Avventure nel Mondo

Vi comunico che sull’ultimo numero della rivista AVVENTURE NEL MONDO è stato pubblicato l’articolo “TERRE CONTESE – dal tetto del mondo al Taklamakan” che ho scritto in collaborazione con la mitica Marisa da Re.L’articolo è stato scritto (e in parte pubblicato qui sul blog) nel corso della nostra spedizione tra Tibet e Xinjiang, le due “province”, una di cultura buddista e l’altra islamica, che da secoli rivendicano la loro autonomia dalla Cina. L’articolo è illustrato con alcuni acquarelli e foto di mia sorella Vilma. La rivista viene spedita in abbonamento postale a tutti i soci (costo dell’abbonamento annuale 6 euro, 4 euro se chi si iscrive, beato lui, ha meno di 24 anni) oppure è reperibile nei negozi convenzionati con Avventure e nelle librerie specializzate in viaggi (a Torino la trovate presso Il Giramondo, via Carena 3, dalle parti di Piazza Statuto, oppure presso Il Mondo in Tasca, via Montebello 22, proprio sotto la Mole Antonelliana). Maggiori informazioni sul sito di Avventure. Inoltre la rivista, e quindi anche l’articolo, è reperibile in versione on-line sul sito di Avventure nel mondo di cui trovate il link qui a lato.

Viaggiatori notturni

Come si fa a scrivere di un tale che viene a parlare di ciò che scrive? Sembrerebbe un giro vizioso fine a se stesso. Eppure mi scappa la mano. Mi scappa la voglia di condividere con qualcuno l’ora e mezza passata in compagnia di costui. Un uomo magro. Pantaloni beige. Camicia a scacchi, marrone chiaro, aperta. Un giubbottino sulla spalla. Ha un’andatura vagamente ondeggiante e si appoggia per camminare a un bastone. Capelli neri, un po’ ribelli al pettine. Occhiali spessi. Ha un viso ossuto, lungo, ligure, e un sorriso strano. Guarda sempre altrove, ha un atteggiamento schivo, timido, fragile. Ti sembra debba spezzarsi da un momento all’altro. La situazionie ideale, per incontrarlo, sarebbe la quiete di un’osteria di campagna, davanti a un bicchiere e un panino con le acciughe. Oppure il mare, ma un mare solitario, deserto, invernale. Invece no. La situazione è ben diversa. Dopo alcune ore passate nel frastuono assordante della fiera del libro, mi infilo nella sala blu, una delle ipertecnologiche sale di conferenza. Poltrone comode, schermo acceso con il logo della fiera, musica ovattata dai diffusori, un tavolo con sottili microfoni con la lucetta rossa accesa. Ore diciassette. Lezione di scrittura del professor Domenico Starnone. Non è lui l’uomo magro. Il professor Starnone parla di sogno, idea, memoria, racconto. Parla di scrittura. Parla bene e cattura per un’ora e mezzo. Poi domande, risposte, un applauso e la gente si alza, si forma il capannello degli autografi. Io rimango lì. Alle 18,30, in quella stessa sala blu, arriverà l’uomo magro. Lo so e l’aspetto. Arriva, l’uomo magro, che la gente è ancora lì a fare capannello, molte sedie sono ancora vuote, non si è ancora concluso il ricambio degli spettatori in sala. Lo vedo salire dal fondo, solo, col suo bastone, mi passa accanto nel corridoio centrale tra le sedie, guarda il capannello di folla intorno al professor Starnone, poi mormora qualcosa e se ne va. Me lo immagino svicolare fuori alla ricerca di un anonimo caffè, dribblando la folla, sperando di non essere riconosciuto. Tornerà poi, quando la sala blu sarà nuovamente gremita di un pubblico composto, silenzioso, in attesa. L’uomo magro si siede al suo posto, aspetta con pazienza distaccata la presentazione sintetica del direttore della fiera, poi tutto si fa silenzio. Beve un bicchier d’acqua, sorride guardando verso nessuno, verso un punto inesistente in fondo alla sala, in alto sulla parete. E incomincia a raccontare, lentamente e con lunghe pause, il viaggio che lo ha portato, in macchina, da Genova a Torino. E lo racconta come un’impresa entusiasmante. Come Bonatti racconterebbe la conquista del Cervino. E’ una giornata radiosa. La giornata peggiore, dice, per venir qui a rinchiudersi in una fiera. Il direttore, lì vicino, ha un leggero gesto di disappunto. L’uomo magro dice che in una giornata così, lasciandosi dietro le Alpi Apuane e ritrovando le nostre, quelle piemontesi, imponenti e scintillanti sotto il blu profondo di un cielo incredibilmente limpido, in una giornata così, dice, è bello persino l’autogrill, con tutti i suoi colori e il via vai delle auto. E’ bello perfino l’asfalto, così tutto sberluccicante, in una giornata così. E comincia a parlare di viaggio, di viaggi, e di viaggiatori. Parlerà marginalmente anche del libro che ha scritto, dice l’uomo magro, ma non è questo che conta. Lui è qui, oggi, per raccontarci una storia. Perché viaggiare, ascoltare, e raccontare, è tutto quello che sa fare. E’ tutto quello che vuole fare. E’ tutto quello che può e che deve fare. Non potrebbe esistere altro, nella sua vita, che una strada per andare e un crocicchio in cui fermarsi. Un crocicchio. Uno di quei luoghi, dice l’uomo magro, uno di quei nodi del nostro andare, dove se ti fermi e aspetti, sempre sicuramente prima o poi incontrerai qualcuno. Qualcuno che passa di lì con un mucchio di storie da raccontare. Ecco. Anche quella sala blu, anche quel microfonino con la lucetta rossa, anche il silenzio impossibile di quella sala oasi nella bufera della fiera, anche quello, per l’uomo magro, è un crocicchio, dove ci si ferma a raccontare. Ci sono due tipi di persone che vanno per le strade, e che si fermano ai crocicchi. Ci sono i viaggiatori. E ci sono i migranti. Il migrante, però, a differenza del viaggiatore, è colui che non si spinge oltre. E’ colui che arriva fino al limite estremo che riesce a raggiungere l’elastico in tensione che lo collega con la sua casa, con la sua terra. Poi, improvvisamente, l’elastico lo riporta indietro. Oppure si spezza, e il migrante non tornerà mai più a casa sua. Ma se chiedete, anche in punto di morte, a un migrante, qual’è il suo più grande desiderio, lui dirà: tornare a casa. Questo è il migrante. Il viaggiatore, invece, è un’altra cosa. Il viaggiatore va. E non desidera che andare. E non può vivere senza andare. Non torna indietro, il viaggiatore, mai. E’ chiaramente una metafora, quella dell’uomo magro, perché si vede chiaro e forte l’attaccamento che ha per la sua terra, per la liguria di suo padre, della sua famiglia. Per il “sostio” di casa, il luogo sicuro, al di qua del “canniccio” che separa la terra fertile dalla spiaggia di sabbia e mare. E ricorda, l’uomo magro, di quando il vecchio, attraversato per la prima volta dopo una vita il “canniccio”, alla vista di tutta quell’acqua, si chiede: a che serve, tutto questo mare? E’ l’unica risposta che viene in mente all’uomo magro è: serve ad andare. Serve a viaggiare. Il mare è fatto perchè lo si possa attraversare. L’uomo magro è un viaggiatore instancabile, che attraversa mari e terre, boschi e montagne, autostrade e sentieri, al passo lento e scomposto del suo bastone, con lo sguardo attento dietro le lenti spesse, con l’orecchio teso al silenzio e al frastono. E me lo vedo, quell’uomo magro e claudicante, con la faccia lunga e ligure, con la camicia a scacchi e i capelli ribelli al vento, che va. E si ferma ai crocicchi. E si siede ad aspettare. Ci parla di molte altre cose, l’uomo magro, di molti altri viaggi e viaggiatori. I viaggiatori di guerra. Quelli che scappano. Quelli che viaggiano di notte. Perché nel tempo della guerra è meglio viaggiare di notte. Ed è adesso, il tempo della guerra. Adesso. E il mondo è pieno di viaggiatori notturni. Ci parla degli orsi di Bosnia, l’uomo magro. I grandi animali simbolo delle foreste di Bosnia che fuggono dai bombardamenti. Gli orsi. Animali viaggiatori. Non migranti. Viaggiatori. Le rondini sono migranti, che viaggiano per migliaia di chilometri per tornare al loro nido in Europa e poi viaggiano per migliaia di chilometri per tornare in Egitto. E poi ancora per tornare al loro nido europeo. Migranti. che viaggiano sempre per tornare. Gli orsi invece non tornano. Vanno. Viaggiatori. Ride, l’uomo magro, mentre si pulisce gli occhiali, alla frase pubblicata su un giornale torinese che dice: Maurizio Maggiani si gioca la carta animalista. Dov’è la carta animalista, dice, nel Mercante in Fiera? Nel tresette, che è l’unico gioco che conosco, dice, non c’è. Si, dice l’uomo magro facendo il gesto di spiattellare una carta sul tavolo da gioco, mi gioco la carta animalista. E a pensarci bene, aggiunge, avrei potuto metterci anche il riccio, nel mio libro, che è uno dei più grandi viaggiatori che conosca. Che grande compagno di viaggio sarebbe il riccio! Ci mette una vita ad attraversare una strada e di solito non riesce ad arrivare di là! Poi l’uomo magro si scuote come da un sogno, chiede scusa, chiede aiuto, non ha l’orologio al polso. Quanto tempo ha ancora a disposizione? Dieci minuti, rispondono. Dieci minuti? troppo pochi, dice lui. Si, penso anch’io, troppo pochi. Starei ancora ore ad ascoltare quella voce pacata, le lunghe pause, le immagini che sa creare. Starei ore. In dieci minuti l’uomo magro racconta, da testimone, di una città di Bosnia assediata e abbattuta dai bombardamenti. E racconta di un’altra città in cui un tale raccontava di aver visto morire i suoi amici in combattimento. Un tale che andava, viaggiando di notte, scappando dalla guerra, fermandosi ai crocicchi. Un tale che raccontava quella battaglia che lo aveva sconvolto, segnandolo per sempre, marchiandogli la vita. E invecchiava, quell’uomo, continuando a viaggiare, a fermarsi ai crocicchi, e a raccontare. Sempre la stessa storia, sempre la stessa guerra, sempre la stessa città perduta. La raccontava talemente bene, la sua storia, il viaggiatore notturno, dice l’uomo magro nei suoi ultimi dieci minuti, che qualcuno certamente avrà preso appunti. E qualcun’altro, affascinato da quel racconto, lo avrà raccontato a sua volta, su altri corcicchi, ad altri viaggiatori. Ed è così che ancora oggi, a migliaia d’anni di distanza, si racconta l’assedio della città di Ilio e la morte degli eroi di quella guerra. La guerra di Troia. Ancora oggi, di crocicchio in crocicchio, quella storia continua a viaggiare. Dopo l’Iliade, conclude l’uomo magro, è difficile raccontare l’assedio di una bellissima città di Bosnia distrutta dai bombardamenti. Sono scaduti i dieci minuti. Applausi. Silenzio. Rimango seduto ancora un po’ a guardare l’uomo magro che tace, seduto ancora anche lui, con quel sorriso strano. E’ finita la magia. Guardo il mio vicino di sedia. E’ un uomo incravattato, elegante, con la targhetta alla giacca. Un addetto ai lavori della grande fiera. Ha gli occhi umidi. Adesso ci serve un po’ di decompressione, gli dico, prima di tornare alla banalità di fuori. Si ascuga gli occhi con un fazzoletto, vergognandosi un po’ come un bambino. Ecco, abbiamo sperimentato la magia del crocicchio. Grazie a Maurizio Maggiani che ora riprenderà la sua strada verso il mare che è fatto per essere attraversato. Mi accorgo adesso, rileggendo, che nella fantastica storia della storia della storia dell’assedio della città di Ilio c’è la risposta alla mia domanda iniziale. Ha senso scrivere di un tale che viene a parlare di ciò che ha scritto? Si. Ha senso.