Incontro con Ngawang Sangdrol – seconda parte – il sogno e la lotta

La cultura tibetana è in grande pericolo, dice Ngawang Sangdrol in quella sua lingua musicale e dolce, con quella sua voce quasi sussurrata. E non c’è più tempo, aggiunge con amarezza. C’è poco tempo e poca scelta. Molti cinesi si stanno trasferendo in Tibet. Le nuove linee ferroviarie costruite dai cinesi hanno proprio questo scopo. E’ in corso la colonizzazione del paese. I cinesi dicono che le cose sono cambiate, che in Tibet c’è libertà religiosa e che si stanno ricostruendo i monasteri. Ma questo è vero solo nei luoghi visitati dai turisti e non nei villaggi, non presso le piccole comunità remote dell’altopiano. I monaci, dice Ngawang Sangdrol, non possono scegliersi il loro maestro, come hanno sempre fatto, e devono richiedere un permesso governativo, un libretto rosso che ne dichiara la correttezza politica, per poter entrare in monastero. I turisti occidentali hanno un’immagine di libertà ma la vera situazione non la vedono. Il turismo è una questione difficile, aggiunge Ngawang Sangdrol. Da una parte certamente il turismo può aiutare economicamente i tibetani ma il problema è sempre quello della sua qualità. Un turismo responsabile può aiutare la causa tibetana ma il turismo di massa, organizzato e gestito dai cinesi, non può che fare i loro interessi, sia economici che politici. La libertà, in Tibet, è un sogno. Le carceri sono piene di tibetani imprigionati solo per le loro idee. E anche per quelli che escono, dopo aver scontato la pena, la situazione è difficile. Gli ex prigionieri politici non possono frequentare i monasteri perché non hanno diritto al libretto rosso. E non trovano lavoro perché chi da lavoro a un ex prigioniero politico è perseguibile come collaborazionista. Viene subito convocato e intimato. Questo pericolo vale anche per gli amici e i parenti degli ex prigionieri. Inoltre un ex prigioniero politico in Cina vive sempre in una condizione di libertà vigilata. E’ seguito e sorvegliato. Deve chiedere i permessi per spostarsi e comunque ogni mese deve mettere una firma presso le autorità governative. La questione tibetana è molto rispettata e appoggiata dall’opinione pubblica occidentale. Ma è necessario convincere i governi a fare pressione sulla Cina per chiedere un cambiamento. Solo una forte pressione politica governativa internazionale potrebbe ottenere qualche risultato. A questo proposito, dice Ngawang Sangdrol con una piega amara, è stato un errore concedere a Pechino l’opportunità del giochi olimpici. Perché la comunità internazionale ha così dimostrato di chiudere un occhio sulla mancanza di rispetto dei diritti umani in Cina. A questo punto le chiedo come si potrebbe immaginare la convivenza con i cinesi qualora il governo decidesse, sotto le pressioni del mondo occidentale, di rinunciare alla repressione e di concedere ai tibetani libertà di culto e di opinione, pur senza arrivare alla concessione dell’autonomia politica. L’interprete ci pensa un po’ su, cerca le parole, mi confessa che non è facile nemmeno tradurre in lingua tibetana un concetto di libertà senza indipendenza o autonomia. E infatti Ngawang Sangdrol risponde solo a metà alla mia domanda. Non parla della convivenza tra i popoli. E’ quel concetto alieno di libertà senza autonomia che la colpisce. Si vede che si sforza di concepirlo, ci pensa, poi prende fiato e risponde. Non c’è libertà senza indipendenza, dice, o almeno senza autonomia. I due concetti sono inscindibili. Ngawang Sangdrol non riesce a immaginare una situazione di libera convivenza con i cinesi senza l’autonomia politica del Tibet. Molti tibetani vorrebbero l’indipendenza, dice, tuttavia noi appoggiamo la moderazione del Dalai Lama, e la sua richiesta di autonomia, come unica via possibile per la libertà. Incontrare il Dalai Lama, dice infine Ngawang Sangdrol con sincera commozione, è stato un sogno. Alla sua presenza ho provato una grande felicità, dice, ma contemporaneamente anche una grande tristezza. Ero felice di essere lì con lui, di sentirlo parlare, di parlare con lui. Ma intanto ero molto triste perché so che vedere il Dalai Lama anche solo da lontano per tanti tibetani continuerà ad essere soltanto un sogno.

Incontro con Ngawang Sangdrol – prima parte – La monaca bambina

Ngawang Sandrol è una donna giovane, minuta, capelli lunghi, nerissimi, una giacca a vento, un paio di jeans. Il luogo è un centro studi sul buddismo. Un pianterreno in un cortiletto di periferia. Dentro c’è un pezzettino di Tibet. Tappeti, cuscini, si entra senza scarpe, bandierine di preghiera, altari, statue e statuette, incenso, alcuni splendidi tanka alle pareti. Forse manca l’odore. L’odore dei monasteri tibetani. E la luce. Quell’odore di legno, cera, incenso e lampade di burro. Quella luce di candela e lumi, quelle ombre, quelle sciabole di sole dalle fessure del tetto, che vengono giù a svelare un volto scolpito, un angolo d’affresco, un mantello abbandonato, il mormorio di un vecchio monaco, un rosario di legno tra le dita. Questo manca. Il resto c’è. Ngawang Sangdrol arriva insieme all’interprete tibetana e ai suoi accompagnatori di Amnesty International e dell’associazione Italia-Tibet. La sala è affollata. Una bella folla calda, seduta composta e fin troppo in silenzio sui tappeti, sui cuscini. Lei chiede permesso e subito, come prima cosa, va a depositare la sciarpa bianca sull’altare. In segno di rispetto, devozione e buon augurio. Poi si siede in mezzo a noi, per terra, fra tutta quella gente strana, che la guarda in silenzio, con un po’ d’imbarazzo. Per chi conosce il popolo tibetano, il suo proverbiale buon umore, la sua ospitalità, la sua genetica predisposizione allo scherzo e alla risata, il volto di Ngawang Sangdrol ha una luce strana, che cela un dramma. Dal giovane volto, indiscutibilmente tibetano, di Ngawang Sangdrol sembra sia stato cancellato il sorriso. Nei suoi occhi c’è un’espressione confusa tra la serietà, il timore e il disagio. C’è una ruga di dolore sulla fronte, di preoccupazione, di nostalgia. C’è nel taglio della bocca una piega di ribellione, disperazione, una rabbia contenuta. Gliel’hanno scolpita, quell’espressione dura, molti anni di carcere. Monaca bambina, fu arrestata la prima volta all’età di undici anni per aver partecipato a una manifestazione indipendentista. E poi ancora due anni dopo. Una bambina. Porta ancora sulle mani i segni di quelle torture. Poi, nel ’92, la quindicenne Ngawang Sangdrol rientrò in carcere e ci rimase per una serie di condanne che si accavallarono. Sempre solo per aver manifestato, in modo non violento, le sue idee e il suo sogno di libertà per la sua terra e il suo popolo. Le hanno tolto il sorriso e la voglia di sorridere quei dieci anni di carcere duro. Fino al fatidico 17 ottobre 2002. Quando improvvisamente e inaspettatamente le concessero la libertà. Libertà vigilata, dice lei. La semilibertà concessa dal governo agli ex prigionieri politici. Sul sito di Amnesty International c’è una bellissima intervista in cui tutta la sua storia triste è raccontata nei dettagli, con lucidità. E in quelle righe c’è tutto l’orrore che ha vissuto una bambina, una ragazzina, a cui è stata sottratta l’adolescenza, la gioventù. Oggi Ngawang Sangdrol non vuole parlare della sua storia, del suo passato. Oggi le preme parlare del Tibet, del presente, del futuro. Oggi vuole testimoniare, vuole combattere, vuole aiutare i tanti tibetani suoi compagni che ancora languono in quelle carceri. Oggi è una donna forte, Ngawang Sangdrol, cresciuta nella sopraffazione e nell’orrore. E la sua storia ti guarda seria, scolpita sul suo viso. Ed è la storia del Tibet.

Il paese degli elefanti – conclusione – l’ultimo degli ultimi

La strada si inerpicava tutta curve nell’ombra della foresta davanti a noi. Questa è una vera strada da elefanti, dissi a Thomsa Wat, mentre l’autista faceva manovra in uno stretto tornate. Un tempo si, prima dell’asfalto, rispose, quello era l’unico mezzo di trasporto, su queste montagne, ma oggi è più facile trovare un autocarro. Ma poco più su, qualche tornante dopo, mi sembrò di intravedere qualcosa di grigio e pesante, là davanti. Poi la curva lo nascose, poi ricomparve e ben presto gli arrivammo dietro. Un elefante. La strada era molto stretta e dissestata e la vegetazione si alzava e generava un’ombra fitta e verdeggiante. Il pachiderma procedeva lentamente, su per la salita. Sulla schiena aveva un carico di fagotti e una pesante catena appoggiata sul collo penzolava in tintinnanti spire. A cavalcioni dell’animale, con i piedi dietro le grandi orecchie, c’era un ragazzo che dirigeva il bestione con una stecca di bambù. Teneva una mano appoggiata al testone della bestia fitto di setole nere, diviso in due lobi tondeggianti. Davanti all’animale procedeva a piedi un altro uomo, lentamente. Sorpassammo la suggestiva carovana che subito scomparve dietro un’altra curva. Thomsa Wat disse che quello doveva essere proprio l’ultimo degli ultimi elefanti laotiani. Mi tornò in mente quella stampa ottocentesca, il villaggio, gli esploratori, i portatori indigeni, i pachidermi bardati e carichi, e quel piccolo irrequieto, a sinistra, ultimo rampollo, figlio di un mondo destinato a cambiare. Ciononostante confesso che ci ho messo un po’ a realizzare col pensiero, mentre vedevo la giungla sfrecciare via dal finestrino, mentre guardavo il riflesso del mio sguardo sovrapposto a tutto quel verde, ci ho messo un po’ a realizzare che mi trovavo tra le foreste dell’Indocina e che avevo appena sorpassato un elefante asiatico col suo carico, né più né meno come i molti che avevo già avuto modo di vedere, in passato, e che rivedevo ora in un fantasmagorico diorama immaginario, sgorgare sguaiando barriti nelle cacce alla tigre tra le pagine di Kipling e Salgari.

Il paese degli elefanti – quarta parte – il popolo delle alture

Tutto sommato non era poi così male la strada, che saliva sulle creste, scendeva nelle valli, si inoltrava serpeggiando tra le muraglie verdi. Impossibile riconoscere un orizzonte. Si procedeva tra le rughe della terra, in un continuo e lento sali scendi, come una pulce che si aggira tra le pieghe e le setole della coriacea pellaccia di un gigantesco elefante verde. Lo dissi a Thomsa Wat, che rise e disse oh yes, big green sleeping elephant. Poi mi spiegò che già i cinesi, negli anni cinquanta, avevano disteso un manto d’asfalto sul fango di quelle piste, lassù nel nord. Ma la stagione delle piogge, i grandi fiumi di fango, le frane provocate anche dalla deforestazione, puntualmente ogni stagione riempivano la strada di buche. Ora il governo laotiano aveva da poco completato i lavori per migliorare le piste. Meglio i camion degli elefanti, vero? chiesi. Rise, Thomsa Wat. Meglio, si. Di elefanti, in Laos, disse Thomsa Wat, non ce ne sono proprio più. Un po’ più avanti superammo un altro piccolo villaggio dove cinque o sei ragazzi Hmong giocavano al rito della palla e ci guardarono passare senza perdere il colpo, con la mano destra dietro la schiena e la sinistra pronta ad afferrare e rilanciare. Arrivammo nei pressi di un altro villaggio piuttosto popoloso e ci fermammo per una sosta. La strada curvava a destra e il villaggio vero e proprio si inerpicava sulla collina a sinistra, subito dopo la curva. Lungo il rettilineo erano allineate molte capanne e a destra si spalancava un bellissimo panorama sulla foresta e le profonde valli circostanti. C’era una piazzetta affollata dove mi persi allegramente per un po’ nel bel mezzo di in un’altra popolosissima festa Hmong, che mi ricordava un po’ le feste dell’Unità della mia adolescenza. C’era anche qui il comizio politico sbraitante dagli altoparlanti sguaiati, c’era persino una giostrina per bambini, un po’ arrugginita ma in grande attività, e molte bancarelle. Dopo un po’, frastornato, abbandonai il fracasso della festa e mi avviai su per il sentiero che portava al villaggio. Le capanne erano arroccate sui fianchi della montagna e il villaggio era quasi deserto. Molti maiali, una grassa scrofa profondamente addormentata con un paio di maialini appesi alle mammelle, due grossi tacchini, alcuni piccoli cani. In un cortiletto bambini seminudi stavano giocando nella polvere., “Sabadì” salutarono. Risposi “sabadì”, e risero. Salendo mi imbattei in una splendida macina di pietra che attirò la mia attenzione per l’ingegnoso sistema di rotazione. Il basamento era una pietra circolare perfettamente levigata sulla quale era imperniata la macina mobile, cilindrica, perfettamente aderente alla base. La rotazione veniva impressa tramite una sorta di manubrio in legno che spingeva una specie di biella, una lunga leva imperniata a un lato della macina. Mi sarebbe piaciuto vederla in azione ma intorno non c’era nessuno, era giorno di festa e tutti erano in piazza. Continuai la mia esplorazione del villaggio. I granai, montati su palafitte, come le case, ma più piccoli e senza finestre, avevano delle protezioni di latta contro i topi, come larghi piatti, a una certa altezza da terra, sulle travi di sostegno. Ben presto arrivai sulla cima del colle. C’era un piccolo spiazzo, silenzio assoluto, alcuni granai, l’ultima capanna. Di là, dove il sentiero sembrava ridiscendere dall’altra parte della collina, in realtà si richiudeva la foresta, impenetrabile come una barriera verde. Rientrato sulla strada ritrovai Thomsa Wat che mi spiegò che quello era un villaggio Lao Sung, cioè del ceppo etnico al quale appartengono anche i Hmong, oltre a molti altri sottogruppi, che costituiscono, nella catalogazione delle etnie, i popoli che abitano la sommità delle montagne, a quote più alte rispetto ai Thun. Leggo sulla guida che i Lao Sung sono i successori delle ultime ondate migratorie dalla Birmania, dal Tibet e dallo Yunnan, che sono anch’essi animisti, come i Thun, e vivono in capanne comuni per diversi gruppi familiari. Il gruppo dei Hmong è il più numeroso tra le tribù Lao Sung. Lungo la strada Thomsa Wat mi fece notare una grossa capanna con alcuni rami di frasche appese al muro, sulla porta e al vertice del tetto. Non è un buon segno, disse, significa che lì abita una famiglia che non vuole essere disturbata, che non partecipa alla festa e non gradisce ospiti. Probabilmente hanno un malato grave o un moribondo… No, concluse Thomsa Wat scrollando il capo, proprio non è un buon segno. Dopo aver salutato una bimbetta che raccoglieva foglie con seria dedizione dai cespugli a lato della strada, riprendemmo la via del nord, verso Mueng Sing.

Il paese degli elefanti – terza parte – i popoli della mezzacosta

Verso mezzogiorno trovammo l’innesto nella statale uno, che proviene dal Vietnam e si inerpica, a sinistra, verso Oudom Xai, verso le montagne del Louang Nam Tha e verso Mueng Sing, la nostra meta, sul confine cinese. Ora sapevamo che la strada si sarebbe fatta più difficile. Ci fermammo a mangiare una scodella di noodles e a bere un forte caffè lao in uno dei baracchini sul bivio, poi affrontammo la salita. Nel primo pomeriggio ci imbattemmo in un villaggio dei Lao Thun, i popoli della mezzacosta. Palafitte erette su una vasta terrazza naturale esposta sulla valle. Ovunque razzolavano maiali, tacchini e galline. I Thun sono molto più poveri degli altri gruppi etnici, e le altre popolazioni li chiamano spregiativamente Khàa, ovvero schiavi. Hanno conservato la religione animista delle origini e la loro integrazione è molto più difficile rispetto alle popolazioni del fondovalle e a quelle delle terre alte. Sono più scuri di pelle, indossano abiti miseri e le condizioni igieniche sono approssimative. Una donna, con una bambina in braccio, avvicinò Thomsa Wat. Parlarono un po’, poi lui ci chiese se avevamo antibiotici per la bambina. Aveva una brutta infezione alla mano. Antibiotici no, avevo l’Amoxicillina ma non mi sembrò opportuno tirarla fuori. Difficile stabilire il giusto dosaggio, impossibile spiegarne l’uso e la corretta somministrazione, anche con l’aiuto di Thomsa Wat che parlava lao. Mi confessò la sua difficoltà a comunicare con quella gente che parla quasi esclusivamente il dialetto Thun. Recuperai tra le mie cose un flaconcino di disinfettante. Non era granché ma a qualcosa sarebbe servito. Spiegammo al meglio, con l’aiuto di Thomsa Wat, alla donna che mi guardava con tanto d’occhi e un’espressione ansiosa, come lavare la manina ferita con l’acqua bollita e come stendere bene il disinfettante, più volte al giorno. Certo, avessimo avuto della penicillina o del mercurocromo forse sarebbe stato meglio e da quel giorno in poi queste cose, insieme a un rotolo di garza e a qualche paio di guanti sterili, cominciarono a far parte del mio bagaglio. Salutati da un nugolo di bambini riprendemmo la via del nord, che si inerpica sulle montagne, alla ricerca dei popoli delle alture.

Il paese degli elefanti – seconda parte – i Hmong

Riprendemmo la strada. Nebbia, ragazze in bicicletta, gruppi di giovani Hmong in costume tipico, che giocavano alla palla, talvolta anche in mezzo alla strada. A Phon Savan ci fermammo in una delle loro feste. Bellissimi costumi, un trionfo di perline colorate, frange, ricami e paillettes. Alti copricapi, ombrellini, acconciature elaborate. Volti sereni e sorridenti. Si allineavano in lunghe file, gli adolescenti, le femmine di fronte ai maschi. Thomsa Wat mi spiegò che in quei giorni veniva celebrata presso i Hmong la cerimonia del fidanzamento, col tradizionale gioco della palla e grandi feste popolari. Tutto intorno alla piazza erano allineate le bancarelle, i bambini succhiavano con la cannuccia sciroppi colorati da sacchetti di nylon, uomini e donne chiacchieravano, discutevano, contrattavano, scherzavano, ridevano, in piedi nel piazzale, in una folla coloratissima. Qua e là si formavano le file dei ragazzi e delle ragazze in costume e cominciavano a volare le palle di gomma, afferrate e rilanciate con un gesto serio, ripetitivo, distratto, e un’espressione imperturbabile sul viso. Colsi nello sguardo delle ragazze una luce furbetta, dissimulata, ma che tradiva una sicurezza e una consapevolezza tutta femminile, assente nei loro compagni, molto più confusi, passivi, timorosi, immaturi. Alle file dei ragazzi si unirono anche alcuni bambini che tiravano la palla divertendosi e scherzando, in qualche modo allenandosi a quel rito che tra non molto sarebbe toccato anche a loro. Un paio di ragazzi, vestiti col costume nero fitto di frange, medagliette e perline colorate, si aggiravano tra la folla, a braccetto, riparandosi dal sole sotto un lugubre ombrello nero. Si guardarono intorno come se cercassero uno sguardo femminile, quello giusto, pavoneggiandosi nei loro abiti sfarzosi con la speranza di farsi notare. Ma le fanciulle, furbe, non sembravano cedere passivamente a quelle lusinghe. Tra loro c’erano certamente quelle che li avevano già notati, e prenotati, ma si sarebbero guardate bene dal farsene accorgere. Sono certo che prima o poi, con quell’aria annoiata e distratta, avrebbero lanciato loro la palla come a dire: va beh, dai, se non c’è nessun altro che valga la pena… Ah, le donne! Alcune delle ragazze che giocavano alla palla sembrava quasi non guardassero più di tanto il loro partner. Vagavano con lo sguardo tra la folla e canticchiavano a mezza voce una litania melodica. Probabilmente anche questo faceva parte del rito. In un angolo della piazza un assembramento attirò la mia attenzione. Mi intrufolai rispettosamente in mezzo alla folla e alcune persone mi fecero spazio, sorridendomi. In queste occasioni sono sempre più convinto della mia scelta di viaggiare in abiti semplici e soprattutto senza impugnare quell’ordigno diabolico che è la macchina fotografica. Ho l’impressione che le porte siano molto più aperte a chi si presenta così, come uno straniero che viaggia si trova lì di passaggio, come un ospite, piuttosto che come un turista curioso alla forsennata ricerca di uno scatto fotografico, della luce giusta e di qualcosa da raccontare agli amici lontani (e tra parentesi quanto mi sono più preziose queste pagine scarabocchiate delle centinaia di immagini congelate e ritagliate in un rettangolo di carta o luce). Tra la folla c’era una ragazza in abiti occidentali che cantava una melodia con una voce bellissima, acuta e modulata. Di fronte a lei un giovanotto reggeva una pesante telecamera incerottata con nastro da scatoloni. Accanto alla cantante una donna teneva in braccio un grosso registratore stereofonico, piuttosto malandato e impolverato, che evidentemente stava registrando il canto. Rimasi un po’ ad ascoltare, poi mi spostai più in là rispondendo ai sorrisi delle donne e dei vecchietti, che sembravano dire: chissà da dove vieni, non ci capiamo, ma condividi la nostra festa e sei il benvenuto. Il piazzale era diviso in due da un basso steccato, oltre il quale si passava attraverso un arco di frasche. Di là avevano eretto una tettoia e lì sotto c’erano alcuni tavoli allineati, dove sedevano uomini seri, in abiti occidentali, un po’ oscuri nel cipiglio. C’era un microfono collegato a due potenti altoparlanti e alcuni uomini parlavano concitatamente, in lao, in quello che aveva tutta l’aria di essere un comizio politico, un discorso di propaganda. Intorno al perimetro del recinto c’era una gran folla, assiepata ad ascoltare. Thomsa Wat ci aspettava sulla strada. Lo raggiunsi. Ripartimmo.