Colline d’Africa

I miei ricordi sono prati, villaggi tra le palme, verdi colline d’Africa, frotte di bambini sorridenti ad ogni sosta panoramica sul ciglio di una strada, sull’alto dei colli, operai che impastano l’argilla per fare mattoni, allineati come cioccolatini a seccare al sole, pescatori che rientrano all’alba con lunghe piroghe, sulla superficie immobile del lago, ceste colme di pesciolini d’argento, mercati, donne, vecchi, un mucchio di stracci colorati in cui qualcuno scova un golfino rosa, un mucchio di scarpe in cui qualcuno cerca il mocassino sinistro, roba usata, logora, consunta. Su un telo di plastica steso sul terrapieno una donna espone sei pomodori, un ciuffo d’insalata, un paio di radici contorte. Poco più in là, sotto un albero, un gommista martella il cerchione di un camion.
I miei ricordi sono gli studenti di Livingstonia, neri nel tramonto, sul baratro della Rift Valley, che ostentano orgogliosi il loro inglese, il capo di un villaggio che viene a salutarci sorridente, la camicia color terra con uno strappo mai cucito, pantaloni senza orlo sui piedi scalzi nella polvere, una bambina dal vestito a fiori che si mette in posa dietro la distesa bianca come neve della farina di cassava stesa al sole sulle stuoie, un secchio, un pollo, un cane, donne con le grolle sulla testa che avanzano come ballerine sul sentiero sconnesso, graticci di canne sospesi sui pali, distese di pesce secco.
I miei ricordi risalgono a dieci anni fa, agosto 1996, Malawi, Africa australe. Un Paese sottile, poco più che una lingua di terra che si stende tra Zambia, Tanzania e Mozambico, adagiato accanto a un immenso lago, nella culla della grande spaccatura continentale del Rift.
I miei ricordi sono immense, verdissime piantagioni di tè punteggiate di uomini e donne, con la gerla sulla schiena, intenti a raccogliere i germogli più teneri, una donna che ha un grembiule rosso con stampata, in medaglioni scuri, la faccia del vecchio presidente Hastings Kamuzu Banda, braccianti e manovali che si spaccano le mani a legare le balle di tabacco da portare all’asta di Blantyre, operai in tuta blu che scaricano gli autocarri, che corrono nei vasti capannoni con i carrelli carichi, pallidi volti di compratori occidentali, con i loro occhiali d’oro, i rolex scintillanti, le camicie immacolate, le cravatte impeccabili, i capelli corti e biondi.
Nel 1996 non è più Hasting Kamuzu Banda, il presidente, deposto nel ’94 dopo trent’anni di dittatura grazie a un referendum popolare e sostituito dal neo-eletto Bakili Muluzi. Partito Democratico. Quelli sono gli anni in cui il Malawi celebra il suo risorgimento, in cui l’impressione è che nessuno conosca la ricchezza ma che tutti abbiano accesso all’indispensabile. Non è un’Africa florida ma è un’Africa viva. Poi la natura, con qualche generoso contributo da parte dell’umanità, ha pensato bene di dare al Malawi una nuova bastonata.
Nel 2001 le grandi inondazioni, nel 2002 un sole implacabile schiaccia l’Africa australe. Le piogge non vengono. Scompare il verde dalle colline d’Africa. Il governo promette ai contadini il fertilizzante necessario a rendere viva la vecchia terra dura, poi non mantiene la promessa. Le monoculture del tè, del mais, del cotone e dal tabacco hanno talmente impoverito le risorse del terreno che non si produce più che sterpaglia. Il Malawi comincia a morire di fame. E’ una discesa vertiginosa che ancora oggi non si arresta. I dati dell’emergenza sono spaventosi.
Sempre, quando leggo, scrivo, parlo d’Africa, mi prende questo scoramento, che non provo per altri continenti. Non lo provo per l’Asia, non lo provo per l’America Latina. L’Africa è un continente senza speranza? Una natura difficile, le malattie, la malnutrizione, l’AIDS dilagante, il malgoverno, lo sfruttamento, le dittature, le faide tribali, le piccole e grandi mafie occulte e palesi, lo strapotere delle multinazionali, tutto sembra giocare contro la sopravvivenza stessa degli africani. Ovunque, dal Sahel all’Oceano Indiano, dal Corno d’Africa al Namib.
Dieci anni, e sono successe molte cose. Una lenta, catastrofica discesa. Bakili Muluzi è rimasto al potere per due legislature, dal 1994 al 2004, poi è stato eletto il suo successore, sempre del partito democratico, Bingu Wa Mutharika, con una maggioranza risicata e pesanti accuse di brogli e corruzione. Niente è cambiato. La situazione nel Paese è sempre più critica. Si calcola che una persona su tre non abbia cibo sufficiente per sopravvivere. L’aspettativa di vita è ridotta a non più di 37 anni. Chi sopravvive ha a disposizione, in media, meno di un dollaro al giorno.
Per chi volesse approfondire, e magari dare una mano, vi segnalo il sito di Save the Children www.savethechildren.it e quello della Comunità di Sant’Egidio www.santegidio.org che hanno avviato progetti specifici. Inoltre trovate informazioni anche su http://italy.peacelink.org/af ricanews . Nella speranza che i bambini del Malawi possano tornare a sorridere come un tempo, a giocare nei cortili con una palla di stracci, a scherzare camminando verso al scuola con i libri sotto il braccio, invece di trascinarsi stanchi e deboli verso i centri nutrizionali istituiti dalle organizzazioni internazionali, non mi restano che i miei ricordi. Ricordi di prati, villaggi tra le palme, verdi colline d’Africa.
Oggi, su quelle colline, il verde non è più il colore della speranza. E’ il colore della sopravvivenza.

Un film mai scritto

Buio in sala. Si attutisce il brusio. Qualcuno spacchetta l’ultima caramella. Si accende la lampada e un fascio di luce brillante sorvola i capelli e il velluto delle poltrone. Lo schermo è un rettangolo panoramico con balenanti macchioline di polvere.
Improvvisamente compare il mare. Una distesa di mare sotto un cielo azzurro. Nient’altro che mare. La cinepresa indugia finché là in fondo, nella bruma, s’intravede, sempre più nitido, il profilo di un’isola. Il sonoro riproduce il soffio del vento, il respiro delle onde, un cigolio di legni, il gemito delle gomene.
Poi cambia l’inquadratura. Primo piano di un uomo, né giovane né vecchio, sguardo intenso, capelli lunghi, brizzolati appena, vestito di colori bruni, rosso scuro, un cappello piumato. L’uomo abbassa il cannocchiale di radica e ottone. Il vento gli sfila sullo sguardo qualche capello ribelle. Niente musica. L’inquadratura semplicemente si allarga sull’equipaggio affollato qualche passo indietro, sulla prua del bastimento. Un’accozzaglia di marinai mal combinati, sguardi seri e volti corrosi dal sole e dal vento. Silenzio. Dietro si stagliano, a poca distanza, in formazione diagonale, due velieri, gonfi dei leggeri ma costanti alisei.
Il protagonista di questo film è un marinaio catalano, di nobile famiglia, e nel suo sguardo l’abile regista deve saper mettere tutta la sua storia. E’ una storia oltre i limiti della legge, una storia di pirateria e di ribellione. L’odio contro il re Giovanni d’Aragona, le scorrerie contro i galeoni spagnoli al soldo dei francesi, poi l’incarico più importante della sua vita, di nuovo sotto la bandiera spagnola, di Castiglia, il grande viaggio verso le indie attraverso l’oceano Atlantico. Ora, finalmente, sulla prua della Santa Maria, la futura isola di San Salvador s’inquadra nel cannocchiale di Cristofol Colom.
Ci sono molti siti in lingua catalana che parlano di questo signore, che avrebbe celato la sua vera identità sotto le mentite spoglie di un quasi omonimo gentiluomo genovese. Ne scrisse già più di settant’anni fa uno storico peruviano, un certo Luis Ulloa Cisneros. I suoi studi si basavano sul fatto che i documenti autografi attribuiti al “presunto” Cristoforo Colombo fossero in lingua catalana, ben diversa dall’italiano e dallo spagnolo castigliano.
Di questa “storia”, che ha fatto la “Storia”, si torna a parlare adesso, per via di un curioso esperimento organizzato dall’università di Granada. E’ una faccenda di sputi. Cioè di saliva. Pare che dalla saliva di 120 catalani che si chiamano Colom, insieme a quella di altri 180 signori e signore Colom di Valencia e di Maiorca, si possa arrivare a una soluzione dell’annoso enigma storico. Gli studiosi, infatti, intendono confrontare il DNA di 300 signori e signore Colom viventi con quello del defunto Hernan Colon, figlio del primo conquistatore delle americhe, i cui resti giacciono nella cattedrale di Siviglia.
Ma io dico che qualunque sia l’esito di questa strana faccenda, qualunque sia l’origine vera del presunto Colom/Colon/Colombo, rimane un fatto fondamentale e indiscutibile: che la scoperta dell’America non fu affatto una scoperta ma una conquista. A parte i Vichinghi, di cui si dice che visitarono quelle terre ben prima degli spagnoli, a parte la mappa cinese con quel continente americano tutt’altro che approssimativo disegnato molto prima del 1492 (*), a parte questi fatti che dimostrano come il continente americano non sia stato affatto “scoperto” dal presunto Colom/Colon/Colombo, a parte ciò, rimane il fatto che le vittime di quello sbarco più tragico che glorioso furono e continuano ad essere quelli che ancora chiamiamo indiani, o indigeni, o indios. I veri abitanti sconfitti del continente conquistato. Chiamandoli così noi continuiamo a celebrare non solo l’ignoranza geografica degli europei di allora, tanto più abissale al confronto con la stupefacente competenza dei contemporanei cinesi (*), ma soprattutto l’arroganza politica e militare dei conquistatori, di cui gli americani di oggi sono degni eredi.
il nostro film mai scritto passa dunque in un caleidoscopio di immagini dalla prua della Santa Maria agli sputi in provetta nel laboratorio di Granada, da una bandiera che sventola a stelle e strisce sul fiume Sand Creek alla disfatta del Vietnam, all’Iraq, dall’assalto al palazzo della Moneda di Santiago del Cile alla devastante crisi argentina, dalla vittoria di Lula Da Silva in Brasile e di Evo Morales in Bolivia, primo presidente Indio, a quella di oggi della signora Bachelet in Cile, prima presidentessa, al viaggio in motocicletta del subcomandante Marcos, al volto sorridente del premio nobel Rigoberta Menchù, a George W. Bush che stringe il pugno in segno di vittoria nonostante tutto, al continente latino che, come la zattera di pietra di Saramago, si allontana sempre più dal blocco nordamericano.
Ma forse il buon regista sarà in grado di racchiudere tutta questa lunga storia in un solo momento, nello sguardo di Colom/Colon/Colombo che abbassa il cannocchiale di radica e bronzo sulla prua della Santa Maria mentre all’orizzonte si fa sempre più nitido il profilo dell’isola vergine di San Salvador.

(*) Per quanto riguarda la presunta mappa cinese di Zheng He che qui si cita, divulgata dall’inglese Gavin Menzies e che sembrerebbe risalire al 1418, è notizia di oggi, 24 gennaio 2006, che i cinesi hanno confermato trattarsi di un falso. Ne parla il quotidioano Dongfang Zaobao e la notizia è riportata in un bell’articolo di Paolo Rumiz sulla Repubblica, da cui attingo. Il bello è, scrive Rumiz, che i migliori geografi e sinologi italiani sapevano perfettamente che la carta di Menzies al novanta per cento era una patacca. Lo sapeva bene Ilaria Caraci, docente di cartografia all’università di Roma e figlia di Giuseppe, uno dei padri nobili della geografia italiana contemporanea che già aveva “smascherato” la cosiddetta “Vinland Map” di Erik il Rosso. La carta cinese è chiaramente copia di un modello occidentale ed è posteriore al passaggio in cina, nel seicento, del gesuita Matteo Ricci. Comunque sia, conclude Rumiz, sebbene in tanti abbiano calcato il suolo americano prima di Colombo, polinesiani, vichinghi, popoli siberiani, la storia del mondo è cambiata solo con il suo viaggio, il 12 ottobre 1492.
Che poi, aggiungo io, la storia sia cambiata in bene o in male lo lascio al vostro giudizio, chiunque voi siate: asiatici, europei, americani, pellerossa o indios dell’America Latina!