Nebbia su Sa Pa

Una lunga strada tra i monti e le valli, tra le risaie e le piantagioni di te’, tra i villaggi e minuscole cittadine, ci ha portato lontano. Dalla pina della battaglia ci siamo inerpicati attraverso pareti di roccia e fitte foreste. Abbiamo sfiorato il confine del Laos, siamo penetrati nel cuore del grande nord. Abbiamo attraversato la terra dei Thai, dei Hmong Rossi. Abbiamo attraversato il Fiume Nero, risalito il Nom Na, fino ai villaggi gia’ in odor di Cina. Sulle rive dei fiumi enormi bufali grigi trainano gli erpici nel fango. Lungo le strade le donne thai e hmong camminano eleganti nei loro abiti rossi e neri, fitti di ricami multicolori, sciarpe ricamate avvolte sui capelli, gonne pieghettate, grembiuli a fiori. Ceste di vimini sulle spalle, carichi di legna. I bambini salutano, ragazzine in costume ed ombrello sorridono timide. Davanti alle capanne di paglia e bambu’ vecchie signore cuciono a macchina. Siamo entrati a bere un te’ in una capanna thai. C’erano gomitoli di lana colorata disposti in lunghe file sul tetto di paglia ad asciugare. Una vecchia con i denti tinti di rosso ci ha sorriso, salutandoci con un gesto caloroso della mano. Poi siamo scesi a Tam Duong, lungo la valle, fino alle pendici del Phan Si Pang (3143 metri). Poi la lunga salita al passo, fino a piu’ di 1700 metri, e ora siamo qui, nelle nebbie gelide di Sa Pa. Abbiamo ritrovato il turismo. Sa Pa e’ una cittadina estremamente turisticizzata, dall’aspetto stranamente alpino. C’e’ una chiesetta con campanile aguzzo, un bel parco, caffetterie, ristoranti in stile coloniale. Fa freddo, piove e c’e’ nebbia. come un novemdre alpino, prima delle nevi. C’e’ la stessa aria. Solo le donne hmong, thai e dao che si aggirano per le strade, solo il formicolio del mercato, solo le venditrici di pannocchie e patate rosse abbrustolite sulla brace, solo i cappelli a cono e i pesi portati a bilancere, tra queste stradine dolomitiche, ci ricordano che siamo in Vietnam. Nebbia su Sa Pa, ma domani e’ un altro giorno.

Prima della battaglia

Io me lo immagino, il colonnello De Castrier, in quei giorni e quelle notti, nei primi mesi del 1954, nel suo bunker in mezzo alla vasta piana di Dien Bien Phu, in attesa del nemico. Me lo vedo mentre soffia verso le nebbiose colline il fumo della sua snella sigaretta francese. M’immagino l’ansia, la preoccupazione. Perche’ io credo che anche i colonnelli dal cuore solido, dalle decisioni pronte, anche gli uomini con la volonta’ piu’ ferrea, nel silenzio e nel buio dei loro segreti piu’ intimi covano il tarlo doloroso del dubbio. In quel deserto dei tartari di campi e risaie, circondato dai colli incombenti, per il colonnello De Castrier il dubbio e la paura sono un cancro crudele. Cosi’ e’ stato gia’ per il colonnello Piroth che il 15 marzo ha ceduto alla tenzione e si e’ tolto la vita. Per non aspettare. Piroth non sapra’ mai, pensa nella sua solitudine il colonnello De Castrier, se alla fine il nemico verra’, se ci sara’ battaglia. Non sapra’ se Navarre ha visto giusto decidendo di fortificare la piana con un reticolo di trincee e sfidare il ribelle Vietminh in campo aperto. De Castrier sogna una di quelle belle battaglie di una volta, con la fanteria nemica stanca e lacera che avanza fino alla barriera e il fuoco francese che abbatte, spazza, stronca. Ma il nemico non viene. Non viene. Se ne sta lassu’, tra quei colli che De Castrier vede offuscati dalle nebbie dell’alba. Sono la’, i Vietminh, sulle creste, come gli indiani dei film western. Solo che li’ i monti sono rocce pelate, ogni tanto si vede una penna, una lancia, si sente il nitrito di un cavallo. Qui, invece, niente. I colli sono coperti dalla foresta e il nemico e’ acquattato tra le fronde, i banani, i bambu’. Invisibile. Immobile. E aspetta. Aspetta. Nemmeno dall’alto si potrebbe vedere il nemico, calcolarne, la forza, capire quante armi, quante munizioni, quanti uomini il comandante Giap e’ riuscito a radunare tra quelle valli, in quei villaggi, lungo le vie aperte nella foresta. Aspettera’, De Castrier, finche’ i primi colpi di artiglieria si abbatteranno sui colli piu’ vicini, gli ultimi colli francesi, espugnandoli. Aspettera’, De Castrier, fino a vedere le contraeree bersagliare le sue squadriglie. Aspettera’ guardando i lanci delle vettovaglie scivolare lontano nel vento caldo che scende dal Laos e planare in fondo alla piana, irraggiungibili. Aspettera’, De Castrier. Niente scontri in campo aperto, niente fanterie lacere e stanche. Il nemico circondera’, bombardera’, costringera’. La paura attanagliera’ i francesi. Cannoni. Artiglieria pesante. Contraerea. Tutto nascosto. Invisibile. Nel verde fitto della foresta. Alla fine un aereo francese riuscira’ a sganciare un paracadute a destinazione. Conterra’ una decorazione sul campo. I gradi con i quali il generale De Castrier firmera’ la sua sconfitta e si consegnera’ al nemico. Piroth, pensa De Castrier, non lo sapra’ mai. Non sapra’ di quei 57 giorni di fumo, frastuono, sangue e panico. Non sapra’ di quell’epilogo, di quel tragico 7 maggio che vedra’ il comandante Giap trionfante e il Vietnam libero dai francesi. Piroth, morto suicida, stroncato dal cancro dell’attesa, non sapra’ mai di quei 3000 morti che insanguineranno le risaie di Dien Bien Phu. Piroth, lui, non sapra’ mai. De Castrier soffia il fumo dell’ultima sigaretta verso i colli immersi nella nebbia.

Fino a Son La

Son La e’ una antica citta’ coloniale francese nel cuore delle montagne del nord-ovest del Vietnam. La nuova strada, terminata meno di sei mesi fa, e’ stata scavata profondamente a colpi di dinamite nelle costole di queste montagne. Sono montagne strane, carsiche, pinnacoli rocciosi vestiti di vegetazione, svettanti bambu’, ventagli di banani, qualche boschetto di teak. Le valli sono scavate profondamente e i villaggi di capanne di paglia e palafitte si allineano lungo i torrenti, oltre vertiginosi e ballonzolanti ponti sospesi. E’ la terra delle minoranze, dei thai, del hmong, dei muong… La gente e’ cortese e ospitale. Ieri abbiamo dormito in una valle incantevole di risaie, circondata da curiosi colli a forma di gobbe di cammello. Un villaggio vicino a Mai Chau e’ stato adibito a guest house, si dorme nelle palafitte direttamente sulle risaie. I Vienamiti sono un popolo intraprendente. Nel pomeriggio siamo arrivati a Son La. E’ una citta’ in crescita, cantieri dappertutto. E’ disposta ad anello intorno alla conca verde delle risaie. Intorno, larghi viali affollati di motociclette, case coloniali dalle facciate colorate di tinte vivaci. Ci sono i resti di un penitenziario utilizzato dai francesi contro i rivoltosi vietminh e poi distrutto parzialmente dai bombardamenti americani. Domani ripartiremo per il nord. Qui siamo quasi al confine con il Laos, arriveremo nei pressi del confine cinese. A presto.

Asia ferita

Qui in Vietnam non ne parla nessuno. Eravamo in aereo quando la terra e’ impazzita, e’ impazzito il mare e l’Asia ha sofferto una delle sue piu’ gravi ferite. Qui, dall’altra parte della penisola indocinese la follia della natura non e’ arrivata. Questa terra, gia’ violentemente assassinata in passato dalla follia dell’umanita’ e’ stata questa volta risparmiata dalla natura. Ma la botta ha picchiato qui vicino e ha picchiato forte. Da tutti quelli che come noi amano il mondo e amano l’Asia un grido di cordoglio e di dolore per questo disastro. Ho gia’ scritto anche troppe parole per esprimere cio’ che non so dire.

Hanoi

Gia’ sin dalla strada che ti conduce in citta’ dall’aeroporto il Vietnam ti si avvicina cortese e ti scivola accanto con tutte le sue suggestioni. Il tempo e’ cupo e grigio, tira un’arietta fresca che solleva dopo le fatiche degli aeroporti, dei transiti, dei voli, ma che non e’ sufficiente a spazzare via la foschia. Sotto la cappa si sdraiano i campi. Piccoli appezzamenti coltivati, qua e la’ donne col cappello a cono, un grosso bufalo tira un’aratro che affonda nel terreno scuro. Specchi di risaie. Poi le case poco a poco si addensano. Alcune, stupende, in stile coloniale, strette e alte, tutte torrette e terrazze. Ristrutturate di fresco, addossate le une alle altre. Poi, la citta’. Piccola. Grande. Un gran fracasso di motorini che si scatena nella sera. A mano a mano che cala il buio si incendiano le strette vie della parte vecchia, di luci, lampadine, insegne, mercati notturni. Sul lago formicolano i gruppetti a passeggio, gli innamorati sulle panchine, i bambini scalpitanti. E’ solo un primo impatto ma la sensazione e’ buona. Una citta’ orientale, vietnamita fino al midollo, ma ordinata, gradevole, ospitale. Un altro luogo da non dimenticare. Domani partiremo per i villaggi del nord-ovest e Hanoi rimarra’ qui ad aspettarci con tutte le sue promesse da mantenere.

Vigilia

Vigilia di Natale. Casa mia è un disastro. La sacca è ancora vuota, in compenso il letto è carico di camicie, maglioni, mutande, calzini. Sceglierò quelle poche cose che servono. C’è tempo. Si parte domani mattina. Prima dell’alba. Fuori c’è un cielo grigio e freddo. Stamattina sono andato a comprare le ultime cosette: qualche farmaco generico, un disinfettante, liquirizia e cioccolata. Ora è tutto sparpagliato sul tavolo della cucina, insieme alla bussola, ai libri, alle matite, al quaderno, alla borraccia, al piccolo binocolo russo che comprai a Trebisonda, alla pila, al bicchiere, al dentifricio, e a tutte le altre cianfrusaglie che entro oggi dovranno trovar posto nel mio zaino. Metto su un po’ di musica jazz, do un’occhiata al computer, non c’è posta. Spiano sul tavolo la mappa del Nord Vietnam. Ecco Hanoi nella sua vasta piana alluvionale, farà caldo laggiù! Ecco la strada che scivola veloce verso est, verso Hai Phong, verso il golfo del Bac Bo. Mi immagino una nebbia afosa, una pioggia sottile. C’è un groviglio di fiumi e canali che s’ingarbugliano in delta inestricabili alla ricerca del mare. E poi quella incredibile sbriciolata di isole intorno Ha Long. Alle spalle di Hanoi, invece, incombono le montagne. Questa è la parte che più mi acchiappa, di quel territorio. Qui farà fresco, immagino, quella bell’aria cristallina e pulita di montagna, di campagna. Vedo la spina trasversale, ossuta, della catena dell’Hoang Lien Son. Ai due lati, due valli profonde e lunghe, due fiumi snelli. Quello a sud, più tortuoso, si scava quasi a fatica la via tra le montagne, accoglie e raccoglie affluenti dalle vallicelle laterali. E’ il fiume Da, che poi va ad arricciarsi nel gigantesco bacino idroelettrico del Song Da. Quell’altro, più a nord, se ne viene giù dritto sparato come un proiettile, fino ad avvoltolarsi sornione nella piana e ad accarezzare Hanoi, prima di dilagare nel golfo del Bac Bo. E’ il fiume Hong. E’ lungo queste valli che noi dovremmo spingerci, fino ad arrivare ai confini con il Laos e con la Cina, fino a Dieng Bien Fu, fino a Lao Cai. Nel cuore del territorio delle minoranze, appartenenti alle più di cinquanta etnie vietnamite. C’è da perdere l’orientamento se si cerca di catalogarle tutte, dai hmong ai muong, dai thai ai tay (diversi dai thai), dagli dzao ai giay e via così. Va beh, ora non mi resta che ripiegare la mappa, andare di là, riempire le sacche, poi una breve notte di riposo. Domattina, nel gelo ancora notturno, ascoltando lo scampanellio della slitta di Santa Claus che se ne torna stanco al Polo Nord, ciondolerò alla ricerca di un pullman per l’aeroporto.

In partenza per il nord Vietnam

E’ giunto il tempo di andare, dice una bella canzone che parla di viandanti e di mercanti. Altre strade di polvere ci aspettano, altri sorrisi di bambini, altri volti di anziani, altri villaggi, altri mercati, altri monti, altre valli. Poche cose essenziali nel sacco, documenti, il passaporto vistato di fresco, il biglietto aereo, qualche vestito, i miei vecchi scarponi. Visiteremo le regioni montuose del Vietnam del nord, fino al confine con il Laos e con la Cina. Partiremo a Natale. Brinderemo a bordo di un volo per Hong Kong, poi raggiungeremo Hanoi e di lì affronteremo le strade di polvere del nord. Cercheremo, come di consueto, di tenere aggiornato questo blog, di scrivere qui i nostri appunti a caldo, sul posto, le nostre impressioni, le nostre osservazioni, i nostri commenti. Ringraziamo sin da adesso chi vorrà seguirci virtualmente lungo le nostre strade di polvere. A presto dal Vietnam.

da Torino per lo Zanskar…

Domenica 19 dicembre
alle ore 21
in Via Rosta 23 a Rivoli (TO)
Maison Musique presenta:
LE ALTE VALLI
una scuola in Himalaya
immagini racconti e suoni
a cura di Bruno Burdizzo
per AIUTO ALLO ZANSKAR onlus
Una remota valle himalayana a più di 3500 metri sul livello del mare. Una piccola e isolata popolazione di cultura tibetana e religione buddista lamaista nella provincia indiana dello Jammu-Kashmir, schiacciata tra il Ladakh, la valle del Nubra e il confine tibetano da una parte e la valle di Srinagar dall’altra, sempre a un passo dalla guerra con il Pakistan. Una scuola in cui trecento bambini si impegnano per diventare, in un prossimo futuro, guide e rappresentanti del loro popolo nella difficile sfida della modernità. Senza dimenticare, anzi tenendo ben vive, origini e tradizioni popolari. AaZ è un’organizzazione onlus italo-francese che dal 1988 finanzia e gestisce la Lamdon Model High School di Pibiting/Ufti nella valle dello Zanskar, lottando con inimmaginabili difficoltà, dovute principalmente alla rigidità del clima, all’isolamento della regione e alla scarsità delle risorse in quel vero e proprio deserto d’alta quota. Tutto questo vorremmo raccontarvi domenica 19 dicembre con l’aiuto di suoni, immagini, parole, testimonianze dallo Zanskar. Sarà presente anche una piccola bancarella con libri, fotografie d’autore, cartoline, bandierine tibetane e altro.
L’ingresso è gratuito.
AaZ onlus
organizzazione non lucrativa di utilità sociale ai sensi del D.Lgs. n. 460/97
Via Gorizia 1 – 25126 Brescia
Maison Musique
Via Rosta 23 – Rivoli (TO)
Maison Musique è a meno di un chilometro dall’uscita di Rivoli della A32, seguendo le indicazioni per il castello, proprio alla base della collina.
Dal centro di Torino si arriva in 20 minuti prendendo la tangenziale in corso Regina.
Nell’area è attivo un ottimo ristorante.