Metamorfosi?

L'ho già detto: viviamo in tempi strani. Le cose che accadono sono sempre più imprevedibili. Per un osservatore affacciato a una piccola finestra sulle storie dei popoli e del mondo, certi avvenimenti sono incomprensibili. Oggi, su Repubblica, Sandro Viola cerca di dare una risposta a uno degli enigmi che più mi incuriosisce. Vi riporto un breve stralcio del suo articolo. "La metamorfosi di Sharon farà discutere ancora a lungo" scrive Viola. "Essa è stata infatti così profonda che non è facile spiegarla. L'uomo di Sabra e Chatila, il maggiore responsabile della scriteriata politica di colonizzazione dei Territori, l'avversario degli accordi di Oslo, è oggi fermissimo nell'intento di dare ai palestinesi il loro Stato. Com'è potuto accadere? certo se si guarda soltanto al personaggio e alla sua storia la svolta appare inspiegabile. Ma se si colloca la svolta sullo sfondo dell'Israele di oggi qualcosa si comincia a capire. Il paese, e non soltanto come in passato i suoi ceti intellettuali, ha infatti compreso che l'occupazione non può durare. Troppo alti sono i costi in vite umane e in termini finanziari, mentre la resistenza dei palestinesi si è fatta indomabile. E in più, gran parte degli israeliani hanno finalmente raccolto il monito venuto in questi anni dai loro scrittori, storici e filosofi. Quando si è riscossa dalla sua indifferenza la società di Israele si è resa conto che bisognava invertire la rotta. I sondaggi hanno mostrato che si stava ormai formando una maggioranza favorevole alla fine dell'occupazione. E poiché il mestiere del politico consiste nel cogliere gli umori e le tendenze della società, Ariel Sharon ha capito che una svolta era ormai irrimandabile". Oggi, all'interno stesso del suo partito, il Likud, il "nuovo" Sharon ha vinto anche sul suo oppositore interno, il conservatore Netanyahu. Certo, questa sembrerebbe un'ottima notizia. Che il pensiero degli intellettuali riesca a dilagare nell'opinione pubblica tanto da fare breccia nei "muri" invalicabili della politica più oltranzista non è solo un'ottima notizia: è un miracolo. Ma l'osservatore alla finestra ai miracoli ci crede poco. Sarà una vera metamorfosi? O ci sarà sotto qualcos'altro? La domanda è legittima, la risposta non c'è.

L’essenziale e il superfluo

Ho ragionato a lungo sul concetto di essenzialità. Dire che non sappiamo fare a meno del superfluo è un paradosso che sembra banale. Superfluo è tutto ciò che è inutile, eccessivo, non necessario. Eppure l’elenco delle cose superflue alle quali molti di noi non saprebbero rinunciare è infinito, in costante aumento nella società del benessere, nonostante una crisi economica presa in realtà ancora assai sotto gamba.
Te ne accorgi quando ti capita di approdare, valicate montagne e continenti, là dove la società del benessere è ancora ben lontana. Te ne accorgi quando ti fermi a lungo in quei paesi d’Asia o d’Africa, o dell’America Latina, dove il problema di fare a meno del superfluo non si pone perché non solo non c’è, il superfluo, ma molto spesso manca anche l’essenziale. Te ne accorgi quando a Nkotakota ti capita di far colazione in quindici con tre fette di pancarré, un fondo di barattolo di Nescafé che sa di muffa, tre tazze e un cucchiaino solo. Te ne accorgi quando a Shila Pu un allevatore di yak prepara il tè salato al burro scaldandolo su una stufetta accesa con pezzi di sterco secco perché su quegli altipiani non crescono alberi, e legna non ce n’è. Te ne accorgi quando sui monti del Tien Shan un pastore kirghiso ti offre una tazza traboccante di orrido latte acido di cavalla, bevanda di cui vanno pazzi i pastori mongoli, ma che soprattutto consente loro di conservare il latte senza frigoriferi, impianti per la pastorizzazione e contenitori sigillati e sterili. Te ne accorgi quando in una vetusta mensa post sovietica a Issyk-Kul ti tocca compilare un modulo per richiedere al magazziniere un supplemento di zucchero oltre quel fondo di piattino per ventidue persone, cosa che dopo poche ore si concretizza in un secondo fondo di piattino anche più scarso del primo. Te ne accorgi quando torni da un mese d’Africa, ormai avvezzo all’essenzialità, e a Fiumicino, senza pensarci, afferri a mani nude e non pulite una brioche traboccante marmellata, mentre uomini d’affari in ventiquattrore e cravatta ti guardano di sbieco sbocconcellando le loro colazioni avvolte in tovagliolini candidi in punta di dita, peraltro pulitissime. Accanto a loro signorine in tailleur, consulenti d’azienda o giovani e brillanti imprenditrici, con scintillanti orecchini e unghie laccate, versano bianco zucchero raffinato e sorbiscono aromatici caffé in immacolate tazzine di porcellana. Te ne accorgi allora. Ti accorgi di quanto, dimenticato il concetto stesso dell’essenzialità, non sappiamo più fare a meno del superfluo.
Forse è per questo che sono andato via con la mia bicicletta. Per riscoprire il senso dell’essenzialità nel cuore stesso dell’Europa del benessere. Tutto è cominciato su quello che i francesi chiamano il Col de Larche. Di là è tutta discesa fino al lago di Serre Poncon, poi c’è un colletto da superare per salire a La Suze, poi discesa ancora fino a Savines, e via, nei giorni a seguire, a Sisteron, Forcalquier, Apt, Roussillion, Fontaine de Vauclouse. Fino ad approdare gloriosamente nella piazza di Avignone, brindando con una birra fresca al valore dell’essenzialità davanti al fasto antico del Palazzo dei Papi. Ma non sono i luoghi, di cui potrei scrivere niente di più di quanto già scritto in qualunque pubblicazione turistica. Non sono le tappe, le visite, i musei, i monumenti, i castelli, gli alberghi, i ristoranti, i borghi attraversati che hanno reso questa vacanza un viaggio (e qui ci sarebbe da riflettere su quanto diverso sia il concetto di viaggio da quello di vacanza!). In questo viaggio non è la tappa, la meta, che rimane nella memoria. No. E’ proprio quell’andare in solitudine, attraverso le campagne, con la giusta lentezza e con la giusta fatica, misurando la distanza con la circonferenza delle ruote, con il ritmo regolare del respiro, con l’alterno, costante e paziente incedere della pedalata. E’ passare incurante davanti alle stazioni di servizio, ai parcheggi a pagamento. E’ deviare nelle stradine quando il traffico si fa pesante. E’ fermarsi ovunque, in qualunque momento, per ammirare una valle, un fiume, uno scoiattolo, un prato, una casetta, un cavallo, una pigna. E’ chinarsi ad accarezzare un cagnolino impertinente, scambiando due parole con una signora preoccupata. E’ guardare una partita a bocce con quel signore di Orange che parla in francese esattamente come parlava in dialetto tuo padre: “ha preso? scende, scende! questa è lunga!”. E’ bere un caffé con un camionista diretto a Marsiglia, che ti spiega, disegnandola sul giornale, la via più breve per arrivare a Gigondas. E’ scherzare con una ragazza sulla panchina di un parco, guardandola disegnare sul suo block-notes un’orrenda fontana. E’ aiutare una graziosa cameriera a tradurre in inglese a una coppia di tedeschi il significato della parola “carpaccio”. E’ continuare a pedalare nonostante una pioggia sottile e insistente. E’ fermarsi al riparo di un pilone votivo osservando la campagna madida. E’ ammirare un arcobaleno commovente, dopo un’intera giornata d’acqua, dalla finestra di una stanzetta in una pensioncina economica, con un vago profumo di lavanda. E’ svegliarsi una mattina sotto un’ombra di pini, impacchettare sacche e fagotti, legarli con tiranti elastici al portapacchi, calzare un cappello a tesa larga e lasciare la radura pedalando piano, fischiettando nella frescura del mattino, portandosi dietro l’essenziale.
Certo questa non è l’essenzialità degli antichi pellegrini in bisaccia, sandali e bordone che percorrevano i colli su sentieri tortuosi per recarsi a Compostela. Non è l’essenzialità dei viandanti africani che attraversano a lento passo il Kalahari. O dei pastori berberi che conducono magre capre nelle gole dell’Atlante. O dei mercanti indocinesi col cappello a cono che spingono piroghe sul pelo del Mekong per portare ai mercati ceste di verdure e riso. O dei pellegrini tibetani che marciano settimane ruotando i mulinelli di preghiera e salmodiando i mantra a 5600 metri intorno alla vetta del Kailash. Non è quell’essenzialità. Ma è qualcosa che indubbiamente, nella nostra inquinante modernità, un po’ ci si avvicina. E’ qualcosa che ci avvicina alla vera natura di esseri umani nati e viventi sul pianeta terra, e che ci allontana dalla natura artificiale di cittadini lavoratori o turisti vacanzieri, ammalati della contagiosa sindrome di dipendenza dal superfluo. Contro la quale non ci si può vaccinare.