Rapsodia in nero

Adesso vi racconto come ho conosciuto Giorgio. Lui non si ricorderà di me perché io sono uno dei troppi che ha incontrato nelle sue infinite Strade di Polvere. Tuttavia mi piacerebbe che gli arrivassero queste mie parole. Ero a Ushuaia una sera di novembre del 1997. In un rinomato ristorante di quella lontana città, nella Terra del Fuoco, servono il risotto alla centolla. La centolla è una meraviglia di granchio, grosso una mano, di un bel rosa ciccione, che si pesca nel Canal Beagle, tra quegli scogli incazzati e lambiti dai Quaranta Ruggenti. Per la verità quella sera credo abbiano usato una centolla sola per venti persone. Ma tutto tornava, alla fine: un granchio era nel risotto e gli altri diciannove nel conto. A quell’epoca la nostra lira sfigata non valeva un cappero in confronto a sua maestà il dollaro, e Menem aveva appena avuto la brillante idea di equiparare al dollaro il peso argentino. Quindi diciannove centolle non mangiate erano un capitale. Ma questo non c’entra.
In quella sala, in un angolo, c’era un ragazzo bruno, magro, con baffetti a metà tra Clark Gable e Fred Buscaglione, che mangiava spaghetti al ragù. Niente centolla. Da solo. Facemmo conoscenza. Italiano, si chiamava Giorgio, era in giro. Sono anni che viaggio, ci disse, e adesso sto per iniziare il mio viaggio più lungo. Giorgio ci spiegò che stava aspettando il suo mezzo di trasporto, che era fermo a Buenos Aires per questioni di dogana, e che forse sarebbe arrivato l’indomani. Il suo mezzo di trasporto era una Vespa, spedita nuova fiammante dagli stabilimenti di Pontedera. La serata continuò in un caffé. Un salto in albergo e Giorgio ci portò un dossier di fotografie e ritagli di giornale. Ci raccontò i suoi viaggi, di quando partì da Roma in vespa e arrivò a Saigon, di come avesse attraversato in solitudine le due Americhe, tutta l’Asia, mezza Africa. Sempre con la storica e grintosa motocicletta. E adesso, il progetto più ambizioso: sfruttare i punti di minore distanza tra i cinque continenti per percorrerli tutti, dalle Americhe alla Siberia, dall’Europa all’Africa, al Medio Oriente, all’Asia, all’Indonesia e all’Oceania. Prevedeva di arrivare nell’autunno del duemila in Tasmania. C’è arrivato con un po’ di ritardo, in verità, per una serie di faccende che non sto qui a raccontarvi, perché lo sa fare meglio lui.
Non mi resta che consigliarvi i suoi libri. Il primo, intitolato “In Vespa”, racconta il viaggio dall’Italia al Vietnam. Il secondo, “Brum brum”, fa una sintesi delle altre spedizioni intermedie e racconta la prima parte della grande odissea intercontinentale incominciata proprio quel giorno a Ushuaia. Adesso, da pochissimo, ho trovato in libreria la seconda puntata della grande avventura: “Rapsody in black”, in cui Giorgio ci racconta l’odissea africana. Tutti i volumi sono pubblicati da Feltrinelli e l’autore è Giorgio Bettinelli.
Dalle pagine di questo polveroso blog non posso fare a meno di consigliare a tutti di leggere quei racconti appassionanti per scoprire un nuovo modo, coraggioso, rispettoso e consapevole, di imparare il mondo e la sua gente. E chissà che un giorno non mi capiti, in qualche landa desolata, di sentire un ronzio lontano e di trovarmi ancora con Giorgio, davanti a una birra, un bicchier di vino o un caffé, a riascoltare, dal vivo, le sue Strade di Polvere.

Dal Cervino all’Himalaya

Vorrei dare spazio su “Strade di polvere” a due iniziative che coinvolgono anche la nostra associazione Aiuto allo Zanskar onlus.

Il filmfestival più alto del mondo ospita la più bella avventura himalayana. Parliamo del “Cervino International Film Festival” dove sabato 23 luglio alle 17.40 (Cinéma des Guides – Breuil-Cervinia) viene proiettato “Zanskar, le chemin des glaces” di Anne, Veronique e Erik Lapied. Con i suoi 46′, il video affascinerà gli spettatori mostrando carovane zanskar-pa sul fiume ghiacciato. La valle dello Zanskar è completamente isolata da novembre a maggio. Per un breve periodo fra gennaio e febbraio l’unica via di accesso è attraverso le gole del fiume Zanskar ghiacciato. Da Padum scendono a Leh i venditori di burro e qualche ragazzino lascia la valle per andare a studiare nella “capitale” (in realtà ormai sono pochissimi perché la nostra scuola offre un corso di studi completo fino alle superiori).
La vicenda ha appassionato la giuria della nona edizione del “Festival International du Film Aventure & Découverte de Val d’Isère” nel cui Palmares il video entra vincendo il premio Alain Esteve. Nel 2004 ha vinto anche il premio della Federació d’Entitats Excursionistes de Catalunya e la Stella alpina d’argento al festival di Torellò e il Prix Adventura – Homme et environnement a Montreal come miglior film sulla relazione fra l’uomo ed il suo ambiente; un premio al 21mo Festival International du film Montagne Aventure ad Autrans; un premio al 35° Festival du film alpin des Diablerets. Ottimi risultati, sicuramente per la bravura dei cineasti ma soprattutto perché il tChadar “il sentiero di ghiaccio” è una insuperabile avventura.
Aldilà del valore del documentario, quello che ci si può augurare è che lo Zanskar non venga ancora una volta sfruttato e che vi sia un “ritorno” perché no?, anche economico. Alla proiezione gli autori distribuiranno al pubblico, che mi auguro numeroso, i depliant di AaZ onlus sulla attività della nostra scuola in Zanskar.
http://www.promocinema.org/ce rvinofilmfestival/cfs/modules/n ews/
http://www.valdisere.com/fr/a ctivite/festival/aventure.php
http://www.torellomountainfil m.com/principal/principal.htm
http://www.follmi.com
http://www.aazanskar.org


“Profonda commozione me la dava più che il luogo la gente. Osservando quelle facce di contadini, di pastori, quegli sguardi concentrati su di un’autentica mistica esperienza, sentivo di trovarmi dinanzi ad una dimensione insolita dell’animo umano”. Da questa frase di Fosco Maraini ma soprattutto da testimonianze come quella di Palden Gyatso, monaco liberato dopo anni di torture e prigionia, parte l’omaggio al Tibet di Giuseppe Cederna. Lo spettacolo ha debuttato a Roma il 1° aprile e nell’occasione Giuseppe era accompagnato da Gabriele Mirabassi col suo clarino.
Ora Giuseppe propone a Milano la nuova versione ed accanto a Cederna, come voci recitanti, abbiamo Antonio Catania, Doris von Thurye e Federico Fazzioli. La musica live è di Alberto Capelli, virtuoso di sitar, che collabora anche allo spettacolo “Il grande viaggio” che Giuseppe sta portando nelle estive piazze italiane.
“Il Tibet terra di deliri, di bellezza e di orrido, di cielo libero sui deserti sassosi e di antri dove l’aria è come quella di una vecchia fauce, di cime eccelse scintillanti nel sole e di spiazzi dove si tagliano a pezzi i cadaveri per darli in pasto agli avvoltoi; di semplicità e crudeltà; di purezza e di orgia”.
In questo happening – progetto speciale Giuseppe ci accompagna attraverso i racconti e l’emozione dei grandi viaggiatori occidentali che quella terra lontana hanno conosciuto e amato: Alexandra David Neal, Heinrich Harrer, Nicolas Roerich, Ippolito Desideri, Pietro Verni, Tiziano Terzani… E poi Lama Govinda e sua santità il Dalai Lama. Lo spettacolo si tiene all’ex Paolo Pini a Milano sabato 23 luglio per la rassegna “Da vicino nessuno è normale”.
Aiuto allo Zanskar sarà presente allo spettacolo con uno stand per presentare le proprie attività nella regione tibetana di Zanskar.
http://www.olinda.org/2005/da vicino.htm
http://www.produzionifuorivia .it/ArtistiProgramma/cederna/agenda.php
 
 

L’occhio di Maitreya – settima puntata

In quanto a Ser Persivaldo, se la diede a gambe come una furia e rifece tutto d’un fiato il viaggio da Rangdum a Kargil e da Kargil a Lamayuru e da Lamayuru a Leh e da Leh a Manali e da Manali all’oceano, e salpò il Granrottame in tutta fretta e ben presto doppiò Buona Speranza, passò al largo di Capo Verde, non si fermò nemmeno a Marsiglia e arrivò in Inghilterra in uno stato penoso, con le vele a brandelli e le sartie strappate. Sbarcò di corsa, con i vestiti scoloriti dalla salsedine, con i capelli dritti e uno sguardo da pazzo, corse a perdifiato fino alla sua vecchia casa, prese per mano la bella Giasmina e senza dire una parola la trascinò a bordo del Granrottame e fece vela verso il mare aperto. Da una finestra della sua villa lord Grunfmansteel lo vide con il cannocchiale scomparire all’orizzonte e fino ad oggi nessuno ha più avuto sue notizie.
Intanto, Padre Fumagalli, guarito dalla malattia, prese la decisione di abbandonare il saio dei gesuiti. Si fece rasare a zero, indossò il mantello rosso dei monaci tibetani e ora recita mantra interminabili, si nutre di farina d’orzo, tè e burro di yak, dipinge i mandala con la sabbia, suona melodie lugubri con lunghe trombe d’ottone, e nelle feste indossa le orride maschere zannute e danza e danza in tondo al ritmo dei gong e dei tamburi per scacciare gli spiriti maligni.
Vi giuro sulle teste dei vostri figli che tutto questo corrisponde a verità e non è nient’altro che la verità.
Sulla chiatta ormeggiata tra le nebbie del Tamigi, alla penombra della candela, un silenzio attonito e alquanto incredulo segue il tacere della voce.
E un’altra storia è stata raccontata.

L’occhio di Maitreya – sesta puntata

Il fragore di un gong frantumò improvvisamente il silenzio. Mille voci intonarono contemporaneamente un mantra senza fine che saliva di tono e di volume fino alla pazzia e dalla profonda oscurità del tempio comparvero schiere di demoni, o almeno così parvero: volti zannuti, teste di toro, corone di teschi, occhi sgranati, fauci voraci, bandiere fiammeggianti, sciabole sguainate ricurve e scintillanti… Sembrava che tutte le divinità protettrici del tempio si fossero materializzate dalle ombre stesse della notte. Forse erano solo i monaci, che indossavano le maschere e i paramenti delle cerimonie sacre, ma l’effetto fu tale che anche lo spavaldo Beatle Jack se la fece nei pantaloni (il che, devo dire, non aumentò poi di molto il fetore che emanava normalmente dalle ascelle) e cadde rovinosamente giù dalla statua, fermandosi sul pavimento con molte ossa fratturate.
Il povero Padre Fumagalli cadde anche lui svenuto per la paura e si ammalò di una febbre dalla quale non guarì prima di un paio di mesi.

L’occhio di Maitreya – quinta puntata

Qui accadde il fattaccio. Io ve lo riferisco così come mi è stato raccontato: proprio quando si trattava di arrampicarsi a staccare la gemma preziosa dalla fronte del Buddha, Ser Persivaldo estrasse la sciabola e si mise con le spalle alla statua a fronteggiare il terribile Beatle Jack. Padre Fumagalli si fece il segno della croce e a quel gesto blasfemo le immagini dagli occhi sgranati e dalle zanne insanguinate che balenavano sulle pareti alla luce fioca delle candele sembrarono agitarsi di rabbia. Fino qui ci siamo venuti, disse Ser Persivaldo, e la missione è compiuta; voi ne siete testimoni e la mia Giasmina è salva; non c’è bisogno di derubare questo popolo mite. E’ un sacrilegio come rubare il calice in una chiesa, aggiunse timidamente Padre Fumagalli. Ma il rude Beatle Jack sputò per terra, prese la lama affilata della spada di Ser Persivaldo come fosse un ramo secco e la lanciò via a conficcarsi in una delle colonne laccate che sorreggono il tempio. Poi guardò Ser Persivaldo negli occhi e disse solo: o la gemma, o la figlia! e spinse da parte il malcapitato. In un balzo fu in cima alla statua, infilò la punta del coltello sul bordo del rubino e cercò di scalzarlo via, ma in quel preciso istante successe il finimondo.

L’occhio di Maitreya – quarta puntata

Quella notte, quando tacquero i canti dei monaci e si spensero le candele, tre ombre sinistre scivolarono alla base del monastero. Beatle Jack aveva un coltellaccio tra i denti e una fune avvolta a matassa su una spalla, era tutto vestito di nero e pareva uno spettro. Padre Fumagalli tremava come una colomba per il freddo e la paura, e Ser Persivaldo, per la rabbia e per evitare che tremassero, stringeva i denti tanto da emettere uno stridore che tutti addebitarono a qualche misterioso uccellaccio notturno. Beatle Jack lanciò la fune con un grappino che si agganciò a una finestrella d’angolo e i tre, con gran difficoltà, si issarono fino al davanzale.
Scavalcarono e si trovarono in uno stanzino buio, con un terrapieno umido e scuro con un buco nel mezzo: era la latrina dei monaci e da quel buco saliva un balsamo che in confronto le ascelle di Beatle Jack erano lavanda fiorita.
Si chinarono per una stretta porticina, attraversarono un corridoio oscuro e proseguirono a casaccio per le stanze del monastero. Ogni tanto si fermavano, ascoltavano il profondo respiro dei monaci addormentati, e infine trovarono la porta del tempio.
C
hiusa a chiave da un pesante lucchetto.
Beatle Jack stava già per sfondare la porta millenaria con una spallata quando Padre Fumagalli, appoggiandosi per caso a una sporgenza del muro, trovò una chiave. Entrarono. Nel tempio c’era odore di burro rancido e alcune lampade votive fiammeggiavano alla base della grande statua dorata del Buddha Maitreya, adornata da una scintillante corona d’oro e brillanti. Nel centro della fronte scintillava il grande rubino rosso.

L’occhio di Maitreya – terza puntata

Salparono una grigia mattina di due settimane dopo a bordo del Granrottame, la goletta di Ser Persivaldo. Attraversarono il canale della Manica, fecero scalo a Marsiglia e a Capo Verde, proseguirono verso Buona Speranza, poi risalirono l’Oceano Indiano e dopo poche settimane di navigazione approdarono sulle coste dell’India. Trovarono una carovana di muli e si misero subito in cammino. Raggiunta la città di Manali sostituirono i muli con una coppia di Yak, giganteschi bisonti dalle ampie corna e dal folto pelame quasi più puzzolente delle ascelle di Beatle Jack (quasi). Presto arrivarono a Leh, nell’alta valle dell’Indo. Fecero scorta di cibo e di tè e proseguirono lungo la pista per Lamayuru. Qui furono ospitati dai monaci che li rifocillarono con generose porzioni di farina d’orzo impastata nel tè al burro che provocò nei viaggiatori una certa liquida dissenteria. L’indomani la carovana ripartì per Kargil, sostò nei pressi della moschea, poi imboccò la valle del Suru, salì alle pendici del Kun-Nun, si aprì la strada attraverso i nevai, ridiscese la morena del grande ghiacciaio e all’imbrunire arrivò nella vasta piana di Rangdum.
Il monastero di Rangdum sorge su una roccia che si erge a picco proprio in fondo alla pianura alluvionale, in un immenso anfiteatro di montagne. Un ultimo raggio di sole illuminava di rosso e d’oro il monastero arroccato, mentre il paesaggio circostante era sprofondato nella fresca penombra della sera.

L’occhio di Maitreya – seconda puntata

Il valore della pietra era talmente alto che quel poveraccio di Ser Persivaldo, marinaio squattrinato, non poteva certamente possedere nulla che reggesse il confronto. Tirò fuori dalle tasche un mezzo tallero fuori corso, un bottone, una crosta di formaggio, e questo era tutto ciò che possedeva. Allora lord Grunfmansteel dichiarò il suo gioco e tutto fu chiaro. Come sapete Ser Persivaldo ha uno splendore di figlia in età da marito, la bellissima Giasmina, partorita in un bordello di Singapore, che invece di continuare la professione della madre ha preferito seguire il padre nei suoi viaggi in alto mare. Fu lei la gemma che lord Grunfmansteel chiese come contropartita per la sua scommessa, e non certo in sposa, ché lui era uomo d’alto lignaggio e poi per il matrimonio aveva una certa allergia, ma per una notte, tanto per cominciare, e poi eventualmente per altre, a scelta sua, fino alla noia.
Tutti voi, che siete uomini di buon senso, avete capito che quella non era scommessa da fare, ma con tre birre in corpo a Ser Persivaldo il buon senso faceva difetto e orgogliosamente accettò. Si trattava di raggiungere una remota valle himalayana, nell’India settentrionale quasi al confine col Tibet, arrampicarsi nottetempo fino al tempio di Rangdum e trafugare per conto di lord Grunfmansteel il terzo occhio della statua gigante di Maitreya: un rubino scintillante grosso quanto una grossa patata. Per garantire la correttezza dell’impresa e per testimoniare l’avvenimento furono chiamati a partecipare anche uno sgherro di lord Grunfmansteel, il losco Beatle Jack, e una persona di fiducia di Ser Persivaldo, il quale scelse il mite Padre Fumagalli, un gesuita milanese magro e pallido come una fetta di scamorza. Ed è proprio da lui che ho saputo com’è andata a finire l’impresa, ed è grazie a lui che sono in grado di raccontarvela.

L’occhio di Maitreya – prima puntata

Questa storia incomincia una sera di nebbia e gelo sulle rive del Tamigi. Una chiatta ormeggiata dondola sull’acqua nera e la nebbia e il freddo l’avvolgono come un abbraccio funebre. Da una finestrella traspare un’ombra di luce gialla, tremolante, di candela. Dentro, alcuni uomini avvolti nei mantelli, e una voce che viene da un angolo in penombra.
L’ho visto io con i miei occhi – dice la voce – Ser Persivaldo, cadere nel tranello! Aveva bevuto già un paio di birre quella sera, e come tutti sapete quel poveruomo reggerebbe meglio una trave di calcestruzzo che un paio di boccali. E come sempre cominciò a raccontare dell’Africa, dei leoni, dei cannibali, dei gorilla, di quando si salvò dai coccodrilli dello Zambesi fuggendo in mongolfiera prima di precipitare nelle cascate Vittoria… insomma le solite storie. Ma quella sera al circolo dei marinai c’era lord Grunfmansteel, zitto in un angolo, che fumava la pipa ed ascoltava con apparente disinteresse. Finchè, in un momento di silenzio mentre Ser Persivaldo s’ingolava la terza birra, lord Grunfmansteel parlò. Disse solo: non ci credo, e soffiò il fumo della pipa verso il soffitto. A Ser Persivaldo la birra andò per traverso e tossì anche l’anima, poi si asciugò la faccia, si soffiò il naso, e ve lo giuro sulle teste dei vostri figli che si lasciò scappare un rutto dal profondo del ventre che, al confronto, l’alito di pesce marcio di una megattera matriarca è fragrante come una brezza di montagna. E lì scattò il tranello: lord Grunfmansteel si sfilò un anello con un brillante grosso come il mio naso e lo posò sul tavolo. Sono pronto a scommettere questa pietra contro qualcosa di ugual valore che non sarete in grado di portare a compimento una facile missione nelle lontane Indie, disse lord Grunfmansteel.