Oltre Kitanga

Quel bambino in basso a destra nella foto ha una maglietta bianca e un paio di calzoncini corti, e quello ha. Nient’altro. Kitanga è a 2500 metri. Fa un freddo cane. Nella stagione delle piogge si vive nell’acqua, nel fango, e lui, il ragazzino, trema nella sua maglietta. E’ gente che a tremare c’è abituata e non ci fa neanche caso ma in quelle condizioni, dice Gianmario, beccarsi la tubercolosi è il minimo che ti possa capitare. Poi ci sono le infezioni intestinali, i parassiti, le dissenterie, la malaria, l’AIDS. A un certo punto c’è uno che parte, con una vecchia jeep o un camioncino scassato, e traballando sui sassi su strade impossibili si avvia verso Kampala. Saranno un centinaio di chilometri. Sulle nostre strade anche un catorcio come la mia Panda cento chilometri li fa in un’ora ma lì di ore ce ne vogliono parecchie, caracollando tra polvere, fango, sassi e buche! Guasti e forature sono all’ordine del giorno, copertoni squarciati, radiatori bucati e quant’altro. Chi ha frequentato anche solo un po’ l’Africa lo sa bene.
Ecco Kampala. La farmacia riceve, mettiamo, un pallet con 2000 capsule di tachipirina prodotte e confezionate da un’industria farmaceutica indiana. Non ci sono stabilimenti in Uganda e quasi tutte le medicine arrivano dall’India. In Uganda, quindi, quella scatola di tachipirina costa, al padre del ragazzino in basso a destra nella foto, almeno due settimane di lavoro. Se poi ad ammalarsi è lui, il padre, o la madre, gli unici che lavorano con una media di sette figli per famiglia, con le donne che si tengono i piccoli sulla schiena sempre, anche mentre portano i mattoni o zappano la terra, le conseguenze le possiamo immaginare.
Gianmario è partito per l’Uganda con due valige. Dentro, barattoli di paracetamolo. Con un barattolo di paracetamolo grosso come una lattina di caffè si fanno esattamente quelle 2000 capsule di tachipirina che la farmacia di Kampala fa arrivare dall’India. Il costo di un barattolo, cioè di 2000 capsule, è una decina di euro. Nella valigia di Gianmario ci sono due macchinette grosse come un libro. Sono incapsulatrici, facilissime da usare dopo un veloce addestramento. Poi c’è qualche spatolina, due bilance, capsule vuote. Il tutto per una spesa complessiva di circa 3000 euro. Ci sono un paio di industrie che forniscono, per questo progetto, le macchine e le materie prime a prezzo di costo. A Kitanga oggi tre infermiere, in un piccolo e rudimentale laboratorio, con un commovente orgoglio, preparano tachipirina, antibiotici e quanto serve per le malattie più comuni. La loro utenza potenziale è di 70000 persone di cui 40000 bambini che ora possono curarsi senza spendere una fortuna. E quel faticoso viaggio a Kampala non serve più.
Nella missione in Mali dove già due anni fa il dottor Alberto Cagno del CISAF aveva avviato un laboratorio analogo, le suore ordinano le materie prime via internet e producono in proprio i farmaci a costi bassissimi. Il ministero della sanità dell’Uganda ha appoggiato entusiasticamente il progetto, anzi, dice Gianmario, forse si aspettano più di quanto si riuscirà a fare. Daranno presto l’autorizzazione a importare le materie prime. Gianmario ha incontrato anche alcuni medici tradizionali, cosa interessante, dice, perché ci sono principi attivi utili nelle erbe e nelle sostanze naturali che queste persone conoscono e che sono disponibili sul posto. Ora servono farmacisti. L’impegno richiesto è di una settimana. Si tratta di andare sul posto, rimanere ospiti presso la missione, insegnare l’uso delle incapsulatrici, avviare il laboratorio. Poi la Commissione Volontariato del CISAF organizzerà visite di controllo ai laboratori almeno una volta all’anno o ogni due anni. Infine, naturalmente, servono fondi, in particolare da associazioni o imprese, per l’acquisto delle materie prime e delle incapsulatrici.
Se ci spostiamo in un altro continente, in India, l’architetto Ezio Giardino con Padre Michael Windey, missionario gesuita ottantaquattrenne fondatore della Village Reconstruction Organisation ( VRO www.vro-int.org ), ha ricostruito 536 villaggi dopo lo tsunami, in Orissa, Tamil Nadu e Andhra Pradesh. In quei villaggi oggi ci sono almeno 25 centri sanitari e dispensari farmaceutici che potrebbero ospitare piccoli laboratori galenici. La cultura del villaggio è importante, dice Ezio Giardino, per combattere l’urbanizzazione. Quando le condizioni di vita nei villaggi diventano insostenibili a seguito di disastri naturali o carestie, o per fame, miseria e malattia, la gente si avvicina alle città, e finisce in quelle terribili periferie sovraffollate, con precarie condizioni di sopravvivenza. In India questo è un grosso problema, ma non lo è meno in Africa. Ecco perché un centro sanitario locale, con un piccolo magazzino di materie prime rifornito di tanto in tanto e un paio di persone capaci di usare un’incapsulatrice possono essere un vantaggio anche sociale, oltre che sanitario.
In Uganda Gianmario ha visitato almeno otto missioni dove potrebbero essere avviati i laboratori. A Kampala c’è il nuovo ospedale missionario del padre comboniano John Scalabrini, con una scuola con 1600 bambini. Un dispensario è già attivo a Capo Verde per iniziativa di alcuni farmacisti della provincia di Cuneo. Ieri sera, appena rientrato dalla riunione del CISAF, ho trovato nella posta elettronica un messaggio dal Centro Studi di Avventure nel Mondo con una richiesta di aiuto di Padre Paul, da Kalaw, in Birmania. Padre Paul è un missionario birmano che a lungo ha collaborato con Padre Angelo, il fondatore italiano della missione di Kalaw, morto qualche anno fa. Padre Paul chiede aiuto. C’è bisogno di tutto, dice, ma soprattutto di antibiotici, antimalarici, antidolorifici, materiale da medicazione, antidiarroici. In quanto cattolico Padre Paul non può contare sull’aiuto del governo birmano. E’ inutile inviare soldi o medicine per posta, dice, tanto non verrebbero recapitate. L’unico modo per dare una mano è il passaparola e il supporto di persone o gruppi che si rechino presso la missione a consegnare quanto serve. Ho passato questo messaggio al CISAF. Chissà che anche lì, con qualche persona addestrata e qualcuno che di tanto in tanto infili un barattolo di paracetamolo nel bagaglio e faccia visita a Padre Paul, magari qualche problema si può risolvere. Avventure nel Mondo manda in giro migliaia di persone e già collabora con missioni e associazioni in tutto il mondo.
Chiunque, a qualunque titolo, farmacisti o no, possa dare aiuto o sostegno al progetto del CISAF può trovare informazioni e recapiti sul sito www.cisaf.org e anche un numero di conto corrente per effettuare donazioni. Il CISAF è un’associazione ONLUS, quindi tutti i versamenti sono detraibili dalla dichiarazione dei redditi.
Se poi siete a Roma domani, 1 dicembre 2005, giornata mondiale della lotta all’AIDS, vi consiglio di fare un salto in Piazza San Marco 51 (dalle 9 alle 17) a visitare la mostra “Figli dell’Africa” di Cristiano e Patrizio Alviti e di Tina Imbriano. Nel volantino di presentazione della mostra c’è scritto qualcosa che non posso fare a meno di riportare. “Per liberare le generazioni africane dall’Aids, dalla malaria e dalla tubercolosi, bisogna offrire loro sostegno nel settore della prevenzione e delle cure mediche, e avvicinarsi il più possibile all’obiettivo che prevede entro il 2010 l’accesso di tutti i paesi africani ai trattamenti per combattere l’HIV/AIDS”. World Summit Outcome 2005.
E ancora: “Ho visto la sofferenza umana e il dolore ma ancora più difficile da sopportare è vedere una persona che muore, sapendo che in altre parti del mondo esistono medicine che potrebbero salvarla ma che non sono accessibili a chi vive in miseria in un paese povero. Dov’è la nostra umanità?” Firmato Kofi Annan.
La nostra umanità è arrivata fino a Kitanga. Adesso bisogna andare oltre.

Cuore nero

Uganda, cuore dell’Africa nera. Che detto così sembra evocare epopee vittoriane, carovane di esploratori nella selva, piroghe che risalgono fiumi insidiosi, lotte all’arma bianca di schiere di selvaggi piumati, piogge di frecce, lance Masai, falangi di scudi Zulu, cacciatori in agguato nel bush, spiriti assassini di leoni biondi che sfilano tra le acacie e giganti elefanti che barriscono e battono le savane. Ma non è più quello, il cuore vero dell’Africa. Oggi i leoni sopravvivono a stento nelle riserve naturali e nei romanzi di Wilbur Smith. Il vero cuore di tenebra dell’Africa oggi si chiama malnutrizione, malattia, guerra, povertà. Le nuove belve che dilaniano l’Africa sono le infezioni, l’AIDS, la fame, la sete, le mine antiuomo.
Medici Senza Frontiere (www.medicisenzafrontiere.it) misura la malnutrizione dei bambini sotto i cinque anni col centimetro. La circonferenza del braccio al di sotto dei 100 millimetri è sintomo di malnutrizione grave che va curata con vitamine, antibiotici, ferro, latte, zucchero, olio e farina, in razioni calcolate con cura.
Poi c’è il problema dello sfruttamento delle multinazionali, moderna e strisciante forma di colonizzazione, devastante. Ne ho già parlato più sotto, nell’articolo “un diamante per sempre” sulla De Beers in Botswana. E le guerre interne, che fatico a chiamar “civili” perché le guerre, civili, non lo sono mai. E spesso sono fomentate da poteri forti, più o meno occulti. Scartabellando tra le agenzie di stampa ho scoperto che esistono i Guerriglieri di Dio, una fazione in lotta contro il governo laico dell’Uganda, che credono in una nazione, dice l’ANSA, basata sul rigido rispetto dei precetti biblici. E in nome di questo rispetto lunedì hanno fatto dodici morti a Kampala. Questo è il cuore nero dell’Africa.
Ma il cuore dell’Africa è anche Emergency, che sta costruendo un ospedale nel Sudan, specializzato in malattie cardiovascolari. Perchè in quella parte, non dico del Sudan ma del continente, non c’è un altro ospedale che fornisca cure gratuite. In Africa si muore perché non ci sono i soldi per curarsi. Il bacino di utenze del nuovo ospedale di Emergency sarà di 250.000 persone ( www.emergency.it ).
Il cuore dell’Africa, poi, si spinge sulle coste, riempie barcacce che varcano il Mediterraneo scaricando cadaveri sulle nostre spiagge. Il cuore dell’Africa illanguidisce nei centri di accoglienza, sfila in catene tra i caschi blu dei poliziotti italiani verso un aereo speciale per Tripoli. Il cuore dell’Africa scavalca i recinti di Ceuta e Melilla, nel sogno del nostro opulento occidente. Il cuore dell’Africa finisce in zeppe, collant e minigonna in similpelle sui marciapiedi delle nostre fredde periferie.
E’ questo il cuore nero dell’Africa. E allora? Che fare? Mi rendo conto che questo articolo pecca di superficialità e retorica. Non si può chiudere un continente sofferente in una mezza pagina di blog. E allora non resta che identificare un progetto, uno dei tanti, un’idea che sembra buona, e cercare di dare una mano.
Gianmario l’ha fatto. E’ un farmacista, Gianmario Rossetti, ed è stato in Uganda ad avviare un progetto piccolo ma grande per le prospettive che potrebbe aprire. C’è un villaggio che si chiama Kitanga, nel sud del Paese, quasi al confine col Ruwanda, tra le montagne nei pressi del Ruwenzori, a 2500 metri di quota. Qui opera un missionario, padre Gaetano Batanyenda. Di lui e della sua missione a Kitanga trovate informazioni anche sul sito di Aiutare i Bambini Onlus (www.aiutareibambini.it). Gian Mario, a Kitanga, ha realizzato un progetto che già prima di lui un altro farmacista, il dottor Cagno, aveva avviato nel Mali. Un laboratorio per preparare medicinali. Gianmario ha messo in valigia un kit per fabbricare pillole, compresse, sciroppi e quant’altro ed è partito per l’Uganda. Là ha allestito il laboratorio e ha addestrato il personale alla preparazione di alcuni farmaci essenziali. Altre informazioni sul progetto le trovate sul sito del CISAF (Collegio Indipendente Subalpino di Arti Farmaceutiche www.cisaf.org), nella sezione dedicata alla Commissione Volontariato. C’è anche un numero di conto corrente per partecipare economicamente al sostegno del progetto. Per chi invece fosse in zona e volesse saperne di più ci sarà un incontro con Gianmario Rossetti martedì 29 novembre a Torino, presso la sede del CISAF in piazza Robilant 16, alle ore 21. Sono invitati particolarmente i farmacisti, ma anche tutti coloro che credono nell’iniziativa. Io ci andrò, con carta e penna, e di Gianmario Rossetti, del CISAF, della missione di Kitanga e del cuore nero dell’Africa si tornerà presto a parlare su Strade di Polvere.


Il fuoco e la pioggia

Shi Lu conduce il bufalo sull’argine delle risaie. Il cielo è un soffitto di nuvole e pioggia. La terra uno specchio che riflette il cielo. Emergono i fili verde tenue del riso. Shi Lu è una fiamma, come una pennellata in quel grigio, esile nell’abito rosso bordato di fili d’oro. Ha una seta lucente di capelli nerissimi lungo la schiena e lo sguardo orientale sotto la tesa del copricapo di bambù. Il bestione dalle ampie corna procede lentamente, legato per le froge, il dorso madido, un’ombra nel monsone, come dipinto a china in mezzo a un acquerello.
Shi Lu, adolescente, non so se si chiami Shi Lu ma è qualcosa che forse assomiglia a Shi Lu. Cammina pensosa attraversando la pioggia. E’ una figlia del nuovo Vietnam, la fanciulla Shi Lu, mentre la bestia scura, che la segue passo passo, alitando, è una creatura del Vietnam che c’era. Prima delle bombe.
Il villaggio sono capanne di bambù, palafitte appoggiate alle travi sul fangoso brulicare dei maiali, dei polli, dei cani. Le risaie e il resto del mondo si disperdono nel monsone. Ai margini del villaggio c’è un prato di terra compatta e pozzanghere, una vecchia baracca, rottami. E la carcassa bruciata di un aeroplano. Shi Lu entra nei cortili, conducendo la bestia che soffia per lo stretto varco tra i rottami, la baracca e la carlinga grandinata di mitraglia.
Dalla terrazza una vecchia solleva appena lo sguardo dal suo cucito. Lei è il Vietnam che c’è rimasto, sotto le bombe. E’ una piccola donna, rugosa, metà del volto ustionato, l’occhio salvo per miracolo. Il suo uomo quella vampa se l’è presa in pieno. Guardando la nipote che torna col bufalo, la vecchia pensa che sua figlia avrà avuto pressappoco quell’età, lo stesso abito rosso, gli stessi capelli, lo stesso sguardo pensoso, il giorno della vampa. E c’era anche la stessa pioggia, lo stesso silenzio, prima. Torna al suo cucito senza aggiungere nemmeno una ruga alle tante, fitte, che le attraversano il volto ustionato. Bisogna finire i grembiuli perché domani sarà giorno di mercato.
Dentro la capanna, sulle stuoie, sua figlia, la madre di Shi Lu, è un profilo acceso nell’ombra al calore del braciere. Agita un ventaglio di paglia intrecciata sui carboni, ed è già quasi caldo il tè. La vecchia sulla soglia la guarda appena, per dirle in silenzio che Shi Lu sta rientrando, poi torna a chinarsi sul cucito. Forse la vecchia non lo pensa più, ma il Vietnam sarebbe stato sempre quello, sempre uguale, solo bufali, risaie, capanne di bambù, grembiuli da cucire e mercati, se non ci fosse stata quell’accecante, feroce, vampa di fuoco nella pioggia.

Un piccolo passo avanti

Una stanza buia. Una sola finestra, un raggio di luce grigia, che viene a svegliare la polvere. La porticina è bassa, ci si china per entrare. Dentro, ci metto un po’ ad abituarmi all’oscurità. La stanzetta è ingombra. Ci sono strani sguardi che mi scrutano dall’ombra. Appena dentro mi lascio scendere a terra, su un tappeto, la schiena contro il muro scuro, lucido per i mantelli che vi si sono appoggiati per generazioni. La parete di fronte è tutto un disordine di mobili e scaffali, legno laccato rosso, tarlato e vecchio, legno laccato d’oro, un curioso barocco orientale. Vetrine e vetrinette. Alcune banconote collose sono infilate nelle fessure delle finestre. Sugli scaffali ciotole d’ottone colme d’acqua limpida, semi d’orzo, polvere, stecche fumiganti d’incenso, candele di burro. Dentro le vetrine, statue. Occhi che scrutano. Mani, corpi, volti che meditano. Drappeggi di stucco, sbrecciati, corone d’oro dipinto, scrostato. Sciarpe di seta bianca, offuscate dalla polvere. Sembrano lì da sempre. In fondo alla stanzetta, accanto alla finestra, un vecchio. Calvo e magrissimo. Seduto a gambe incrociate sul tappeto, un mantello amaranto. Quanto somiglia alle statue sotto vetro! Ha davanti un libro di preghiere, due tavolette di legno con in mezzo un fascio di fogli gialli, scritti fitti, stretti e lunghi. Ha in mano una stecca ricurva e percuote a ritmo lento un gran tamburo bifronte appeso al soffitto. Tan… tan… tan… Di fronte a lui, in piedi, il profilo illuminato dalla finestrella, un bambino. Rasato e vestito anche lui di un manto amaranto. Il vecchio e il bambino, all’unisono, alla musica del lento tan, incominciano un mantra. Le due voci si fanno una sola, un’armonia. Quella bassa e roca del vecchio sembra venire dal basso, dal ventre della terra, sotto il pavimento freddo e vibrante del tempio. Quella sottile del bimbo sembra filtrare dai vetri nel grigio della luce. Le due voci sembrano essere ovunque.
Sono stato molto a lungo in quella stanza, e in altre come quella, nelle terre del buddismo tibetano. Ho passato ore nei templi ad ascoltare il canto dei monaci. Così come ho ascoltato rosari, messe, musiche d’organo nelle cattedrali, canti gregoriani dei nostri monasteri. Il mio rapporto con la religione non va oltre gli aspetti esteriori e culturali. Ho passato le mie stagioni, com’è giusto che sia, e alla fine ho concluso che Dio non sta nell’alto dei cieli, non sta nei tabernacoli, non sta nei templi, non sta nelle dottrine. In tutto ciò non c’è Dio, c’è solo l’uomo che lo cerca. Ancora meno posso dire di condividere il misticismo comodo e individuale, o pericolosamente collettivo, delle moderne teorie new age, e ne prendo le distanze con forza. Sono convinto che ormai, nel corso dell’evoluzione non solo fisica ma soprattutto culturale della nostra specie, siamo giunti a un livello di comprensione dei fenomeni che ci consente di accantonare il simbolismo religioso, che ci è servito per affrontare il mistero dell’esistenza, e relegarlo nei polverosi, ma importantissimi, musei della storia. Il discusso confronto tra religione e scienza, che ogni tanto risorge nella nostra cultura occidentale, come la rinnovata disputa tra evoluzionisti e creazionisti e le nuove teorie dell’evoluzione controllata, mi sembrano tentativi disperati di rimanere aggrappati a una tradizione che dobbiamo rispettare, certo, se non altro perché appartiene alla nostra cultura, ma che dobbiamo anche avere il coraggio di affrontare alla luce della realtà.
Oggi, sulla Repubblica, è comparso un articolo che ha destato il mio interesse e mi ha suggerito queste riflessioni. Scrive una delle più importanti e stimate personalità religiose: Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama del buddismo tibetano. Riporto alcune frasi estrapolate dal contesto, sottolineando l’importanza di leggerne il testo intero.
Sabato prossimo, scrive il Dalai Lama, parlerò al meeting annuale della Società di Neuroscienze a Washington. La scienza mi ha sempre affascinato. Se le pratiche che risalgono alla tradizione cui io appartengo potessero essere associate a metodi scientifici, allora potremmo forse essere in grado di compiere un ulteriore piccolo passo avanti per alleviare le sofferenze umane. Il fisico tedesco Carl Von Weizsaecker è stato così gentile da impartirmi alcune lezioni su complessi argomenti scientifici. Ciò che mi colpì maggiormente, scrive il Dalai Lama, fu il modo che aveva Weizsaecker di avere a cuore sia le implicazioni filosofiche della fisica dei quanti, sia le conseguenze etiche della scienza. Facendo appello ai principi etici non intendo promuovere una fusione di etica religiosa e indagine scientifica. Intendo riferirmi a quella che definisco “etica laica”, che abbraccia principi che noi condividiamo in quanto esseri umani: compassione, tolleranza, rispetto per gli altri, uso responsabile del potere e del sapere. Questi principi trascendono le barriere che si frappongono tra chi crede e chi non crede in una religione. Gli scienziati dovrebbero essere qualcosa di più che meramente competenti in ambito tecnico. Dovrebbero essere memori delle loro motivazioni e del fine ultimo di ciò che essi fanno: il miglioramento dell’umanità. E concludo con la frase che più mi ha colpito nell’articolo del Dalai Lama: qualora la scienza dimostrasse che qualche principio del buddismo è sbagliato, allora il buddismo dovrebbe cambiare.
Lapidario. Indiscutibile. Se c’è tutto questo, in quel canto del vecchio monaco e del bambino, che viene da una millenaria tradizione, in quella stanzetta lontana, dispersa sugli altipiani tibetani, allora c’è un futuro per la religiosità.