I treni di una volta

Non ci sono piu' i treni di un volta. Una volta c'era a inizio vagone, nel corridoio, la caldaia per l'acqua bollente, scaladata a carbone. I cinesi venivano con i loro barattoli di vetro a prendere l'acqua per il te' che si portavano poi nelle cuccette. Ora la caldaia e' elettrica e i cinesi hanno thermos di vetro che vendono nei negozi di Jayuguan. La stazione di Urumqi e' un palazzo grigio e lucido di un'efficiente modernita'. Si entra solo col biglietto alla mano e dentro ci sono due rampe di scale mobili che portano alle vaste, affollatissime sale d'attesa dalle quali, con lunghe code, si accede ai binari. Nei treni di una volta passava il venditore di zuppa che gridava a squarciagola e scodellava brodose porzioni di minestra di spaghetti cinesi. Ora il venditore di zuppa ha un carrello scaldavivande e offre spaghetti, riso, carne e verdure saltate. Vanno molto forte tra i cinesi gli instant noodles, confezioni sigillate di spaghetti liofilizzati che, inondati di acqua bollente, emanano un acre olezzo di brodo liofilizzato.
Fuori dai finestrini scorre l'ultimo lembo del Taklamakan. Compaiono i primi essiccatoi per l'uva di Turfan, corrono interminabili linee elettriche che varcano i deserti, si stendono distese fitte di eliche per l'energia eolica e all'imbrunire i campi petroliferi si punteggiano di fuochi di sfiato. Ci sono villaggi di fango e paglia, campi irrigati, verdi pascoli nel grigio rossastro delle montagne rocciose. Di quando in quando svettano le fornaci volute da Mao Zedong nelle campagne per il Grande Balzo In Avanti della Repubblica Popolare Cinese.
Nell'aria condizionata dei nuovi treni che corrono verso Jiayuguan la radio diffonde una musica melodica mentre le prime luci del mattino si stagliano all'orizzonte. Fuori gli operai sono gia' al lavoro ad allineare i binari e spalare la ghiaia delle nuove linee di comunicazione, per il nuovo, e questa volta perfettamente riuscito, grande balzo della repubblica popolare cinese.

Il regno di mezzo – Itinerario 2006

Itinerario Cina 2004 e 2006

Il Regno di Mezzo è la seconda parte di un lungo viaggio attraverso la Cina. Un viaggio che iniziammo il 21 luglio 2004 a Lhasa e che ci portò attraverso le due provincie autonome del Tibet e del Xinjiang, fino a Urumqui. Il racconto della prima parte di quel viaggio è apparso su Strade di Polvere, scritto direttamente nei cyber cafè tibetani e uighuri. Un resoconto completo scritto insieme a Marisa da Re, intitolato "Terre Contese", è apparso sulla rivista Avventure nel Mondo ed è ancora reperibile on-line.
Il 28 luglio 2006  riprenderemo il viaggio da dove l'avevamo interrotto. Torneremo a Urumqui e di qui seguiremo la Grande Muraglia fino a Pechino, fino al mare. Torneremo a esplorare la Cina di oggi cercando i resti della Cina di ieri. E continueremo a raccontarvela sulle pagine di Strade di Polvere, se avrete voglia di seguirci.
Un interessantissimo articolo è stato pubblicato sull'ultimo numero della rivista di Avventure nel mondo da Luisa Chelotti ed è reperibile on-line.

Un’altra Cina

Più di cinquant'anni fa i miei genitori lasciavano la miseria delle campagne per trasferirsi in città. Su quelle colline la terra non rendeva e le famiglie faticavano a procurarsi il cibo per sopravvivere. In città ferveva la ricostruzione del dopoguerra, cantieri ovunque. Mio padre cominciò ad allineare i binari della ferrovia, molti si riversarono nelle fabbriche, poi lui ebbe un'idea migliore: si mise in proprio. Divenne un abile artigiano, apprezzato dalla nuova società borghese del boom economico. Con il pennello in mano e il rullo da tappezziere mio padre attraversò con coraggio gli anni cinquanta, sessanta, settanta, ottanta e novanta. Riuscì a procurarci l'indispensabile, a migliorare le nostre condizioni di vita e anche a permettersi i lavori di ristrutturazione della casa in campagna e un'automobile per tornare al paese tutti i fine settimana. Nient'altro, ma era già un lusso.
Oggi mi appresto per la terza volta a visitare la Cina, e la Cina che vado a vedere questa volta è la Cina del boom economico. Quando ci andai la prima volta, nel 1995, non era già più la Cina di Mao. Pechino era un cantiere. Si cambiava il volto della città. I quartieri orizzontali, vecchi e popolari, suggestivi come un film o un romanzo di Pearl Buck, diventavano voragini di fondamenta e impalcature fantascentifiche salivano a conquistare il cielo. I fari puntati sui grattacieli in costruzione garantivano il lavoro ventiquattr'ore su ventiquattro. Gli operai tra un turno e l'altro riposavano sui marciapiedi avvolti in grigie coperte.
Il cinese che lascia la campagna come fece mio padre cinquant'anni prima, per trovare lavoro in città, nei nuovi cantieri o nelle nuove fabbriche, oggi si trova catapultato in una realtà frastornante. Mio padre aveva lasciato la stufa a legna, il carretto col bue e il gabinetto nel cortile per ritrovarsi con il fornello a gas, la cinquecento e il bagno in casa; l'ex contadino cinese urbanizzato oggi si trova con il telefono cellulare, il fuoristrada, la TV satellitare e le vacanze intercontinentali. Ecco perché è importante per me, per noi, capire questa nuova Cina. La Cina va capita, e per capirla va vissuta. L'impatto con la società cinese, con la cultura cinese, con le usanze di quel popolo può lasciare perplessi. La Cina è un altro pianeta, dicevo nel '95. Poi mi sono reso conto che la Cina non è un altro pianeta, è il nostro, e che i cinesi non sono alieni, sono solo un popolo che va capito.
C'è un libro che finirà nella mia borsa: s'intitola L'Impero di Cindia, di Federico Rampini. Lui conosce la Cina molto bene, e la sa raccontare, sa come vantarne le luci e denunciarne le ombre. C'è un capitolo intitolato "strategie di conquista globale" in cui si cerca di spiegare il successo cinese: la politica economica che sgancia lo yuan dal dollaro agganciandolo a un paniere di monete forti come l'euro e lo yen giapponese, le liberalizzazioni, il rilancio industriale. Le strategie si innescano come una reazione a catena: con l'aumento del lavoro e della ricchezza aumenta la richiesta di voli aerei e di automobili, ed ecco che la Airbus europea non solo vende 150 aerei alla Cina ma per la prima volta trasferisce in Cina la produzione dell'airbus A320; ed ecco che non solo il mercato interno delle automobili è in strabiliante crescita ma le esportazioni superano le importazioni. Nel 2005 la Cina è al quarto posto dei produttori mondiali di automobili mentre solo dieci anni prima era diciannovesima (l'Italia, che era ottava, è quattordicesima). Ma nel libro di Federico Rampini ci sono esempi eclatanti che rendono l'idea del grande momento di questo Paese emerso più che emergente: ricordate Lanterne Rosse? Fu uno dei primi successi cinematografici cinesi e, come dice Rampini, affascinava soprattutto un'élite di appassionati di cineclub e le giurie dei festival. Oggi film come Hero, La Tigre e il Dragone, La Foresta dei Pugnali Volanti sono successi internazionali di consumo, grandi investimenti, costosissime produzioni che insidiano e sorpassano i colossi americani (Hero è stato per settimane in testa alle classifiche di incasso nelle sale americane nel 2004). Conclude il capitolo, Rampini, con una carrellata di signore cinesi di successo che hanno preso il posto delle donne dai piedi fasciati di Pearl Buck e delle mamme casalinghe, abolite come aberrazioni borghesi dalla rivoluzione culturale di Mao Zedong. Ci sono imprenditrici rampanti della cosmesi, editrici di riviste, ma anche donne manager nel settore siderurgico, fino ad arrivare a Bai Ling, prima pin-up cinese di Playboy ed oggi star di Hollywood. Un tempo, con gli amici, scherzando, si diceva: pensa se improvvisamente tutti i cinesi si mettessero ad usare la carta igienica! Ora non solo la usano ma non mi stupisco che la producano e la vendano anche a noi. Insomma Rampini dedica un meritatissimo capitolo del suo "impero di Cindia" all'elogio all'intraprendenza, alla competenza, al coraggio della Cina del ventunesimo secolo.
Poi arriva la mazzata. Il capitolo successivo s'intitola "i dannati del miracolo", e se qualche dubbio già ce l'avevamo, se avevamo sentito parlare, voci di corridoio, chiacchiere da bar, dei bambini che cuciono le scarpe della Nike o delle fabbriche lager, in una dozzina di pagine Rampini riesce a darci il colpo di grazia con dati alla mano. Avete presente la verve di Beppe Grillo che tuona dai palchi dei teatri e delle piazze col microfonino attaccato all'orecchio, sgolandosi a denunciare realtà che tutti sanno ma che pochi si prendono l'impegno di divulgare? Ecco, così è questo terribile capitolo: una denuncia gridata ad alta voce, con i dati alla mano, sotto gli occhi di tutti, come a dire: guardate, non voltatevi, guardate, i fatti sono qui, basta evitare di distogliere lo sguardo.
Per confezionare un paio di Timberland vendute in Europa a 150 euro nella città di Zhongshan un ragazzo guadagna 45 centesimi di euro, lavora 16 ore al giorno, dorme in fabbrica, non ha ferie né assicurazione, rischia l'intossicazione e vive sotto l'oppressione dei padroni aguzzini. Nella fabbrica lager della Puma i lavoratori hanno le mani deformate dallo sforzo continuo. Gli operai cominciano a parlare, rivelano le loro condizioni di vita a un'organizzazione umanitaria. Qualche giornale cinese rompe l'omertà, ci sono scioperi spontanei in un paese dove il sindacato sta dalla parte dei padroni. Dice Rampini: ho chiesto se esiste un sindacato e mi è stato risposto che si, certo, esiste, difende gli interessi dei lavoratori e si occupa del welfare, ed è diretto da un manager dell'azienda. E' l'altra faccia del miracolo asiatico. Rampini riporta testimonianze di fabbriche come la Puma di Guangdong dove gli operai si svegliano alle sei del mattino, hanno dieci minuti di tempo per vestirsi e precipitarsi a colazione in mensa dove di solito non c'è cibo per tutti, alle sette timbrano il cartellino e ogni ritardo equivale a una multa in busta paga, poi si marcia inquadrati come soldati dietro i capireparto intonando slogan di lavoro, obbedienza e disciplina, si lavora a testa bassa dalle sette alle ventitrè, si soffre la fame, nient'altro che una zuppa di brodo di verdura in una pausa di mezz'ora. Ma nonostante tutto, ottocento milioni di cinesi abitano ancora nelle campagne dove il reddito medio è inferiore a 200 euro all'anno. Mandare i figli e soprattutto le figlie in fabbrica non è una scelta crudele perché nel ricco Guangdong fiorisce un altro mercato del lavoro per le bambine: quello della prostituzione.
Nel 1998 un attivista per i diritti umani, Mark Kasky, scrive Rampini, è riuscito a trascinare una di queste aziende in tribunale. E' il famoso caso della Nike, la prima azienda che ha dovuto scegliere la trasparenza perché la Corte Suprema della California, in base alla legge antitrust alla quale si è appellato Kasky, l'ha condannata a 1,5 milioni di dollari di multa per aver pubblicato dati falsi nel Rapporto sulla Responsabilità Sociale. Il Rapporto pubblicato sul sito internet della società nel 2005 confessa il malcostume, nelle fabbriche cinesi, della falsificazione dei libri paga e dei registri degli orari. Il lavoro delle associazioni umanitarie è essenziale, conclude Rampini, ma è essenziale anche e soprattutto la coscienza civile dei consumatori dei paesi ricchi per impedire che gli abusi delle multinazionali e dei loro fornitori restino inpuniti.
Se volete approfondire vi consiglio di andarvi a vedere i siti di China Labor Watch (www.chinalaborwatch.org) e di Human Rights in China (www.hrichina.org).
Insomma sono tante le storie dell'impero di Cindia che ci sarebbe da fare film e scrivere romanzi per una nuova corrente neo-neorealista sul boom economico asiatico del terzo millennio. Io vado in Cina con il libro nello zaino e penso a mio padre, e mi sembra di vederlo ancora scendere dalla collina in bicicletta, con la scala a tracolla e la latta del bianco appesa al manubrio, con il vigile all'incrocio che ferma quelle poche seicento multiple e millecento, in una Torino in bianco e nero, mentre sferraglia il tram che porta gli operai alla Fiat Mirafiori.
Un viaggio, fosse anche su un altro pianeta, è sempre la ricerca di qualcosa che ti sta vicino.

Fonte:
L'impero di Cindia
di Federico Rampini
Mondadori editore
www.librimondadori.it

A proposito di Giorgio

Ho già scritto a proposito di Giorgio. C'è un articolo, indietro nel blog, intitolato Rapsodia in nero. Racconta di come ci incontrammo per caso a Ushuaia, nella Terra del Fuoco Argentina, e di come lui partì per il più impegnativo (finora) dei suoi tanti viaggi in solitaria in vespa. Attraversò i cinque continenti in un itinerario che equivale a fare più volte il giro del mondo. In quell'articolo avevo messo i miei consigli, che ora rinnovo, di lettura dei suoi libri, scritti con grinta e passione, coinvolgenti come un romanzo e soprattutto molto sinceri, informati e disincantati.
Rapsody in black, l'ultimo in ordine di tempo, che racconta l'avventura africana della sua World Odissey.
Brum Brum, tanto per seguire un ordine inverso, che racconta la prima parte della World Odissey attraverso il continente americano, la Siberia e l'Europa.
In Vespa, il primo libro, in cui Giorgio racconta com'è nata l'idea che poi è diventata passione e mestiere, e racconta il primo viaggio, da Roma a Saigon.
Dopo aver letto i suoi racconti ho continuato a seguirlo (si fa per dire) su internet e l'ho contattato tramite il suo blog sul sito della Feltrinelli, che vi consiglio di visitare.
Giorgio Adesso è in Cina. Ed è di nuovo in vespa. Ecco il messaggio che gli ho lasciato sul blog e la sua risposta:
Il commento di Bruno 6 luglio 2006: ciao Giorgio, ci siamo visti a Ushuaia il giorno della tua partenza per la World Odissey e ora potremmo incontrarci in Cina, chissa? Io parto per Urumqui il 28 luglio, poi seguirò vagamente l'itinerario della Grande Muraglia. Ti seguirò sul tuo blog. Se vuoi, e chi vuole, può fare lo stesso sul mio che si chiama Strade di Polvere. Buon viaggio e… buona vita a te. Bruno.
Il commento di Giorgio per Bruno 7 luglio 2006: Buona vita anche a te, Bruno, e chissà mai che lungo il percorso della Grande Muraglia, o in Tibet o a Urumqi (Ulumuchi come dicono qui) tu non veda una faccia cotta dal sole passare a bordo di una Vespa verde slavato, e ci si possa incontrare. Ti seguirò sul blog; e safe trip for you, and for me!
L'anno scorso concludevo l'articolo su Giorgio con la speranza di sentire, un giorno, in qualche landa desolata, un ronzio lontano e di trovarmi ancora davanti a una birra a riascoltare dal vivo le Strade di Polvere di Giorgio Bettinelli.

Arrivederci in Cina!

Il Regno di Mezzo

Il Regno di Mezzo si trova nel centro esatto dell'Universo. Sopra, il cielo come una cupola di stelle. Intorno, a perdita d'occhio e per molte leghe oltre l'orizzonte, le terre dell'impero. Montagne, pianure, fiumi, colline, villaggi, città. Oltre i confini, le terre remote dei popoli barbari. Il tempio del cielo è una pagoda rotonda, con un triplo tetto sovrapposto, pareti circolari di lacca rossa e d'oro, alla quale si accede per una lunga scalinata. Il Figlio del Cielo sale in portantina, lungo la fascia scolpita di marmo bianco, nel centro della scala. L'altare di marmo è il centro esatto dell'Universo. Solo il Figlio del Cielo lo può raggiungere, il supremo imperatore, signore assoluto del Regno di Mezzo. Le prime dinastie si perdono nella leggenda: la dinastia Xia, il Cinque Reggitori, l'imperatore Huangdi con i suoi guerrieri armati di spade di giada, la dinastia Shan e la dinastia Zhou. La città di Chang'an, antica capitale del regno Zhou, fu distrutta da orde di nomadi scesi dal nord, i Tatari, e la corte fu costretta a trasferirsi a Luoyang. Accadeva quasi 2800 anni fa.
Ma quello era un tempo remoto di piccoli regni e piccole battaglie ed è soltanto intorno al 250 a.C. che le piccole battaglie diventano una grande guerra di conquista e il regno diventa un impero. Il re Yingcheng assume il titolo di Shi Huang Di, primo augusto imperatore, e fonda la dinastia Qin. In quella lingua la Q si pronuncia C, e Qin per noi diventa Cina. Le conquiste di Shi Huang Di si spingono dal deserto fino all'oceano, oltre il quale non c'è più niente da conquistare. Gli eserciti avanzano a sud, conquistando le terre oltre il fiume Azzurro. A nord l'imperatore non ci va. Lì ci sono gli Xiong Nu, i temibili nomadi della steppa, dai quali bisogna difendersi. Per proteggere il regno viene costruito un muraglione di fango, pali di legno, argilla e sassi, con torri di guardia, fossati, fortini e bastioni, che si snoda dal deserto fino al mare. Lo chiamano "il muro dei diecimila li". Un "li" corrisponde a 360 metri e dunque misura 3.600 chilometri il muro di Shi Huang Di. Ma da questa parte del muro, nel Regno di Mezzo, serpeggia lo scontento. I nobili e gli intellettuali si oppongono alla tirannia dell'imperatore guerriero e per questo Shi Huang Di ordina che tutti i libri vengano bruciati in grandi roghi. Alla morte di Shi Huang Di scoppia finalmente la rivolta. Liu Bang, funzionario di corte di Shi Huang Di, fonda una nuova potente dinastia imperiale: la dinastia Han. Nel sottosuolo della città di Chang'an, oggi chiamata Xian, giacciono le spoglie dell'imperatore Shi Huang Di protette dai suoi potenti eserciti, riprodotti fedelmente in terracotta e allineati in assetto marziale.
Nel 141 a.C. l'imperatore Wudi riprende la guerra contro i nomadi Xiong Nu e gli altri popoli ostili confinanti con il Regno di Mezzo ma apre anche importanti vie commerciali e restituisce dignità agli intellettuali e alla nobiltà. Nei secoli successivi la storia del Regno di Mezzo è un alternarsi di periodi di calma e prosperità e violente rivolte interne. Le tribù Xiong Nu sono ridotte all'impotenza da carestie, guerre contro altre tribù, e il "muro dei diecimila li", che resiste anche all'attacco degli Unni, continua a proteggere il regno. Ma i problemi della dinastia Han sono soprattutto interni: famiglie nobili sempre più potenti, intrallazzi di corte, il potere crescente dei ricchi eunuchi, la debolezza degli imperatori bambini. Finché nel 184 scoppia la rivolta dei Turbanti Gialli e nel 220 la dinastia Han viene deposta . Il Regno di Mezzo finisce frammentato in tre regni, governati dai militari che hanno fomentato un vero e proprio colpo di stato contro gli Han.
In questo periodo turbolento e instabile, nelle terre del Regno di Mezzo avviene un'importante avvicendamento culturale: il pensiero confuciano dominante, una filosofia di vita più che una religione, viene progressivamente soppiantato dall'avvento del buddismo. E arriviamo così all'anno 618 in cui prende il potere la dinastia Tang, quella che riconquista le terre perdute dell'Asia Centrale, le terre degli Uighuri e dei Turkmeni, che scatena la guerra con il Tibet, che invade la penisola indocinese e quella coreana. Il Regno di Mezzo ritorna compatto e rifiorisce la sua cultura, viene rinforzata l'economia, ristrutturata l'oragnizzazione amministrativa. Questo è il tempo dell'imperatore Taizong, dell'imperatrice Wu Zeitan, e del debole Xuang Zong, suo figlio, di cui si narra la storia d'amore con la concubina Yang Guifei. Il 907 è l'anno di un nuovo colpo di stato dei governatori e dei generali dell'esercito contro il potere imperiale, e il crollo della dinastia Tang.
Sono le dinastie Jin, nel nord, e Song, nel sud del paese, che occupano il trono quando nel 1218 oltre il "muro dei diecimila li" comincia a organizzarsi un'altra potente minaccia: l'esercito mongolo di Gengis Khan. Il muro non regge. Nel 1234 i mongoli invadono il regno settentrionale dei Jin, e nel 1276 il regno dei Song. Nel 1279 tutti i territori del Regno di Mezzo sono sotto il dominio mongolo. E' il tempo dei viaggi di Marco Polo, che rimarrà per vent'anni al servizio di Gengis Khan. E' il tempo dell'annessione del Tibet all'impero. Dopo poco più di un secolo di dominio mongolo, nel 1386, le ribellioni contro l'imperatore diventano guerra, e l'esercito riprende possesso del Regno di Mezzo. Zhu Yuan Zang, l'imperatore Taizu, inaugura la nuova dinastia Ming e la corte si insedia a Nanchino, nel sud. Successivamente, nel 1421, l'imperatore Yong Le trasferirà nuovamente la capitale nel nord del paese, questa volta a Pechino, che rimarrà Città Imperiale fino al 1911. Ecco la Città Proibita, ecco il tempio del cielo dove l'imperatore si reca all'altare di marmo nel centro esatto dell'universo. Ecco definitivamente consolidato il Regno di Mezzo. Per tutto il XV secolo i Ming combattono l'eterna guerra contro i mongoli. Il "muro dei diecimila li" viene rinforzato e diventa un bastione invalicabile: la Grande Muraglia Cinese. Ma come sempre, anche questa volta gli intrighi di palazzo, la disparità sociale, le rivolte interne dei contadini, gli intrallazzi degli eunuchi e dei militari indeboliranno il potere dell'imperatore e sarà di nuovo da nord, oltre la possente muraglia, che arriverà la nuova minaccia. L'esercito del regno di Manciuria, guidato dal re Nurhachi, con l'aiuto di un generale Ming, riesce a penetrare oltre la Grande Muraglia a Shan Haiguan e ad arrivare fino a Pechino.
L'ultima dinastia imperiale, di stirpe manciù, si chiamerà Qing. Curiosa assonanza con la prima, Qin, che diede il nome di Cina al Regno di Mezzo. L'ultimo Figlio del Cielo, l'imperatore Puyi, salirà al trono nel 1908 e nel 1911 Sun Yatsen, alla testa della Lega Repubblicana Rivoluzionaria, travolgerà la monarchia. Nel 1912 Puyi, l'ultimo Figlio del Cielo, lascierà per sempre il trono del Regno di Mezzo.

Il Regno di Mezzo è la seconda parte di un lungo viaggio
attraverso la Cina. Un viaggio che iniziammo il 21 luglio 2004 a Lhasa e che ci portò attraverso le due provincie autonome del Tibet e del Xinjiang, fino a Urumqui.
Il racconto della prima parte di quel viaggio è apparso su Strade di Polvere, compitato direttamente nei cyber cafè tibetani e uighuri.
Un resoconto completo scritto insieme a Marisa da Re, intitolato "Terre Contese", è apparso sulla rivista Avventure nel Mondo ed è ancora reperibile on-line a questo indirizzo.
Tra meno di un mese riprenderemo il viaggio da dove l'avevamo interrotto. Torneremo a Urumqui e di qui seguiremo la Grande Muraglia fino a Pechino, fino al mare. Torneremo a esplorare la Cina di oggi cercando i resti della Cina di ieri. E continueremo a raccontarvela sulle pagine di Strade di Polvere, se avrete voglia di seguirci.
Un interessantissimo articolo sull'itinerario che percorreremo anche noi  è stato pubblicato sull'ultimo numero della rivista di Avventure nel mondo da Luisa Chelotti ed è reperibile on-line a questo indirizzo

A presto.