Mosala ya mundele

La solitudine delle acacie sembra sottolineare il silenzio e l'immobilità di quei minuti che precedono il tuono. Avete presente come diventa gialla la pianura quando nel cielo si addensano le nubi, cariche di piogge tropicali? L'antilope rimane immobile a osservare la lontananza. Là sull'orizzonte il cielo innesca una scarica di elettricità che si spezza e fluisce in sottili rami di luce. Poi arriva il tuono rotolante sull'erba folta. L'obliquo pennello della pioggia avanza implacabile come il fronte di un esercito in battaglia. Più di un terzo del territorio africano è sabbia, roccia, polvere e arida sterpaglia: il Sahara, il Namib, il Kalahari. La fascia tropicale è verde di foreste, piantagioni e pascoli. Il resto è territorio duro, inospitale, eppure popoloso: la savana, la boscaglia, il sahel.
Mentre ascolto il silenzio delle mosche osservando la bufera scatenarsi altrove, sotto il sole implacabile che schiaccia il manto giallo del veldt, da qualche parte compare un ragazzino che segue un gregge di poche capre. Magro e lungo, braghe corte e maglietta scura, il ragazzo avanza pizzicando una kalimba fatta con tavolette di legno e lamelle d'acciaio. La sua musica sembra accompagnare il brontolio del tuono. Penso a questa terra madre dell'umanità e alle civiltà che ha ospitato nella sua storia remota. L'Africa si è evoluta, dice Jean-Léonard Touadi, come tutti i popoli del mondo, in maniera progressiva, dalle prime comunità dell'antichità fino al XVI secolo, attraverso raggruppamenti territoriali sotto l'autorità di un capo tradizionale. Regni. Imperi sempre più importanti. Epicentro di questo periodo d'oro, dice Touadi, erano i regni nella valle del Niger: il Mali, il Gao, il Benin. E prima quello del Ghana e altri più piccoli. Nella parte meridionale del continente era prospero il regno del Kongo che intratteneva rapporti diplomatici alla pari con il Portogallo. Questi regni, oltre che grandi centri economici e commerciali, erano importanti punti di riferimento culturale. Molti studiosi arabi e europei si recavano a Timbuctù, che già nel XV secolo era una città di 150.000 abitanti quando Londra ne contava solo 120.000.
Come dimenticare l'eleganza, la raffinata e sorprendente bellezza dei capolavori d'arte africana esposti in quella fortunata e indimenticabile mostra di qualche anno fa a Torino? Ahmadou Kourouma scriveva: voglio parlare e parlerò del grande regno del Benin, con le sue invincibili armate di amazzoni. Si, un esercito formato, dal generale all'ultimo soldato, esclusivamente da giovani donne con il seno fasciato fino a scomparire. Con quelle amazzoni il Benin controllò il commercio della maggior parte del continente africano. La capitale dell'impero, la città di Benin, si vantava di essere la più grande città dell'epoca. I viaggiatori olandesi del XVI secolo vi ammirarono un viale lungo molti chilometri e largo più del più grande viale di Amsterdam. Gli europei, dopo la spartizione dell'Africa, percorsero trionfanti le terre conquistate per sottomettere ai lavori forzati tutti i negri colonizzati. Si fermarono perplessi ai piedi delle alture occupate da uomini nudi: i paleonegri. Bisognava arrampicarsi su dirupi vertiginosi, combattere, stanare gli uomini nudi dalle loro grotte ad uno ad uno. Rinunciarono e inviarono lassù etnologi e antropologi. Quei sapienti si resero conto che già verso l'anno mille alla corte dei re normanni di Sicilia si parlava dei Dogon di Bandiagara. Di enorme sorpresa, scrive ancora Ahmadou Kourouma, fu la reazione dei marinai, dei missionari e dei mercanti che verso la fine del XV secolo sbarcarono dai grandi bastimenti portoghesi sulle coste della Sierra Leone, della Nigeria e del Benin. Credevano di incontrare antropofagi e selvaggi. Tutto il contrario. Erano capitati in regni opulenti e popolosi, con i quali stabilirono relazioni diplomatiche e sociali.
Il giovane pastore si è seduto su un sasso e continua a pizzicare la kalimba. Chissà da dove arriva e dove va? Villaggi intorno nemmeno l'ombra, solo pianura, acacie, e il vento. Il cielo continua a chiamare a raccolta le nubi. L'orizzonte è tutto una crepa di fulmini. Non c'è un riparo. Se si scatenerà il furore della pioggia non avremo scampo. Il ragazzo non se ne cura e suona, curvo sul suo piccolo strumento, senza degnare nemmeno di uno sguardo la terra, il cielo, la pioggia, il vento. Di chi sarà figlio quel ragazzo solitario? da chi discenderà? da una stirpe di pastori? o da qualche antico principe sconfitto? Magari ha un parente, di cui ancora in famiglia si ricorda il nome, che finì incatenato in quella fila di uomini curvi, piegati dalle bastonate dei negrieri, che adesso, quattrocento anni fa, attraversano a piedi la prateria in un cammino che li porta via, a morire su un bastimento transatlantico, o a sopravvivere nella schiavitù in terre infinitamente lontane. Secondo Jean-Leonard Touadi la tratta dei negri segnò l'arresto della storia africana. Attraverso la stretta collaborazione, dice Touadi, delle tre M: militari, mercanti e missionari, l'economia africana perde la sua vocazione di risposta ai bisogni. La tratta ha spopolato e dissanguato il continente. Il deficit demografico si fa più pesante se sommiamo al bilancio della tratta atlantica degli europei quello della tratta orientale, più duratura e meno conosciuta, che ha coinvolto mercanti arabi tra il IX e XIX secolo con un bilancio di circa 9 milioni di persone, ai quali si aggiungono i 4 milioni della tratta delle coste orientali d'Africa, promossa da arabi, indiani e africani. L'abolizione della schiavitù avvenuta prima in Inghilterra nel 1807, poi in Francia nel 1848, e nelle terre lontane del Brasile e di Cuba alla fine dell'800, avvia lo "scramble for Africa", la corsa all'occupazione del continente. L'abolizione della schiavitù, dice Touadì, segna il passaggio dalla sovranità al colonialismo. Durante la Conferenza di Berlino nel 1885 le potenze europee si spartiscono a tavolino la torta africana: imposizione della monocultura e introduzione del lavoro forzato nei campi di cotone. Nel romanzo "L'avventura ambigua", lo scrittore senegalese Cheick H. Kane scrive: cent'anni fa nostro nonno, insieme a tutti gli abitanti del paese, fu destato un mattino da un clamore che saliva dal fiume. Ha preso il fucile e, seguito dal fior fiore della sua gente, si è precipitato contro i nuovi venuti. Il suo cuore era intrepido. E aveva più cara la libertà che la vita. Nostro nonno, con tutto il fior fiore dei suoi, è stato sconfitto. Perché? Come? Solo i nuovi venuti lo sanno. Bisogna chiederlo a loro. Bisogna andare da loro a imparare l'arte di vincere senza avere ragione.
Il temporale sembra allontanarsi a ponente ma forse è solo un'impressione. Il ragazzo si alza, le capre sono più in là ma fin da qui sento il loro secco brucare. Il ragazzo va verso il gregge, ora mi volta le spalle e il suono della kalimba mi arriva ovattato. Mi viene la curiosità di seguirlo. I miei passi nell'erba secca e nella polvere sembrano un suono sbagliato. Io non ho il passo nero, africano. O forse sono i miei pensieri bianchi che fanno quel rumore stonato nell'armonia del tuono e della kalimba? Mosala ya mundele, sembra cantare così la melodia del pastore musicista, mosala ya mundele. Laggiù, da quelche parte, lontano, c'è il monte Moyambe. Touadi racconta di suo nonno che fu testimone, dice, dell'eccidio più grave verificatosi nella costruzione della linea ferroviaria che collega Brazzaville a Pointe-Noire, il porto marittimo. Venivano da ogni parte dei possedimenti francesi per morire di malaria, di stanchezza e di violenza nello sforzo immane di bucare la montagna del Moyambe, raccontava il nonno di Touadi, per far giungere sulle navi le materie prime utili alla potenza colonizzatrice. L'uso della chicotte, la pratica di mozzare le mani ai recalcitranti, le terre rubate, i bambini orfani costituiscono il macabro inventario dell'olocausto compiuto da Leopoldo II del Belgio. Dopo tre secoli di tratta e schiavitù e un secolo e mezzo di colonizzazione, il dubbio esistenziale si è insinuato nella mente degli africani: che forse davvero non siano buoni a nulla.
Suona, il pastore. Suona e cammina. Jean-Léonard Touadi è un intellettuale. Il suo italiano è fluente e colto e la sua pelle nera, e i suoi bianchi occhi africani, dietro il microfono di una sala conferenze della fiera del libro, a Torino, sono così vicini e così lontani da quella savana arida in cui l'antilope attende la pioggia e il pastore segue quattro capre pizzicando una kalimba. Io sono qui e sono là, seguo Touadi nei suoi argomenti e seguo il passo lento del ragazzo, ascolto le parole dell'intellettuale e la musica del pastore. Da venticinque anni la crisi del debito e l'imposizione dei Programmi di Aggiustamento Strutturale, i PAS, rappresentano un cappio al collo per 850 milioni di africani. I PAS sono le politiche imposte ai paesi in via di sviluppo dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale in cambio degli aiuti finanziari. Secondo il rapporto 2004 dell'Agenzia delle Nazioni Unite per lo Sviluppo il meccanismo del debito impoverisce i poveri per arricchire i ricchi. Sono ancora parole di Jean-Léonard Touadi. L'Africa ha ricevuto 540 miliardi di dollari in prestiti. Pur avendone rimborsati 550, nel 2002 l'interesse sul debito era ancora di 295 miliardi. L'Africa subsahariana ha ricevuto 294 miliardi di dollari, ha rimborsato 268 miliardi, con gli interessi sul debito rimasto a 210 miliardi. Si tratta di un trasferimento netto di risorse dai più poveri del mondo verso i più ricchi. Tutti sapevano e tutti fingevano di non sapere, infierisce Touadi, che i vari Mobutu dello Zaire, Eyadema del Togo, Bongo del Gabon, ricevuti con tutti gli onori nelle cancellerie che contano in Europa, erano a capo delle più grandi cleptocrazie che l'Africa avesse mai conosciuto. Quel debito non è dei popoli africani, è il debito dei tiranni! e dei loro sostenitori! che dovrebbero pensare a restituire il malloppo nelle casse esangui dei paesi africani. Per ora solo la Nigeria è riuscita nell'intento di ottenere il giusto risarcimento delle banche elvetiche per i miliardi stornati dal sanguinario dittatore Sani Abacha, A quando la restituzione di Mobutu al popolo congolese?
Guardo la schiena magra del ragazzo che si allontana nel niente della savana. Il temporale si è scaricato altrove. Là in fondo, come comparso dal nulla, vedo l'arido corso di un fiume inconsistente. S'infittiscono le acacie. Baracche. Un villaggio. Un mucchietto di lattine arrugginite e sacchetti di plastica. Un maiale. Un cane pieno di pulci che rovista. Una donna con una cesta in equilibrio sulla testa. Un recinto di rami secchi. Bambini. Là, in fondo alla pianura, qualcosa scintilla al sole basso: un vetro rotto, una lamiera. Vedo una nebbia di fumo scuro che si adagia sull'orizzonte. Una periferia. Rottami, puzze e liquami. Africa. Mi fermo. Il ragazzo col suo gregge si allontana. La sua musica si perde. Sento il rombo di una jeep che si allontana dalla città. Mi sento inutile. Mi siedo giù, sulla sterpaglia, e penso alle parole di Touadi: fare cooperazione vuol dire innanzi tutto riconoscere soggettività ai partner locali. Le ONG dovrebbero giocarsi un'altra carta, dice Touadi, quella della relazione, dello scambio culturale, la prospettiva del dare e del ricevere dove le cose scambiate sfuggono all'esclusività della quantità per spostarsi su valenze qualitative. Chiediamo di smettere di essere la nostra voce, dice Touadi, perché noi una voce ce l'abbiamo ma non riesce a imboccare un solo microfono giusto che porti lontano l'eco delle nostre istanze di giustizia. Andare in Africa e non affrontare in Europa i nodi dell'economia mondiale e della geopolitica planetaria non basta più. Andare in Africa sognifica smascherare le trappole della mondializzazione e contribuire all'avvento di un'altra cultura economica e di una geopolitica della pace e del dialogo.
Mosala ya mundele, sembra cantare la melodia del pastore. Sento ancora, come un sogno, le note della kalimba e il tuono che si allontana. Mosala ya mundele. E' l'opera dell'uomo bianco. Mosala ya mundele. L'opera dell'uomo bianco in Africa. Il tuono si allontana. Non pioverà. A occidente, tra la nera foschia, un arcobaleno.

Jean-Léonard Touadi
L'Africa in pista
edizioni SEI – Torino