Il Grande Viaggio

A Torino, al Teatro Gobetti, dal 27 dicembre 2005 al 1 gennaio 2006, andrà in scena lo spettacolo Il Grande Viaggio di Giuseppe Cederna. Noi saremo presenti, almeno la sera della prima, con un banco informativo per AaZ onlus.
Per presentarvi lo spettacolo e l’iniziativa riporto la recensione di Marco Vasta (AaZ onlus), dalla newsletter “Himalaya e dintorni”, al libro da cui è tratto lo spettacolo.
Attore di teatro e di cinema, Giuseppe Cederna è noto al grande pubblico per film di grande successo come “Marrakech Express” e il Premio Oscar “Mediterraneo” di Gabriele Salvatores, “Italia-Germania 4-3”. È apparso nell’ultima serie televisiva di “Distretto di polizia”, lui così dolce e trasognato trasformato in un vero cattivo. Da diversi anni scrive di viaggi e collabora con l’inserto di “la Repubblica” “Viaggi”, “I Meridiani”, “l’Espresso” e “Gente Viaggi”. Giuseppe ha pubblicato per Feltrinelli un libro dedicato ad un viaggio in India. Un lavoro accurato, limato e messo a punto con lo stesso scrupolo con cui Giuseppe si prepara ad affrontare una via di roccia. Per conto di Aiuto allo Zanskar onlus Giuseppe ha consegnato all’Abate del monastero di Tabo (Spiti, Himalaya indiano) la somma raccolta da AaZ per la locale scuola di bimbi tibetani. Viaggiare, sognare, raccontare sono divenuti negli anni parte integrante della sua vita e del suo lavoro. Il viaggio in tutti i suoi aspetti, ricorda Giuseppe, come conoscenza, come denuncia, come esplorazione.
Nel novembre 1999 Giuseppe Cederna parte con alcuni amici per il Garwal, nel nuovo stato dell’Uttarkand, nel nord dell’India, zona meta di un pellegrinaggio hindu verso le sorgenti del fiume sacro per eccellenza, il Gange. Guidato, come in ogni grande viaggio di iniziazione, da una serie di coincidenze (un generoso interferire di letture, mappe, personaggi letterari e persone in carne e ossa, memorie e sogni) percorre in auto e a piedi la via delle Sorgenti e delle Confluenze. E al ritorno a Delhi ha un appuntamento con l’amica Paola: lei non l’ha seguito ma, alla fine di un suo viaggio parallelo in Kosovo, sarà là ad aspettarlo. Questi i patti, questa l’attesa. Questa la premessa di un dolore.
“Il grande viaggio è una storia”, un racconto in cui si fondono lo stupore del cammino dentro una natura che ancora si manifesta come ignota e miracolosa (le cime, gli dèi che le abitano, le acque purificatrici dei fiumi, il trotto di un leopardo), gli incontri straordinari con nomadi ed eremiti ma anche con i movimenti che si battono contro le grandi dighe e per la conservazione degli equilibri naturali, la riconquista – proprio attraverso il filtro della distanza – di una dolcissima vicinanza al sé più profondo e alle immagini dell’infanzia (i monti della Valtellina, la casa di famiglia, la figura del padre che torna per un simbolico passaggio di testimone). Negli interstizi del racconto appaiono immagini, segni grafici, stilizzati profili di catene montuose, foto di famiglia, santini, fogli vergati da mani amiche. Un libro emozionante, visivo, spirituale.
Un libro speciale come il “pellegrino” che lo ha scritto.

I Cinque Sensi per l’Himalaya

Aiutiamo 300 bambini a studiare in Himalaya. L’associazione AaZ Onlus opera nella remota valle del fiume Zanskar, nell’Himalaya indiano, di lingua e cultura tibetana, con circa 12000 abitanti, posta ad una altezza di oltre 3600 metri sul livello del mare. La valle rimane completamente isolata dalla neve dal mese di novembre a maggio. AaZ promuove l’accesso all’istruzione, in particolare dei giovani, nel rispetto delle pari opportunità fra uomo e donna, senza alcuna distinzione religiosa o politica. In Zanskar favoriamo la scolarizzazione salvaguardando la cultura locale, aiutando ragazze e ragazzi a comprendere il passaggio dalla economia di baratto alla globalizzazione che ormai sta toccando anche le più remote valli himalayane.
La Lamdon Model High School di Pipiting conta ormai 300 allievi, ragazzi e ragazze che saranno il futuro di quella comunità stretta tra il Tibet e il Kashmir, in zona di conflitti politici, etnici e religiosi. Quando il governo indiano sarà riuscito a perforare le montagne costruendo una strada strategica che collegherà il Ladakh allo Zanskar, consentendo quindi all’India un maggiore controllo delle valli a ridosso della zona musulmana del Kashmir, verso il confine pakistano, la gente dello Zanskar avrà bisogno di giovani che conoscano l’inglese e l’hindi, oltre al bhodi tibetano, che abbiano una cultura di base sufficiente ad affrontare le sfide politiche ed economiche del mondo che entrerà prepotentemente nella loro remota valle, senza dimenticare, anzi cercando di salvaguardare, le proprie origini e le proprie tradizoni popolari. Questo è l’impegno di AaZ.
Da oggi sino al 5 gennaio, a Torino, in pieno centro cittadino, sarà aperta una mostra fotografica con suggestive immagini in seppia dello Zanskar di Franco Rivetta, in favore di AaZ onlus. Siete invitati ai Cinque Sensi, in Via Carlo Alberto 5/a a Torino. L’ingresso è libero. Sarà possibile acquistare le fotografie e altro materiale a sostegno della scuola.
Ai Cinque Sensi sono in vendita inoltre oggetti di provenienza asiatica e prodotti orientali. L’iniziativa è stata proposta da Beatrice Naretto, sponsor del Tibetan Children Village di Sumdo, nel Ladakh orientale.
Nelle concitate giornate dello shopping natalizio una “pausa umanitaria” non può che far bene. A tutti.

Tutti i no del mondo

La domenica mi piace leggere gli articoli di fondo di Eugenio Scalfari sulla Repubblica. Offrono molti spunti di riflessione e un’interessante sintesi delle notizie nazionali e internazionali di maggiore rilevanza. Oggi, per lo sciopero dei giornalisti, l’appuntamento è scivolato il lunedì. Vi invito a leggere l’articolo intitolato “Tutte le fratture che lacerano il mondo”.
Scalfari, a un certo punto, parla della frattura che divide l’Occidente dal non-Occidente e di quella che, all’interno del non-Occidente, separa le nazioni emergenti dalle moltitudini poverissime, schiacciate al livello dei bisogni pimari e quindi lontanissime da ogni capacità di immaginare una ribellione e di avanzare qualsiasi pretesa. Questo mondo è l’Inferno, dice Scalfari, carne da cannone, dove il cannone è stato sostituito dalla carestia endemica, dalla pestilenza, dalle stragi di massa, dalla mortalità infantile e dall’emigrazione. Il mondo dell’inferno è il destinatario della carità, generosa o interessata, degli Stati, delle Chiese, e delle Organizzazioni Non Governative. Scalfari cita Jean Baudrillard: “I popoli non sanno quello che vogliono ma ciò che essi assolutamente non vogliono è che dall’alto gli si rifili qualunque cosa, anche se è per il loro bene”. Questo pensiero, aggiunge Scalfari, coglie una parte notevole della realtà. Metteteci dentro la rivolta delle bidonville dell’Ile de France, il no alla Costituzione Europea, il cupo brontolio delle favelas, i ghetti neri e portoricani degli stati del sud e del centro degli USA. Ma metteteci dentro anche le masse musulmane indottrinate dai mullah, i kamikaze addestrati a farsi esplodere contro l’Occidente ma anche contro i regimi moderati nelle loro regioni. Scalfari porta l’esempio delle recenti elezioni egiziane concluse il 7 dicembre. I candidati eletti al nuovo parlamento sono meno di un sesto del totale e sarebbero stati molti di più se la polizia di Mubarak non fosse intervenuta con la forza. In molte località dove i Fratelli Musulmani erano particolarmente radicati, i seggi sono stati sbarrati e gli elettori non hanno votato. Molti milioni di egiziani non riescono a sollevare la testa al di sopra della ciotola quotidiana ma cresce il numero di quelli che riescono a intercettare gli spiccioli del benessere mondiale, come crescerà in Palestina, in Siria, in Giordania, in Iraq. E questa è proprio la gente che dice no, no a tutto, come scrive Baudrillard. Quei no che significano opposizione all’arroganza di quanti gli offrono soluzioni “per il loro bene”.
Perfino i no dei valligiani di Susa e di Venaus, aggiunge Scalfari, somigliano ai tanti no che risuonano nel pianeta. Non è soltanto una rivolta ecologica e tanto meno contro la tecnologia. Semplicemente non vogliono che le decisioni siano prese da Berlusconi e Lunardi, e neppure da Prodi e Bersani, se verrà il loro turno.
Duecento anni fa, conclude Scalfari, per abbattere l’Ancien Régime e fondare la democrazia dovettero decapitare un re e poi decapitare il Terrore che aveva decapitato il re. Per fortuna queste spiacevolissime incombenze ci saranno risparmiate. Ma in quest’ultima frase Eugenio Scalfari inserisce una parentetica niente affatto trascurabile: speriamo!

Strade di Ferro

“Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione”.
Era il 10 dicembre 1948 quando per la prima volta venivano pubblicate queste parole su un documento ufficiale della nascente Organizzazione delle Nazioni Unite. E’ la dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Articolo 19. Sabato ricorre il cinquantasettesimo anniversario. Il 10 dicembre, da allora, si celebra la Giornata Internazionale dei Diritti Umani.
Ho qui un comunicato dell’associazione Italia-Tibet già pronto, che volevo pubblicare su queste pagine. Denuncia l’ennesima violazione dei Diritti Umani in Tibet da parte del governo cinese. Parla di una campagna di “rieducazione patriottica” nei monasteri. Parla di alcuni monaci di Drepung che il 23 novembre scorso si sono rifiutati di firmare un documento che definiva il Dalai Lama un separatista e chiedeva una dichiarazione di fedeltà al governo cinese, e per questo sono stati arrestati dalla polizia. Due giorni dopo, per protesta, altri monaci si sono seduti per terra nel cortile del monastero. Protesta che più silenziosa e pacifica di così non si può. Le autorità, dice il comunicato di Italia-Tibet, hanno inviato sul posto un numeroso contingente di militari, ufficiali di polizia e funzionari di pubblica sicurezza con l’ordine di “sedare la rivolta”. L’intervento è stato durissimo e i monaci sono stati brutalmente picchiati. Questo è accaduto in Cina. Paese in cui i Diritti Umani, si sa, sono carta straccia. Il paese della Tienanmen.
Poi, ieri, qui a pochi chilometri da casa mia, è successo quel che è successo.
Da quindici anni in Val Susa si contesta il progetto della ferrovia ad alta velocità che dovrebbe attraversare la valle e perforare le montagne per raggiungere Lione. Decine di chilometri di galleria sotto montagne piene di amianto e uranio. Per far passare un treno che, viste le caratteristiche topografiche del nostro paese, con centri abitati ogni pochi chilometri e grandi città a meno di 200 chilometri l’una dall’altra, non serve, non è strategico, non risolve. Serve all’Europa, forse, ma all’Italia no. Un’opera che comunque noi, italiani, contribuenti, dovremo finanziare per vent’anni, almeno. Tale è la previsione di durata dei cantieri. Un’opera che aumenterebbe smisuratamente il già disastroso debito pubblico. Vent’anni di leggi finanziarie costrette a tagliare la solita spesa sociale, a mungere i soliti dipendenti e pensionati, sanità, istruzione, cultura e quant’altro, per pagare i debiti della “grande opera”. A parte tutto il resto, che già ci costringe oggi a leggi finanziarie contestate e impopolari, a scioperi generali, l’ultimo dei quali un paio di settimane fa. Vent’anni, almeno, per pagare i debiti alle banche finanziatrici del progetto. Sono già quindici anni che si contesta il progetto. Leggetevi il bel libro “Canto per la nostra valle” di Chiara Sasso, che ha il solo difetto di essere stato pubblicato due anni fa. Quindici anni di proteste inascoltate. Quindici anni di richiesta pacifica di confronto. Sempre negata. Una popolazione informatissima, anni di studi e di ricerche commissionate personalmente, finanziate personalmente, dai comuni, dai comitati spontanei, dalle comunità montane. Contro un progetto imposto alla popolazione, agli enti locali, senza diritto di replica.
Questa è la storia. Poi, ieri notte, l’assalto. Alle tre di notte. Un presidio con poche decine di manifestanti, avvolti nelle loro bandiere bianche, semiaddormentati se non addormentati del tutto. Trecento poliziotti in divisa antisommossa, caschi blu, scudi di plexiglass. Assalto all’arma bianca, ventidue feriti. Teste rotte, nasi rotti, sangue. Strade di ferro da spianare con ogni mezzo. Contro la volontà, totalmente inascoltata, di una popolazione compatta, informata, composta di valligiani, agricoltori e artigiani, commercianti e studenti, ma anche di medici, ingegneri del politecnico, docenti universitari, intellettuali, istituzioni pubbliche. Una popolazione che conosco, che mi è vicina, che non ha al suo interno teste calde o fanatici. Che sa, studia, comprende, esprime. Con fermezza e con rispetto.
Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione”.
E allora mi viene da pensare che è vero, non siamo in Cina, non siamo nel pese di Piazza Tienanmen, siamo nel pese di Pazza Alimonda. Nel Paese delle strade di ferro. Il ministro delle infrastrutture dice: “i manifestanti si mettano il cuore in pace, l’opera si farà”. Il ministro dell’interno esprime “vivo apprezzamento per l’intervento della polizia”, alle tre di notte, nel presidio di Venaus. “La resistenza dei manifestanti” si legge in una nota del Viminale “e’ stata superata dalle forze dell’ordine senza l’effettuazione di alcuna carica”. Teste rotte e nasi sanguinanti, venti persone in ospedale, ma “nessuna carica”. e la “resistenza dei manifestanti”, che alle tre di notte mi sa che stavano sognando di resistere, è stata “superata”.
Non siamo lontani dalla “rieducazione patriottica” del governo cinese.
Con quale faccia celebreremo sabato, noi, paese civile, esportatore di democrazia, la Giornata Internazionale dei Diritti Umani?