Ricordando Balto

Io ci sono stato nel ’93. Terra dei vasti spazi, della natura selvaggia, paradiso degli orsi, degli alci, dei caribù. Terra di valli che non finiscono mai, fiumi sinuosi, montagne rocciose, ghiacciai, fiordi. Alaska, ultima frontiera: così c’è scritto sulle targhe gialle dei fuoristrada e dei pick-up. Basta guardare la cartina per capire. Le strade segnate sono pochissime, un po’ di più sul lato orientale, verso il confine con il Canada, tra Fairbanks e Anchorage, le città più importanti, e poi un filo rosso, sottilissimo e serpeggiante, che sale arditamente a nord, fino alla tundra, fino alle White Hills, i Colli Bianchi, il cui nome è tutto un programma, fino all’Oceano Artico. Strada coraggiosa che s’intreccia con il percorso dell’oleodotto che pompa petrolio nelle cisterne di Valdez. Dall’altro lato, verso oriente, niente. Qualche tratto brevissimo, sulla carta, collega villaggi dai nomi suggestivi: Sterling Landing con Ophir, Ruby con Poorman, Flat con Iditarod, Nome con Teller, Taylor e Council. Per il resto, nient’altro che natura. Il corso frastagliato e sofferto dell’interminabile Yukon River, proveniente dalle terre dell’oro, dal Canada, dal Klondyke, dal Bonanza. Fiumi, torrenti, laghi e catene montuose. Iditarod, il nome di uno di quei villaggi sperduti, significa “terre lontane”. Io non ci sono andato, fin laggiù. Non mi sono inoltrato dove finiscono le strade. Ma c’è chi c’è andato, e a piedi, per giunta! Ricordate il cane Balto? Lui l’ha fatto alla testa di una muta nel 1925. Fino a Nome, la città più occidentale dell’Alaska, che si affaccia sul mare di Bering a sud della penisola di Seward. Tanto per capirci, dal capo Prince of Wales, in punta alla penisola, poche miglia marine separano il continente da Cape Deshnev, Chukotsk, Siberia! Beh, fin laggiù, fino a Nome, è arrivato Balto, col suo prezioso bagaglio, da Seward, dopo aver percorso quasi 1900 chilometri. Portava un vaccino contro la difterite che imperversava in quel remoto centro abitato. E’ per ricordare quell’evento eroico che ancora oggi, ogni anno, si corre la massacrante Iditarod Trail. Qualsiasi mezzo di trasporto meccanico è vietato, l’assistenza tecnica è ridotta al minimo, le comunicazioni pressoché inesistenti. Si va a piedi, in bicicletta, con gli sci o in slitta sul ghiaccio e sulla neve, in pieno inverno. 1870 chilometri in mezzo al nulla. Sette posti tappa prestabiliti, poi più niente fino a Nome.
Se volete rivivere, comodamente in poltrona e al calduccio, queste suggestioni, vi invito a Torino, martedì 8 novembre 2005, alle 21,30 al CRDC di Corso Sicilia 12. L’ingresso è gratuito. La serata è inserita nel programma degli eventi organizzati da Avventure nel Mondo.
Marco Berni, esploratore e alpinista, ci racconterà il suo Iditarod Trail del 2004 e del 2005 con un film girato e prodotto dalla Coral Climb. Marco è socio fondatore della AaZ Onlus, associazione che chi frequenta questo blog già conosce, che finanzia e gestisce la Lamdon Model High School a Pipiting, nella valle himalayana dello Zanskar (tra Tibet, Ladakh e Kashmir). Una linea ideale, quindi, congiunge le Rocky Mountains con l’Himalaya, lo Yukon River con l’Indo. Posti estremi, lontani sia geograficamente che culturalmente, ma uniti dall’amore di Marco, e di tutti noi, per la natura e per l’umanità più remota del nostro pianeta. Dice Marco Berni: “non mi sento di avere conquistato qualche cosa. Anzi, è questo splendido paese che ha conquistato me. Con un clima freddo ma con la gente pronta ad aprirti la porta di casa a qualsiasi ora, a darti da mangiare e un sorriso per scaldarti anche il cuore”. E le sue parole valgono per l’Alaska quanto per lo Zanskar. Se volete partecipare alla nostra passione vi aspettiamo a Torino.
P
er maggiori informazioni vi segnalo il sito di Marco Berni www.marcoberni.it e quello della AaZ Onlus di cui trovate il link qui a lato. Così come trovate il sito di Avventure nel Mondo con i programmi di tutte le iniziative organizzate dai centri studi e dalle sedi regionali.

Un diamante per sempre

C’è un fiume che non arriva mai al mare. Si apre in un ampio delta e si spegne in un deserto infuocato. Si trova in Africa, nell’emisfero australe, nel cuore del continente. Il paese si chiama Botswana, il fiume Okawango e il deserto Kalahari. Ai margini del grande acquitrino sorge una cittadina, ultimo avamposto a nord del deserto, che si chiama Maun. Di lì puoi prendere una barca, o un fascinoso e sottile mokoko scavato nel tronco di un albero, e vagare per quella regione d’acqua, popolata, su isole di boscaglia e praterie, da tutti gli animali dell’Africa ideale, da romanzo o da film. Boschi di mopani nei quali nereggiano giganteschi elefanti, radure gialle d’erba alta dove scivolano sinuose e maculate schiene feline, intrichi di fronde tra le quali frullano ali multicolori, volteggiano scimmie ed echeggiano canti e gridi. Nei cespugli grufolano i facoceri e colonne di terra rossa ospitano affollati termitai. Se invece da Maun, con una buona jeep, prendi la via del sud, nella stagione secca ben presto d’acqua non c’è più traccia. E’ il regno della polvere e del sole. Vaste distese aride, bianche e piatte, una rete di crepe, niente vegetazione. Gli ultimi centri abitati prima del nulla più assoluto sono villaggi polverosi di baracche. Le pianure hanno un nome difficile, i Makgadidagi Pans, le padelle dei giganti. Vaste pianure di sale nell’inverno australe, corrispondente alla nostra estate, quando l’Okawango agonizza e si ritira, lasciando terreno all’avanzata del Kalahari. Letti di laghi fangosi nella calda stagione delle piogge, quando il fiume rinvigorisce e dilaga per chilometri affrontando il deserto. E’ una terra strana, meteoropatica, legata ai cicli stagionali. Di tanto in tanto compaiono alberi impossibili, enormi, alberi capovolti che sembrano avere la chioma sepolta nelle pietraie aride e le radici protese ad artigliare il cielo: i baobab. Di lì in poi iniziano le praterie, poi le grandi sabbie. In quella infinita distesa inospitale, attraversata solo da ardimentosi esploratori d’altri tempi, viveva una millenaria popolazione indigena. Una grande cultura africana. Piccoli di statura, magrissimi, scuri di pelle ma non neri, capelli che non crescono e si raggruppano in microscopici e radi ricciolini appiccicati al cranio. Un tempo portavano piccoli archi e lunghe frecce. Seminudi, appena un perizoma di pelle sui fianchi spigolosi, camminavano scalzi, spostandosi continuamente in quell’arsura, scovando cibo e acqua dove di acqua e cibo sembrava non esserci traccia alcuna. Gli aborigeni dell’africa australe. Il popolo San. I luoghi sacri di quella gente antica sono fitti di eleganti e snelli dipinti d’ocra rossa sulle granitiche pareti di certi massi e grotte del Botswana e della Namibia. I colonizzatori inglesi e tedeschi li chiamarono “uomini della boscaglia”, bushmen, boscimani. Oggi ne rimangono pochissimi a vagare, nomadi, tra le sabbie del deserto. Alcuni li ritrovi stanziali, in certi villaggi, vestiti con gli stracci, rifiuti dell’occidente, in attesa delle jeep dei turisti. I figli dei figli dei San sono sempre meno San, quasi più per niente bushmen. Sono le vittime dell’Africa. Così come l’Africa è sempre più vittima dei vecchie nuovi colonizzatori. In quelle terre aride, infatti, rughe di vecchiaia del più antico continente, terra secca in cui ebbe origine, dagli antenati stessi dei boscimani, l’umanità intera, in quelle terre, in quelle rocce del sottosuolo San, sono incastonati i diamanti. Per queste preziosità, destinate a scintillare ai lobi delle orecchie, sul collo e tra le dita di stupende fanciulle bianche, in Africa si ammazza. La compagnia diamantifera De Beers, i cui prodotti ammiccano dalle pagine patinate delle nostre riviste, fotografati come simboli di seduzione, di ricchezza, di fascino, di potere, per poter continuare a rifornire i fidanzati d’europa e d’america, deve spodestare gli ultimi, polverosi, miseri e stracciati boscimani. Deve scacciarli dai loro villaggi, dalle loro baracche, dalle loro terre. Per poter scavare. La denuncia viene da Stephen Corry, direttore dell’associazione Survival International, ed è ampiamente documentata. “La polizia ha sparato contro i boscimani” spiega Corry, “per costringere la popolazione a lasciare le terre”. Ha sparato per consentire a qualche fidanzato in più di far sospirare la sua bella, con… un diamante per sempre! Stephen Corry chiede a noi occidentali di boicottare per protesta i gioielli della De Beers. Per quanto mi riguarda mai ho comprato e mai comprerò un diamante, mentre sono certo che il mercato di quegli oggetti scintillanti non si fermerà di fronte a un massacro di miserabili africani.

Terremoto: notizie dallo Zanskar

Ogni tanto, severamente, la natura ci ricorda la nostra fragilità. E per un po’, dopo il fatto, almeno in un recesso del nostro spirito, nel sicuro della roccaforte inviolabile della nostra quotidianità, ci prende un’inquietudine insolita. Ci sentiamo naufraghi, e il pianeta ci appare un relitto. Una falla in Guatemala, una in Messico, dopo quella in Louisiana, gorghi di fango. Un guasto nelle strutture profonde che reggono i giganti himalayani e crollano le strade, le case, le scuole. A meno di un anno dal cedimento strutturale sotto l’oceano Indiano che causò l’ecatombe asiatica. Scatta un’ansia di partecipare, di mandare aiuti, denaro, o anche solo di provare commozione davanti ai telegiornali, ai bambini che piangono, agli uomini che scavano, alle donne che si aggirano sconsolate tra cumuli di macerie. Poi, presi da milioni di pensieri, l’inquietudine passa, le informazioni scivolano indietro di pagina in pagina, l’attenzione cala e finiamo con il metabolizzare la catastrofe.
C’è una valle, lassù tra quelle montagne, dove scorre un fiume che si chiama Zanskar. Arrivarci non è facile, le strade sono approssimative e chiuse per il gelo per la maggior parte dell’anno. Si trova nello stato indiano dello Jammu-Kashmir, annidata tra le montagne che separano il Kashmir dal Ladakh. Ci vive una comunità di cultura tibetana, schiacciata nel mezzo del conflitto indo-pakistano. Per fortuna quei giganti di montagne finora l’hanno preservata dal conflitto armato più cruento. Tuttavia la loro cultura è in pericolo, assediata dalla maggioranza islamica kashmira da una parte e dall’appartenenza politica all’India dall’altra. E su tutto incombe, irrisolta, la complessa questione cinese tibetana, appena oltre le creste innevate del confine orientale. E’ per questo che la popolazione zanskara, povera ma lungimirante, ha deciso di mandare i bambini alla Lamdon Model High School di Pipiting, una scuola privata, gestita dalla associazione franco-italiana AaZ. Lì, oggi, 300 bambini, oltre alla cultura di base indispensabile per l’inevitabile progresso della modernità, imparano a conoscere, a rispettare, a difendere la loro cultura d’origine. Far tesoro del proprio passato per affrontare il futuro, è in questo che AaZ ha voluto investire. E’ per questo che stiamo portando avanti, tra le difficoltà, con costanza, molti progetti di sostegno. La scossa è arrivata, violenta, anche nello Zanskar. Ecco le ultime notizie che l’associazione ha divulgato in un comunicato speciale:
Nel quadro dell’immensa tragedia che ha colpito le popolazioni del Kashmir, riferiamo quanto appreso riguardo alla nostra scuola in Zanskar. Non vi sarebbero problemi nella valle di Padum, in Zanskar, e neppure in quella di Leh, in Ladakh, ma visto che “no problem” è una classica affermazione indiana, il condizionale è sempre d’obbligo! Nel pomeriggio di sabato il signor Tashi, presidente del Managing Comittee eletto dai genitori degli alunni, ha telefonato da Leh, dove si trovava, a Padum e ha comunicato queste notizie al signor Tsering Tashi Tungripa, amministratore della scuola, che abbiamo raggiunto alle 13 di domenica (ora italiana) nella sua casa di Choglamsar. Le notizie ci confortano perché nel pomeriggio di sabato non eravamo riusciti ad avere informazioni chiare dal telefono pubblico di Padum, dove l’operatore parla bodhi (tibetano) ed hindi-urdu. La rete di Padum non è raggiungibile dall’estero e quindi non era possibile contattare il personale della scuola. Per il sovraccarico delle linee sono invece stati vani i tentativi di entrare nella rete mobile di Srinagar e in quella fissa di Jammu, dove al Ladakhi Hostel vivono alcuni ex-allievi che ora frequentano gli studi superiori. Nell’area di Jammu gli effetti sono stati molto forti. Domenica sera abbiamo parlato con il Ladakhi Hostel. L’edificio non ha avuto danni e allieve e allievi stanno tutti bene. L’epicentro si troverebbe ad oltre 350 chilometri dallo Zansakar, ma l’intensità delle scosse è stata percepita anche nelle piane fino a Delhi. Sulle reali condizioni a Leh contiamo di avere notizie dirette dagli amici di Avventure nel Mondo che dovrebbero atterrare a Leh nelle prossime ore.
Per seguire le vicende del terremoto vi segnaliamo la pagina della BBC con aggiornamenti in tempo reale da Pakistan ed India http://www.bbc.co.uk , il Daily Excelsior con aggiornamenti periodici da Srinagar http://www.dailyexcelsior.com e il Times of India.
Ringrazio Marco Vasta per questo comunicato e vi segnalo il sito dell’associazione AaZ onlus, di cui trovate il link qui a lato. Su Strade di Polvere cercherò di riportare tutte le notizie che saremo in grado di reperire.

La terra oltre l’Eufrate

Se sali in cima al Nemrud Dagi, una mezz’ora di vertiginosi tornanti e quasi altrettanto di sentiero e pietraia, poco prima dell’alba, quando il vento anatolico è gelido e costante, e ti affacci al lontano e brumoso orizzonte sulla terrazza est della monumentale tomba di Antioco, figlio di Mitridate, re di Commagene, lo spettacolo che si stende sotto i tuoi occhi è unico e commovente. Il sole si alza lentamente sull’Asia più remota e proietta lunghe ombre esaltando i rilievi. La bruma si leva e l’Oriente si svela. Compare azzurro, sinuoso e scintillante nella piana il gonfio corso del fiume Eufrate. Il Nemrud Dagi è una montagna di 2150 metri, baluardo del Tauro Armeno, piantata nel cuore della Turchia orientale. L’Eufrate, per passare, deve fare un largo giro, gonfiandosi nella piena del Bacino di Ataturk, prima di sconfinare in Siria, nel suo lungo viaggio verso la vasta piana mesopotamica irachena. Di lì, dalla fortezza naturale del Nemrud Dagi, guardando a oriente è terra curda, guardando appena un po’ più a nord è terra armena. A sud, barbuti monaci ortodossi pregano in aramaico antico, secondo il rito di Damasco, nei loro monasteri color zafferano. E’ una terra storicamente inquieta. Terra turca, politicamente, contesa e spartita tra l’impero ottomano e la Persia, punto di contatto e fusione tra due continenti. E proprio per questo epicentro, da sempre, di profondi e devastanti sismi politici e sociali. Questa regione, che va da Trebisonda, sul Mar Nero, all’antica città armena di Ani, al monte Ararat, all’azzurrissimo lago Van, fu teatro, fin dal 1894 e fino all’epilogo tragico del 1916, della terribile repressione sulla popolazione armena, perpetrata dal governo ottomano. Che finì con uno sterminio di massa, la fuga, l’esodo e la deportazione. I confini si fanno labili ma a sud del monte Ararat (dove tra l’altro si apre il corridoio del Nogorno Karabak, regione autonoma dell’Azerbaigian in territorio armeno a lungo contesa e ancora fortemente inquieta), a sud del lago Van, fino ai confini iraniani e iracheni e alle sponde del Tigri, è terra curda. Altro popolo spezzato, profugo, dal carattere forte e dalla spiccata identità culturale, riversatosi fino a sovrappopolare la severa Diyarbakyr anche a seguito della dura repressione di Saddam Hussein. Terra inquieta da tempi immemorabili. Ci sono avamposti militari sperduti nei deserti di roccia, con soldati stanchi, camioncini caracollanti sulle mulattiere, stracarichi di miliziani laceri e armati di kalshnikov. I curdi danzano, intonano canti indipendentisti, offrono infuocati bicchieri di raki per combattere il freddo, festeggiando l’alba sul Nemrud Dagi avvolti in coperte e cappucci. Uno studente, nel piazzale della Ulu Camii a Diyarbakyr, infervorato, ad ampi gesti, proclama: “I’m Kurdish, not Turkish! Kurdish!”. Un altro dice: “mandateci i turisti, ma mandateli qui, in Kurdistan, non in Cappadocia!”. Hanno volti scuri gli anziani armeni a Trebisonda, a Erzorum, a Van, a Dogubayazit, con rughe profonde, lasciate dalla storia, per ereditarietà. Oggi quella terra, che è Asia e Medio Oriente fino al midollo, con tutte le sue contraddizioni e le sue sofferenze, dovrebbe diventare Europa. Ma per diventare Europa il governo turco dovrebbe garantire il rispetto delle proprie minoranze, a partire dal riconoscimento delle responsabilità storiche dell’eccidio armeno, di cui invece non vuol nemmeno sentir parlare. Lo scrittore Orhan Pamuk rischia un processo per aver parlato e scritto del genocidio. E lui, difendendosi, accusa il suo collega Yashar Kemal di essere riuscito a sfuggire al carcere promettendo ai turchi il suo silenzio sulla spinosa questione curda. Kemal nega ma questa disputa tra intellettuali, candidati al premio nobel, entrambi difensori dei diritti umani eppure oggi inspiegabilmente in conflitto, è solo un sintomo del profondo malessere che imperversa in quel massiccio e roccioso punto di sutura tra i continenti che è l’estremo oriente della Turchia.

Opinioni autorevoli

Mario Vargas Llosa pubblica oggi un lungo e interessantissimo articolo su Repubblica a proposito della "metamorfosi" di Ariel Sharon. Vi invito a leggerlo per intero. Vargas Llosa riporta le sue conversazioni con importanti intellettuali e uomini politici, ai quali ha posto la domanda fatidica: "Cos'è accaduto ad Ariel Sharon, l'uomo che ha guidato l'invasione del Libano e con la celebre passeggiata sulla spianata delle moschee ha provocato la seconda intifada?".
Le ragioni non hanno importanza, dice Shimon Perez. L'importante è che lo abbia fatto. E' un passo verso la pace e per questo lo appoggio. Secondo David Grossman è stata una svolta insperata, nessuno si aspettava che potesse venire da quella parte, ma è un'iniziativa da sostenere perché va nella direzione giusta. Amos Oz è dello stesso parere: a noi pacifisti, dice, non resta che difenderlo dai suoi compagni di partito. Chi avrebbe mai immaginato che un giorno la lotta per la pace sarebbe passata per Ariel Sharon? A mio giudizio, così dice Nabil Amir, ex ministro dell'informazione dell'autorità palestinese il fattore decisivo è stato il presidente Bush che ora deve continuare a fare pressione su Sharon. Mustafa Bergouti, segretario generale dell'Iniziativa Nazionale Palestinese, sostiene che non si tratta di un vero e proprio ritiro da Gaza, dato che Israele mantiene il controllo dei confini e soprattutto delle fonti d'acqua, e può quindi continuare ad asfissiare la popolazione. Se vuole può anche farla morire di sete. Ma alla fine, Vargas Llosa sostiene: a mio parere la tesi più vicina alla verità è quella di Shlomo Ben Ami, già ministro degli esteri di Barak: Sharon ha rinunciato al suo sogno del Grande Israele e si rassegna allo Stato Palestinese, ma questo Stato non risulterà da un negoziato; sarà lo stesso Sharon a imporlo ai palestinesi. Sarà uno stato inoperante, per non dire impossibile. Difficilmente, conclude Vargas Llosa, l'Autorità Palestinese potrà garantire l'ordine, quando molti degli abitanti di quelle topaie che sono i campi profughi finiscono nelle braccia di Hamas per sfuggire alle loro condizioni di vita. Questo Stato finirà per essere ridotto a un puro e semplice simulacro. E' questo il piano segreto di Sharon? Se così fosse, molti fattori potrebbero frustrarlo. E il più terribile è il terrorismo suicida.
Le opinioni, quindi, oscillano tra due estremi: la speranza di concludere questa annosa questione, generatrice di odio e violenza, e i più cupi presentimenti per un futuro sempre più oscuro. In mezzo, un'inquietante incertezza.