Epilogo a Shanghai

L'uomo alto, occidentale, capelli castano chiaro pettinati con la riga, giacca color panna, camicia inamidata, fuma l'ultima sigaretta appoggiato alla balaustra del Bund, e guarda passare il fiume. Alle sue spalle i grandi edifici storici, la Banca di Hong Kong e Shanghai, il Peace Hotel, la Custom House, lo Shanghai Club. Di fronte a lui la riva spoglia e gli acquitrini di Pudong e il viavai delle chiatte e delle navi sulle acque limacciose dell'Huang Pu. In quell'atmosfera color seppia della metropoli coloniale, l'uomo soffia il fumo e scaglia il mozzicone tra le acque limacciose. Nei suoi pensieri un groviglio di intrighi, fughe nei vicoli, mercanti senza scrupoli, fumerie clandestine, una donna cinese tra lenzuola di seta, ambasciatori corrotti, le banchine del porto, le gru, le navi. Nel lungo volo del mozzicone, prima che tocchi le onde sporche agitate dal continuo andare delle chiatte e dei traghetti, abbiamo il tempo di veder passare gli anni nel caleidoscopio di Shanghai.
Dai tempi della guerra dell'oppio e del trattato di Nanchino del 1842, Shanghai diviene metropoli commerciale, sede delle concessioni britanniche e francesi, americane e giapponesi. Il 4 maggio 1919 incominciano i movimenti sociali e politici e nel 1921 viene fondato il Partito Comunista Cinese. Nel 1927 il Kuomintang reprime le insurrezioni operaie. Nel 1937 la città viene occupata dai giapponesi e verrà liberata nel '45. Nel '49 entrano in città le truppe di Mao Zedong.
Oggi è bello stare sul Bund, appoggiati alla balaustra sull'Huang Pu a guardar passare le chiatte, le stesse di allora, che portano carichi di sabbia all'interno, e i grandi cargo vuoti che a tarda sera escono in flotta verso il Mar Cinese Orientale. Il sole cala lentamente dietro i palazzi storici e dietro i moderni grattacieli. Dall'altra parte del fiume le luci del tramonto accendono l'acciaio e il cristallo delle scintillanti torri che fanno di Pudong un gigantesco giocattolo elettronico. La torre della televisione, svettante come un'antenna, con i suoi tripodi snodati e i suoi globi cangianti tra l'indaco e il viola, si accende di milioni di scintille colorate sui profili e lungo i paralleli delle sfere. La Torre dell'Aurora, sezione verticale di un cilindro di cristallo dai colori ambrati, si trasforma in un grande schermo elettronico, proiettando nel cielo notturno immagini di uccelli, pesci, pittogrammi cinesi, volti di donne orientali, e un trionfante cubitale Welcome to Shanghai. Dietro, sobria ed elegante, sovrasta la torre di Jin Mao, il quarto edificio più alto del mondo, che sembra un souvenir da bancarella in acciaio cromato. E' bello star qui a osservare la notte in questa modernità tutt'altro che soffocante, spaziosa, quasi amichevole, non inquietante, di una delle città più affascinanti del mondo, persando alle strade percorse in questo lungo viaggio attraverso la Cina del nord:

La mummia fascinosa della Bella di Lulan nel nuovo museo di Urumqi. 
Il treno per Jiayuguan.
La fortezza dei Ming e l'estremo tratto della Grande Muraglia Sospesa. 
I graffiti rupestri.
Le tombe sotterranee delle antiche dinastie Wan e Jin con i raffinati disegni sulle mattonelle di terracotta. 
Le strade di polvere ai margini del deserto mongolo, ai piedi del Qilian Shan, fino a Zhangye. Una tazza d'acqua calda offerta in un piccolo monastero taoista annidato tra i palazzi. 
Il grande tempio di Da Fu, con la statua del Buddha Sdraiato. 
Poi Mati, l'oasi tibetana sulle montagne della minoranza Yugu, i vertiginosi sentieri percorsi per raggiungere gli stupa intagliati nella roccia, i templi rupestri, il grande Buddha dorato. 
Poi Wuwei con il piccolo tempio alla base della torre dela campana, dove intorno a un tavolo ingombro di immagini e incensi molte persone si dedicano a riti sciamanici. 
La strada tra Wuwei e Yinchuan, che corre ai margini del grande deserto del Tengger, tra le dune e le tempeste di sabbia, fino a valicare i primi contrafforti dell'Helan Shan e a raggiungere l'ampia ansa del Fiume Giallo. 
La provincia povera del Ningxia, terra della minoranza Huy di religione musulmana. Carri armati e postazioni militari. La vasta piana semidesertica dove un vecchio conduce un piccolo gregge di capre sulle rive di un lago di liquami industriali color verderame. Torri di raffreddamento delle gigantesche, inquietanti centrali elettriche a carbone. L'aria fuligginosa trapassata da un intrico vibrante di elettrodotti. 
Le montagne del'Helan Shan che dividono la zona climatica secca del nord dalle terre monsoniche, umide e fertili, del sud. Distese di riso, mais e girasoli e piccoli borghi dove ci accolgono festanti folle di uomini e donne, vecchi musulmani con le barbe fluenti, e si formano grandi capannelli per assistere alle nostre accese contrattazioni per l'acquisto del pane e dei meloni. 
Le impressionanti cattedrali rupestri di Xumisan. Un vecchio magrissimo, col cappello di paglia e la divisa del popolo di un grigio blu scolorito, che si mette a piangere quando Angela gli regala il pane avanzato, tre focacce comprate al mercato. Non parla, non capiremmo, ma la sua espressione è eloquente: ne ho viste tante, dice, nella mia lunga vita, e ora mi tocca accettare il pane dagli stranieri, piangendo di orgoglio, di gratitudine, di tristezza. Congiunge le mani legnose in un ringraziamento muto, infila il pane nella gerla che porta sulle spalle, rifiuta il fazzoletto offerto da Angela, ho il mio, dice senza parlare, e tira fuori da una tasca uno straccetto grigio per asciugarsi le lacrime.
Le città di Guyan e Pingliang. 
La meraviglia delle montagne taoiste del Kong Tong Shan con i templi e le pagode arroccate su speroni di roccia tra le foreste lambite dalla nebbia. 
Le sculture giganti e delle grotte del Maiji Shan. 
Il tempio di Fuxi, l'Abramo d'oriente, a Thianshui, con i grandi strumenti cerimoniali di gong e campane, i simboli e i diagrammi del Tao e gli affreschi del mitologico eroe barbuto. Fuori, scene di vita cittadina nelle prime ore dell'alba con bambini in kimono di seta che praticano arti marziali, cori di donne che intonano canti popolari, schiere di uomini anziani con spade d'acciaio che eseguono le mosse aggraziate del Tai Chi. 
Le grotte del Xilian Shan, scavate ad altezze vertiginose nei fianchi di grandi panettoni rocciosi. Una vecchia monaca taoista che ci offre ridendo sdentata biscotti e banane. Un esile vecchio che ci offre l'acqua fresca della sacra fonte. 
Il monsone, che si addensa sempre più umido, e il calore che si fa insopportabile nei giorni passati a Xian. Il quartiere musulmano, tra i templi della vecchia moschea in stile cinese. I musei dell'esercito di terracotta di Shi Wang Di e del nuovo piccolo esercito della dinastia Han Occidentale. 
Pingyao, la città dei banchieri, ancora intatta e incontaminata come cento anni fa. 
Chang Jie, la cittadella dei commercianti, dove il monsone arriva al suo apogeo e scaraventa per un giorno una valanga d'acqua. La poesia delle strade deserte tra gli edifici antichi, l'acqua che scorre sui gradini e allaga i cortili e spiove dai tetti in rivoli sottili e paralleli come tende di seta. 
Il sereno che torna a Taiyuan, il tempio della Grande Madre che ci accoglie con l'ombra fresca dei millenari cipressi contorti che assumono le forme delle spire di mitologici serpenti e dragoni. 
Tianshui, tra i monti del Wutai Shan, luogo di pellegrinaggio del buddismo lamaista. 
La Grande Muraglia ritrovata nei pressi di Datong. 
Le splendide grotte di Yunghang, dove assistiamo ad un evento politico e culturale alla presenza di una delegazione indiana per la festa della religione Buddista, che lega idealmente le due più importanti potenze asiatiche, l'impero di Cindia, come lo chiama Rampini. 
Pechino, la Città Proibita, il nuovo Capital Museum, gli hutong, il lungo trekking sulla Grande Muraglia da Jingshaling a Simatai.
E infine il treno notturno per Shanghai.

E' bello essere qui, adesso, tra le meraviglie di Shanghai, a lasciar scorrere i pensieri e i ricordi. Un aquilone sale altissimo a sfidare i grattacieli. Lo regge un ragazzino accanto a me, sul Bund. Gli faccio l'occhiolino. Ride contento. Una ragazza bellissima mi rivolge qualche parola in inglese. Mi chiede di fare una foto con lei. Poi saluta, ringrazia e si allontana tra la folla. Torno a guardare il fiume limaccioso e le manovre coraggiose dei traghetti, serpeggianti nel traffico dei cargo e delle chiatte. Un mozzicone di sigaretta tocca l'acqua e scompare tra i flutti. Mi volto. Alla mia sinistra un uomo alto, occidentale, capelli castano chiaro pettinati con la riga, giacca color panna, camicia inamidata, si stacca dalla balaustra e si allontana, mani nelle tasche, verso lo Shanghai Club.
La notta cala sulla sua città color seppia del passato e sulla mia, sfolgorante di luci, colori e musica, del futuro.

Shanghai
24 agosto 2006

Non è stato sempre facile trovare postazioni internet in questo viaggio attraverso la Cina. Il governo sta stringendo le maglie dei controlli. Ha oscurato Wikipedia e sottopone le e-mail a sistemi di censura automatizzata. Molte sale multimediali sono state chiuse con la motivazione, o il prestesto, di salvaguardare i giovani dall'abuso dell'alcol abitualmente consumato nei cyber café. Se ne trovano alcuni molto grandi, nelle città, e altri piccolissimi, a volte con un solo computer, negli hutong popolari di Pechino.
Vorrei ringraziare, come sempre, l'organizzazione tecnica di Avventure nel Mondo, l'instancabile Marisa che ha coordinato il viaggio e i compagni che hanno condiviso con me le emozioni che ho cercato (invano) di raccontare in queste pagine. Un ringraziamento particolare va ad Ornella che mi ha aiutato seguendomi nei miei deliri grafomaniaci, dettandomi le bozze degli articoli nel fracasso dei cyber cafè e correggendo almeno alcuni dei miei infiniti errori di battitura.
Grazie infine a tutti voi per l'attenzione che dedicate a Strade di Polvere e per i commenti ai quali non ho ancora potuto rispondere.
A presto.

La famiglia Jing

Si perdono nei tempi leggendari delle più antiche dinastie del Regno di Mezzo le generazioni della famiglia Jing. La signora Jing è bassa di statura, corti capelli neri, un sorriso solare e occhi vivaci. Indossa una casacca di seta color panna, pantaloni affusolati e pantofole. Si muove con una grazia d'altri tempi, quasi teatrale. Il suo inglese è pulito, chiaro, permeato d'un aplomb aristocratico.
La signora Jing non era ancora nata quando nel '49 suo padre dovette affrontare le guardie. Le nuove leggi imposte da Mao Zedong vietavano il possesso di case e cortili e alla famiglia Jing fu assegnata una stanza in cui tutti dovettero convivere. La servitù fu affrancata e il nobile signor Jing si ritrovò con una zappa in mano a sarchiare il mais, con i piedi nel fango a mondare il riso dalle erbacce, a spingere l'aratro dietro al bue per dissodare la terra d'infiniti campi di girasoli.
Le case signorili degli Hutong nella zona dei laghi, i quartieri a nord della Città Proibita, sono disposte tutte nello stesso modo secondo le regole del feng shui e delle gerarchie sociali confuciane. Nella parete nord non ci sono finestre per riparare la casa dai venti freddi e da altre temibili e non meglio identificate influenze malsane. Il corpo principale della casa si affaccia a sud con ampie vetrate e verande aperte sul giardino centrale. A est sorge un'abitazione un po' più bassa, tradizionalmente destinata alle figlie femmine, mentre a ovest si trova l'abitazione più alta dei figli maschi. Sul lato sud ci sono le stanze per la servitù e i locali di servizio. La signora Jing, con naturalezza, espone il concetto imprescindibile di equilibrio delle forze tra il nord e il sud, simboleggiati dall'acqua e dal fuoco, complementari e conflittuali come la ricchezza dei padroni sul lato nord, e la povertà dei servi sul lato sud, e dell'est e dell'ovest, simboleggiati dall'acciaio della spada e dal tenero legno delle piante: il lato femminile della famiglia a est, e il lato maschile a ovest. Nessuna casa, dice la signora Jing, potrebbe essere costruita senza tener conto di queste regole. Sarebbe il caos. Così come sarebbe inammissibile una casa predisposta per ospitare solo esseri umani, senza piante e animali. Il piccolo giardino di casa Jing è un trionfo di fronde, tra le quali distende i rami, solido e snello, un melograno dai grossi frutti ancora acerbi. Il melograno, dice la signora Jing, è simbolo di serenità e allegria. In una grande vasca di giada nuotano dozzine di pesci rossi. Ci sono gabbiette appese ai rami in cui frullano uccelletti prigionieri e una coppia di coloratissimi pappagallini. D'inverno si chiude la veranda, dice la signora Jing, e gli uccelletti sono liberi di volare tra i rami delle pianticelle dai quali pendono nidi di canapa intrecciata. Per la casa si aggira uno snello pastore scozzese.
La casa della famiglia Jing, nei tempi della nobiltà imperiale, aveva sei giardini contigui, con annesse abitazioni, allineati lungo il Dajinai Hutong. Poi, dice la signora Jing con una nota di rimpianto, ci fu la Rivoluzione. Le regole del feng shui furono sconvolte e le ferree e millenarie tradizioni gerarchiche familiari e sociali del confucianesimo furono annullate, tacciate d'imperialismo, proibite. Nel 1979 il governo diede alla famiglia la possibilità di rientrare in possesso di un cortile e di un intero complesso abitativo, quello nel quale oggi la signora Jing accoglie i visitatori con un sorriso, offre il tè e racconta con passione la storia della famiglia.
L'ultimo erede dei Jing, unico figlio concesso dalla rigida normativa sul controlle delle nascite, si fa chiamare Jimmy e vive in Canada. E' un ingegnere informatico, si è appena laureato e ha ottenuto quest'anno il suo primo impiego. La signora Jing sfoglia l'album di famiglia e mostra con orgoglio l'ultima foto di Jimmy Jing, sotto la neve, occhiali e capelli lunghi da giovane intellettuale. Tre generazioni sono bastate per cancellare il ricordo delle più antiche e radicate tradizioni del millenario Regno di Mezzo, che oggi appartiente a una storia remota.

Pechino
22 agosto 2006

La spada di Manjusri

Avanzava lentamente sui ripidi sentieri del Wutai Shan. Io lo immagino giovane, non diverso da quelli che si vedono oggi per le vie di Taihuai. Capelli rasati, corpo snello avvolto in un leggero mantello grigio di cotone, pantofole di feltro. Lo immagino con in mano il bastone del viandante, fermarsi un attimo al passo per prendere fiato e ammirare il rassicurante tappeto di abeti che ricopre i monti e le cinque alte vette tondeggianti e nude. A quel tempo ancora non c'erano templi e pagode arroccate lassu' e Taihuai non era che un minuscolo villaggio di casette grigie annidato tra i pascoli e gli orti della valle.
Lo immagino fermo a guardare i boschi, il vento sul volto scuro e cotto dal sole, la' dove il sentiero fa una svolta e scompare dietro la schiena di un colle. Non so perche' ma quello che accadde al giovane monaco non fu, secondo me, una folgorazione come quella di Saul sulla via di Damasco, uno spalancarsi dei cieli, una pioggia di fuoco, una luce accecante, un coro celestiale, la voce tonante di Dio. Quello che accadde al giovane monaco fu semplicemente un incontro.
C'era qualcuno che avanzava oltre quella svolta del sentiero. Era un uomo alto, dallo sguardo severo, armato di spada e con in mano un libro fitto di sacre scritture. Avanzava su una strana cavalcatura dal passo felpato: un leone dalla folta criniera. Il monaco, appena intimorito dall'imponenza dell'uomo e della belva, congiunse le mani e chino' il capo. Non aveva paura. Riconobbe in quell'uomo il bodhisattva Manjusri, conosciuto ovunque nel Regno di Mezzo come Wenchu, incarnazione del Buddha della saggezza. Sapeva che il libro che teneva in una mano era un Sutra e che la spada che reggeva nell'altra non serviva a colpire gli uomini ma a spezzare l'ignoranza per sostituirla con la saggezza dei testi sacri degli antichi maestri.
La conseguenza di quell'incontro tra i monti del Wutai Shan fu che il giovane monaco divenne un vecchio saggio, Taihuai divenne una meta di pellegrinaggio, sulle cinque cime vennero costruiti templi e stupa e nel villaggio furono edificati grandi monasteri per dare ospitalita' ai pellegrini. Il Wutai Shan divenne una delle quattro montagne sacre del buddismo.
Oggi giovani monache snelle nei mantelli grigi, con grandi cappelli di paglia, percorrono i sentieri dei templi, nelle cucine ferve il lavoro per preparare enormi caldaie di zuppa, grandi wok di verdure. Sulle lunghe tavole dei refettori si allineano ciotole colme di tagliatelle e scodelle fumanti di te'. Suonano i gong e si intonano mantra interminabili. Fumano gli incensi. Offerte di frutta, pane e denaro vengono deposte sugli altari. Fuori, sulle scale, s'incontrano drappelli di monaci Gelupka dai rossi mantelli mentre un vecchio, seduto sui gradini, al suono di un violino monocorde intona antiche litanie mongole.
Nella penombra del tempio grande, un Manjusri di bronzo scintillante, sulla groppa del leone, continua a dispensare la saggezza dei Sutra e a combattere l'ignoranza a colpi di spada.

Taihuai
16 agosto 2006

Il banchiere di Pingyao

Vicoli lastricati, case basse, tetti sporgenti, mattonelle di terracotta grigie. Il cielo e' cupo su Pingyao nel chiarore ancora debole delle prime ore del giorno. La venditrice di uova  ripete alle strade deserte la sua litania pedalando piano. Il monsone spinge a nord la foschia gravida di pioggia, quel che resta dei tifoni che si sono scatenati sulla costa di Shangai.
Nella casa di Lei Lutai i servitori sono gia' in attivita'. Nel cortiletto esterno fuma sul fornello il canestro dei ravioli e del pane a vapore per la colazione del padrone. I cuochi scodellano fresche tagliatelle bianche e le inondano con cucchiaiate di salsa scura e brodosa. In un angolo una donnetta affetta finemente la verdura che passera' rapidamente sul grande wok rovente. Il signore Lei Lutai e' gia' pronto, casacca di seta attillata, calzoni ampi, zuccotto in testa, capelli tesi in una lunga treccia sottile. Ha inforcato un paio di lenti tonde e piatte, con montatura d'argento, ed e' gia' intento ai suoi conti sul piccolo scrittoio dietro l'elegante finestra socchiusa, di legno traforato, foderata di carta di riso, che si affaccia sul cortile interno.
Dopo colazione arriveranno i corrieri, bisognera' aprire la botola, estrarre il pesante forziere, contare i lingotti, sigillare le carte. Il convoglio partira' scortato da due file di alabardieri allenati nella migliore palestra marziale di Pingyao. Il vecchio Lei Lutai si accarezza la barba guardando dallo spiraglio della finestra  il cortile deserto e la bassa abitazione dell'ala orientale dove suo figlio ancora dorme profondamente. La pioggia sottile scola tra le tegole, gronda dalle bocche dei dragoni, lucida i lastricati e rinverdisce le aiuole. Len Lutai forse pensa cosa sara' della sua attivita' di agente di cambio, quando la vecchiaia verra' a pesargli definitivamente sugli occhi e sulla mente. Forse pensa ai suoi trascorsi di bottegaio, al suo lavoro contabile per i tintori di Xin You Cheng, ad Hankou e poi a Pechino, ai suoi primi affari di cambiavalute fra i due stati e finalmente al primo vero, coraggioso e redditizio Banco di Cambio fondato nel 1823 nella sua citta' di origine, la ricca Pingyao.
Lei Lutai depone il pennello sul piccolo scrittoio, preme sull'umida polvere rossa il timbrino d'onice e stampa il marchio in testa e in calce al documento. Seduto a gambe incrociate sulla trapunta distesa sul grande letto in mattoni, che occupa meta' della stanza, sotto il quale c'e' il fornello in cui d'inverno si accende il fuoco, il vecchio banchiere sposta di lato lo scrittoio mentre il servitore entra col vassoio della colazione.
Un'altra giornata incomincia nella fiorente Pingyao, citta' degli affari.

Pingyao
13 agosto 2006

L’illuminato, il filosofo e l’eremita

Tre figure stanno sedute immobili nella semioscurita'. Siedono nella posizione del loto con le spalle alla parete in fondo a un piccolo tempio affumicato d'incenso. Quello in mezzo ha una candida barba sottile, lunghissima, gli occhi orientali che guardano altrove. Alla sua destra siede l'ombra di un uomo magro dalla pelle scura come bronzo, capelli crespi raccolti in alto, sulla sommita' del capo, il volto sereno , senza espressione, senza dolore, senza gioia. Quello che sta dall'altra parte ha baffi neri e barba nera, lunghi capelli corvini e un cipiglio severo. Il primo, quello che sta in mezzo, e' il venerabile maestro del Tao, il vecchio eremita Lao Tze. Quello scuro alla sua destra era il principe Siddarta Gautama, della stirpe dei Sakya, detto il Sakyamuni, ora tutta l'Asia lo conosce come il Buddha, l'Illuminato. Il terzo uomo, quello dai capelli corvini e il cipiglio severo, e' Kong Fu Tzi, che noi chiamiamo Confucio il saggio.
Il tempio si trova in cima ad una rupe che precipita sottile come una scheggia in un niente di foschia densa. Intorno, boschi fitti e pini contorti, svettanti tetti di pagode e tempietti, il tutto ammantato di nebbia come in certe stampe antiche del Regno di Mezzo. Davanti alla porticina del tempio un piccolo monaco dall'espressione decrepita e mite infigge nel braciere bastoncini fumanti, recita a mezza voce una litania e a lenti colpi perquote una scodella di bronzo che emette un suono profondo e vibrante di campana. Tutto il resto tace.
Improvvisamente sbatte la sponda abbassata di un camion. Scarponi chiodati atterrano nella polvere e a passo cadenzato affrontano le ripide scale di pietra. Ordini gridati nella nebbia. Canne di fucile. Su in alto, nel piccolo cortile davanti al tempio dove il monaco prega al ritmo della campana, una donna si affaccia dalla casetta di argilla, allarmata dal ritmo incombente del passo marziale che avanza con la nebbia. Voci nel cortile. Le ombre dei soldati. Guardie Rosse. La litania del monaco e' strappata via brutalmente. La donna e' impietrita.
I soldati irrompono nel tempio. Il calcio di un fucile con un colpo solo alla tempia decapita il principe Siddharta in una nuvola di polvere e schegge. Rotola sul terrapieno la testa venerabile del maestro Lao Tze. Di Kong Fu Tzi non rimangono che macerie calpestate. Le nebbie monsoniche si chiudono come un sipario sulla devastazione dei templi taoisti del Kong Tong Shan.
Oggi, a piu' di quarantacinque anni dalla Rivoluzione Culturale voluta dal Grande Timoniere Mao Zedong, c'e' profumo di resina e segatura nei cortili del Kong Tong. Due carpentieri seduti su un gradino segano un travicello bianco seguendo la linea dell'intarsio tracciata a matita. Nel cortile un ragazzo squadra i listelli con la pialla meccanica. Sull'impalcatura, a luce di lampadina, alcuni pittori intingono i lunghi pennelli e decorano i legni nuovi di lucide lacche verdi e blu brillanti. Un falegname scolpisce al bulino figure fluenti e intricate sulle chiambrane degli arredi. In fondo al tempio uno scultore prende grandi manciate da un mucchio di fango e paglia e a strati modella le gambe incrociate e le braccia abbandonate tra i drappeggi delle vesti, e accarezza tre figure di terra che a poco a poco prendono forma.
Un ometto con grandi occhiali tondi, vestito con la divisa blu e il berretto del popolo, accende un incenso e mormora una litania. I suoi occhi vedono rinascere cio' che avevano visto scomparire. Sakyamuni, Lao Tze e Kong Fu Tzi riprendono forma sotto le mani bagnate dell'artista.
Fuori il sole risplende sui monti del Kong Tong.

Kong Tong Shan
7 agosto 2006

Tra il Qilian Shan, il Tengge e l’Huang He

La strada che costeggia i monti dal Qilian Shan scendendo verso sud est, si lascia sulla sinistra gli infuocati deserti della Inner Mongolia. Un giorno sara' tutta autostrada ininterrotta fino a Lanzhou. Oggi ci sono ancora lunghi tratti di statale che attraversano i piccoli centri agricoli. Usa ancora, come dieci anni fa, mettere il grano sulla strada perche' i veicoli lo calpestino e lo liberino dalla pula. Altri contadini utilizzano rulli trainati da trattori  o asinelli. Si coltiva mais, girasoli, grano e frutta. Le citta' che si incontrano, Zhangye, Wuwei, Zhongwei, sono moderne, tranquille e ricche di vestigia del Regno di Mezzo come il tempio del Buddha Sdraiato di Da Fu e la Torre della Campana in mezzo a quel che rimane del vecchio quartiere di Wuwei.
Ci sono oasi impensabili nel fragore della nuova Cina come il piccolo tempio taoista, letteralmente nascosto tra i palazzi di Zhongwei, dove, in un cortiletto delizioso, tre piccoli e magri monaci con barbetta da Confucio, calzoni alla zuava e lunghi capelli raccolti in una crocchia in alto sulla testa, si aggirano seri tra il fumo degli incensi. Qualcuni ci invita con ampi gesti a bere una tazza di acqua calda in uno stanzino buio. Oppure come l'oasi tibetana delle minoranze Yugu di Mati, a sud di Zhangye. Qui i giovani Yugu si esibiscono in uno spettacolo di danze e canti sorprendentemente interessanti. La valle montana e' bellissima e si respira un'aria tibetana nonostante la bassa quota. C'e' un tempietto, poi c'e' una meravigliosa sequenza di grotte scavate nella rossa parete rocciosa, con templi in restauro dopo le distruzioni della Rivoluzione Culturale.
Lasciati i monti tondeggianti ricoperti da una verdissima lanugine vegetale, continuando a costeggiare il Qilian Shan, lasciata Wuwei, sempre con l'interminabile costante presenza della Grande Muraglia, si arriva a lambire lo spietato deserto del Tengger. Dune gialle. Villaggi. Cammelli. Qui incomincia la piu' inquietante e mastodontica zona industriale che abbia mai visto. Terra bruciata. Intrichi di elettrodotti. Spaventose centrali energetiche con le torri di raffreddamento che si stagliano nella foschia. Laghi di liquami ferrosi e color verderame. Finalmente si trova il Fiume Giallo, lo Huang He, maestoso e limaccioso, e ci si inoltra al suo seguito nella provincia del Ningxia, enclave islamica, fino alla capitale Yinchuan, da dove sto scrivendo.
Il resto alla prossima puntata.