Strade di Bogotà

Così, tanto per inquadrare il teatro degli eventi, se avete sottomano una carta geografica dell'America Latina, poco sopra la linea dell'equatore, dove il sud America si salda al sottile istmo di Panama, c'è un paese che si chiama Colombia. Da un lato c'è il Venezuela e l'oceano Atlantico, dall'altro il Pacifico e l'Equador. Sotto, a poca distanza, le Ande e il Rio delle Amazzoni tra Perù e Brasile. Il 20 luglio 1810, insieme ai paesi confinanti, la Colombia ottiene l'indipendenza dalla Spagna. Nel 1904 si stacca anche lo stato di Panama, già dipartimento colombiano. Oggi la Colombia è una repubblica presidenziale e il suo Presidente, Alvaro Uribe Vélez, eletto con mandato quadriennale, detiene il potere esecutivo mentre il potere legislativo appartiene al Congresso Nazionale composto da Camera e Senato. E fin qui tutto bene.
Ma sono quarant'anni che in Colombia c'è una guerra interna devastante. Quarant'anni. E quasi non se ne parla. E' tutta una confusione di sigle e fazioni che si fatica a capire. Proviamo a raccapezzarci un po'. Dunque da una parte c'è l'Esercito Nazionale, e ci sono, alleate all'esercito, le Autodifese Unite di Colombia, AUC, milizie paramilitari un po' come i bravacci di don Rodrigo. Dall'altra parte c'è un certo Manuel Marulanda Vélez, al secolo Pedro Antonio Marín, detto il Tirofijo, ovvero il Colposicuro, settantaseienne comandante delle Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia, le FARC. Circolano spesso notizie e smentite della sua presunta morte, pare sia stato avvistato vivo e vegeto quattro anni fa ed è considerato senza dubbio il guerrigliero più vecchio del mondo. Poi c'è l'Esercito di Liberazione Nazionale, ELN, organizzazione militare fondata il 4 luglio 1964 da Fabio Vasquez Castano, oggi si avvale di una forza di 4000 combattenti coordinati dal Comandante Antonio Garcia.
In mezzo a questo dispiegamento di mitraglie, pallottole, tute mimetiche, elmetti e tritolo, ci sono i poveri diavoli. Campesinos, indios, poveracci, vittime di una guerra infinita, quello che resta delle grandi civiltà precolombiane, quasi sconosciute: i Tairona, San Augustin, Quinbaya e i sopravvisuti indios di etnia Chibcha. Coltivano soprattutto il caffè, la cui produzione è seconda solo a quella del Brasile, la canna da zucchero, banane, tabacco e cacao. Allevano il bestiame e scavano, pensate un po', oro e smeraldi, platino e argento, oltre al carbone e al petrolio. C'è qualche raffineria, qualche impianto siderurgico, metallurgico, chimico, qualche raffineria di zucchero, e questa è l'economia ufficiale. Poi c'è quella meno ufficiale, il segreto di pulcinella, che si chiama cocaina e eroina, che rende all'economia sommersa colombiana, pensate un po', il doppio del caffè. La Colombia è il primo produttore al mondo di cocaina ed è situata al terzo posto per l'eroina.
Si dice che fino ad oggi la guerra civile in Colombia abbia fatto trecentomila morti ma queste cifre mi confondono, non sono in grado di capire. Un milione e settecentomila sfollati, contadini costretti a scappare dalle violenze e dai massacri, scriveva nel 2005 Cristiano Morsolin in un bell'articolo su Peace Reporter. Testualmente: "Le comunità contadine vengono massacrate dai paramilitari (1500 dirigenti contadini assassinati). Sono presi di mira soprattutto i leader. I contadini vengono cacciati per prendere le terre (i latifondisti sono i narcotrafficanti) o per consentire alle multinazionali di estrarre petrolio e minerali" spiega Gilma Benite, dirigente del Consiglio nazionale dei contadini. "I movimenti campesinos e indigeni rifiutano i programmi geopolitici e militari come il Plan Colombia che l'impero statunitense vuole imporre usando come pretesto il narcotraffico. Rifiutiamo i programmi di sradicamento forzato della coca che distruggono la nostra Madre Terra e violentano i diritti umani dei popoli. Rivendichiamo il consumo tradizionale e ancestrale della foglia di coca ma rigettiamo fermamente le mafie dei narcotrafficanti organizzati dai grandi centri di consumo di cocaina dei paesi sviluppati del Nord del Mondo" conclude la combattiva dirigente contadina.
E questa è la situazione che si protrae da quarant'anni. Ma oggi? Alle 8,50 del 19 ottobre 2006 nel parcheggio della Nuova Università Granada a Bogotà un'autobomba ammazza due persone e ne ferisce dieci. Perché l'Università? No, niente, è che lì accanto c'è un palazzo delle forze armate. Il 21 ottobre, a seguito di questo attentato, il presidente Uribe pensa bene di interrompere le trattative con la FARC e di avviare operazioni militari su vasta scala. Le trattative riguardano il rilascio di sessanta ostaggi in cambio di cinquecento guerriglieri prigionieri dell'esercito. Si parla di una quisquilia come tremila ostaggi nelle mani dei gruppi rivoluzionari. I parenti degli ostaggi sono in piazza, fanno marce di protesta per contestare il presidente che avrebbe, in questo modo, condannato a morte i loro familiari. Inascoltati. Il 24 ottobre le FARC attaccano una stazione di polizia a Tierradentro, provincia di Cordoba, poco meno di 400 chilometri da Bogotà: diciannove morti.  28 ottobre, Villavicencio, provincia di Meta, presso la base della Settima Brigata dell'Esercito non si sa, forse un colpo di mortaio, forse una bomba a gas colpisce in pieno un taxi e un po' meno in pieno un autobus di passaggio. Il taxista viene sbriciolato nel botto, feriti altre cinque persone, tre dei quali militari, che stavano a bordo dell'autobus.
Insomma dire che la situazione in Colombia è drammatica, difficile, complessa, è pura retorica. Parlare di cifre significa finire storditi in un capogiro nel quale non si capisce più niente. Quello che è chiaro è che la situazione in Colombia, e quindi il rapporto tra il governo e il potere economico dei narcotrafficanti, l'appoggio delle potenze straniere, la tensione con le fazioni rivoluzionarie, evidentemente a qualcuno fa comodo. E da quarant'anni, per far comodo a qualcuno, gli indio, le minoranze afroamericane, i contadini e i poveracci colombiani continuano a essere sfruttati, a fare la fame e a finire sbriciolati nelle esplosioni e crivellati da nuvole di pallottole vaganti.

Strade di Oaxaca

Oaxaca, Messico. La regione si trova nel sud del paese, sulla costa dell'oceano Pacifico, estremità meridionale dell'istmo di Tehuantepec. Terra tropicale, terra montuosa in cui si incrociano la Sierra Madre Orientale, la Sierra Madre del Sur e la Sierra Atravesada. Terra del caffè, del cacao, dell'artigianato, delle sculture in legno e delle terrecotte nere.  Terra di turismo, anche, è la terra di Puerto Escondido.
Oaxaca è uno dei trentadue stati della federazione messicana, confina con il Chapas e dopo il Chapas è il secondo stato del Messico per povertà. La sua popolazione è composta da numerosi gruppi indigeni come gli Zapotec, i Mixtec e i Nahuatl. Ulises Ernesto Ruiz Ortiz, del Partito Rivoluzionario Istituzionale, occupa da un paio d'anni la poltrona di Governatore di Oaxaca, dopo un'elezione risicata, con pesanti accuse di brogli.
Da alcuni mesi nella città di Oaxaca è in corso una rivolta. A partire dal 22 maggio 2006 i 70.000 insegnati del Sindacato Nazionale della Scuola sono scesi in piazza con rivendicazioni salariali, richieste di mense gratuite, di libri e uniformi scolastiche per gli allievi. Studenti, sindacati, partiti politici, prima fra tutti l'Asemblea Popular de los Pueblos de Oaxaca, hanno aderito alle manifestazioni e hanno richiesto le dimissioni del governatore. La tensione nella capitale e in molti villaggi è aumentata di giorno in giorno, di mese in mese. Il governo ha risposto come spesso rispondono i governi ai movimenti popolari: inviando 4.600 poliziotti a Oaxaca. Il risultato è che José Jimenez, un insegnate, è stato ammazzato. Si parla di automobili senza targa che girano per la città e assaltano le sedi dell'Assemblea Popolare. Il 14 giugno la polizia ha fatto irruzione nello Zocalo, la piazza centrale della capitale, occupato dai manifestanti: 139 feriti e 99 arresti. Il 21 agosto alcuni agenti speciali dal volto coperto con il passamontagna hanno assalito la sede di una radio. Da allora gli eventi sono ulteriormente precipitati.
Rubén Aguilar, portavoce del presidente Vicente Fox, ha dichiarato di voler intraprendere la linea del dialogo ma il governatore Ruiz continua a richiedere interventi repressivi. Tutta la popolazione è solidale con i manifestanti, animata da un profondo senso di rivolta contro i ceti governanti a partire dalle comunità indigene dei villaggi che hanno rimosso i sindaci del Partito Rivoluzionario Istituzionale di Ruiz sostituendoli con Assemblee Popolari. All'inizio, racconta Alejandro Ríos rappresentante del sindacato della scuola, la gente di Oaxaca non appoggiava la nostra protesta perché era infastidita dal blocco dello Zocalo ma dopo gli scontri del 14 giugno è cambiato tutto e hanno iniziato a darci un appoggio maggiore.
31 ottobre: dopo i tragici fatti del fine settimana appena trascorso a Oaxaca, capitale dell'omonimo stato messicano, dove negli incidenti fra manifestanti e polizia ci sono state tre vittime, il governatore Ulises Ruiz, durante una conferenza stampa ha fatto sapere che non rinuncerà mai al suo incarico. Allo stesso tempo Ruiz ha anche fatto sapere che alcuni dirigenti del Partido Revolucionario Democratico sarebbero coinvolti nei tafferugli. Ma Ruiz ha anche riconosciuto che l'ingresso della Polizia Federale Preventiva non risolverà certo i problemi dello Stato (www.peacereporter.net).
3 novembre: mentre le forze federali avanzavano in prossimità della zona occupata dalle organizzazioni popolari in protesta i membri dell'Asemblea Popular de los Pueblos de Oaxaca hanno chiesto di fermare la repressione e hanno denunciato persecuzioni e torture. Le forze federali, grazie all'ausilio di quattro elicotteri, hanno ripreso il controllo della zona. I familiari delle persone arrestate hanno denunciato violenze e abusi sui carcerati (www.peacereporter.net).

Molte fotografie dei disordini di Oaxaca sono disponibili sul sito di cryptome.org