarlo lassù, con il vento secco dello Zanskar a scompigliargli la barba e ad arrossargli le guance.
Scrive Marco sul suo blog: "la bastionata di rocce e le cime che svettano nel cielo azzurro scuro formano un fondale unico per colori e forme. Ai piedi del gompa scorre il fiume, in estate all'ombra di alcuni preziosi alberi, e il villaggio si adagia nella conca fra campi verdi e gialli. Il dukang è posto al primo piano e il vestibolo, anziché essere collegato al cortile, forma una terrazza che si affaccia a meridione in pieno sole."
Stamattina il termometro segnava meno trenta, probabilmente, dice Marco, perché quello è il limite della scala. Lungo il tChadar i nostri hanno indcontrato "una carovana con dieci slitte di legno, ciascuna carica di bombole di gas e materassi, diretta al monastero di Lingshed". Stanotte dormiranno ancora in tenda, a Tsarak Do. "Vicino a noi un hotel, ovvero una grande tenda ricavata da un paracadute. Al centro una stufa, tutto intorno tappeti e materassini. In un angolo un fornello a cherosene per cucinare."

Ciao Marco
continuiamo a seguirti sul tuo blog
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Il tChadar – Nella grotta dei cannibali

tChadar foto Marco Vasta 2007

Continuiamo a segure l'avventura del tChadar, la marcia sul fiume gelato nella valle dello Zanskar, a più di 3000 metri di quota, tra le vette himalayane nello stato indiano di Jammu Kashmir. Marco Vasta continua a mandarci i suoi racconti on-line tramite una connessione satellitare. Lo seguiamo direttamente dal suo blog.

20 gennaio: quella di oggi è stata una tappa lunga e intensa. Abbiamo camminato per nove ore. Dopo una sosta per il pranzo a Dip Bao (altitudine 3230) passiamo nei pressi di quella che io chiamo la caverna dei cannibali.  Alcuni portatori la indicano come Gyalpo. Raccontano che un rajha con la sua scorta fosse rimasto bloccato nella caverna da un improvviso disgelo. Dopo giorni di fame e astinenza aveva deciso di sacrificare un servitore. Il poveretto passò la notte implorando Buddha.  Alla mattina il ghiaccio si era completamente riformato…

21 gennaio: abbiamo dormito ai piedi di una piramide di roccia, le grotte erano occupate da famiglie di locali con bambini. Questa notta la temperatura è scesa a meno quindici e stamane ho apprezzato ancora di più il tepore del sacco a pelo aspettando il momento che ritengo peggiore di tutta la giornata: piegare il sacco a pelo! Occorre farlo a mani nude e sembra di arrotolare il ghiaccio mentre l'involucro scappa da tutte le parti…

22 gennaio : all'alba il termometro segnava meno ventiquattro. Durante la notte il ghiaccio è aumentato ed è esploso lasciando affiorare 20 centimetri d'acqua, abbiamo aspettato che si riformasse. Il tempo di smontare il campo e rinfrancarci con qualcosa di caldo e riprendiamo la nostra marcia dovendo comunque guadare. Per fortuna non si è bagnato nessuno…

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Il tChadar – La partenza

Sono partiti. La carovana del tChadar è in marcia sul fiume Zanskar. Dal blog satellitare di Marco Vasta seguiamo la spedizione:

Muoviamo i primi passi da Chilling scendendo dalla strada sul ghiaccio del fiume. Non è facile. Occorreranno sicuramente ancora un paio di giorni prima di muoversi con disinvoltura. Sulla vecchia carta comprata nel 1985 figura un toponimo indicato come Lama Guru. C'è un Monastero disabitato dove il 10° giorno del 1° mese tibetano si festeggia Padmasambhava, Guru Rinpoche. Stiamo camminando da un paio d'ore e siamo proprio di fronte alla confluenza con il fiume Markha. Nel 1993, Gyatso aveva sotterrato un sacchetto di viveri sulla riva sassosa ed ampia opposta al Markha.

Il seguito su:

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Il tChadar – La strada di ghiaccio

tChadar foto Marco Vasta 1993

Il tChadar è un viaggio. Un viaggio d'altri tempi. Un viaggio lento, a piedi, in mezzo a una natura tutt'altro che accogliente. Il tChadar è il viaggio rituale che tutti gli anni compiono gli Zanskar-pa, popolazione di cultura tibetana dell'omonima valle indiana nello Stato del Jammu-Kashmir, per raggiungere la piana di Padum, la loro terra, partendo da Leh, in Ladakh. Sull'Himalaya a 3500 metri di quota la valle di Padum in inverno rimane completamente isolata dal resto del mondo. Solo in un periodo dell'anno ben definito, questo, tra gennaio e febbraio, è possibile risalire in lenta carovana il fiume Zanskar dalla sua foce nell'Indo fino a Padum. Marco Vasta ha già fatto il tChadar nel 1993 in compagnia del suo inseparabile amico d'avventure Sonam Stobgay. Ora è di nuovo là. In questo momento, mentre scrivo, Marco è a Delhi che aspetta un aereo per Leh. Non è facile sorvolare l'Himalaya in inverno e soprattutto atterrare in Ladakh. Il primo volo tentato ieri è dovuto rientrare a Delhi. Ci riproveranno oggi. Da Leh partirà il tChadar 2007. Eccovi il racconto di Marco Vasta sull'impresa del 1993, da un suo articolo per "Avventure nel mondo". In calce trovate una breve descrizione di Marco del tChadar 2007 e i link al sito di Marco e al blog che terrà aggiornato durante il tChadar grazie a un collegamento satellitare.
Marco, siamo con te!

Incastonato fra l'Himalaya e il Karakorum l'antico regno tibetano del Ladakh, il paese degli alti passi, è un deserto in alta quota. Oasi remote circondate da svettanti cipressi si alternano a monasteri lamaisti, vere fortezze in miniatura dove il tempo sembra fermo ad un lontano medioevo. Le nevicate invernali isolano il Ladakh da ottobre a maggio e la piana di Padum, capitale della valle dello Zanskar, è raggiungibile solo a piedi camminando sul fiume ghiacciato. In giugno torna la primavera e le oasi si tingono di verde in attesa del raccolto dell'orzo dorato. Gli uomini si allontanano dai villaggi dedicandosi al commercio e alla produzione del cibo che sarà consumato nell'inverno già prossimo. Al ritorno delle mandrie di montoni e di yak dai pascoli alti il Ladakh si chiude nuovamente, isolato nel lungo inverno. È il periodo del capodanno tibetano, delle feste, delle veglie a lume di candela, dei racconti dei nonni che tramandano oralmente le antiche tradizioni di questo popolo montanaro duro e forte. Con la guida Sonam Stobgays Ganskit, amico di vecchia data, e quattro insostituibili portatori, Paolo Zenatti ed io abbiamo risalito il canyon formato dal fiume Zanskhar. Questa è l'unica via che collega per un breve periodo dell'anno le valli di Leh e di Padum. Un viaggio progettato su pochi giorni per una serie di circostanze avverse si è trasformato in un lungo soggiorno… obbligato in una valle tibetana. Per quaranta giorni abbiamo vissuto l'inverno ladakho "che per voi occidentali è avventura" ricorda Sonam "mentre per noi è vita quotidiana".
A Leh, dopo aver assistito alle feste del capodanno ladakho che coincidono con il nostro Natale formiamo la carovana e raggiungiamo Chiling, 28 chilometri a monte della confluenza fra i fiumi Zangskhar e Indo. Scendiamo sul fondo ghiacciato del fiume ed iniziamo la marcia scivolando sul ghiaccio trasparente come vetro e a tratti coperto di neve. Subito comprendiamo che la progressione sul ghiaccio non è solo un problema tecnico. L'ambiente glaciale, i sordi rumori del ghiaccio che si assesta, la differente consistenza e morfologia del ghiaccio richiederanno fino all'ultimo giorno una forte capacità di resistenza psicologica per convivere in condizioni estremamente dure con un ambiente che a noi pare irreale e ostile ma al quale i locali da centinaia di anni si sono splendidamente adattati. Entriamo nelle gole, profonde e incassate. Seguire gli Zanskar-pa non è facile, camminano veloci scivolando con i loro stivali. Angoli suggestivi si alternano a fantastiche colate di ghiaccio che scendono dalle quinte di roccia. I locali impiegano circa sette giorni a completare il viaggio, noi purtroppo siamo in anticipo sul momento di maggior spessore del ghiaccio. Al quinto giorno, dopo alcuni guadi obbligati, dobbiamo arrestarci di fronte ad un lungo tratto insuperabile: non arriveremmo vivi sul banco successivo. A due chilometri dalla fine del canyon dobbiamo arrenderci. Il giorno successivo il ritorno è sbarrato: il ghiaccio si è rotto dopo il nostro passaggio. Siamo intrappolati! Impieghiamo quattro giorni per aggirare, salendo fino a quota 4.700, quelli che al ritorno si mostreranno essere solo 35 minuti di cammino. La mia benedetta ernia lombare ci blocca per oltre due settimane a Padum. La vita invernale in questo remoto angolo del Tibet occidentale scorre con ritmi arcaici. Sono giorni indimenticabili. Dal letto dove sono confinato percepisco lo scorrere della vita quotidiana. "L'inverno è fatto per il riposo, è per noi il momento in cui godiamo dei frutti del nostro lavoro estivo" puntualizza Sonam (agricoltore con una laurea in economia… "in una valle dove vige ancora il baratto!" aggiunge tristemente). La breve giornata si snoda fra una colazione, piccoli lavori di manutenzione, spalare il tetto dalle nevicate, poi inizia l'interminabile notte con veglie che si prolungano fino alle quattro del mattino successivo, con decine di litri di chang (birretta fermentata di miglio) ed estenuanti chiacchierate. Se l'avventura sul ghiaccio ci ha permesso di conoscere uno dei trekking più singolari dell'Himalaya, il lungo soggiorno a Padum rimarrà un'esperienza unica nella nostra vita.

tChadar 2007: La prima parte dell'itinerario si snoda per 60 chilometri di gole incassate. Dopo Chiling il monastero di Lingshed ed il villaggio di Nierak sono gli unici insediamenti. Le tappe vengono decise in base alla possibilità di appoggiarsi a una delle numerose grotte adattate nei secoli a punto di riparo. Gli ultimi 60 chilometri si svolgono nella più ampia valle di Padum toccando Zangla, Pishu, sTongde, Karsha e Padum. Il nostro sarà un trekking a "impatto sostenibile" con una valle remota dove troveremo ospitalità nelle case dei valligiani. Per due settimane scorderemo cosa sia una doccia calda o la luce elettrica e vivremo a stretto contatto con gli zanskar-pa. Condivideremo con i portatori le lunghe veglie nelle grotte, tappa "naturale" , incontreremo zanskar-pa che scendono a Leh per vendere il pregiato burro degli alti pascoli e studenti che tornano a casa per le vacanze invernali. Conosceremo direttamente la vita di una comunità completamente isolata fra i monti dell'Himalaya.

tChadar foto Paolo Zenatti 2003

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