Nome

Nome è lontanissima. Sulle coste dell'oceano Pacifico. Dall'altra parte del pianeta. Ieri alle 23 io ero qui a Torino, nella quete del mio tiepido studio, davanti al video acceso del mio portatile, proprio come adesso. Marco, lui, che qui sul tappeto del mio studio dormì nel sacco a pelo quella volta che venne a Torino a parlarci della sua impresa (sul tappeto perché l'esile stazza dell'amico Marco Vasta occupò tutto il divano letto a due piazze), Marco lui avrei voluto vederlo da vicino, ieri alle 23. A Nome erano le 11 del mattino, ieri alle 23. Avrei voluto vederlo, ma non tanto al suo ingresso a Nome, no, un po' prima, avrei voluto stare nei suoi pensieri, annidato in un angolo, mentre tirava, passo dopo passo, il peso del suo corpo e della slitta nella neve.
Immagino una mattinata grigia, chissà, forse c'era il sole, o il vento, poi ce lo dirà, ma io immagino una mattinata grigia. Tutto quel biancore di neve e ghiaccio. Immagino il passo, pesante, sfinito, che lascia una fila d'impronte serpeggiante nella neve ghiacciata. Immagino lo sguardo basso, sulla neve intatta davanti, che sembra sempre la stessa, sempre uguale, ma che è sempre nuova, metro dopo metro. Immagino quel pieno vuoto dei pensieri che conosce chi affronta la fatica, chi tira avanti oltre la linea invisibile che separa il possibile dall'impossibile, la stanchezza dallo sfinimento, il confine delle forze. Immagino quella voce lontana, annidata nel profondo dei pensieri, che ti dice: "non guardare alla strada che ti resta da fare; pensa piuttosto a tutta quella che hai già percorso". Immagino Marco che si volta un attimo, appena un attimo, a guardare dietro la fila d'impronte che si perde nelle ondulazioni del terreno. Il silenzio della solitudine. Poi lo vedo riprendere la via, testa bassa, avanti, a ferire con le scarpe l'epidermide bianca della madre Terra. La crosta che si spezza, il piede che affonda appena un po'. Immagino che Marco avrà alzato a un certo punto lo sguardo, non per guardare la strada che aveva ancora da percorrere, ma per abitudine, convinto di vedere il solito bianco e anonimo scenario di natura. E lì si sarà fermato, il fiato tutto una condensa, gli occhi improvvisamente umidi nonostante il gelo.
Nome è lontanissima. Dall'altra parte del pianeta. Questa è la terza volta che Marco tenta l'impresa. Il terzo anno. Ce l'ha raccontato, quel giorno a Torino. Abbiamo visto le immagini. Non gli era ancora riuscito di portare a termine l'impresa. Nome è lontanissima. Ora me lo immagino lì fermo, col fiato corto, col sudore che repentinamente si ghiaccia, che guarda laggiù oltre la neve intatta. Una casa, una baracca, con un filo di fumo. Nome. Vicinissima. Marco ce lo racconterà.
Arrivato! Nel confortevole silenzio del mio studio, sottolineato appena dal canto lontano di una tromba jazz, sullo sfondo nero del sito di Marco (www.marcoberni.com) scorrono le parole bianche come la neve del suo trionfo. Stanco ma felice, dicono quelle parole,  Marco giunge a Nome dopo 30 giorni e 21 ore di cammino. Ora si trova nella Mai's Guest House, felicissimo di essere arrivato. Dei 19 iscritti alla Iditarod Trail Invitational che volevano raggiungere Nome solo due sono riusciti a percorrere le 1100 miglia, cioè circa 1700 chilometri, dell'itinerario completo. L'altro concorrente è Wilco Van der Akken, giunto per primo a Nome in 26 giorni e 10 ore. Il record a piedi sulla Northern Route è del bresciano Roberto Ghidoni, con 22 giorni e 6 ore, nel 2002.
Alla sosta nella capanna di Topkok Marco ha ricevuto una gradita sorpresa: spaghetti, dolci, acqua e un messaggio. Una famiglia di Nome di ritorno da White Mountain in motoslitta gli aveva lasciato tanti generi di conforto. Ora Marco li ha invitati a cena, a Nome, per ringraziarli. Non ci resta che augurare a Marco di riuscire a trovar posto sull'arereo delle 9,32 da Nome per Anchorage, nella mattinata del 29 marzo, e speriamo che riesca a salire sull'aereo delle 0,50 del 30 marzo per il volo di ritorno a casa.
Bravo Marco.
Ti aspettiamo.

Come bere un bicchier d’acqua

Ore 10 del mattino, in una località ad alcuni chilometri da Tamanrasset, Algeria. Cielo sereno, sole già alto. Stamattina, presto, l'ultima acqua nella tanica era gelata e abbiamo dovuto lasciarla un attimo vicino al fuoco per poterla versare nella grande teiera d'alluminio affumicato. I toni erano sull'azzurro cupo, in quelle ultime ore della notte, e me ne stavo infagottato nella giacca a vento, le mani a ghermire la tazza di latta smaltata, fumante di tè. Il fuoco era una macchia di luce. Il vento, che aveva imperversato tutta la notte portando infiniti granelli in ogni piega dei vestiti, dei bagagli, dei sacchi a pelo, sembrava essersi placato. Poi la fiamma del sole si è affacciata all'orizzonte dei monti rocciosi, una tenue luce rosata si è distesa tiepida sulla sabbia fredda, increspata come un mare immobile, scintillante di granelli di cristallo nella calma del vento. Ora il sole è alto, infuocato, la giacca a vento è finita in fondo a una borsa impolverata e la temperatura è salita di almeno 20 gradi.
C'è qualche albero, laggiù, foglie piccole, rami spinosi, tronchi asciutti e nodosi. Tutto intorno il deserto ocra si stende in un forte odore di polvere. Niente vento. Shliman e Muhammad hanno lasciato le Toyota lì vicino, abbiamo scaricato le taniche e ora siamo tutti intorno a un buco. Hanno messo un copertone di camion per terra, cementato alla buona, a fare da bordo. Lì dentro, tondo, sprofonda un pozzo nero dove si inabissa la logora corda di canapa calata dai due tuareg. C'è un sentore d'acqua che sale da quel buio profondo, nelle viscere del deserto infuocato. In fondo alla corda c'è una lattina ammaccata, con un rudimentale manico fatto con filo di ferro ritorto. Dentro, scintilla un colmo d'acqua così pura e fresca che sembra un miracolo, un gioco di luce, un miraggio.
E' buona, l'acqua del deserto. Beviamo un po', prima di versarla, con cautela, nelle taniche, con l'aiuto di un pezzo di latta ricurvo a fare da imbuto. Shliman, dopo aver bevuto, lascia sgocciolare la tazza sul bordo del pozzo perché nemmeno una goccia cada nella sabbia lontana. E anche le taniche si riempiono lì, ai bordi del pozzo, e poi si portano piene alle macchine, ben sigillate col nylon sotto il tappo, che nemmeno una goccia si perda. Tutta l'acqua che cola nei pressi del pozzo riprenderà la sua strada, filtrando tra la sabbia, granello per granello, e al pozzo ritornerà. Una goccia d'acqua, per Shliman e Muhammad, è più preziosa di un diamante. Un diamante non evapora. Ma nel deserto una bottiglia piena di diamanti non serve a niente.
Il 20 marzo, pochi l'hanno saputo, era la giornata mondiale dell'acqua. Qui nel deserto non ci si lava. L'acqua si beve. Non si suda nel deserto, ci pensa il vento ad asciugarti la pelle. Shliman e Muhammad sono abituati a usare l'acqua con parsimonia. La usano per il tè, poche gocce per impastare la farina del pain de sable, ne bevono un po' ogni tanto dall'otre di pecora appeso all'esterno dell'auto, ma poca. Prima delle preghiere intingono le dita e fanno un'abluzione rituale. Loro ci sono abituati ma altrove, in Africa, il caldo è umido, si suda, si puzza e l'acqua non c'è. Fiumi fangosi, quando va bene, qualche pozza. L'acqua è poca. Si da bere ai bambini, che ancora nemmeno svezzati già imparano a non lamentarsi.
Al quarto Forum mondiale dell'acqua a Citta' del Messico, Anna Tibaijuka, di ONU-Habitat (www.unhabitat.org), ha raccontato di una famiglia che ha proibito alla figlia di sposare un uomo che non avesse il bagno in casa. "La mancanza d'acqua e di sistemi sanitari nelle bidonville", ha dichiarato la Tibaijuka, "può cambiare la vita di una ragazza. Una ragazza di una bidonville sceglierà un marito che disponga almeno di una toilette".
Secondo l'African Medical and Research Foundation (www.amref.org) , Kenya, Tanzania, Uganda, Etiopia, Somalia, Eritrea e Burundi sono i paesi che subiscono maggiormente la crisi idrica dovuta alla disastrosa stagione delle piogge del 2005. Si parla di 200 morti. Secondo un comunicato dell'APCOM, diramato in occasione della giornata mondiale dell'acqua, un milione di bambini è vittima della fame e delle malattie ad essa collegate: diarrea, malaria, morbillo, tubercolosi e infezioni respiratorie. La carestia, che ha colpito prima di tutto il Kenya, in breve tempo ha investito anche il Corno d'Africa, vittima di due anni di precipitazioni scarse.
Secondo l'agenzia internazionale OXFAM (www.oxfam.org) in alcune aree della Somalia in cui si registrano temperature superiori ai 40 gradi, le persone sono costrette a vivere con l'equivalente di tre bicchieri d'acqua al giorno per bere, cucinare e lavarsi. Falliti i raccolti agricoli le comunità sono costrette a utilizzare le riserve alimentari che si stanno rapidamente esaurendo. Il 60% dei capi di bestiame è già morto, con punte del 90% in alcune zone del Kenya. Le piccole attività commerciali stanno chiudendo, i clienti non hanno i soldi per saldare i debiti che hanno contratto nelle prime settimane di carestia. Molti bambini e ragazzi sono stati costretti ad abbandonare la scuola.
AMREF è in prima linea nel fronteggiare l'emergenza in Kenya, ha dichiarato Ilaria Borletti, presidente di AMREF Italia. In questo momento i nostri esperti sono coinvolti in decine di interventi di aiuto e assistenza alle popolazioni colpite. In particolare AMREF è impegnata, insieme ad altre organizzazioni, nell'Emergency Operation attivo in 17 distretti del paese e diretto al soccorso di più di un milione di persone.
La Banca Africana di Sviluppo ha annunciato un programma di prestiti in cinque anni per un ammontare di 550 milioni di dollari (450 milioni di euro), in collaborazione con Onu-Habitat, per portare acqua potabile e costruire servizi sanitari nelle bidonville delle grandi città africane. Secondo il rapporto, per portare il suo sistema di irrigazione al livello degli standard internazionali, l'Africa ha bisogno di 20 miliardi di dollari (16 miliardi di euro) di investimenti annui fino al 2025.
Tra meno di quindici anni, nel 2020, secondo Legambiente le persone senza possibilità di accedere all'acqua, sul pianeta, arriveranno a tre miliardi (www.legambiente.com). Le riserve sono in calo. Sta anche a noi provvedere a limitare gli sprechi. Chi di noi si preoccupa di chiudere il rubinetto mentre si spazzola i denti col dentifricio? Chi pensa a non buttare inutilmente l'acqua che scorre nei nostri lavandini utilizzandone il minimo necessario? Pochi. Dove finisce l'acqua che sprechiamo? Nelle fognature, e le fognature finiscono nei fiumi, e i fiumi sfociano nel mare. L'acqua del mare non si beve. L'acqua sprecata, anche alle nostre latitudini, è acqua persa. Pensiamoci.
Se siete a Torino vi consiglio di visitare la mostra "di luce e acqua, sguardi di vita in Etiopia" allestita, in collaborazione con l'Associazione Internazionale di Volontariato LVIA, presso il museo "A come Ambiente" in corso Emilia 90 (www.museoambiente.org).
Spengo il fuoco mentre Shliman e Muhammad finiscono di caricare i bagagli. Le taniche piene sono bene allineate nel baule della Toyota. Salgo, si parte. Davanti a noi il deserto che guarda a sud, verso il Niger, dove diventerà Sahel, dove inizia l'Africa più nera e assetata. Il tergicristallo infagottato di stracci spazza la polvere dal parabrezza. Il sole cade a picco. Bevo un piccolo sorso dalla mia borraccia ancora fresca. Solo un piccolo sorso.

La pelle dell’orso

In un articolo intitolato RICORDANDO BALTO avevamo parlato di Marco Berni e della sua impresa attraverso l'Alaska. Ora lui è ndi nuovo là. Ecco il comunicato di AaZ onlus:

Nell'Alaska spazzata da un vento gelido con temperature sotto lo zero, un  bresciano sta partecipando ad una delle gare sportive più belle, dove il primo arrivato riceve lo stesso premio dell'ultimo classificato: una  maglietta ed una pacca sulla spalla! A Marco Berni non piace vendere la pelle dell'orso prima di averlo preso  e anche quest'anno è partito per Anchorage in Alaska senza rulli di  tamburi né pubblicità. Arrivato a Mc Grath, sperduto paese dove termina la prima parte della Iditarod Trail invitational, dopo 570  chilometri fra i ghiacci, Marco vorrebbe proseguire per il villaggio di Nome, in tutto 1870 chilometri.

Da tre anni Marco partecipa alla corsa. Con conferenze e serate su questa  esperienza raccoglie fondi per la scuola in Himalaya che ha visitato nel 1990. Marco è socio fondatore di AaZ onlus (Aiuto allo Zanskar) che finanzia la Lamdon Model School nella remota valle di Zanskar nell'Himalaya indiano. In questa gara Marco porta i colori di AaZ per  promuovere le attività della associazione.
Al termine dell'edizione 2005, in cui è arrivato a  percorrere più di 900 chilometri, Marco ha dichiarato agli amici:  "Ho coronato il mio piccolo sogno ma non sento di avere conquistato qualche cosa. Anzi, è questo splendido paese che  ha conquistato me. Con il suo clima freddo e con la sua gente pronta ad aprirti la  porta di casa a qualsiasi ora e a darti da mangiare e un sorriso per  scaldarti anche il cuore. Vi assicuro che vedere la luce del Check-Point che  ti appare dopo ore nel freddo e nel buio è una gioia indescrivibile".

Dal diario di viaggio su www.marcoberni.com:

La gara è iniziata. Era notte in Italia quando i concorrenti hanno cominciato ad affrontare il percorso. Il tragitto si presenta in condizioni differenti rispetto all'anno scorso. Molta neve e freddo. 30 centimetri di neve al momento della partenza.

Domenica 26 febbraio, ore 20 in Alaska, ore 6 del mattino di lunedì 27 febbraio in Italia. Il direttore di gara ha comunicato l'arrivo di quasi tutti i concorrenti a Luces. Non sono  stati forniti i tempi. I ciclisti figurano in testa, questo indica neve dura. Numerosi i  partecipanti ritirati. La gara continua con i ciclisti velocissimi. Jeff Oatley ha già superato Finger Lake. Auguri a Marco che deve riprendersi da una brutta influenza che l'ha penalizzato nei giorni precedenti la gara.

Marco è partito dalla  Skwentna Road House, il secondo check-point, alle 1,15 del 27 febbraio, corrispondenti alle 23,15 ora italiana. Ha sostato al check-point circa due ore prima di ripartire. Ha telefonato, sta bene e si è ripreso dall'influenza. Fa molto freddo.

Finger Lake ore 16,15 del 28 febbraio (2 del mattino del 1 marzo in Italia). Marco ha lasciato il terzo check-point dopo una sosta di cinque ore ed è ripartito per affrontare il Rainy pass. Il direttore di gara ha comunicato che non vi saranno problemi di valanghe. 

Marco ha lasciato Puntilla alle 16 del 1 marzo (2 del mattino del 2 marzo in Italia). Il clima è pessimo con forti raffiche di vento. Alcuni ciclisti che erano in testa si sono fermati in attesa di un miglioramento. Anche Billy e Kathi Merchant sono tornati a Puntilla. Da Puntilla a Rhon è la parte più lunga e meno abitata del percorso. Le comunicazioni con Bison Camp e Rohn sono difficili, speriamo di avere notizie in giornata, ma Davie, il direttore di gara, ha preannunciato possibili black-out di informazioni. 

Alle 17,25 del 2 marzo (5,25 del 3 marzo in Italia) Davie ha comunicato che anche il terzo ciclista ha terminato la gara. Da Nicolai non si hanno contatti telefonici diretti. Sull'esperienza dei primi arrivati, è stato mandato un messaggio a Nicolai per indicare come più facile la cosiddetta "via del fiume" piuttosto che il percorso detto "overland". E'
stata segnalata la presenza di alcuni partecipanti al Bison Camp.
 
I bisonti non sono originari di questa parte dell'Alaska ma sono stati introdotti per ripopolamento. L'animale che i partecipanti temono di più è l'alce, che marcia determinato sulla propria strada e non tollera ostacoli. Quanto ai lupi, stanno ben lontani dai partecipanti e dagli uomini. In una conferenza a Torino Marco ha affermato: "Lupi non ne ho mai incontrati in Alaska, ma tanti in Italia".

Il resto su www.marcoberni.com

Se vuoi inviare a Marco un messaggio di incoraggiamento puoi cliccare su:
http://www.marcoberni.com/gue stbook.asp

In bocca al lupo!