Il paese degli elefanti – prima parte – il popolo delle valli

Pare fossero un milione, gli elefanti del Lan Xang. Ma forse un milione, “lan”, è solo un modo di dire, come a dire tantissimi, innumerevoli… Loro, i bestioni grigi, gli “xang”, gli elefanti. Una vecchia acquaforte ottocentesca li ritrae giganteschi, placidi, bardati di coperte e finimenti e portantine sul groppone, orecchiuti, zannuti, proboscidati, in mezzo a una piccola folla di esploratori eleganti, camice stirate, calzoni chiari, forse kaki o beige, elmetti, pizzetti aguzzi e baffi impomatati, in un brulicare di indigeni nudi, neri, snelli e rasati. Sullo sfondo sembrano capanne, tetti di pagode, svettanti pennacchi di bambù, due smilze palme che si protendono a sfiorare il cielo. In basso, a sinistra, tra le casse e i barili della spedizione, tra i portatori indigeni, un piccolo pachiderma avanza a passo lento, senza sapere dove andare, forse un po’ inquieto per tutto quell’andirivieni. Sembra ciondolare il giovane testone in quel modo tipico della specie. Accanto, nella penombra, una figura umana, forse un ragazzo indigeno, regge un giunco, uno scudiscio, e ne immaginiamo lo schiocco secco sulla dura pelle grigia della bestia, per dirigerne la giovanile irrequietezza. Questo era il Lan Xang, il paese degli elefanti. Oggi quella terra, che fu un antico regno, poi colonia francese dopo un periodo di guerre e dominazioni, poi indipendente, oggi è la Repubblica Popolare Democratica del Laos. E di elefanti non ce ne sono più. O meglio, Thomsa Wat aveva quasi appena finito di dirlo, quel giorno di Natale del 2003, mentre percorrevamo la lenta e solitaria strada che sale a Mueng Sing. Avevamo lasciato Louang Prabang alle otto e mezza del mattino, nella bruma fredda della valle del Mekong, procedendo verso nord, risalendo il grande fiume. Guardando la carta si vede bene come il fiume, proveniente da occidente, si scontri con la montagna, propaggine settentrionale della Louang Prabang Mountain Range, sulle cui creste corre il confine con la Thailandia, e si trovi a doverla aggirare, risalendo faticosamente verso nord-est e andando poi a trovare la confluenza del Nam Ou e la via facile per il sud. Qui lasciammo il Mekong e prendemmo, per un certo tratto, la pista che risale il Nam Ou. Una nebbia bassa e densa stagnava sul fiume, il sole cominciava a scaldare appena, sollevando l’umidità. La strada, buona e fresca d’asfalto, si snodava tra lunghi filari di teak, banani e bambù, grovigli vegetali che si inerpicavano sui monti. Poco dopo le 9 del mattino ci fermammo in un villaggio dei Lao Lu, gli abitanti delle valli, proprio sulle rive del Nam Ou. Mi addentrai un po’ tra le capanne, donne che filavano il cotone in lunghissime matasse blu che distendevano per metri lungo i viali e nei cortili, ragazze che avvolgevano il filo sottile in minuscole spolette con grandi, rudimentali ma ingegnosi ercolai di stecche di bambù, e altre che lavoravano ai telai ampie fasce di tessuto fine. Da una capanna venne il rumore ritmico, come una mitraglia, di una macchina per cucire. Una vecchia, seduta sulla soglia, stava applicando un sottile bordo colorato a un abito di cotone blu. Scesi oltre le capanne fino al fiume: c’erano orticelli e piccole piantagioni protette da grate e steccati. Alcune pianticelle crescevano sotto ceste di vimini rovesciate, dalle maglie larghissime, per far passare la luce, ma sufficienti per tenere lontani gli animali da cortile che razzolavano ovunque. Alcuni grassi maiali grigi dormivano all’ombra delle palafitte, molti maialini grufolavano qua e là. Tutto era pulito e ordinato. C’erano gruppetti di persone attorno ai bracieri, intenti a cucinare zuppe, riso a vapore e carne arrosto.

Altre strade

Immagino una delle tante strade di polvere del mondo. Talafar, non lontano da Mosul, Iraq. Posto di blocco. Soldati americani bardati come appena usciti da un telefilm. Ma più sporchi. Impolverati. E anche più stanchi, dico io, e inquieti di quella paura che non è niente, cova dietro quei volti scolpiti di ventenni convinti di appartenere all’esercito più forte del mondo. Ma che ti morde dentro, e fa male, talmente male che quasi non la senti più. Soldati. Con addosso quell’odore di sudore, acciaio, caserma, che nei film non si sente. Elmetto. Mitraglia. Una nuvola di polvere. Una macchina che si avvicina. Il soldato alza la mano. Alt. Non so se la macchina si sia fermata, forse non subito, forse stava rallentando, forse no. Lo scarno comunicato dell’APCOM non lo dice. Ma parte la raffica. Colpi in aria, forse, i primi, ma poi si abbassa il tiro. Sull’auto due adulti. Abbattuti. E sei bambini. Vivi per miracolo. Sei bambini che sono rimasti a un pelo dalle micidiali traiettorie delle pallottole. Hanno sentito i fischi, le grida, il frastuono, quell’attimo di orrore, gli schizzi del sangue, i cristalli che immagino siano andati in frantumi, e poi quell’attimo di indescrivibile silenzio. “I soldati esprimono il loro cordoglio per questo sfortunato incidente”. Incidente di guerra. Basta un clic, nella penombra de mattino, in questa quiete urbana, accanto a una finestra ancora gelida di una Torino imbiancata di neve, per cancellare l’orrore. Scorro le altre agenzie di stampa. Il 58% dell’opinione pubblica mondiale ritiene che con G. W. Bush al potere in U.S.A. il mondo sia meno sicuro di prima. Sembra che 16 paesi su 21 siano contrari alla sua gestione dell’emergenza terroristica, alle guerre da lui scatenate, alla sua politica estera. Eppure il presidente Bush sta per insediarsi alla Casa Bianca per il suo secondo mandato, riconfermato in modo inequivocabile, questa volta, nelle ultime elezioni. Altre strade di polvere. Le strade del Kashmir. Himalaya. Una nuvola di fumo dai monti controllati dal Pakistan, nel silenzio di quel vento gelido d’alta quota. Poi si sente il botto, il fischio. Sette colpi di mortaio. Forse otto. Cadono sul terreno indiano. Nessuna vittima, nessun danno. Forse solo uno yak che brucava l’erba bassa si sarà allontanato di qualche passo. Forse solo qualche donna, qualche bambino, si sarà affacciato alla porta di una di quelle casupole di fango. Ricordo i camion grigioverdi carichi di soldati, di armi, colonne infinite, sulla strada che collega Srinagar a Kargil, e che porta in Ladakh, la via dell’India. Ricordo quella terra di nessuno che inizia a Kargil, con le serrande perforate dai proiettili, con i monti controllati dai guerriglieri islamici a due passi. Strade di polvere e piombo. Clic, e via. Torino sonnecchia ancora, là fuori, ma c’è già qualche segno di vita. Qualcuno gratta via il ghiaccio dal parabrezza tenendosi il cappotto per non sporcarsi. Una donna tiene un bambino per mano, sgambettante sul marciapiede in una giacca a vento rossa fiammante e berrettino di lana. Inizia un’altra giornata quieta di lavoro e scuola. Clic. Altra polvere ai margini della striscia di Gaza. Le forze armate palestinesi si schiereranno su quei confini per impedire incursioni terroristiche. A Jenin, In Cisgiordania, i Martiri di Al Aqsa accetteranno le condizioni di Israele per il cessate il fuoco. Sempre che Israele cessi le sue incursioni nei Territori. La chiamano Road Map, la mappa stradale. Strade di sangue. Strade di pace? Se non fossimo esseri tanto imperfetti non dovrebbe esserci bisogno di tracciare una mappa, per trovare la pace. Strade di fango sono invece quelle di Banda Aceh, in Indonesia, dove centocinquantamila fantasmi sono riusciti ad ottenere una tregua tra il governo di Giakarta e il movimento indipendentista. Fantasmi portati via dal mare. Dispersi nella grande distruzione. Ora spegnerò il mio computer, uscirò nell’aria fredda, percorrerò le strade di ghiaccio della mia città, comincerò la mia giornata di lavoro. Magari troverò anche il tempo per mettere questi appunti sul mio blog. Pensando ancora un po’, prima che le vicende insignificanti della giornata mi portino via, alle mille strade sconnesse e impolverate che attraversano questo piccolo grande pianeta, che noi continuiamo a maltrattare. E se ogni tanto è lui a maltrattare noi, forse tutti i torti non ce li ha.

Maremoto: notizie dal Kerala

Luisa si occupa di turismo responsabile e di cooperazione internazionale. Lo fa da anni e su molti fronti. Recentemente, tra le altre cose, ha inaugurato a Kovalam, nello stato indiano del Kerala, un B&B dedicato esclusivamente a un certo tipo di turismo rispettoso e… socialmente utile. A capodanno è arrivato a questo blog un messaggio in cui Luisa scrive che dopo varie e comprensibili perplessità ha deciso di partire per l’India. Ora è là. Le ho chiesto di farci avere notizie sulla situazione. Il Kerala si trova sulla punta meridionale del subcontinente indiano, sul lato occidentale, e in parte è stato protetto e tenuto in ombra dalla massiccia mole dello Sri Lanka. La violenza del maremoto, che si è abbattuta sull’isola e sulle coste orientali dell’India, lo ha quindi parzialmente risparmiato. Tuttavia i primi messaggi di Luisa contengono parole agghiaccianti: “il Tamil Nadu, qui accanto, ha avuto tutti i suoi morti fra i pescatori che vivono direttamente sulla spiaggia. Noi siamo in un posto che miracolosamente non è stato toccato dallo tsunami, però qui il pesce non si mangia, anche se te lo offrono, perché al largo passano i cadaveri… e in qualche grosso pescecane hanno trovato oggetti d’oro.” E aggiunge: “purtroppo fa male pensare di essere impotenti, ma anche sospendere il nostro aiuto turistico è sbagliato. Basta farlo in modo responsabile! Pensa quante disdette, quanta gente è ora senza lavoro. Gli indiani hanno bisogno del turismo e una delle cose da fare è proprio venire. Molti si sono riversati qui per cui in queste poche baie c’è ancora vita”. A questo proposito la Farnesina sconsiglia ( sito www.viaggiaresicuri.mae.aci.i t ) di recarsi sulla costa sudorientale dell’India, più violentemente colpita dal maremoto, per la devastazione delle strutture, la difficoltà dei trasporti e il pericolo delle epidemie, ma non segnala alcuna situazione di pericolo nel resto del paese. Dice ancora Luisa: “Il governo indiano sta raccogliendo ufficialmente fondi per gli aiuti tassando ogni attività (hotel, ristoranti, commercio, eccetera) per un minimo di 500 rupie. Considerando che il salario di un insegnante, all’inizio, è di 3000-4000 rupie e quello di un impiegato del governo è sulle 5000 rupie al mese, la cifra che raccoglieranno non sarà così bassa. La gente paga volentieri, offrendo anche di più, sperando che i soldi vengano veramente usati per acquistare vestiario e cibo, nonché per i funerali delle vittime (con le pire o con la sepoltura a seconda delle religioni). Il governo inoltre accetta di essere aiutato dalle Organizzazioni Non Governative ufficialmente presenti in India in questo momento. Da una venditrice di Goa ho saputo che anche lì è arrivato lo tsunami, naturalmente sulle povere case dei pescatori, ma lei dice che il governo sta ridando le barche e forse qualcuno, come sempre, ci marcerà per farsene una nuova. In questi giorni la zona si è un po’ ripopolata di turisti e alcuni provengono proprio da Goa. Gli indiani sono molto fatalisti e sono abituati alle catastrofi, tant’è che mi dicono di non aver avuto grandi danni, ma in Indonesia… poverini! Così è la vita!”.

Sin Chao Vietnam

Domattina all’alba un aereo decollera’ da Hanoi. Volera’ ancora verso oriente. In poche ore scendera’ a Hong Kong. Di li’ un altro aereo prendera’ il volo attraversando l’Asia. Diretto all’occidente, questa volta, alla vecchia Europa. E’ giunto il momento di lasciare il suolo di questo continente asiatico affascinante, che mi ha stregato gia’ piu’ volte e che ancora mi invita a ritornare. Non so se esista il mal d’Asia come esiste il mal d’Africa. Forse esiste il mal di mondo. O forse non e’ un male affatto, e’ la normale condizione dell’essere umano che e’ interesse e curiosita’. Noi siamo europei, occidentali, ma soprattutto esseri umani. Non dobbiamo commettere l’errore, che troppo spesso drammaticamente commettiamo, di credere che il mondo ci appartenga. Siamo noi che apparteniamo a lui. Noi europei come i vietnamiti, i cinesi, gli africani, gli americani, gli australiani e tutti gli altri. Noi apparteniamo a lui e se lui, il mondo, decide di darci uno scossone ecco il massacro, ecco dimostrata la nostra condizione fragile e dolente. Ora si tratta, in qualche modo, di dare una mano, di fare qualcosa per alleviare le infinite pene. Ma si tratta soprattutto di prendere coscienza che se siamo impotenti contro i disastri della natura, non lo siamo o non dovremmo esserlo contro quelli causati da noi stessi. Piangiamo i morti dei terremoti, delle alluvioni, ma vorrei poter smettere di piangere morti di guerra. Questo potremmo farlo. E’ un vagito di speranza che vorrei lanciare, quasi una sorta di laica scaramanzia, prima di lasciare il Vietnam. Grazie a chi mi ha seguito in questo viaggio.

Hanoi significa…

Hanoi significa monumenti, pagode, templi, musei, certo. Hanoi significa traffico, folla, nuvole d’ossido di carbonio, motorbyke ovunque, certo. Ma Hanoi significa anche infilarsi nei vicoli del mercato vecchio, vedere ragazze che sui marciapiedi lavano polletti spennati in bacili d’acqua bollente, grossi pesci che guizzano nei bidoni d’alluminio pieni d’acqua, carni esposte di ogni tipo, fegati, cervelle, musi di maiale, stinchi, filetti, venditrici di verdure, caldarroste, cipollette abbrustolite, semi e noccioline di ogni tipo, spezie, riso verde, anacardi, cannella, noci moscate e altre sconosciutezze. Hanoi significa la voce di una bambina che vende cartoline, ti chiede in buon inglese chi sei e da dove vieni, quanto ti fermi, e poi ti dice con orgoglio di essere la migliore guida che puoi trovare in citta’. Hanoi significa mangiare uno spring roll apena fritto, che scotta nella foglia di banano. Hanoi significa svoltare l’angolo e ritrovare la stessa ragazzina di prima che ti richiede di comprare le cartoline, dice oh you again! e scoppia in una risata contagiosa. Hanoi significa sedersi su uno sgabello all’angolo del vicolo Ta Hien con una birra fresca e ridere di niente parlando una lingua sconosciuta con un vecchio sdentatissimo dalla bella barba grigia da Confucio. Hanoi significa quattro ragazzi francesi ubriachi di birra che percorrono a falcate il lungolago stringendo il pugno e cantando a squarciagola l’Internazionale. Hanoi significa una passeggiata nella commercialissima Hang Bong dove una donna accucciata su uno sgabello si fa fare il pedicure sul marciapiede mentre la parrucchiera con una mano lima le unghie e con l’altra sceglie i mandarini dal canestro di una fruttivendola ambulante. Hanoi significa contrattare una bandiera vietnamita nell’antro oscuro di un vecchio che ti mostra con orgoglio la sua collezione di gagliardetti, bandierine rosse, stelle gialle, falci e martelli. Hanoi significa anche un caffe’ vietnamita, scolato dal filtro direttamente nella tazza, e un croissant francese nel dehort piu’ fresco e rilassante. Hanoi significa scrutare il lago alla ricerca delle tartarughe giganti che abitano le sue profondita’ ma che pochi hanno mai visto affiorare. Hanoi significa il sorriso del tipo che vende pelouches sotto l’albergo che da due giorni mi vede entrare e uscire e mi considera ormai parte, come lui, di quel pezzo di marciapiede. Hanoi e’ il bellissimo sorriso della ragazza che gestisce l’internet point di Dong Xuan della quale sono diventato ormai cliente fisso. Poi Hanoi e’ anche un bellissimo museo etnografico e un pellegrinaggio dovuto, per chi viaggia e scrive, al tempio della letteratura. Hanoi e’ talmente tante cose che io non credo che tutto questo basti per capire cosa significa. Concludo con tre puntini di sospensione in cui ciascuno puo’ intuire tutto il resto. Hanoi significa…

La coda del Tarasque

Non c’e’ dubbio. Se guardi la cartina la vedi bene, la via del Tarasque. E’ venuto giu’ dai monti della Cina, il serpentaccio. Ora nel solco profondo scavato dal suo corpaccione strisciante scorre il Fiume Nero. Arrivato nella piana di Hanoi, non so se sia per i tetti aguzzi delle case o per le antenne che gli hanno scorticato il pancione ma si vede bene che qui il Tarasque ha cominciato ad agitarsi un po’. A contorcersi. A sbattere la coda. O forse Hanoi l’hanno fatta dopo, nel punto esatto in cui il Tarasque a preso a dar di matto? Fatto sta che un bestione tale, tutto scaglie, artigli, zanne, bave, peduncoli e antenne, grosso tanto da scavare quel po’ po’ di valle, quando attacca a scondinzolare ti fa su un baccano che neanche te lo immagini. E quando vede il mare, alla bestia, dall’alto del suo collo flessuoso, gli si riempiono gli occhioni infuocati di una goduria da drago. Ed ecco che in un balzo il serpentaccio si tuffa in un ribollire di schiume, piu’ o meno dove oggi c’e’ lo stretto tra Ha Long e Bay Chai… Accomodandosi ben bene per affondare il pancione in quella guazza, nel suo sguazzare ecco che Cat Ba diventa un’isola e scivola alla deriva un poco a sud. Oggi Cat Ba e’ un’isola grande, copera di foreste. Se vai nel bel mezzo, tra le montagne, nel parco naturale, puoi seguire un lungo e ripido sentiero affondato in una giungla folta e fresca. Puoi avvistare uno zibellino dalla grossa coda e puoi arrivare fino in vetta alla piramide verde, dove hanno collocato un’altana di ferro dalla quale, con un po’ di coraggio, puoi vedere un brividoso panorama sull’isola intera. Cat Ba e’ una citta’ in crescita, alberghi, ristoranti, lavori in corso ovunque. Stanno progettando un gigantesco hotel con piscina, acquafan, toboga, proprio su una delle calette piu’ belle. Presto spariranno, mi sa, anche i barchini in giunco, i villaggi galleggianti e il porticciolo dei pescatori. che ne pensa di tutto cio’ il Tarasque? Chissa’. Lui sprofonda, il mostro, in uno schiumare di vapori e in un fracasso di naufragio. Sprofonda nel profondo del golfo del Bac Bo. Quando ormai la ciccia di drago e’ quasi tutta affogata in quel sollucchero di frescura verde limpida, fuori, tra i rottami degli ultimi aguzzi scogli calcarei, il vertice sottile della coda, con le ultime squame ossee che vanno digradando fino al corno finale, prima di sgusciare tra i flutti, con un’ultima virgola, un ultimo schiaffone alla costa rocciosa ed ecco frammentarsi l’arcipelago! Ecco la Ha Long Bay come la vedo oggi, sorseggiando un caffe’, cullato dalle onde su un caicco vietnamita che a prua ha una polena a forma di testa di dragone. Intanto, qui sotto, tra le grotte sommerse alla base dei pinnacoli calcarei spezzati dal gran scodinziolio, se taci puoi sentire il respiro profondo del bestione addormentato. E se quelche pescatore di Cat Ba, alla sera, mentre rientra nel porto sulla sua barchetta di giunco intrecciato ti racconta di averlo visto, il Tarasque, nelle prime nebbie dell’alba, emergere, guardarsi intorno e poi tornare a scomparire nelle sue profondita’, puoi crederci. Oppure no.

Papaveri e susine

Se prendi uno dei sentieri che portano fuori Bac Ha, in un’ora o due di cammino puoi raggiungere i villaggi hmong e thai che si stendono a mezza costa o nei fertili avvallamenti tra le montagne. Una giovane donna, con il suo costume fiorito, sale in groppa a un bufalo massiccio e lo dirige a ciabattate, tirando di lato la corda fissata tra le nere narici del bestione, su per la salita. Nel cortile soleggiato davanti alla grossa capanna d’argilla tre donne ricamano grembiuli a punto croce in un razzolare di galline, bambini e maialini neri. Le case hmong hanno un terrapieno, una stufa d’argilla con giganteschi wok e pentoloni, letti ampi negli angoli, riparati da pesanti tendaggi, un tavolino con libi di scuola e quaderni, l’altarino degli antenati e una scala a pioli che conduce nel soppalco, sotto il tetto, dove si conservano, allineate, pile e muraglie di pannocchie di mais. I thai stanno meglio, hanno il cemento e la luce elettrica e abiti occidentali. Mister Sun, bancario a Bac Ha e all’occorrenza guida turistica, nella sua elegante giacca marrone a bottoni grossi, ci dice con orgoglio che i thai sono piu’ progrediti perche’ di ceppo indocinese, come i Viet, mentre la razza hmong discende dalla Cina, allora tutto si spiega! Comunque ci dice che la sua banca aiuta le minoranze con prestiti agevolati per l’acquisto del bestiame. Per un cavallo occorrono 400 dollari, per un bufalo piu’ di 500. I campi qui intorno, sui terrazzamenti, sono tutti ingrigiti dal groviglio dei rami spogli dei pruni. Queste piantagioni, la produzione e il commercio delle prugne, sono state introdotte in seguito a un progetto di riconversione delle colture. Tutti questi frutteti erano un tempo campi di papaveri. Ora si tratta di far si che il commercio delle susine renda almeno quanto quello dell’oppio, diventato illegale in Vietnam. Proprio alle porte di Bac Ha il grido di mille voci di bambini ci richiama in un vasto cortile tra tre basse costruzioni di cemento, con la stella vietnamita sulla facciata. Su un alto pennone sventola la bandiera rossa con la stella gialla. E’ la scuola di Ta Chai. I bambini piu’ grandi sono nelle aule, alle prese con quaderni, matite, lavagna. I piccoli sono in cortile a giocare nel tiepido sole. In un’aula vedo un pannello di cartone con incollati vecchi ritagli di giornale. Fotografie di soldati. Cronache di guerra. La storia di un piccolo popolo che ha vinto due guerre contro i piu’ grandi eserciti dell’ovest. Oggi i bambini delle minoranze studiano il vietnamita mentre le mamme ricamano gonne e grembiuli che poi vanno a vendere ai mercati. E i padri coltivano susine sui campi dell’oppio. Hello, Sai Chao, Bye Bye gridano i piccoli figli del Vietnam mentre ci avviamo sulla via di Bac Ha.

L’onda anomala

Nella vasta e gelida hall dell’hotel Sao Mai di Bac Ha due sonnecchianti bracieri di alluminio evaporano un tepore che si sente appena nell’incrocio degli spifferi. Madame Tran Duong abbandona le ciabattine, chiede “pardon” e viene ridendo a riscaldarsi i piedi nudi. In un ottimo francese dice di non avere mai piu’ sentito tanto freddo dal 74. Secondo lei il terremoto e lo tsunami che hanno funestato il sud-est asiatico hanno prodotto anche quest’ondata di maltempo che non ci abbandona da giorni. Ieri un pallido sole ha fatto la sua timida comparsa tra le nubi, e nella notte, per le vie di Bac Ha buie e silenziose, solo i cani randagi (e il sottoscritto) hanno osato sfidare il vento gelido sotto la prima limpida stellata vietnamita. Oggi ho messo la giacca a vento in fondo allo zaino sperando che ci resti. Lo spero anche per tutti quelli che, dall’altra parte della penisola, sono impegnati nelle attivita’ di soccorso per la grande catastrofe. Madame Tran Duong viene dal sud, da Saigon, dice, poi qualcuno la corregge e ridendo lei dice: oh, oui, Oh Chi Minh Ville! Stava sulla costa di Ha Long quando c’e’ stata la scossa. Non ha sentito il terremoto. Solo il vento, dice. Un grande vento. Qualcosa di innaturale. Una sensazione di freddo che ti prende, capisci che e’ successo qualcosa di grosso. Il mare, nella baia di Ha Long, sempre calmo tra le isole, si agita, freme. Altrove si sta preparando l’onda. Qui non arrivera’, si scatenera’ verso occidente. Verso l’India. Sri Lanka. Fino ad arrivare a scaricarsi sulle coste africane. Qui non arrivera’ che il freddo. Questo freddo che ci costringe attoniti, seduti stretti attorno ai bracieri nella hall del Sao Mai, davanti al televisore costantemente sintonizzato sulla BBC che trasmette testimonianze e immagini di morte e distruzione. Per questo freddo, che ci prende alla schiena, non basta il carbone rovente. Questo e’ un freddo agghiacciante. Inconsolabile.

Ciao Chao

E’ straordinario come a distanza di mezzo emisfero, di un continente, di una razza, di usi e costumi come il giorno e la notte, ci sia una parola sola che sta in comune. Una parola sola, ma una parola grande. Importante pur nella sua brevita’. In Vietnam ci si saluta dicendo chao. Che suona esattamente come il nostro ciao. Chao Ba quando si incontra una signora, Chao Co una signorina, Chao Ong un uomo. A poco piu’ di 20 chilometri da Bac Ha, inoltrandoti tra i monti e le risaie, trovi un villaggetto, niente di che, poche grosse capanne dai muri d’argilla in fondo a un avvallamento terrazzato e una stradina a tornanti che scende giu’. E’ il villaggio di Can Cao. Niente di che, visto cosi’, se non per lo spettacolo delle montagne, soffocato purtroppo da un cielo troppo grigio e battuto da un vento gelido. Niente di che se non fosse per loro. I folletti. I piccoli, gentili, colorati folletti che popolano queste terre alte. Piccoli uomini e piccole donne che a piedi o in groppa a piccoli cavalli convergono lungo i sentieri che scendono a Can Cao. Arrivano il sabato mattina ad affollare il mercato piu’ colorato del mondo. Questi strani hobbit vietnamiti sono i hmong. Ma di hmong ce ne sono molti, con usi e costumi diversi. Questi sono i hmong fioriti. Li chiamano cosi’. Flowered Hmong. Il costume delle donne e’ un trionfo di colori. Una camicia di vellutino rosso, o blu, o verde, o viola, fasce ricamate, gonne ad ampie balze, grembiuli con infinite file di microscopici ricami iridescenti, sui capelli fazzoletti e sciarpe a scacchi fluorescenti. Sono decine e decine e decine. Affollano i tornanti bassi del sentiero e le terrazze dove sono abbarbicate le bancarelle. Una folla fitta. Sotto, intorno, il bestiame. Capre, bufali, cavalli. Chao Ba, e una signora sdentata mi sorride tutta rughe. Chao Ong, risponde. Chao, dice un vecchio lasciandomi strada ad ampi gesti su uno stretto passaggio, proprio sul ciglio. Chao, dico a un bambino aggrappato alla schiena della mamma. La donna si volta e mi sorride con un sorriso tutto denti d’oro. Avra’ vent’anni, se li ha, e un figlio sulla schiena e un’altro neonato sul petto. Chao, bellissimo popolo Hmong, Chao e… Cam On. Cam On, che incredibilmente suona come l’americano “andiamo”, vuol dire “grazie”. Chao, popolo Hmong, Cam On!