Caravane pour la Palestine

Certo sono tempi strani. Lui, Ariel Sharon, il grande falco del Likud, che ottenne il potere nello Stato di Israele con una propagandistica e provocatoria passeggiata sulla spianata delle moschee, Ariel Sharon il costruttore dei muri, il persecutore dei palestinesi, primo ministro israeliano, oggi appare "accerchiato", così scrivono i giornali, nella sua iniziativa di ritiro delle colonie israeliane. Lunedì un comunicato dell'ANSA recitava: "I coloni hanno realizzato stamane un nuovo avamposto a Gaza mentre il ministro Herzog congela lavori edili in 50 luoghi della Cisgiordania. Il titolare del dicastero dell'Edilizia ha bloccato la costruzione di quegli avamposti ritenuti 'illegali'. Ma a Gaza i coloni non demordono e dopo i tafferugli di ieri con i militari israeliani hanno impiantato 'un accampamento di tende' sul lato opposto al blocco di insediamenti Gush Katif, come annunciato dal responsabile del Gaza Beach Regional Council ".
Oggi Marco Ansaldo, inviato a Tel Aviv, scrive sulla Repubblica: "Israele si è vestita di arancione. Bandiere appese alle case, nastrini appuntati tra i capelli. Chi è contro il ritiro dei coloni e appoggia la resistenza degli insediamenti contro il piano Sharon ha adottato la nuova bandiera che sventola beffarda perfino sotto l'ufficio del primo ministro. Ieri intanto è stato condannato a 56 giorni di reclusione il soldato israeliano che si era rifiutato di partecipare alla demolizione di alcune abitazioni abbandonate in una colonia a Gaza".
Certo sono tempi strani. Tempi di guerra. Tempi in cui la pace sembra sempre più lontana. Tempi in cui il rispetto dei diritti umani è sempre più uno slogan inascoltato. E in questi tempi strani dall'Europa parte una iniziativa in favore del popolo palestinese. La notizia fatica a trapelare, arriva via internet, sui giornali non se ne trova traccia: una carovana di solidarietà partirà da Strasburgo il 5 luglio, tra pochissimo, raggiungerà Ginevra e poi Milano la sera del 6 luglio, e il giorno dopo Trieste. Poi proseguirà il viaggio via Lubiana, Zagabria, Belgrado, Sofia, Istanbul, Ankara, Aleppo, Damasco, Amman, Gerusalemme, passando per il ponte di Allensby, al confine tra Giordania e Cisgiordania. L'arrivo a Gerusalemme è previsto il 19 luglio.
Recita il comunicato: "Il progetto unisce donne e uomini di varie estrazioni culturali, sociali e politiche, con l'obiettivo di promuovere un'iniziativa internazionale per il rispetto della dignità e dei diritti umani, attraverso l'applicazione del Diritto Internazionale come indicato dalla Dichiarazione Universale per i Diritti dell'Uomo del 10 dicembre 1948, dalle risoluzioni delle Nazioni Unite e dalla Convenzione di Ginevra. In Francia si è costituita l'associazione, "Caravane pour la Palestine", con l'obiettivo di curare tutti gli aspetti organizzativi del viaggio. Ulteriori informazioni possono essere ottenute visitando il sito http://caravane.palestine.fre e.fr".

In questi tempi strani e oscuri, qualsiasi iniziativa in favore della pace, della convivenza dei popoli e del rispetto dei diritti va appoggiata e divulgata, nella speranza di arrivare un giorno a provare orgoglio e non vergogna di appartenere alla razza umana.

Il cammello e il morin kuur

Un tempo molto lontano il cammello aveva le corna. Un giorno venne il cervo e chiese al cammello le sue corna in prestito. Il cammello gliele diede e il cervo se ne andò via e non le restituì mai più. E’ per questo che ancora oggi il cammello, con quel suo sguardo buono e triste, continua ad osservare l’orizzonte. Aspetta, invano, che il cervo torni a riportargli le sue corna.
Inizia così. Vento, sabbia, cespugli. Un altipiano arido. Impronte nella polvere. Un vecchio raccoglie legna, poi si siede e, nella sua lingua mormorata e nasale, con un sorriso tutto rughe, racconta la storia del cervo che rubò le corna al cammello.
E’ un film. Qualcuno dice un documentario. E’ un film. Solo che gli attori, uomini e animali, interpretano se stessi. La storia è bellissima. Una famiglia di allevatori degli altipiani del Gobi. Nonni, nonne, padri, madri, figli e nipotini. Raccolti intorno a un grappolo di jurte, battute dal vento e dalle tempeste di sabbia, infuocate dal sole, accarezzate dalle albe e dai tramonti d’Asia. Un gregge di pecore e capre. Una mandria di cammelli. Lunghi silenzi, il canto del vento, che chi ha frequentato quei luoghi conosce bene, scarni dialoghi in quel dialetto mongolo a fil di voce, abituato al silenzio, pochi essenziali sottotitoli.
Il cammellino bianco, appena nato, non viene riconosciuto dalla madre, che non lo allatta. Inutili i tentativi di convincerla. Il cammellino, gracile, rischia di morire di fame prima dello svezzamento. I cineasti, nei suoi occhi di puledro, riescono a cogliere una dolcezza infinita e una tristezza straziante. E riflessa negli occhi della madre una severità inspiegabile, poco animalesca, quasi ferocemente umana.
I vecchi riuniti in consiglio accanto alla stufa, davanti a un tè al latte, decidono che per risolvere il problema è necessario cercare un suonatore di violino. Inizia così la spedizione di salvataggio. I due figli giovani, presto all’alba, si mettono in viaggio. Sempre dritto, seguendo la linea telefonica. Due giorni di cammello. Si arriva a un piccolo centro abitato. Jurte e qualche baraccone di cemento. C’è un mercato, botteghe, un meccanico, una scuola. Uno di quei luoghi in cui, se viaggi attraverso l’Asia, ti senti a casa, nonostante la povertà e il nulla che ci trovi, in confronto al troppo che abbiamo qui. Vendono televisori impolverati, che affascinano il ragazzino più giovane. E c’è una scuola di musica, dove un maestro insegna ai bambini a suonare il morin kuur. E’ una sorta di violoncello mongolo, il morin kuur, con due corde di crine, tese da due enormi chiavi di legno, e sul ricciolo, scolpita, una testa di cavallo.
Verrà, il suonatore di Morin Kuur, al villaggio, qualche giorno dopo, in motocicletta, a convincere con la musica stridente delle sue corde di crine la madre ad allattare il suo piccolo bianco. Verrà. Il suono del morin kuur, nei toni vibranti che sembrano risunare in sincronia col vento e con la voce sgraziata del cammello, accompagnato da un melodico canto di donna e da una costante, dolcissima carezza, farà breccia nel cuore arido della madre. E la madre piangerà lacrime di commozione mentre il piccolo incomincerà a nutrirsi del suo latte.
Il film si chiama “La storia del cammello che piange”, è una coproduzione Germania/Mongolia e i registi sono Luigi Falorni e Byambasuren Davaa. Un consiglio: è un film da vedere assolutamente al cinema. Un capolavoro. Chiunque ami l’Asia, la natura, il mondo, non dovrebbe lasciarselo sfuggire.

University Road

Noi gente d’occidente ci siamo talmente abituati alla democrazia, o a quella che consideriamo tale, da darla per scontata. Siamo convinti che da qualche parte, in qualche palazzo, ci sia qualcuno, qualche demo buono e generoso, che la eserciti per noi, questa crazia, questo buon governo che non ci fa mancare nulla. Siamo giunti al punto che nemmeno andiamo più a votare, convinti che il voto sia un dovere, un fastidio, e non piuttosto il diritto di ciascuno di pensare e di dire la sua (…se poi c’è chi fa un minimo di propaganda per convincerci a lasciare le cose come stanno, figuriamoci!). Se ci pensiamo, in un paese grande come gli Stati Uniti un presidente tanto potente da poter decidere, senza pressoché nessuna opposizione valida, di scatenare questa terza guerra mondiale, è stato eletto esattamente dalla metà dei votanti, che forse erano meno della metà degli aventi diritto al voto. Quindi da meno di un quarto della popolazione, una minoranza insignificante. Eppure quello è il modello di democrazia al quale tutti ci ispiriamo.
Ma spostiamoci agli antipodi, in Asia, e sentiamo un po’ cosa scrive Raimondo Bultrini sulla Repubblica di oggi a pagina 15: “Mario Zaw ci fa accucciare nell’auto mentre indica velocemente University Road. Una striscia di luce tra un sipario di nubi monsoniche si riflette sul lago Inya mentre i fari di un blindato dell’esercito costringono la guida a schiacciarci ancora di più, fin quasi sotto i sedili del taxi. Per abitudine la Signora si alza alle quattro e mezzo del mattino per la prima seduta di meditazione, ma non filtrano luci dalle finestre. Quasi certamente manca la corrente elettrica come in gran parte della città, sebbene in questo quartiere avvenga molto meno che altrove. Tutto intorno a University Road, infatti, vivono i Signori della Terra d’Oro, i generali sempre più accerchiati nel loro labirinto di giardini che si susseguono tra muri invalicabili, alberi frondosi e camionette della security”. In University Road, a Rangoon, Myanmar o Birmania che dir si voglia, vive agli arresti domiciliari Aung San Suu Kyi, la Signora, che, come scrive più sotto Anais Ginori, “ha lasciato una famiglia in Gran Bretagna per dedicarsi alla battaglia politica del suo paese. L’ultima volta che l’abbiamo vista era il 1988, racconta Lucinda Aris, cognata della dissidente birmana. Suo fratello Michael, insegnante a Oxford, aveva sposato nel ’72 Aung San Suu Kyi, allora studentessa di filosofia e scienze politiche. Un matrimonio lungo e felice con la nascita di due figli. Nel 1988 Aung San Suu Kyi va a Rangoon per accudire la madre che sta morendo. Non tornerà più. Michael Aris è morto per un cancro nel 1999. Quando ha saputo della malattia ha chiesto di poter vedere un’ultima volta sua moglie. La giunta militare del Myanmar ha detto no”.
Ieri, 19 giugno, la Signora ha compiuto 60 anni nel più completo isolamento, assediata nella sua prigione. Scrive ancora Bultrini: ” Più volte le è stata offerta la libertà in cambio di una minore intransigenza sui meccanismi elettorali di transizione alla democrazia, ma la Signora non vuole essere libera, con 1400 dissidenti ancora in cella”.
Noi invece, per pigrizia e sonnolenza intellettuale, rifiutiamo il voto. Rifiutiamo la ragione. E generiamo mostri.

I monaci di Sera-je

Un evento importante che vorrei segnalare ai lettori di questo blog: questa sera, Giovedì 16 giugno, a Maison Musique, via Rosta 23, Rivoli (TO), alle 21,30, ci saranno i monaci tibetani di Sera-je. Eccovi il comunicato pubblicato sulla newsletter di Maison Musique e del Folk Club (trovate qui a lato il link del sito):
La musica religiosa tibetana si è formata tra l’ottavo e il quindicesimo secolo dell’era moderna, ed è scaturito dall’influenza che la musica indiana (all’epoca già strutturata e sedimentata) ebbe su alcune tradizioni musicali preesistenti nell’area. Ecco allora che le grandi e caratteristiche “trombe” telescopiche, di origine autoctona, incontrano le vocalità indiane, e gli strumenti sacri a Shiva (trombe in osso, cimbali, conchiglie, cinture di campanelli) originari del subcontinente indiano. Oggi come in passato nei monasteri la musica è eseguita nella sala della preghiera, ed è considerata strumento adeguato al raggiungimento della pace interiore, all’interruzione del flusso di pensieri e all’armonizzazione del corpo e della mente.
I Cham, le danze rituali, sono invece riservate alle feste legate alle ricorrenze religiose. I Cham vengono rappresentati nei cortili dei monasteri e richiamano pubblico da molto lontano, anche settimane di cammino. Il Cham riveste un ruolo fondamentale nella crescita spirituale del monaco ed è una vera e propria meditazione in movimento, mezzo per entrare in comunicazione con il divino. Essa può essere vista su tre livelli: il primo, quello esterno, si riferisce al movimento del corpo, la gestualità; il secondo, quello interno, si basa sugli ornamenti simbolici che compongono il costume rituale; il terzo, il più profondo, riguarda la mente e lo stato di purezza che raggiunge attraverso il Cham.
I monaci del monastero di Sera-je presenteranno a Maison Musique un programma rituale, che attraverso preghiere musicali (quella iniziale per la purificazione del luogo, quella finale per la pace, quella dei sette rami, ecc.), e danze (quella del cervo, quella dell’allegria, quella degli scheletri, ecc.); trasporterà il pubblico in un luogo sospeso aldilà dello spazio e del tempo, il luogo della spiritualità più pura.
Ingresso 5 euro.