Il Canto del Mondo – 3 – Ligonchio

Certo, nonostante il Rottame sia un carrozzone di fil di ferro e ruggine, che procede con grinta, si, tutta quella che può, ma che sembra ogni volta percorrere con dolore il suo ultimo chilometro, nonostante il fracasso di ferraglia ad ogni scossa, è tutt’altra cosa risalire oggi, su queste strade strette e tortuose ma soffici d’asfalto, le chine dell’Appennino, ai confini tra la Lunigiana e la Garfagnana, fino agli alti passi dello spartiacque tosco-emiliano. Immagino un passato di tornanti di fango e sassi, sandali di pellegrini e mercanti, lente carovane di muli… Dal lato toscano tutto sembra più aspro. Il verde è cupo, di foresta, i poggi sono scoscesi, rare le case, borgate artigliate alla schiena dei monti, qualche rovina diruta qua e là. A occidente, imponente, torreggia la cattedrale di marmo delle Apuane, sempre in vista, a offendere l’orizzonte con la sua maestà.
Poi arrivi ai passi. I più belli sono quelli minori: il passo di Lagastrello, il passo di Pradarena. Meno suggestivi quelli più importanti: la Cisa e il passo del Cerreto. Avessi percorso la via che sale dalla Garfagnana al valico di Pradarena sarebbe stato meglio, me ne sono reso conto dopo, invece salgo da Fivizzano al Cerreto. Arrivo in cima in uno sfolgorio di bandiere, tra grossi alberghi e ristoranti affollati e la festa di un raduno degli alpini. Mi fermo appena un attimo, per un caffé, poi giù.
Di là è tutt’altra cosa.
L’Appennino emiliano mi accoglie orrido. La geografia è più dolce, campagna, coltivi e pascoli, casolari e orti, boschetti, stalle. Il verde è tenue, di prato, ma il cielo è una battaglia. Armate di nubi come fumo di carbone irrompono tra le vette, invadono il cielo, avanzano compatte. Battaglioni di nebbie calano lungo i pendii. Isolati drappelli di vapori cinerei pattugliano le basse quote, tra le fronde degli abeti e dei castagni, risalgono le valli. Fumi candidi evaporano dai prati e dilagano nel tumulto plumbeo del cielo.
Trovo un campeggio in una zona d’acque termali, sotto Busana, a Cervarezza. Scarico la bici, la gloriosa Gios Milarepa, e coraggiosamente la inforco affrontando il maltempo. Una pioviggine fresca mi accompagna giù per la discesa che scende a Ramiseto. L’aria è livida e tutto tace, le borgate che s’incontrano sono silenziose, tutti stanno tappati in casa, appena un cane viene ad annusarmi le ruote e si allontana a coda bassa. Il cielo sembra sul punto di staccarsi dai tiranti che lo sorreggono lassù e pesare sulla terra e sui monti, puntellato a fatica. Risalgo.
Nel tardo pomeriggio si aprono crepe e squarci di sereno in quella cupola di vapori gravidi di pioggia. Strofinacci di sole spolverano i prati e i tetti dei casali. Prendo il Rottame e mi avvio risalendo la strada del Cerreto fino a Busana, poi devio a sinistra e scendo nella valle che mi porterà a Ligonchio.
Laggiù sembra che un demone gigante, o qualche dio guerriero, infuriato per la troppa dolcezza dei pascoli e dei colli, abbia picchiato duro con la scure o col martello. La valle si spacca in crepe, orridi, rocche spaventose. Poi , col tempo, si vede che la pazienza umana, timidamente, ha preso possesso di quello sfacelo. Ha scavato sentieri, ha tagliato strade in quelle costole di roccia, ha scovato brandelli di terra arabile, zoccoli su cui erigere case di sasso e borgate, prati scoscesi in cui liberare capre e bovi. Il Rottame percorre il nastro d’asfalto, protetto a valle da ringhiere di travi, sull’abisso, e segue con timore le anse, le pieghe, le svolte, affronta salite e discese, avanza con lentezza in quello spettacolo della natura. Lontano, a valle, ammantato di nebbia, scorgo un monte suggestivo, altissimo, piatto in cima, come una mesa, come certe tavole di granito dei deserti.
Ligonchio sorge in cima alla valle. Di lì in poi la strada s’impenna più coraggiosa che mai ad affrontare le vette dello spartiacque, fino al passo di Pradarena, oltre la cresta, per ridiscendere di là in Garfagnana. A Ligonchio precipitano i tubi verdi, possenti, che scaricano acqua dall’alto, con fragore controllato, nelle turbine dell’antica centrale idroelettrica, appoggiata a un verdissimo bacino. Una ragnatela sottile di cavi e tralicci si tende sulle valli, scavalcando i baratri.
Il paese è popoloso e accogliente. Un porto sicuro in quella battaglia di monti e nubi. Lascio il Rottame sulla via principale, trovo una trattoria, buon cibo, vino rosso fresco e frizzante, amichevole ospitalità emiliana. Qui il viaggiatore solitario, altrove guardato sempre con sospetto, come se viaggiare soli fosse cosa sospettosa, qui si sente a casa. La gente sorride, ammicca, scherza, attacca discorso con facilità. Da un piccolo impianto stereofonico, sommesso, Guccini canta una canzone a Che Guevara. Siamo in Emilia.
“Mia cara madre” è lo spettacolo di Ivana Monti, secondo appuntamento, per me, del Canto del Mondo, in programma a Ligonchio. Ivana Monti è attrice di teatro e cinema, milanese di origine emiliana, da Toano, poco distante da qui, formatasi nell’ambiente del Piccolo Teatro di Streheler. Il suo spettacolo è in forma epistolare. Ivana racconta due guerre mondiali attraverso le parole scritte da una bambina prima, divenuta donna adulta poi, alla madre lontana, emigrata in Francia. Bellissima la prima parte, in cui le parole ingenue della protagonista evocano il mondo arcaico, contadino, di Toano. Poi la vita si fa dura, la guerra, la miseria, le epidemie. Commovente il grido della donna, diventata madre a sua volta, che non riesce a sciogliere il groppo che ha in gola per comunicare alla nonna in Francia la tragedia della morte della nipotina, ammalata di una febbre assassina. E qui Ivana, nonostante le repliche e le prove, non riesce a reprimere una lacrima di commozione che le riga il trucco sulla guancia. L’attrice si emoziona per il suo stesso personaggio.
Poi viene la seconda guerra, e qui lo spettacolo un po’ si dilunga, scade nel didascalico, si avverte una certa stanchezza. Si omaggia la Resistenza, strenua ed eroica, della gente d’Appennino. Omaggio, peraltro, dovuto e meritato. In Appennino si respira l’eroismo di quella gente che ha combattuto la tirannia. E le mie origini di Langa, altra terra eroica e resistente, mi fanno ancor più sentire, in qualche modo, tra amici. Qualche pugno chiuso si leva dalla folla, applausi. Finalmente poi il filo narrativo epistolare riprende con un certo sollievo e conclude in un trionfo, un’ovazione. Tutto lo spettacolo è sottolineato, condito e affiancato da una poderosa base musicale, dall’orchestra marziale al coro alpino, dalla fisarmonica delle piazze all’armonica delle feste sull’aia, fino alla grinta e alla tenerezza delle stupende Mondine di Correggio, con le loro voci che sanno di fango, di fatica, di lotta, di popolo.
Valanghe di meritati applausi.
Alla fine dello spettacolo, che si sarebbe dovuto svolgere all’aperto alla Centrale ma dirottato in teatro per timore del maltempo, esco nell’aria fresca della notte. E’ tardi e c’è uno strano profumo d’inverno. Metto in moto il Rottame e istintivamente attacco il riscaldamento.
Lasciato Ligonchio i fari sciabolano la notte, nelle curve, nei tornanti, scovano alberi, cespugli, vapori di nebbia, profondità tenebrose. Risalgo lentamente, con pazienza, nel cuore della notte, la valle invisibile. In cima, nel breve tratto tra Busana e Cervarezza, è nebbia fitta. Sbuco sulla provinciale, rallento, procedo adagio nella morbida coltre d’ovatta. Faccio un po’ fatica a scovare il bivio per le terme, poi lo trovo e svolto nella stradetta che sale tra i pini.
Ultimo regalo dell’Appennino, davanti a me, improvvisamente illuminato dai fari, compare il fantasma di un daino, che subito scarta di lato e svanisce nel buio tra i tronchi. Spengo il motore, abbasso il finestrino e rimango lì ad ascoltare il fruscio della sua fuga, il silenzio della nebbia e della notte. Lontano, ma molto lontano ed esile, mi sembra di sentire un canto. Sarà forse la mia fantasia, o sarà la voce di quell’antenato, narratore del mondo, che ha fatto esistere ogni cosa cantandone il nome e la storia?

Il Canto del Mondo – 2 – Scalpiccii sotto i platani

“Sant’Anna di Stazzema è in alta Versilia, su in alto, e per arrivarci c’è una strada tutta curve che oggi si fa in macchina, ma a quei tempi là, che si andava a piedi, era tutt’altra cosa!”
Più o meno incomincia così il racconto. Lei è Elisabetta. Esile, bruna, scalza, capelli lunghi e neri, un po’ scomposti come da un colpo di vento, un vestitino semplice, color azzurro cenere. Accanto a lei c’è Matteo, il violinista. Quando penso a un violinista, chissà perchè, io non penso a un uomo in frak, col farfallino. Penso piuttosto a un uomo semplice, con l’aria da intellettuale scapigliato, popolare, di strada. Il violinista di Dooney sarà stato più o meno così. Dal suo strumento evapora poesia, struggente, in perfetto accordo con la voce di lei, che non canta, racconta.
“Su per quella strada veniva sempre un uomo che portava talvolta una manza, un porco, bestiame che veniva a vendere alla fiera di Sant’Anna. Tutti lo aspettavano, soprattutto i bambini, perché lui raccontava le storie. E portava in paese le novità del mondo. Prima ancora di vederlo comparire, là dalla curva, lo sentivi fischiettare…”.
Fischietta, Elisabetta, una vecchia melodia popolare in quel silenzio della notte garfagnana, e tu sei là, a Sant’Anna, in quei tempi, a scrutare la curva aspettando di veder comparire l’uomo con le bestie, il Melquiades della Versilia, che viene a raccontar le storie.
A questo punto devo descrivere la situazione. San Romano in Garfagnana, per arrivarci ci ho messo un po’ da Villafranca in Lunigiana, dove ho piantato la mia tenda, per quelle vie strette e tortuose. Ho anche avuto la fortuna che per mettere un po’ di benzina nel Rottame, che non mi mollasse tra quelle curve, ho fatto una breve deviazione a Casola Lunigiana. Il benzinaio mi ha consigliato di fare l’altra strada, quella che scende da Casola a Minucciano, entra nel Parco Naturale delle Alpi Apuane e arriva sul lago di Gramolazzo prima di risalire a Piazza al Serchio. Quanto mi piacciono le strade secondarie, scovate per caso, che aggirano e si perdono e non ti portano subito alla meta, ma ti fanno via via dimenticare il dopo per goderti il durante! A volte sono sagge, le strade, soprattutto quelle antiche, e bisogna saperle ascoltare. Comunque dopo Piazza al Serchio si sale a San Romano. Un borgo bellissimo, di sasso, viottoli selciati, scorci poetici, una minuscola piazzetta sulla quale si affaccia la chiesa. Lì, in quella brezza notturna, un palco, un leggio, due sedie. Nient’altro. Dietro, l’abisso della notte, i profili dei monti che si intravedono appena, ombre gigantesche nell’ombra.
Un rintocco di campana e incomincia la storia. Un’ora. Un’ora di silenzio attento, tutti incollati ad ascoltare la voce di Elisabetta Salvatori, sottolineata dalla musica di Matteo Caramelli. Scalpiccii sotto i platani è il titolo dello spettacolo. Quegli scalpiccii sono i passi dei bambini che giocano alla settimana sulla piazza di Sant’Anna, dove, dice Elisabetta, adesso c’è un silenzio innaturale. Il giocare dei bambini mi porta per un attimo, col pensiero, a un’altra piazza, la piazza della mia infanzia, in un borgo lontano, nelle mie Langhe, dove invece dei platani c’erano gaggìe, e ancora ci sono due imponenti ippocastani. A quell’ombra, in quei pomeriggi estivi, quanti scalpiccii nella mia memoria, di settimane, palle prigioniere, pugno, tingolo e nascondino!
Ma poi a Sant’Anna, in quei tempi là, si è fatta stanca e triste la voce dell’uomo che porta il bestiame alla fiera e le notizie del mondo. Ed è successo quel che è successo. Elisabetta lo sa raccontare da metterti i brividi. La notte, anche lì a San Romano, diventa gelida e vuota e in quel vuoto, mentre la melodia del violino si fa stridula, vibrante, precipita l’orrore indicibile e cala quel silenzio che non andrà più via. Il Canto del Mondo, questa sera a San Romano, è un canto di guerra, di orrore e dolore. Sul volto di Elisabetta è scolpito un sorriso infantile, il sorriso di chi non potrà mai capire.
E’ in programma ancora, il racconto di Elisabetta, a Ramiseto, il 20 agosto, nel programma del Canto del Mondo. Se siete in zona, andateci.
Quando poi tutto finisce, la folla sfolla e si spengono le luci, faccio fatica ancora un po’ a scuotermi da quell’incanto. Scendo al bar sulla strada dove ho lasciato il Rottame, mi faccio fare un caffè forte per affrontare la notte e la via tortuosa che mi riporterà in Lunigiana. A ogni svolta, a ogni borgo, a ogni pieve illuminata, a ogni campanile, risento nella notte la voce di Elisabetta che mi racconta quel silenzio innaturale, freddo, che sessant’anni fa è calato su Sant’Anna di Stazzema, e che non andrà più via.

Il Canto del Mondo – 1 – Al Passo della Colla

“…Fu allora che Arkady sentì parlare del groviglio di invisibili sentieri che copre tutta l’Australia, che gli europei chiamano le Vie dei Canti e gli aborigeni le Impronte degli Antenati. I miti aborigeni narrano di creature totemiche che nei Tempi del Sogno percorsero il continente cantando il nome di tutte le cose, e col loro canto fecero esistere il mondo”.
Che ci sia una connessione tra il Canto del Mondo, il cui rito, per me, si è appena concluso, e le Vie dei Canti di Bruce Chatwin?
Lo so, non volevo farlo: citare Chatwin in un blog come Strade di Polvere è la cosa più banale del mondo. Uno poteva scommetterci milioni, che prima o poi una citazione di Chatwin sarebbe comparsa, facendosi ricco. Ma il LA involontario me l’ha dato Maurizio Maggiani (si, proprio lui, quello a cui ho già dedicato una pagina, se avete voglia di cliccare indietro sul calendario). Il Canto del Mondo è un’idea sua. E un po’ pensando ai numi totemici degli aborigeni e ai miei sandali impolverati, nonché agli ingranaggi costantemente incancreniti e sgangherati della mia bicicletta, un po’ pensando alla magia di una sera di stelle in una piazza tra i monti e una voce che racconta nel silenzio delle foreste, ho preso il Rottame, ci ho caricato quattro stracci e la vecchia Gios Milarepa, e via son partito. Spiegazioni: il Rottame è una vecchia Panda, adolescente, ormai quasi quattordicenne, arrugginita, uno sconquasso di macchina, ma piena di coraggio; la Gios Milarepa è l’altro mio mezzo di trasporto, quello a pedali, quello con gli ingranaggi incancreniti, che non capirò mai da che parte devo ruotare la ghiera del cambio per renderlo più morbido se troppo duro o più duro se troppo morbido. Tant’è che ogni volta che passo da un rapporto all’altro la Gios Milarepa urla e strepita, contesta e s’incazza, ma poi va, brontolando. Va. Insomma con tutti e tre i miei mezzi di trasporto, compresi i sandali, ho preso la via verso il Canto del Mondo.
La bicicletta l’ho portata perché sono convinto che sia l’unico mezzo, a parte i sandali, che consenta di percorrere il mondo senza ferirlo, con la giusta lentezza e con la giusta fatica. “Gli aborigeni viaggiano con passo leggero. Meno rubano alla terra, meno dovranno restituirle”. La Gios Milarepa l’ho chiamata così non perché voli, come si dice sapesse fare l’omonimo poeta tibetano, autore dei mgur’bum, i centomila canti, cantore, anche lui, del mondo, ma perché ogni sua pedalata è un mantra. Gios, invece, non è nient’altro che il nome della fabbrica che l’ha costruita.
Insomma, divagando divagando, eccomi a sputar sangue e recitare mantra, quasi più vicini alla bestemmia che alla preghiera, su a pedalate per una delle più accidentate e ripide Strade di Polvere che abbiano mai percorso con la sola forza le mie gambe. Intorno, una vertigine di panorami mozzafiato. Lassù, in cima, sempre troppo lontano, che sembra quasi si allontani di dieci metri ogni giro di ruota, il Passo della Colla. Si sale da Val di Tacca. E sali e sali, polvere e sudore, di fianco a te, lassù, il monte Navert, gigantesca prua di roccia, ti guarda e tace. Lo so, bastardo, che mi prendi in giro perché soffro e gemo. Ma tu sei montagna! Ed io un insetto. E chi te l’ha detto che c’è più dignità a esser montagna? I numi totemici che t’han chiamato Navert e t’hanno fatto esistere in tutta la tua consistenza di granito e di foreste? O quelli che m’han chiamato uomo e m’hanno fatto esistere nella mia miseria di carne e sangue? Non ti burlare di me, gigante Navert, che io sempre insetto rimango, sui grovigli di polvere delle tue strade, e tu sempre sarai Montagna!
Però salgo. Sbuffo, stantuffo, e salgo. Un camper mi sorpassa in una tosse che annebbia. Si ferma. Scusa, mi fa lui dal finestrino, è questa la strada che si collega in cima con Lagdei? Direi di si, rispondo; là sotto c’è un bivio equivoco ma se abbiamo preso giusto questa è la via del Passo della Colla, che affronta il Navert, scolletta, precipita sui Lagoni e prosegue per Lagdei. Però, continuo, senz’altro vai meglio tu col tuo motore che io con questi sandali impolverati e questi pedali pesanti. Non so, risponde lui, con questo mica lo so se arrivo in cima… avessi una bicicletta io non avrei problemi. E svanisce in un polverone. Beato te, gli dico dietro. Intanto adesso lui è già a Lagdei davanti a una birra fredda, e io son qui che sbuffo e sputo. Ma Gios Milarepa, bestemmiando, va, e il Navert mi sorride. Hai capito, montagna, che sposto meno polvere io di quei motori che passano ossessionati sempre dalla meta, dal traguardo, e non si accorgono del paradiso di foreste e abissi che li circonda, metro dopo metro, svolta dopo svolta, man mano che i tornanti vanno in quota.
E infine, quasi senza accorgermi, pensando ad altro, la strada si fa piana. Improvvisamente il pedale è morbido e leggero, il sandalo vittorioso spinge senza resistenza. Alzo gli occhi. Un prato. Tre cavalli bradi, un adulto e due puledri biondi, mi guardano curiosi. Loro così belli, lucidi, puliti, e io infangato di sudore e polvere. Avessi visto tre unicorni, e loro un orco, le nostre espressioni sarebbero state le stesse. Là in fondo campeggia un cartello. Il Passo della Colla. Non ti preoccupare, Navert, non ho conquistato nulla, non ho nulla da doverti restituire. Son solo venuto ospite fin quassù a godere i tuoi panorami. Quelle guglie, quei monti lontani che portano nomi di fiaba: il Monte Fosco, il monte Quadro, il Malpasso, il monte Aguzzo, il monte Orsaro, il Lagastrello (dove, mi vien da dire, un giorno una strega deve aver posato il suo mantello). Questo è senz’altro un nodo delle vie dei canti dove gli antenati erano più ispirati che mai. Grazie a Loro, per averti fatto esistere, Appennino! E grazie a te per il freddo oscuro di quella foresta di abeti, fitta da sembrar notte, che di là scende, fino ai lagoni, vertiginosa e nera.
Del Canto del Mondo, di Maurizio Maggiani, di quella sera di stelle in una piazza tra i monti, di quella voce che racconta nel silenzio, ancora non ho detto nulla, ma per ora può bastare. Seguirà.

Un anno senza Tiziano

Avevo appuntamento, quella sera, con certi amici a Firenze, in Santa Maria Novella. Presi il primo treno del mattino non per eccesso di prudenza ma perché quel giorno c’era una manifestazione per la pace e avevo deciso di partecipare. Quelli erano i tempi in cui Junior Bush schierava le sue truppe ai confini iracheni per abbattere il demoniaco Hussein e il suo popolo, dopo aver sconquassato l’Afghanistan, e noi appendevamo ai balconi bandiere iridate. La mia è ancora là, anche se ormai per le intemperie le sue fasce sono un uniforme color sabbia come le rovine di Baghdad e color ruggine come le carcasse d’autobomba. Quel giorno in piazza a Firenze c’era, accanto a me, un uomo dai capelli grigi legati dietro, una poderosa barba bianca, sandali e un lungo caffettano color panna. Lo notai per l’abbigliamento ma soprattutto per quel sorriso appena accennato e quel taglio obliquo dello sguardo. Lo sguardo di chi ha visto molto più di quello che avrebbe voluto vedere. Lo chiamarono dal palco e il suo nome rimbombò sulla piazza. Ci fu un applauso e lui alzò un braccio a salutare, con un gesto che era a metà tra l’imbarazzo di trovarsi in mezzo a una folla e il piacere di trovarsi in mezzo a “quella” folla: la folla della pace. Avevo già letto, a quel tempo, buona parte dei suoi libri, avevo già idealmente viaggiato con la sua guida morale attraverso l’Asia e fui felice di essermi trovato per un attimo a pochi passi da lui, di aver incrociato, anche se appena di striscio, il suo sguardo.
L’anno scorso, il 29 luglio 2004, mi trovavo a Lhasa, in Tibet. Stavo lavorando in un polveroso Internet Point quando qualcuno accanto a me lesse ad alta voce la notizia della morte di Tiziano Terzani. Sapevo della sua malattia ma la notizia mi rattristò e mi lasciò sconcertato. Stetti male, veramente, come se mi fosse morto un amico. Mi rendevo conto che di Tiziano avevamo bisogno, e abbiamo bisogno, in questi tempi di guerra. Riuscii soltanto a dedicargli un frettoloso omaggio sul mio blog, nonostante la connessione lenta e la linea che andava e veniva. Mi tornò in mente quello sguardo di striscio, quel giorno a Firenze, quella sua figura estatica di un uomo che ha raggiunto, con le parole, la vita e i fatti, se non l’illuminazione, almeno la saggezza dei maestri, degli anziani, quella si. Una saggezza che non tutti sanno raggiungere, o sanno apprezzare. Non basta l’età.. E’ passato un anno esatto da quel giorno. Un anno senza Tiziano. La guerra infuria più che mai e l’irragionevolezza dell’umanità dilaga. Ci manca, Tiziano. Ci manca la sua ragionevolezza, il suo buon senso, il suo esempio che non dovrebbero essere niente di che, dovrebbero essere roba comune, e invece sono preziose rarità.