Morire sul Nagpa La

Non si conosce con esattezza il numero dei tibetani uccisi o feriti dai soldati cinesi sul passo Nagpa La al confine tra Tibet e Nepal il 30 settembre 2006. La notizia, diffusa in un primo tempo, della morte di sette profughi non è stata confermata. Il Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia in un comunicato diramato il 13 Ottobre 2006 ha dato notizia della morte della monaca diciassettenne Kelsang Namdrol e del ferimento del ventenne Kunsang Namgyal. Dei 71 tibetani in fuga trenta sono stati arrestati, tra loro quattordici bambini, il più giovane di soli cinque anni, mentre 41 sono riusciti a raggiungere Kathmandu e sono ora sotto la protezione dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.
Un filmato è stato girato da un alpinista rumeno presente al campo base del Chu Oyu assieme ad un gruppo di alpinisti di diverse nazionalità. Mostra una lunga fila di tibetani in cammino verso il Nangpa La, si sente uno sparo e si vede un tibetano cadere nella neve. Il filmato, trasmesso dalle emittenti di tutto il mondo, è visibile sul sito web  http://youtube.com/watch?v=ss CVRhOfjtA
Appello della Comunità Tibetana in Italia: Sabato 21 ottobre a Milano la Comunità tibetana in Italia organizza una manifestazione pacifica per denunciare e protestare fermamente contro la barbara uccisione di innocenti civili tibetani ad opera di militari cinesi al passo Nangpa La. La manifestazione inizierà alle ore 15.00 di fronte al Consolato Cinese di Milano in via Benaco 4 e terminerà alle 17. Chiamiamo alla mobilitazione tutti gli amici e i sostenitori della causa tibetana. Chi volesse aderire all'iniziativa è pregato di comunicarlo a questo indirizzo: tenthup@yahoo.com.
Come arrivare al Consolato Cinese a Milano (Via Benaco 4): con il treno, dalla Stazione Centrale prendere la metropolitana linea 3 (linea gialla), scendere alla fermata LODI T.I.B.B, arrivare a Piazzale Lodi, seguire Corso Lodi, 100 metri dopo attraversare un ponte ferroviario, al primo incrocio a T girare a destra, troverete le nostre bandiere ed i nostri striscioni. Con la macchina, dall'autostrada arrivare alla Tangenziale Est, uscire all'ultima uscita per Milano Piazzale Corvetto, arrivare a Piazzale Bologna (c'è un distributore AGIP), seguire Corso Lodi, Piazzale Lodi, Via Benaco.
Grazie

Aderiscono:
Associazione delle Donne Tibetane In Italia
Students For Free Tibet Italia
Associazione Italia-Tibet
Campagna Solidarietà con il Popolo Tibetano

Fonte:
Associazione Italia Tibet
http://www.italiatibet.org/

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Un’anima malinconica

Pensando a Istanbul penso al vento sul Bosforo. Onde e nuvole. Gabbiani veleggianti nelle profondità di un cielo inquieto, colombi e rondoni a stormi come nuvole sui profili della moschea blu, tra le cupole e i minareti. Il colletto tirato su, una figura snella di marinaio che soltanto Hugo Pratt avrebbe saputo disegnare nella tristezza dei suoi acquerelli.
Pensando al popolo armeno penso ancora al vento ma al vento disteso degli altipiani, delle valli, dei campi gialli di stoppie. Penso ancora ai colombi e ai rondoni e a stormi di pipistrelli nelle volte sconnesse delle grandi cattedrali in rovina. Pensando all'Armenia penso a un grande silenzio. Al volto di una vecchia. Ai suoi capelli grigi sotto un fazzoletto legato stretto, a un segno della croce fatto in fretta con mani legnose. Penso a una tristezza inconsolabile.
Pensando a Istanbul penso al Topkapi, alla Sublime Porta, al Gran Visir, al Sultano, ai saloni di rappresentanza, ai cortili, al tesoro, all'harem, agli eunuchi di corte, ai Giannizzeri. Penso al centro del potere del grande impero ottomano, agli eserciti marcianti a passo trionfale per cinque secoli, dai Dardanelli alla Serbia, all'Ungheria, alla Bulgaria. Penso alle grandi battaglie, al sultano Beyazid II Yildrim La Folgore, sconfitto dal potente Tamerlano Lo Zoppo, imperatore dell'Asia centrale nel 1402. Penso a Mehmet II detto il Fatih, il conquistatore di Costantinopoli. Penso alla battaglia di Otranto del 1480, penso a Selim I che sottomette i sultani mamelucchi d'Egitto e della Siria. Penso ai trionfi di Solimano il Magnifico. Penso alla battaglia di Lepanto del 1571 in cui le flotte europee della LegaSanta, capitanate da don Juan d'Austria, con le navi veneziane di Sebastiano Venier, quelle genovesi di Gian Andrea Doria, i Cavalieri di Rodi e la flotta pontificia di Marcantonio Colonna, sconfissero le navi ottomane.
Quest'aria densa di storia si respira ancora tra le pesanti mura di Istanbul, aleggia sulle onde del Bosforo e del Corno d'oro.
Ma se ti sposti a est, oltre i monti e gli altopiani anatolici, nelle terre curde e armene, al trionfo degli eserciti subentra la fame, l'orgoglio, lo spavento, la rabbia, la tristezza dei popoli. Lo vedi scavato in quei volti magri e vecchi. Lo vedi impresso nelle loro rughe stanche e tristi.
Tra la Turchia ottomana dei sultani e quella repubblicana, fondata nel 1923 da Mustafà Kemal Pasha, detto Ataturk, padre dei turchi, tra quella turchia antica, imperiale, e questa moderna che oggi aspira all'Europa, c'è un'ombra indelebile. Un'ombra non riconosciuta che si chiama Eccidio Armeno. Accadde tra il 1915 e il 1916. Il Comitato Centrale del partito al potere, Ittihad, Unione e Progresso, decise di cancellare il popolo armeno dalla faccia della terra. Venne creata un'organizzazione paramilitare specializzata e segreta. Tra gennaio e aprile del 1915 vennero deportati tutti i militari armeni in servizio presso l'esercito turco. Alla fine di aprile gli armeni si ribellarono nella città di Van e iniziò la repressione e la deportazione sistematica, a partire dagli intellettuali armeni. Le sconfinate distese deserte dell'Anatolia furono teatro delle deportazioni e dei massacri. Bandacce di nomadi assoldate appositamente attaccavano i convogli dei prigionieri. Ancora il vento, sulle file dei prigionieri, sulle voci dei soldati, sui lamenti, sulle scariche di fucileria, sui cadaveri abbandonati. Tra l'estate del 1915 e quella del 1916 sorsero i campi di prigionia e di sterminio nel deserto siriano e nelle aride terre tra il Tigri e l'Eufrate, come il famigerato Deir es-Zor.
Si parla di un milione e mezzo di armeni uccisi. Dopo la fine della prima guerra mondiale, con l'esercito ottomano sconfitto insieme agli alleati tedeschi e austroungarici, Ataturk non fu molto tenero con i sopravvissuti. Ancora oggi la versione ufficiale del governo è che non si trattò affatto di un genocidio organizzato. I turchi riconoscono la morte di non più di 300.000 armeni ma a causa di malattie e per gli attacchi dei briganti curdi alle colonne dei deportati in marcia verso la Siria.
Lo scrittore turco Oran Pamuk, in un'intervista per un giornale, rilasciò dichiarazioni sul massacro degli armeni e fu per questo incriminato dal governo e perseguitato dai suoi connazionali. A Isparta il prefetto ordinò la distruzione dei suoi romanzi. Ancora il rogo dei libri, uno dei gesti ricorrenti della storia. Il processo contro Oran Pamuk si svolse il 16 dicembre 2005, fu sospeso, poi il 22 gennaio 2006 lo scrittore fu assolto perché il fatto, cioè la libera espressione di un parere sul genocidio armeno, non costituisce più reato, e meno male.
Ieri, 12 ottobre 2006, Oran Pamuk ha ricevuto il premio nobel per la letteratura con la seguente motivazione: nel ricercare l'anima malinconica della sua città ha scoperto nuovi simboli per rappresentare scontri e legami fra diverse culture.
Quando penso a Istanbul, a quel mare che separa l'Europa dall'Asia, a quel fitto groviglio di strade, vicoli, palazzi, sedimentati nella storia, all'ombra di Agya Sofia che fu cattedrale bizantina e poi moschea islamica, non posso non pensare ai racconti di Oran Pamuk, alla malinconia della sua città e ai millenari scontri fra culture che speriamo, davvero speriamo, diventino legami, nel nome non solo della Tolleranza, ma del Rispetto.

Himalaya news

Ricevo un paio di notizie dalla newsletter Himalaya e dintorni che non posso fare a meno di pubblicare anche su Strade di Polvere.

Morire a vent'anni sul Nagpa La. Massacro di profughi tibetani.
Il 30 settembre scorso i soldati cinesi hanno aperto il fuoco contro un gruppo di tibetani che cercava di fuggire attraverso i monti. Nell'eccidio sono morte 7 persone. Fra queste, una giovane monaca buddhista e un bambino. Almeno 60 alpinisti, impegnati in varie spedizioni sul monte Cho Oyu, hanno assistito all'eccidio dal Campo Base Avanzato. La polizia cinese ha aperto il fuoco su una colonna di circa 70 profughi (anche bambini). I corpi sono rimasti a oltre 5000 metri nei pressi del valico del Nagpa La fra Tibet e Nepal, a ovest del monte Everest. Il gruppo di rifugiati ha incontrato i soldati cinesi nei pressi del passo: appena li hanno visti, le guardie hanno aperto il fuoco e solo 40 di loro sono riusciti a fuggire. In una telefonata via satellite il dottor Ted Esguerra, medico della spedizione filippina, ha riferito piangendo di aver personalmente visto morire tre persone. Altre testimonianze sono giunte tramite email. La Cina risponde con il piombo alle proposte di dialogo del Dalai Lama.
http://www.asianews.it/view.p hp?l=it&art=7405
http://www.mounteverest.net/n ews.php?news=15149
http://www.savetibet.org/news /newsitem.php?id=1036
http://news.bbc.co.uk/2/hi/so uthasia/5409916.stm

Eleggeremo il Dalai Lama?
Il potere politico-religioso tibetano si è trasmesso fra le generazione con il sistema dei "tulku". La scelta e l'educazione di questi piccoli "reincarnati" ha permesso il controllo delle successioni all'interno di molti ordini monastici e del potere temporale. Il più famoso reincarnato, il Dalai Lama, con la proposta dell'elezione diretta del suo successore, ha sconcertato parte della diaspora tibetana e dei buddhisti occidentali ma è passata abbastanza inosservata negli ambienti filo-tibetani (che non necessariamente coincidono con i praticanti del Dharma). La Stampa ne da notizia in agosto ("Dalai Lama eletto per sfidare la Cina" di Marco Neirotti), Repubblica in settembre con "Il Buddha democratico", intervista di Bultrini e un "Una svolta dottrinale contro i piani della Cina" di Renata Pisu. Ognuna delle tre firme ha sviluppato aspetti differenti della vicenda, ma Renata Pisu affronta anche il problema della successione del Panchen Lama con riferimenti autobiografici (come una partita di ping pong con il IX Panchen Lama presente Che Guevara). Se la vicenda del Panchen Lama rapito dai cinesi è ben conosciuta dai nostri lettori, lo è meno quella di Renji, figlia del IX Panchen Lama e pure possibile successore sul trono del padre. Lodevole in ogni caso l'autocritica della Pisu.
Rimando alla rassegna stampa curata dalla Associazione Italia Tibet:
http://www.italiatibet.org

Himalaya e dintorni è una newsletter di
www.marcovasta.net