Torino 2006: il fuoco, la neve

Se dalla Torino olimpica, rutilante di luci, colori, folla, spettacolo e musica, passi oltre la Medals Plaza, percorri via Milano fino a Porta Palazzo e ti inoltri in quella meraviglia di quartiere che sta tra Corso Giulio Cesare e Via Cigna, tra Corso Regina Margherita e la Dora Riparia, trovi il cuore multi etnico e pulsante della città. Vicoli, botteghe, bancarelle di antiquariato, osterie, balconi, panni stesi, marciapiedi ingombri, vecchi selciati, lampioni, carrette, cortili. Per quei marciapiedi c'è tutta l'umanità del mondo. Gruppi di ragazzi arabi scherzano davanti alle rosticcerie dove ruota lentamente il kebab, donne velate si affrettano con grappoli di bambini per mano, grasse africane, nerissime, dai lunghi capelli crespi tinti di rosso, escono dai pianerottoli e si avviano verso le botteghe, un vecchio cinese tutto rughe parcheggia il motorino. In mezzo alla piazzetta un paio di barboni anziani ballano cantando a squarciagola una vecchia canzone piemontese. Il giornalaio se ne sta sulla soglia, con un sorriso indulgente. Lui sta lì dai tempi in cui non si era ancora visto uno straniero girare per quei vicoli. Dai tempi in cui le storie di Barriera le cantava un Gipo Farassino ancora giovane. In cui Torino era una città di operai, di ubriachi, di massaie e di barboni. E i neri, gli arabi e i cinesi, non si erano visti ancora, nemmeno al cinema. Se poi da quei quartieri colorati e allegri svolti in via San Giuseppe Benedetto Cottolengo, e poi a destra in via San Pietro in Vincoli, addentrandoti nelle geometrie fredde e silenziose della tutt'altro che Piccola Casa della Divina Provvidenza, fino in fondo, quasi alla Dora, ecco che davanti a te, proprio in fondo alla piazzetta, si staglia la facciata e il cancello del cimitero di San Pietro in Vincoli. Dentro, oltre il cancello, un vasto cortile erboso. Intorno al cortile, un porticato. Una specie di chiostro in cui la città sembra lontana.
C'è un pezzo di Tibet nel cortile di san Pietro in Vincoli. Sul cancello hanno appeso striscioni e bandiere tibetane. Dentro, su in aria, una fila di cavalli del vento, le colorate bandierine di preghiera, forsennatamente sventolano al phon caldo e feroce che scende dalle vette alpine, sfilacciandosi e portando sulla città olimpica fili di mantra, brandelli di preghiere. Sotto le bandiere hanno montato una tenda blu. Ci sono altri striscioni, altre bandiere tibetane, manifesti, e una piccola mostra di fotografie. Si vede Lhasa, la nuova Lhasa, con i quartieri cinesi alla base del colle del Potala. Con i palazzi di piastrelle candide e alluminio anodizzato e vetrate a specchio, immense, in cui si riflette il cielo e le vette del tetto del mondo. In cui si riflettono i drappi amaranto dei monasteri, fitti di piccole finestre e mantovane rosse e ocra. Il vento di Torino sembra quasi il vento di Lhasa, oggi a San Pietro in Vincoli. Intorno alla tenda, cercando di trattenere le carte e i manifesti che il vento assale, alcune donne e alcuni giovani tibetani  si danno un gran da fare. Nella tenda, là in fondo, c'è qualcuno che riposa.
E' un uomo anziano, Palden Gyatso. Magro. Ha uno sguardo che ne ha viste troppe. E' nato sotto l'arcobaleno, dice lui, nell'anno della scimmia, il 1933, in un villaggio del Tibet, a 200 chilometri da Lhasa. Se avete voglia di fare un salto in libreria cercate IL FUOCO SOTTO LA NEVE. E' la storia della sua vita, raccontata al registratore di Tsering Shakya, tradotta in inglese dal tibetano e ora in buon italiano per i tipi della Sperling & Kupfer. E' un libro drammatico e commovente. Racconta di un ragazzino che diventa monaco e di un giovane monaco che diventa uomo in uno dei periodi più oscuri della storia: l'epoca della Rivoluzione Culturale, della guerra civile del Tibet contro l'esercito di occupazione cinese. Racconta il divampare della rivolta dalle regioni del Kham fino al Tibet centrale, fino a Lhasa. Racconta l'avanzata dell'esercito, l'esilio del Dalai Lama, gli assedi, gli agguati, la fucileria, le cannonate, le bombe. Racconta la devastazione.
Il monaco diventa prigioniero, poi fuggiasco, poi prigioniero ancora, e diventa vecchio. Palden Gyatso racconta le torture, la segregazione, i ceppi e le catene, le botte, le sedute di studio nelle quali gli si chiede di confessare colpe mai commesse, di denunciare come spia il suo maestro spirituale. Racconta il dolore e le lacrime, la sopportazione, trentatrè anni di carcere, lunghi anni di solitudine nei campi di prigionia, la speranza che viene meno. Poi la notizia della morte di Mao e i primi contatti con quel che resta della sua famiglia devastata. La matrigna paralizzata per le botte ricevute dei soldati, per rappresaglia, il padre morto.
Palden Gyatso racconta il suo ritorno al villaggio, le rovine delle case e dei monasteri abbattuti, la desolazione del Tibet cinese. La Sperling & Kupfer rilascia a pagamento il permesso di riprodurre le parole del libro. Peccato. Avrei voluto riportare qui alcuni brani, i più intensi e commoventi, quelli che a me hanno provocato un brivido, un profondo senso di nausea, di dolore, di tristezza.

Sono andato a trovare Palden Gyatso. Il fuoco del Tibet invaso e devastato è qui a Torino, sotto le nevi olimpiche, sotto la tenda in San Pietro in Vincoli, insieme ad alcuni compagni, per esprimere la sua protesta. Ho firmato il registro. Ho fatto un giro in quel cortile, rammaricandomi della sua distanza dalla Torino olimpica, dal flusso della gente, dai riflettori della stampa e dei mezzi di comunicazione di massa. Sono lieto di sentire che la tenda è stata visitata da personaggi illustri delle istituzioni, assessori, giornalisti. Ma è ancora troppo lontana e remota e non mi resta che invitarvi, da queste pagine, a fare una visita laggiù, trovando quell'oasi di pace nel frastuono della città.
Quando i Giochi Olimpici furono assegnati alla Cina, dice Palden Gyatso, si disse che questa decisione avrebbe contribuito a migliorare il livello dei diritti umani. In realtà nulla è cambiato, anzi, la situazione è peggiorata.
I Giochi Olimpici di Torino, dice Kalsang Phuntsok, dirigente del movimento Tibetan Youth Congress, sono l'occasione per chiedere il rispetto di quei diritti umani che ogni nazione partecipante dovrebbe rispettare. Nonostante le ripetute rassicurazioni, la Cina non rispetta i diritti umani. In Tibet, in particolare, continua il genocidio. È nostra intenzione digiunare a tempo indeterminato fino a quando il mondo non chiederà conto alla Cina di questo genocidio. La Cina è potente, noi abbiamo soltanto la forza della verità.
Sotto la tenda di San Pietro in Vincoli due giovani esponenti del Tibetan Youth Congress, Sonam Wangdue e Gathong Jigme, insieme a Palden Gyatso, stanno effettuando lo sciopero della fame a oltranza, dal 13 febbraio, in segno di protesta per il rispetto dei diritti umani in Tibet. Chiunque voglia esprimere la propria solidarietà può andarli a trovare, firmare il registro oppure inviare un messaggio alla casella di posta elettronica torino2006@italiatibet.org
Ulteriori Informazioni sul sito della Associazione Italia Tibet www.italiatibet.org.
Vedi anche il blog di Beppe Grillo:
http://www.beppegrillo.it/200 6/02/tibet_medaglia.html

Marcia per il Tibet

Settanta milioni di anni fa, scrive Tiziano Terzani, il Tibet era bagnato dal mare. Poi il continente indiano e quello cinese cominciarono a muoversi l'uno verso l'altro. Da quello scontro scaturì l'Himalaya e fu spinto verso il cielo l'altipiano del Tibet. Ancora oggi su queste montagne la gente trova conchiglie giganti, spugne fossili e coralli. I laghi del Tibet sono salati come il mare. I tibetani, isolati dal resto del mondo, costretti dalla natura a sopravvivere nel più splendido ma più inospitale ambiente immaginabile, hanno sviluppato una loro religione, il lamaismo, che ha permesso loro di sopportare ogni sorta di sofferenze.
Raggiungere il Tibet, camminarci sopra, percorrere le sue strade, la ampie valli, i vasti altipiani, è un'esperienza unica nella vita. Il Tibet ha qualcosa come pochi altri posti al mondo. Sicuramente è la natura estrema e incontaminata delle alte quote che colpisce e affascina. Respirare l'aria pungente e rarefatta dei 4000, 5000 metri dei suoi passi, lasciar vagare lo sguardo nelle sue profondità, è un'esperienza indimenticabile. Poi c'è la gente. Il popolo tibetano. Le donne piene di rughe che ti sorridono passando con le loro gerle sulla schiena, i loro abiti colorati, ancora così uguali a quelli di mille anni fa. Gli uomini a cavallo, le mandrie di yak, i bambini dalle guance bruciate dal vento, i monaci con i loro mantelli amaranto. Poi c'è la civiltà tibetana. I monasteri odorosi di burro, le lampade votive, le statue dorate, i fumi degli incensi, le mille bandierine sventolanti, i cilindri rotanti di preghiera, i canti. I canti armonici delle puja, le cerimonie, le preghiere, le danze, il suono dei gong, delle campanelle, delle trombe. Attraversare il Tibet, immergersi nella sua atmosfera, significa incontrare una civiltà antica e immutata. Camminare per le strade di Lhasa, la Lhasa di qualche decennio fa, prima che arrivassero i cinesi con la loro pacchiana modernità, era un po' come andare in giro per l'antica Roma, o per le vie di Atene ai tempi di Platone, o a Costantinopoli, o a Gerusalemme prima delle crociate.
Sempre più poderoso si ergeva il Potala davanti a noi. Così Heinrich Herrer descrive il suo arrivo a Lhasa. Non vedevamo ancora la città. Giaceva nascosta dietro le colline. Poi vedemmo la porta monumentale sormontata dai tre chorten. I nostri nervi erano tesi. Quasi ogni libro che parlava di Lhasa riferiva che qui si trovavano le sentinelle a guardia della città santa. Il cuore ci batteva forte mentre ci avvicinavamo. Ma non successe nulla. Alcuni mendicanti tesero la mano. Non potevamo persuaderci di essere nel mezzo della città proibita. Ancora oggi non riesco a trovare le parole giuste per esprimere l'emozione.
Nonostante la serenità che traspare dai volti dei tibetani, nonostante il senso di pace di cui è pervasa la filosofia buddista e lamaista, la storia del Tibet è da sempre storia di guerra. Alcuni popoli, come i Khampa, hanno ancora oggi il portamento fiero dei guerrieri antichi: alti di statura, cordoni rossi nei capelli, sguardo serio, attraversano gli altipiani a cavallo, come fossero sempre pronti a lanciarsi alla carica contro il nemico, lancia in resta. Il nemico di sempre è la Cina, il popolo Han, sin dai tempi remoti delle alleanze con gli imperatori mongoli. Il popolo tibetano è un popolo antico e indomito, ma è un popolo sconfitto. Invaso. Il nemico è arrivato. Con un esercito moderno, potente. Gli Han di Mao Zedong hanno invaso il Tibet nel 1950, hanno deportato e sterminato i monaci. Il loro capo politico e spirituale, Tenzin Gyatzo, il XIV Dalai Lama, è fuggito a Dharamsala, in India. Ancora oggi non solo non può tornare fisicamente nella sua terra, ma nemmeno una sua immagine o un suo libro può varcare le frontiere del nuovo Tibet cinese.
Un ometto con una vecchia uniforme militare, che gestiva un piccolo bar sotto una tenda nel centro di Darchen, alle falde del sacro monte Kailash, mi mostrò un quadretto, un piccolo portafotografie che teneva su un altarino accanto agli incensi e alla statuetta di Sakiamuni. C'era dentro una banconota da un dollaro. Con aria da cospiratore e un sorriso orgoglioso, sfilò la banconota dal vetro e mi mostrò una piccola foto del Dalai Lama che era nascosta lì sotto. La venerava come un santino. Un santino proibito.
Oggi non c'è più la Lhasa di Heinrich Herrer. Una vasta piazza in stile cinese si stende davanti al Jokang. Sotto il colle del Potala un viale asfaltato, lampioni moderni, cartelli pubblicitari, palazzi piastrellati e grandi vetrate a specchio. Una nuova ferrovia superveloce collega il Tibet con il nord della Cina, con gli altri snodi ferroviari. Da Lhasa verso il cuore dell'altipiano, fino al monte Kailash, fino alle pendici del Kunlun, fino alle terre contese dell'Aksay Chin, le vecchie piste fangose e i sentieri di sassi percorsi dai piccoli cavalli tibetani e dalle mandrie di yak sono ormai strade asfaltate, percorse dai camion, dalle camionette, dai pullman dei turisti, dai mezzi dell'esercito. Il Tibet è terra colonizzata. I pochi monasteri sopravvissuti alla distruzione perpetrata durante la rivoluzione culturale non sono più luoghi di culto ma attrazioni turistiche. I monaci che vi abitano sono costretti ad aderire alle direttive del partito e, con una rabbia che si intuisce dietro i loro sguardi impassibili, la loro funzione non è più quella dei maestri spirituali ma quella delle guide turistiche, degli addetti ai musei di una civiltà che appartiene al passato.
La distruzione della religione in Tibet fu pianificata e sistematica, scrive Terzani. Fu condotta con tale perseveranza e metodicità che ha persino mutato il paesaggio tibetano: le colline erano dominate dagli dzong, le fortezze abitate dai religiosi, che sono state rase al suolo. I campi avevano migliaia di stupa, tempietti e reliquiari. Tutto fu fatto a pezzi. Le bandiere di preghiera furono rimpiazzate dalle bandiere rosse del Partito. "Quanti furono uccisi? " chiedo. Nessuno sembra saperlo o volersene ricordare.
Il Tibet , scrive ancora Terzani, rappresenta un ottavo del territorio cinese. Con i suoi lunghi confini con l'India ancora ostile, a poca distanza dall'Afghanistan, il Tibet, provincia cinese dove una minoranza etnica costituisce l'assoluta maggioranza della popolazione, è una delle aree più vulnerabili dell'intera frontiera cinese. Una rivolta popolare contro la dominazione cinese potrebbe avere conseguenze disastrose per l'immagine della Cina nel mondo, e devastanti all'interno del paese dove tutte le regioni di frontiera sono abitate da minoranze scontente.
In tutto il mondo non mancano manifestazioni di solidarietà per il popolo tibetano e per il suo leader in esilio, il Dalai Lama, premio Nobel per la pace. Anche qui in Italia è possibile esprimere solidarietà per la causa che chiede il rispetto dei diritti umani in Tibet. In occasione delle Olimpiadi invernali, che si svolgeranno a Torino dal 10 al 26 febbraio 2006, la Comunità Tibetana in Italia, in collaborazione con la sezione europea del Tibetan Youth Congress e con l'Associazione delle Donne Tibetane intende organizzare una serie di importanti manifestazioni. Il primo appuntamento è  A TORINO SABATO 4 FEBBRAIO ALLE ORE 14:00 IN PIAZZA PALAZZO DI CITTA'  per una manifestazione a sostegno della causa del popolo tibetano, per il rispetto dei diritti umani in Tibet, per il rilascio dell'XI Panchen Lama e di Tenzin Delek Rinpoche. Sfilerà a Torino lo striscione Marcia per il Tibet che aprì la marcia del 2001 da Bologna a Firenze.  LA MARCIA SI MUOVERA' DA PIAZZA PALAZZO DI CITTA' PER RAGGIUNGERE PIAZZA STATUTO  dove, verso le 16:00, prenderanno la parola i responsabili delle organizzazioni che hanno aderito alla manifestazione. Altri eventi seguiranno nei giorni successivi.
Partecipare alla marcia per il Tibet è un piccolo gesto, un segno di rispetto per i popoli, le culture, le religioni, i diritti. Un segno di cultura, di interesse, di impegno, di coscienza.
Un piccolo segno di civiltà.