Uomini e dei

Figure impalpabili si aggirano per le strade di polvere. I loro sandali non lasciano impronte. La luce della luna li attraversa senza riflettersi sulla loro pelle di vecchi, di giovani, di donne, di uomini, di guerrieri, di serpenti, di elefanti, di mostri, di spettri. Non ci sono ombre sulla sabbia. Appena si sente un fruscio delle foglie, ma forse è soltanto il vento. Le loro voci, le loro forme, i loro odori, il sapore dei loro umori non sono fatti per i nostri sensi. Non so se si può raccontare l'invisibile, l'impalpabile, l'impossibile.
Eppure, eppure ci sono. Li vedi nella penombra di certe chiese, ai lumi delle candele nelle volte fredde. Sguardi di marmo, di legno, di gesso, crocefissi insanguinati, costole, piedi e mani, zigomi pietosi, corone di spine. Una donna nell'angolo regge un bambino, guance pallide, un velo, le dita della mano indicano il cielo notturno degli affreschi. Li vedi nel fumo degli incensi, nel frastuono dei gong, nei mantra dei monaci, nel ritmo dei tamburi, giganti d'oro dallo sguardo sereno, le gambe incrociate, le mani atteggiate, simboli, iconografie della dottrina. Li vedi nelle genuflessioni delle donne avvolte in sari colorati, che portano in dono fasci di foglie e ceste di frutta, li vedi severi sui troni dorati, corpi umani con volti d'elefanti, giganteschi Ganesh trionfanti. Li vedi sulle capanne di fango secco e paglia, tra le boscaglie, intessuti in fili di canapa, arrotolati su bastoncini di legno, infissi nel suolo arido, ciuffi di setole bionde, feticci, scheletri. Li vedi nelle sinagoghe lucide e odorose di cera, sul trono del leggio, pagine fitte di parole sacre, voci di uomini tenebrosi, barbe ricciute, espressioni severe. Li vedi nelle vaste moschee, su tappeti di schiene piegate, invisibili nei mehrab, sugli ultimi gradini delle scale, negli arabeschi delle volte, nei lampadari di migliaia di lampadine, negli orologi che scandiscono il tempo delle preghiere, nei canti dei minareti. Li vedi nei resti dirupati delle antiche cattedrali armene, brecce nelle cupole da cui stillano gocce di pioggia, li vedi scolpiti nella roccia di antiche gole montane, luoghi di riti dimenticati, li vedi dipinti nelle grotte paleolitiche in sembianze d'animali e idoli della natura. Sono invisibili eppure li vedi. Ci sono. Rappresentati in mille modi. Loro. Gli dei.
Vorrei parlare di loro. e per farlo riporto una dotta citazione (che non riflette il mio pensiero): …tutto ciò mi tornò in mente quando recentemente lessi la parte edita dal professor Theodore Khoury del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d'inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam. Nel settimo colloquio l'imperatore tocca il tema della jihad. Egli, in modo sorprendentemente brusco, si rivolge al suo interlocutore dicendo: mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava. L'editore commenta: per l'imperatore, come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest'affermazione è evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente, la sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza… (dal discorso di Papa Benedetto XVI a Ratisbona).
Quel dio che ci guarda serio dal suo trono dorato di mosaico nella cupola bizantina di Aya Sofia a Istanbul, tra le pennellate del corano che spiccano bianche nel verde dei medaglioni sospesi alle colonne, e che ancora regge il libro su cui si leggono le parole  "pace a voi", quel dio è opera degli uomini. E' opera degli uomini quello che si fa e si dice in nome suo, nel bene e nel male. E se qualcuno veramente fosse artefice di quello che siamo, a sua immagine, non sarebbe affatto una bella immagine. In questi giorni nella mia città si svolgono le conferenze e gli incontri di Torino Spiritualità: le domande a dio e le domande agli uomini. Da molto tempo ho smesso di credere che dietro la vita, la natura e l'umanità ci sia un'artefice, una mente, un pensiero che governa e sa, che decide e giudica. Ma io comunque credo che, dio o non dio, rispettando chi segue la dottrina e pratica il culto di qualunque religione, io credo che tutto ciò che c'è al di là del buio della nostra ignoranza, sia comunque e soprattutto una natura e un'umanità che noi dobbiamo comprendere, aiutare e rispettare. La tolleranza non basta. Spiritualità significa non dimenticare che siamo circondati da uomini e dei.

http://www.torinospiritualita .org/

Un treno in Tibet

Vi segnalo un reportage intitolato "Il treno che taglia il Tibet in due" , di Tenzin Tzundue, scrittore e attivista tibetano che vive a Dharamsala, appena pubblicato su www.peacereporter.net. Ve ne anticipo alcuni passaggi ma vi consiglio di leggere l'articolo originale a questo indirizzo.

Lo avevano anticipato in tanti, il vero problema è farla funzionare. La ferrovia che collega Golmud, in Cina, a Lhasa, capitale della Regione Autonoma Tibetana è il fiore all'occhiello dello sviluppo tecnologico e infrastrutturale cinese, ma mercoledì, a meno di due mesi dall'inaugurazione, un treno è deragliato. È stato un banale guasto dell'elettronica a fare uscire dai binari il vagone ristorante, nei pressi del lago Co Nag, 250 miglia a nordest di Lhasa, ma l'incidente ha costretto a una lunga attesa i circa quattromila passeggeri.
In questi primi due mesi di attività la linea ferroviaria è stata al centro delle polemiche degli attivisti per l'indipendenza del Tibet, ma i problemi non sono finiti qui. A pochi giorni dall'inaugurazione un anziano 77enne cinese moriva sul treno per le conseguenze di un edema polmonare. La ferrovia corre infatti lungo l'altipiano Himalayano ad altitudini superiori ai quattromila metri, costringendo i passeggeri ad affrontare condizioni difficoltose per i fisici meno allenati, a causa della scarsità di ossigeno. Ufficialmente i vagoni sono pressurizzati e dotati di erogatori di ossigeno ma, da allora, altre otto persone hanno perso la vita, per problemi di cuore, nel tentativo di raggiungere il tetto del mondo.
Ci sono centinaia di tibetani che hanno perso la terra in seguito alla richiesta del governo per la ferrovia Golmud-Lhasa; molti sono ancora in attesa di essere risarciti per la terra confiscata dal governo, oppure vivono in rifugi temporanei in attesa di una sistemazione.
I tibetani si preoccupano del flusso di migliaia di migranti cinesi in cerca di occupazione; questi sono laureati ma disoccupati, formati ma senza esperienza e spesso portano con sé gioco d'azzardo, rapine e traffico di stupefacenti.
Il conteggio dei turisti rilasciato dal dipartimento del turismo del governo cinese può essere indicativo; di 1.220.000 turisti l'anno scorso, il 92% erano cinesi, mentre negli anni 80 il piccolo afflusso turistico era essenzialmente di stranieri.
La Cina ha in progetto di estendere la ferrovia alle città del Tibet meridionale come Shigatse, Gyangtse e Yatung. Altre due reti ferroviarie si collegheranno dal Chengdu e dallo Yunnan alla ferrovia di Lhasa.
Ciò che sta realmente invadendo il Tibet adesso è la mentalità consumistica sotto forma di bar karaoke, alcolismo, prostituzione, traffico di droga, sfruttamento minerario e turismo esagerato; una vita motivata dal commercio imposto dalla cultura rampante dell'economia di mercato.
Se la Cina volesse davvero portare lo sviluppo in Tibet, Beijing dovrebbe ascoltare le richieste dei tibetani. Introdurre la loro idea di "sviluppo" ed imporla ai tibetani non è altro che un atto di sopraffazione, come quella verso le popolazioni povere della Cina rurale ed operaia; queste hanno vita dura mentre l'élite che guida il paese o ha agganci col governo gode dei frutti del lavoro, sudore e sangue di milioni di cinesi ordinari. Se i Tibetani vogliono sviluppare il loro paese, acquisire nuove e moderne tecnologie, dovrebbero poterlo fare in base ai propri bisogni. Tutto ciò non può continuare.

di Tenzin Tzundue

Fonte:
www.peacereporter.net