Confini d’oriente

Seduto al computer nel torpore urbano, la finestra che sbadiglia il cielo ingrigito di un pomeriggio uggioso, vorrei ricostruire l’itinerario di un viaggio che mi ha stupito e affascinato oltre ogni previsione. Provo a mettere ordine nei miei ricordi alla ricerca di immagini e sensazioni che sappiano sintetizzare quanto basta. Appendo al muro la mappa della Turchia orientale, sulla quale si snoda, tortuosa, la via percorsa, tracciata con l’evidenziatore, scarabocchiata di date, ore e chilometri. Sul tavolo c’è un quaderno pieno di appunti fitti, a matita, nella solita calligrafia traballante rubata agli scossoni della strada. Ce ne sarebbe per farne un libro. Riuscirò a tirarne fuori quel tanto da riempire una pagina del mio blog? Si parte da Ankara, si sale verso il Mar Nero, e lì ci sarebbe già da raccontare gli Ittiti, la loro capitale Hattusas di quattromila anni fa, i resti archeologici, la porta dei leoni silenziosa e battuta dal vento sottile di montagna, e poi via lungo il serpeggiare evidenziato verso Amasya, nella sua gola rocciosa sul fiume, e lì ci sarebbe da dire di Strabone, storico e geografo, e dei re del Ponto, delle loro tombe scavate a ferro vivo nella falesia, e ci sarebbe da raccontare delle case ottomane che si sporgono sul fiume, ma la traccia gialla sulla mappa incontra ben presto il Mar Nero, dove danzano i delfini, lo costeggia e scivola via tra i noccioleti e le piantagioni di the, passando oltre Samsun, Riza e fino all’antica Trebisonda, e qui ci sarebbe da soffermarsi ad Aya Sofia, la spettacolare cattedrale bizantina, al suo giardino sul mare, e alla valle stretta, umida di pioggia e verde di foresta dove tra brandelli di nebbia sorge il monastero di Sumela arroccato, scavato nel fianco della montagna, poi, mentre la pista si spinge a oriente, ecco la deviazione della valle di Hemsin, ecco il fiume fragoroso nella sua piena devastante, ecco i ponti sospesi e le case di legno, ecco il rifugio di Camli Hemsin con il caminetto acceso e giovani escursionisti in tuta e calzettoni accovacciati sui tappeti con scodelle fumanti di chorba rossa, ed ecco Hopa, a tarda sera, con i suoi volti russi, con le sue belle donne, e qui ci sarebbe da raccontare delle “natashe”, le prostitute che frequentano gli alberghetti con i loro clienti, camionisti di passaggio, moderni nomadi d’asfalto e nafta, e poi ancora, abbandonato il Mar Nero, affrontando i tornanti orridi dei cantieri e delle cave delle grandi dighe del nordest, ci sarebbe da dire di Erzorum, la città oscura, con i suoi monumenti severi e trasandati, e ci sarebbe da raccontare il viaggio verso Kars e il confine armeno, il villaggio di Persembe dove si beve un ottimo ayran scaraffato dai contadini ospitali, seduti in una lingua d’ombra nel cortile tra i bambini, e ci sarebbe poi molto da dire, moltissimo, sulla impareggiabile Ani, con le sue cattedrali dirupate, con il suo Monastero delle Vergini arroccato sulla china del verde fiume che sbarra il confine d’Armenia, e ci sarebbe da raccontare qualcosa a proposito dei soldati che fanno servizio qui, alle frontiere dell’oriente, che, armati fino ai denti in equipaggiamento da battaglia, tengono d’occhio le cave armene con cannocchiali periscopici, e ci sarebbe da raccontare poi della discesa lungo la valle che s’infiltra nel Nogorno Karabak, la contesa regione in territorio armeno annessa all’Azerbaijan, ci sarebbe da parlare a lungo del popolo curdo, delle rivendicazioni non riconosciute, dell’eterna condizione di minoranza schiacciata dai governi, turco, iraniano e iracheno, e ci sarebbe da dire dei pick-up traboccanti di miliziani armati, giovani e vecchi barbuti, che stringono il kalasnikov, mentre i camioncini arrancano sulle ripide pendici dell’Anatolia, ci sarebbe da dire del meraviglioso fantasma bianco del monte Ararat che ti appare in un lento, quasi sensuale spogliarsi di nubi, bianco e nudo sullo sfondo azzurro del cielo, e ci sarebbe da dire molto di Dogubayazit, del meraviglioso palazzo arroccato di Ishac Pasha, dove capisci le mille e una notte se te lo immagini sotto un cielo stellato in un viavai di tappeti volanti, califfi, scimitarre, geni del deserto, principesse velate e aladini, alibabà e ladroni nella voce dolce di Sharazade, ma tornando sulla terra ci sarebbe da raccontare il tramonto infuocato sotto le rosse torri dirute di quell’improbabile fortezza genovese, avamposto della via della seta, in un panorama d’ombre di cupole e minareti, e ci sarebbe da dire della lunga discesa tra le nere rupi vulcaniche dove i contadini strappano frammenti di terreno e mietono i fieni, fino alle sponde del lago di Van di cui si dovrebbe dire almeno che riflette il cielo caricandolo d’azzurro, e si dovrebbe raccontare delle acque alcaline, dell’isola di Akdamar con il suo gioiello di chiesa armena con i bassorilievi della Genesi che compaiono nel sole radente nell’ocra gialla delle pareti esterne, e ci sarebbe da raccontare di Cavus Tepe, a pochi chilometri da Van, dove gli attrezzi degli archeologi scavano con passione e cura i resti della civiltà urartiana, e ci sarebbe da raccontare del grandioso panorama che si gode dal castello curdo di Husap, diciassettesimo secolo, con la muraglia serpeggiante simile al dorso pinnato di certi dinosauri, e proseguendo lungo la traccia evidenziata sulla mappa ci sarebbe da raccontare del villaggio nomade nel cratere del vulcano vicino a Tatvan, delle testuggini che brulicano tra le lapidi nel cimitero selgiuchide di Alhat, del cozzare sordo dei loro carapaci nelle lotte amorose e del grido trionfante dell’accoppiamento, e ci sarebbe da raccontare del lungo viaggio attraverso le montagne e oltre per scendere in vista della Mesopotamia, della verde valle del Tigri, e non basterebbe un articolo intero per raccontare solo di Hasankeyf, del villaggio rupestre, scavato nella falesia, delle terrazze picconate nella roccia viva sulle tortuose gole, del the sorseggiato seduti al fresco, con i piedi a bagno nel Tigri, uno dei più grandi e mitici fiumi del mondo, che ora, secondo quanto dicono, sbarrato a valle da potenti dighe, salirà a cancellare per sempre Hasankeyf, e solo per questo ci sarebbe da scrivere e scrivere, ma il tempo è tiranno e ci tocca procedere più spediti verso sudovest, attraverso la mesopotamia, verso la terra di Abramo, profeta e patriarca delle tre fedi, una qui assente, quella ebraica, l’altra ben presente, quella islamica, e la terza, quella cristiana, degnamente rappresentata, oltre che dalle già citate cattedrali armene, dalle attive comunità siriaco ortodosse che ancora parlano leggono e scrivono l’aramaico antico, la lingua dei primi vangeli e di Cristo stesso, e ci sarebbe da dire dei serafici monaci dalle lunghe barbe, della Myriemana Kilisesi in restauro quasi ultimato, dell’ospitalità dei monaci, della cena nel refettorio e della notte passata tra le zanzare sulla terrazza, sotto la più grande cupola dell’universo, che è il cielo stellato, e ci sarebbe da descrivere il colore caldo del monastero di Al Zafran, il monastero di zafferano, e si dovrebbero ascoltare i mistici canti liturgici in aramaico, intrappolati in un bel CD che ora fanno colonna sonora al mio scrivere, e ci sarebbe da raccontare della città di Abramo, la mitica Edessa, oggi Urfa, o meglio Sanli Urfa, dove si entra nella grotta del profeta e si visita la sorgente che dissetò Giacobbe, e ci si siede al sole sul bordo della vasca delle carpe sacre, e ci sarebbe poi da raccontare di Harran e del fresco delle sue case coniche, di fango, collegate l’una all’altra, dove ci si sdraia a lasciar decantare la stanchezza nel silenzio ovattato e nella morbidezza dei tappeti e dei cuscini kilim, e si potrebbe concludere poi il tutto con la doppia salita al monte Nemrut, alle sue terrazze d’oriente e d’occidente, per il tramonto e l’alba sulla valle dell’Eufrate, e si dovrebbe dire delle grandi teste di pietra delle statue di Antioco di Commagene e degli dei, dello splendore inenarrabile di questo sacrario ellenistico unico al mondo, monumentale in cima alle montagne, e si dovrebbe dire del traghetto sull’Eufrate, della via per Diarbakyr, della passeggiata ardimentosa sulle orride mura di questa antica, brutta, sporca, suggestiva città d’oriente, ci sarebbe da dire della frontiera irachena degli eserciti e della folla polverosa dei profughi, e con questo si potrebbe finalmente concludere questo articolo, mettendoci finalmente un punto. Ma ci sarebbe ancora molto, troppo da dire e non lo dirò. Perché non mi bastano le parole.

S-21

Sono stato a Phnom Penh il 4 gennaio 2003. C’è un posto che mi è rimasto dentro, annidato in qualche recesso dell’animo, e che difficilmente scorderò. In pieno centro, su un vicolo, si apre, in un doppio muro un po’ scalcinato, con reticolati di filo spinato, il cancello d’ingresso al cortile di quella che a prima vista sembrerebbe una scuola. Uno di quei vecchi licei, piuttosto squallidi, di cemento pallido, costruiti in economia, con architettura lineare e geometrica, sobria, senza nessuna concessione estetica. Un cortile di erbetta corta, urbana, stopposa. Tre ali di edificio, di fronte e sui lati, con balconi di cemento, tre piani, molte porte e finestre che si affacciano sul cortile. Uno sguardo distratto non noterebbe altro che una strana aria di abbandono. Qualche rattoppo a scagliola sui muri, una mano di bianco qua e là. Ma già quel reticolato sul muro doppio di una scuola un po’ d’impressione la fa. Se poi guardi bene ti accorgi che tutto l’edificio in fondo è ingabbiato in una griglia di filo spinato, fissato ai balconi, dal tetto al suolo. Un’enorme gabbia. Se poi entri e cominci a visitare le aule, una dopo l’altra, dal pianterreno al terzo piano, una macchia nera incomincia tingerti la coscienza, si espande, dilaga. Quello che vedi perde colore, perde profondità, diventa immagine, fotografia, come uno di quei filmati oscuri dell’Istituto Luce. Le aule al pianterreno a sinistra, vecchi pavimenti di granito, intonaco beige, una porta, una finestra in fondo con le sbarre, non contengono altro che un lettino di ferro, in mezzo alla stanza, senza materasso, con una rete arrugginita. Nient’altro. Sulla rete qualche pezzo di catena, ceppi ricavati piegando tondini di ferro. Alla parete, in ogni stanza, una foto grande, spaventosa. Ritrae quella stessa stanza, quel lettino, ma il granito è sporco. Dilagano macchie scure, rapprese e dense, come quella che incomincia piano a invaerti l’animo. Sul letto, distesa e incatenata ai ceppi, una figura umana. Costole. Scapole. Caviglie. Il volto quasi mai si vede, scuro, macchiato, devastato. Sangue nero goccia dal ferro delle brande, tra le maglie della rete, sul pavimento. Sangue. Nel caseggiato centrale, sui lunghi balconi ingabbiati in quella soffocante e spaventosa griglia spinata, si affacciano le aule. Sono entrato e mi sono soffermato ad ascoltare quel silenzio. Ho chiuso gli occhi un attimo in quella devastazione. Muri sfondati, dove a picconate sono stati ricavati passaggi stretti da un’aula all’altra, in una prospettiva calcinata. Cubicoli realizzati con mattoni nudi e cemento spatolato, al primo piano, o con tavole di legno, al piano superiore. Porticine di prigione che trasudano violenza. Tutto trasuda violenza. Quella che fu la scuola superiore Tuol Svai Prei a Phnom Penh è un edificio violentato. Chiudo un attimo gli occhi e ascolto il silenzio livido che ora invade le stanze. Non sento, dalle profondità del tempo, voci di bambini. Sento gemiti soffocati. Passi di scarponi militari. Odore d’armi, ferro, polvere da sparo. Qualche sommesso sferragliare di catene. Un ordine secco, gridato, che rimbomba nelle volte. Odio. Terrore. Riapro gli occhi. Mi scuoto. Non posso ascoltare quei messaggi che mi vengono da un passato mai troppo lontano. Vado avanti, attraverso la teoria dei passaggi abbattuti nelle pareti. Passo da un’aula all’altra. Mi affaccio un attimo appena a uno di quei cubicoli. A terra catene ossidate e i soliti ceppi ricavati nel tondino. In quel ritaglio di pavimento, lo spazio per quattro corpi umani, magri e nudi, distesi e incatenati uno accanto all’altro, come merce di macelleria, in posizione alternata di teste e di gambe così da sfruttare meglio lo spazio. Se chiudo gli occhi mi sembra di vederli, uomini, donne o bambini che fossero. Ma non oso immaginare il loro sguardo fisso, di cadaveri viventi, agghiacciati dalla paura e dal freddo, e dal dolore. Troppo gelidi anche per tremare. Riapro gli occhi. Per non vedere. Nell’aula in fondo, per terra, appoggiata al muro, c’è ancora una grossa lavagna verdastra, che sembra posata lì, in quell’angolo, e dimenticata. Si vedono scritte a gesso, impolverate e pallide, che riportano in lingua cambogiana e in francese le atroci regole: osservare il silenzio più assoluto, vietato tossire, gemere e lamentarsi. Bisogna attenersi scrupolosamente agli ordini delle guardie, senza discutere. Vietato parlare. Chi non rispetta le regole riceverà bastonate fino alla morte. Scendo. Mi lascio alle spalle quell’orrore. Scendo in cortile, mi fermo a respirare un po’ di quell’aria cambogiana, pensando a quel luogo come a una scuola, piena di ragazzi in ricreazione, come doveva essere prima dell’incubo. Prima dell’orrore di Pol Pot. Le case intorno si affacciano oltre il muro, oltre il reticolato. A tempi del regime tutte le case intorno furono espropriate e utilizzate dai funzionari del partito. La scuola superiore Tuol Svai Prei divenne il Carcere di Sicurezza S-21. 17000 persone vi furono imprigionate e solo sette prigionieri furono trovati in vita dai soldati vietnamiti che liberarono Phnom Penh 1979. Nelle ultime aule in fondo sono stati sistemati grandi pannelli con le migliaia di fotografie scattate dai Khmer Rossi ai prigionieri: uomini, donne, spaventati, magri, con gli occhi gonfi e aridi di lacrime, alcuni fieri, altri attoniti, altri maschere di panico, moltissimi ragazzini, bambini, bambine. Nella palazzina a destra dell’ingresso, di fronte alle aule di tortura, i cubicoli sono stati demoliti. Ci sono ancora i segni sui pavimenti. Ci sono le fotografie e le dichiarazioni dei sopravvissuti. Ci sono, conservati e esposti, gli attrezzi di tortura, con spaventosi disegni che ne illustrano l’uso. Mi siedo un attimo su una panchina, in mezzo al cortile, osservo l’erba stopposa, poi mi alzo e vado via. Esco per sempre dal museo Tuol Sleng, che fu carcere di sicurezza S-21, che fu istituto superiore Tuol Svai Prei. Rientro nel vortice della moderna Phnom Penh con un vuoto vorticoso di pensieri intorno all’atroce follia dell’umanità.

Giuliana

…Difficile fare i conti con questa storia per una come Giuliana che ama l’Iraq e viene rapita da iracheni. “Quelli di Falluja mi hanno tradito. Ho fatto una cazzata quel giorno a stare tanto tempo nella moschea ma mi sembrava di essere scortese con l’imam che mi aveva concesso di entrare da loro”. Per settimane ha dovuto riflettere con se stessa, forse rimettersi in discussione, e poi l’epilogo. La morte che arriva per mano americana chiude il cerchio, la riporta al giudizio di partenza. La guerra di Bush, l’occupazione, una follia. Quel che da sempre pensava. E tutto è passato attraverso il suo corpo, prima privato della liberà dagli iracheni, poi ferito dagli americani…
(Alessandra Longo – La Repubblica – 6 marzo 2005)