Ringraziamenti e saluti

Domani lasceremo Turpan per Urumqi, dove ci aspetta un aereo per Mosca. Da Mosca, lunedi`, un altro lungo volo ci riportera` in Italia. Siamo riusciti a completare il percorso che ci eravamo proposti: attraversare il cuore delle due provincie inquiete della Cina, il Tibet e la terra degli Uighur. Strade talvolta faticose e difficili, terre ancora incontaminate, qualche difficolta` comunque superata in scioltezza. Ora non ci resta che ringraziare prima di tutto chi ha avuto la cortesia di seguirci in questa avventura telematica, in questo lungo blog, tutti voi, che ringraziamo anche per i gradirti commenti. Questo blog continuera` a vivere comunque anche al nostro ritorno, quindi continuate a scriverci. Poi e` doveroso un ringraziamento per chi ha reso possibile questo progetto. I gestori degli Internet Point di Kathmandu, Lhasa, Ali, Kargilik, Hotan, Turpan. Le guide e lo staff del Tibet che gia` abbiamo citato. Il corrispondente in Xinjiang, Sig. Song Yong. Gli autisti delle jeep che ci hanno condotto da Ali a Kargalik, la nostra ottima guida per Turpan, signorina Wu Shan Shan (Lili Wu). Ringraziamo ancora, naturalmente, l`organizzazione di AVVENTURE NEL MONDO, sempre efficiente, e il suo staff di Roma. E ringraziamo la coordinatrice (e ideatrice) di questo viaggio Marisa Da Re. Tra l`altro, proporremo la pubblicazione di un articolo su uno dei prossimi numeri della rivista di AVVENTURE NEL MONDO. Grazie ancora a tutti voi.

L`uva di Turpan

Scrivo da Turpan. C`ero gia` stato nove anni fa. Allora, ricordo, arrivammo in un borgo rurale, verdeggiante, dopo ore infinite di discesa nell`infuocata padella della grande depressione. Siamo a 154 metri sotto il livello del mare. Fa un caldo isopportabile. Un caldo secco, da deserto, ma insopportabile. Ma a Turpan c`e` l`uva. Infiniti pergolati ombrosi, freschissimi, d`uva. ricordo casette di fango, piccoli essiccatoi fatti con i mattoni, disposti in modo da lasciare buchi, come grate, per far passare l`aria e asciugare i dolcissimi acini, appesi a pioli di legno. Ci sono ancora, tutte queste cose, intorno, nei villaggetti dell`oasi, lo dico subito, ma… Scrivo dall`hotel Oasis. L`unica cosa rimasta piu` o meno inalterata da allora. Il resto e` una gigantesca, modernissima, luminosa, lucida, operosa, scintillante citta`. Piu` niente borgo rurale. I vigneti di un tempo ora sono costretti, in centro, in un chilometrico viale, sospesi a un portale imperiale di colonne. In mezzo c`e` una piazza con fontana luminosa, palazzi di cristallo, ampi viali scintillanti di moderni taxi, semafori, luci al neon di sera, perfino alcuni incredibili fuochi artificiali, veramente artificiali, cioe` fatti con le lucette colorate. Questa e` la nuova Turpan. Per fortuna c`e` l`altro lato della medaglia. Il grande lancio turistico dell`oasi (turismo quasi esclusivamente cinese) e` stato fatto con intelligenza. I siti archeologici di Jaohe e Gaochang, le due antiche ctta`, sono stati restaurati molto bene, e lo stesso vale per la necropoli di Astana. I canali sotterranei di irrigazione, i cosiddetti Karez, sono stati scavati per ricavare un lungo percorso sotterraneo molto suggestivo (con qualche caduta di tono, per la verita`)… Ma la cosa migliore, a Turpan, e` sempre ancora allontanarsi dalla citta`, raggiungere i villaggi nei pressi delle montagne fiammeggianti, o verso sud, ancora incontaminati, andare a visitare le case dei contadini e i vigneti. E farsi, in questa stagione di vendemmia, delle grandi scorpacciate della rigogliosa, prorompente, dolcissima, uva della valle di Turpan.

Una strada nel deserto

Avete mai pensato di costruire una strada in mezzo al mare? Non dico un ponte, no, proprio una strada. Una bella strada grigia, asfaltata e liscia, appoggiata sulle onde. E non sulle onde di un marettino qualunque, magari profondo un palmo, no, sulle onde di un abisso d’oceano. Impossibile, vero? Eppure! Il deserto del Taklamakan non e` poi cosi` diverso da un mare, anzi da un oceano di sabbia. Solo i tempi sono diversi. Tutto e` piu` rarefatto. Le onde, per innalzarsi e frangersi, ci mettono piu` tempo. Non pochi minuti, non pochi istanti, ma ore, giorni, mesi. Pero` si alzano, s’increspano, si frangono nello stesso modo, come se fossero liquide. E invece sono di sabbia. Dune di sabbia. Onde. La difficolta` di costruire una strada sulla sabbia e` piu` o meno la stessa. Solo che hai un po` di tempo in piu` per pensare come farla, e per cominciare a costruirla. Per costruire un molo in mezzo al mare, la cosa piu` importante e` fare una barriera contro l`erosione delle onde. Di solito si usano massi, scogli, o blocchi di cemento. Nel deserto no. Non esistono massi, non esistono scogli, solo sabbia. E allora? E allora i cinesi hanno pensato di usare la natura. Per costruire una strada sulla sabbia basta avere un bel po` d`acqua (questo e` un bel vantaggio perche` per costruire una strada sull`acqua, avere della sabbia non serve a granche`). Da Minfeng, nel sud del grande deserto, per sei ore e piu`, abbiamo navigato su questa strada nuova fatta sulla sabbia, fatta con l`acqua. Per la verita` hanno cominciato a sbarrare la sabbia con dei grossi fasci di canne. Le canne, sottili e fragili, messe insieme, legate strettamente in lunghe siepi, interscate tra loro a scacchiera, catturano i granelli di sabbia, li bloccano, li fanno diventare dune, li intrappolano. E la duna artificiale diventa scogliera. Ferma il grande oceano di sabbia, lo trattiene. In mezzo puo` passare la strada. si puo` stendere l`asfalto. Ma non durera`. Il grande oceano avanza. La duna artificiale impastata di paglia si satura, la montagna di sabbia incombe. Il vento alza la polvere come una nebbia. Tonnellate, tonnellate, tonnellate di impalpabile polvere. Rivoli giocano a rincorrersi sull`asfalto grigio. Tra poco la strada nuova finira` sommersa. E allora? E allora l`acqua, la grande neminca del deserto, risolvera` il problema. Ci sono tracce d`acqua in tutti i deserti, anche in mezzo al terribile Taklamakan. Un po` di fango secco, qualche cespuglio, li` sotto c`e` l’acqua. E allora si scava, si fa un pozzo, si tira su l`acqua, la si incanala in un tubo flessibile, di gomma, che poi si interra e si fa correre lungo la strada. Fino al prossimo pozzo. E poi fino al prossimo pozzo. E poi fino al prossimo pozzo… Da quel tubo si diramano altri tubi, piu` sottili, che si stendono paralleli ai lati della strada. Una quindicina di tubi, di qua e di la`. Nella gomma di quei tubi si fanno piccoli forellini, a un metro di distanza. E accanto ad ogni forellino si pianta una piantina, un cespuglietto, che diventera` un albero. Per piu` di cinquiecento chilometri un viale alberato spacchera` in due il piu` terribile deserto del mondo. Ora e` una striscia vederggiante con in mezzo un nastro di bell`asfalto dove si puo` correre ininterrottamente, come una nave lanciata attraverso l`oceano. Il vento ti butta la sabbia addosso, perche` ancora le piantine non sono alberi, ma tra qualche anno le fronde ti terranno in ombra e il deserto sara` visibile oltre la barriera vegetale, come dal parapetto di una nave. In sei o sette ore si va da Minfeng a Luntai. Da sud a nord. Si attraversa indenni il deserto del Taklamakan, il “luogo da cui non si torna”. O da cui non si tornava.

Alla fiera di Hotan

Vengono da lontano. Si sono alzati all`alba. Il vecchio e` sempre il primo ad alzarsi ma stavolta anche la ragazzina era sveglia da un po`. Continuava a rigirarsi sulla stuoia. Il primo pezzo l`hanno fatto a piedi nel fresco del primo mattino. Lui avra` poco piu` di trent`anni, lei meno di venticinque ma ne dimostra diciotto. Il vecchio indossa il caffetano bianco e la cuffietta uighura ricamata, per le grandi occasioni. La ragazzina ha un vestito rosa tutto pizzi e perline. La donna ha un bell`abito di seta colorata, confezionato anni prima in una sartoria di Hotan. Lui, l`uomo, ha una camincia comune e un paio di pantaloni grigi. Regge i cordini di un grappolo di pecore brune. La donna tiene in braccio il neonato, tutto nudo tranne una vecchia magliettina impolverata. Il vecchio porta un sacco dal quale sporgono il collo due grosse oche grigie. Nell`altra mano ha un paio di polli tenuti su per le zampe. Abitano ai margini della grande oasi di Hotan, dove finiscono gli alberi e incominciano le sabbie. Camminano in silenzio lungo il viale dei pioppi, accanto al canale. Da lontano, nella prospettiva infinita dei tronchi pallidi e delle fronde chiuse come la volta di una cattedrale, sopraggiunge un carretto di quelli belli, col baldacchino rosso, trainato da un cavallino biondo infiocchettato. Salgono tutti. Ci stanno. Lui, lei col piccolo, la ragazzina, le tre pecore, il vecchio con le oche, i polli e tutto. Si va. La ragazzina e` la prima volta che va alla grande fiera domenicale di Hotan. Il padre ha in tasca un rotolo di banconote, che preme sotto la camicia. Se il vecchio riuscira` a vendere bene le pecore e i polli, basteranno per comprare un asino e pagare il falegname che dovrebbe aver finito il carretto ordinato due domeniche prima. Quando arrivano, Hotan e` gia` un mare di folla. Entrano dalla parte sud, oltre il canale, dove ci sono i bidoni della benzina dai quali una donna velata, con un bimnbo in braccio, attinge con un mestolo il pieno delle motociclette. Il carretto si ferma li`, tra l`odore di fritto dei ristorantini e il fumo del kebab. Il vecchio risalira` il vicolo centrale tra la folla, con le sue pecore, per raggiungere la strada oltre il bazar e arrivare al mercato degli ovini. La donna col piccolo e la ragazzina andranno a vendere, sulla strada, le oche e i polli. L`uomo passera` dal falegname, prima, a controllare il carretto nuovo di zecca, poi imbocchera` un vicoletto a sinistra per raggiungere le botteghe dove contrattera` le ruote e le gomme. Infine, nel pomeriggio, dopo aver mangiato in fretta un po` di pane e uno spiedino grasso di pecora sull`angolo, s`infilera` nel cortile del bestiame, accanto al bazar delle stoffe. L`asino e` bello, grigio, giovane, con una striscia nera sulla schiena e due bande nere verticali dal garrese. Il vecchio e` tornato coi soldi delle pecore, le donne con quelli dei polli e delle oche. Ora si puo` concludere il contratto. Si gioca un po` col mercante al ribasso e al rialzo, poi una vigorosa stretta di mano sancisce l`accordo. Il vecchio ha comprato anche un basto gommato e una briglia infiocchettata di rosso. I pochi soldi rimasti sono sufficienti per una scodella di ravioli bolliti e un bel pezzo di pecora arrosto, servito su un piatto pane. E` ormai tarda sera quando l`asinello grigio, bardato al carretto nuovo, riporta la famiglia lentamente verso casa, fino ai margini del deserto. Negli occhi neri della ragazzina, seduta dietro con le gambe ciondoloni, scintilla ancora, nell`ultimo fuoco del tramonto, tutto lo splendore della grande fiera di Hotan.

I pioppi del Xinjiang

Il Taklamakan e` un deserto arroventato. Il cielo e` sempre sporco di sabbia e di vento. Sotto, all`orizzonte, si intravedono le dune. Dalle montagne del Kunlun scendono fiumi. Gonfi d`acque glaciali. I fiumi corrono nella sabbia, portano limo, terra feconda, vita. Vita che si coagula in rigogliose, vaste oasi, che poi repentinamente si inchiodano nel deserto. Pioppi. Alti, svettanti pioppi dai tronchi pallidi e dalle chiome polverose. Ombra. Un`ombra fresca che sembra impossibile. E Canali. Canali in cui scorre acqua grigia, abbondante, fresca. Accanto ai canali hanno tirato su muri di fango, portoni di legno intarsiato, casette, capanne di canne. Pergolati d`uva. Campi di mais. Per le viuzze polverose, innumerevoli carretti. Pecore. Pecore ovunque. La gente uighura e` bellissima. Personaggi biblici. Vecchi che sembrano patriarchi, barbe bianche, occhi sottili, rughe, berrettini di cotone, calottine ricamate. Qui siamo in terra islamica. Ci sono piccole moschee all`aperto mormoranti di un salmodiare sommesso. I mercati sono un trionfo. Bestiame, capre, pollame, tutto viene contrattato e pagato con manciate di minuscole banconote cinesi. Le donne vendono uova cotte nella cenere. Ci sono forni che producono colonne e piramidi di pani e ciambelle, focacce fragranti. Ci sono cataste di frutti, meloni, cocomeri, mele, pere, montagne d`uva. Questo e` il Xinjiang. Siamo a Hotan. E` una citta` grossa, modernizzata, cinesizzata. Ma il Xinjiang sopravvive. Sopravvive nei sobborghi, nel bazar, nelle oasi di periferia, sopravvive nelle facce della gente, nel cibo, nelle usanze, nella lingua e nei gesti degli uighur. Hotan si trova proprio al centro di un grande ventaglio di fiumi che si aprono e sfociano nel deserto. Il fiume della giada bianca, di color grigio pallido, dove si trovano i pregiati sassi, e il fiume della giada nera, color veramente verde giada. Incredibile. Suggestivo. C`e` un posto, su una terrazza naturale che si affaccia sull`oasi e sul deserto, dove in una piccola moschea accanto a un`antica tomba islamica una donna recita il Corano. In una grotta poco lontano una ragazzina mormora preghiere con un’aria estatica, quasi una specie di Bernadette islamica. Assalamaleycom, salutano i vecchi che incontri per la strada, la pace sia con voi. Assalamaleycom, gentile e pittoresco popolo Uighur.

Terre di confine

Il piu` piccolo si chiama Keimou. E` magro e scuro e porta una giacca grigia e una camicia elegante. Ha uno sguardo obliquo che lo fa somigliare un po’ a un Robert De Niro in versione Uighur. L`altro, quello gorsso, si chiama Goyan. Ha un paio di spessi occhiali, e` sempre spettinato e ha un vocione da orso Yoghi che mette paura. Vengono a prenderci ad Ali con le loro robuste Toyota. Modello un po` vecchiotto, ma vanno. Ci porteranno attraverso le terre di confine. Confini diversi, per la verità: confine tra il mondo buddista tibetano e il mondo islamico Uighur; confine tra le terre alte, gli altipiani e le grandi montagne, e le terre basse e infuocate del Taklamakan. Confine tra la Cina e l`inquieto Kashmir indiano; confine che porta a quella terra tratteggiata sulle carte geografiche che si chiama Aksay Chin, che non e` India ma che non e` nemmeno del tutto Cina. Confine che porta a quello somodo Kunjerab Pass, corridoio per il Pakistan. Ci portano lassu`, Kimou e Goyan, in quelle altitudini dimenticate. Kymou sembrava il capo, piu` distinto e dall`aria gentile, ma poi comprendiamo che e` Goyan, con i suoi modi decisi, il suo gesticolare eloquente, il suo sbraitare senza timore, nemmeno nei confronti dei militari, comprendiamo che e` Goyan il vero capo. E` lui che contratta con noi le Guest House, e` lui che ci procura piatti di patatine fritte inaspettate e gradite, e lui che ci offre le bibite, e` lui che s`incazza col gommista che lavora male. E` lui che si occupa di noi in tutto e per tutto. E risponde con una grassa risata alle nostre battute. Parlano solo in cinese e in lingua Uighur, Keimou e Goyan, ma ci capiamo al volo. Ci portano sul difficile altopiano, sempre sopra i 5000, lungo strade, piu` che difficili, impossibili. Ci portano a dormire in una caserma di militari a Domar, unico alloggio disponibile. Camerate pulite, catino, brocca d`acqua, sapone, e un`ottima cena. Ci portano su fino al lago, nella riserva naturale del Chang Tang, a mangiare il pesce appena pescato dalle acque profonde piu` blu. Ci portano a vedere il panorama delle montagne piu` alte del mondo, dal colmo di un colle, i due Gasherbrum, il Broad Peak, e in fondo, imponente, il K2. Per me, che ho conosciuto quella montagna nelle parole di Walter Bonatti, e` un`emozione indescrivibile. Stendo per terra la carta, la oriento con la bussola, e scopro, col fiato corto, laggiu` a sud-ovest, le vette. Poi Goyan e Keimou ci portano giu` nelle gole rocciose scavate da ghiacciai millenari del Kunlun. Ci portano in un lungo interminabile viaggio a scoprire i primi cammelli battriani che prenderanno il posto degli Yak. Ci portano giu`, in tre giorni di viaggio, tra guest house disagevoli, territori selvaggi e abbandonati, luoghi frequentati nient`altro che dai soldati o dagli operai che lavorano alla nuova strada, la strada strategica che servira` a consolidare il potere cinese su queste terre contese. E infine, in una discesa interminabile, in giornate lunghissime di guadi e scrolloni, sassi e buche, le vecchie Toyota di Goyan e Keimou ci porteranno indenni nella bassa, afosa, fosca pianura di Kargilik, alle porte del Taklamakan.

Thanks

Thanks to our tibetan team: Mr. Jigdrel, manager of the TIST company, Mr. Tashi, our guide, Mr. Ni Ma and Mr. Jum Drum, drivers of our powerful Land Cruisers, Mr. La Wan, truck driver, Mr. Tzi Ten and Mr. Lak Pa, our excellent cookers.
Ringraziamo la nostra squadra tibetana che ci ha accompagnato in questa parte del viaggio. Ora, ad Ali, abbiamo incontrato le guide che ci porteranno attraverso il Xinjiang. La prima parte del nostro viaggio e` terminata e gia` mi mancano gli altopiani, gli yak, i monasteri, e soprattutto i sorridenti, gentili, disponibili, amichevoli volti tibetani…….

Tashidele`.

Tashidele` e` il saluto tibetano. L`avremo pronunciato mille volte, nel corso del kora. Tashidele`. Oh tashidele`, rispondono, con un sorriso aperto. Li incontriamo, ci superano, giovani, vecchi, uomini, donne. Sono i pellegrini che fanno il kora intorno al Kailash. I buddisti e gli hindu lo fanno in senso orario. I bonpo, in senso antiorario. Di hindu ne vediamo pochi. Sono tutti poassati nei giorni scorsi. Tibetani, invece, tantissimi. E tantissimi, sorprendentemente, i bonpo, seguaci dell’antica religione prebuddista del Tibet. Tutti gentili e desiderosi di comunicare. Il kora dura tre giorni. Il primo giorno si percorre una valle con grandiose formazioni rocciose. Due cascate gemelle scendono dalle pareti di roccia ai lati del sentiero. Dopo una mezza giornata di cammino si attraversa il fiume e si trova, di la`, il piccolo monastero di Dira Puk. Ci accoglie un lama dall`aspetto imponente. Tocca la mano a ciascuno di noi ma non parla che la lingua tibetana. Stiamo aspettando che la nostra carovana di yak ci raggiunga per montare il campo. Abbiamo il sospetto, pero`, che non si diriga al monastero, come eravamo rimasti daccordo, ma all`attendamento che vediamo dall`altra parte della valle. Infatti eccola comparire la` in fondo. Ecco che arriva alle tende. Riconosco col binocolo le nostre sacche rosse sulla groppa di uno dei bestioni pelosi. Lasciami il monastero, scendiamo a piedi, ma quando raggiungiamo il fiume e arriviamo al guado ci accorgiamo che la piena ha portato via la passerella. Risaliamo un po` il fiume impetuoso e intanto, di la`, Tashi, la nostra guida, ci vede e dirige le bestie verso di noi. I giganteschi yak affrontano la corrente e risalgono la ripida sponda dalla nostra parte. E` uno spettacolo d’altri tempi, una scena epica, di quelle che si vedono al cinema e non ti sembra vero. Gli yak sono animali giganteschi, possenti, hanno un che di preistorico, tutti pelo e corna ricurve, hanno un che di mammuth. Troviamo uno spazio erboso e pianeggiante non lontano dal fiume e facciamo il primo campo alle falde del Kailash. Alle otto del mattino del 5 agosto fa un freddo cane. ghiaccio sulle tende. Ci aspetta il giorno piu` impegnativo, il temuto Drolma La, il passo a 5600 metri. 550 metri di dislivello non sono granche` ma il passo e` pesante, il respiro corto, ti prende un certo capogiro, vai piano, piano, piano… Il sentiero sale tra folle di pellegrini. Tashidele`. Ah Tashidele`… La cima non arriva mai. C`e` sepre un falso piano, poi un`altra rampa. Poi un`altra. Poi un`altra. Sempre piu’ ripida. Quando vedo comparire le bandierine colorate del valico mi sento come fossi arrivato in cima al K2. Lancio nel vento le sciarpe votive che avevo portato dal Ladakh e dal Nepal, gli occhi mi si riempiono di lacrime, forse per il vento, forse per l’emozione. Dopo un breve spuntino si ridiscende. La pietraia cala in una conca glaciale con in mezzo un gioiello di lago opalescente. I Bonpo che ci vengono incontro intonano un canto monotono, con splendide voci, sempre lo stesso motivo, che si riflette sulle rocce della grande scodella glaciale. In fondo alla valle procediamo al passo degli yak, alcuni tratti a cavallo. Facciamo l`ultimo campo e nella notte ci coglie un`interminabile tempesta di ghiaccio. Le nostre tende sono buone. Riusciamo a dormire egregiamente nonostante il fracasso della grandine fine. L`indomani il sole torna a riscaldarci, consolatorio. Riprendiamo il cammino, troviamo l`altro tempio, quelo dedicato a Milarepa, il celebre poeta e cantore della tradizione tibetana, dove un monaco dai lunghi capelli raccolti in una lunga nera treccia canta le sue preghiere del mattino al suono cadenzato del tamburo. Camminiamo fino a Darchen dietro la nostra carovana di yak. Il sentiero sale, percorre le creste esposto sulla valle, gli yak procedono tutti in fila. Incontriamo gli ultimi pellegrini che fanno le loro prostrazioni sdraiandosi a terra, che ruotano i mulinelli di preghiera, che recitano i mantra. Tashidele`. Ah, tashidele`, tashidele’…

Una scuola a Darchen.

Uno dei motivi di interesse del nostro viaggio era capire se la nuova Cina, piu` aperta all`occidente, possa oggi consentire la cooperazione internazionale in certe zone del Tibet. Un valido esempio di questo genere l`abbiamo scovato a Darchen, proprio alle pendici del Kailash. Da fuori sembra un monastero. C`e` una pagoda dorata e un grande muro di cinta. Il portone d`ingresso e` socchiuso. Entriamo. Ben presto ci accoglie un uomo gentilissimo che ci raccota tutto e ci porta in una visita guidata molto interessante. Scopriamo che si tratta di un collegio universitario con una cinquantina di allievi tra i venti e i trent`anni. Imparano la medicina tradizionale tibetana. Intorno ci sono le camere degli studenti, poi c`e` una farmacia, un ambulatorio medico, grandi aule molto belle, e in fondo, sotto la pagoda d`oro, stanno allestendo una grande biblioteca di testi sacri e di antichi libri di medicina. Ci sono alcuni pittori venuti da Lhasa intenti ad affrescare le pareti, aiutati da alcuni studenti, e i carpentieri stanno allestendo gli scaffali e i mobili che conterranno i testi. La scuola e` stata inaugurata nel 1999 ed e` finanziata in parte da una associazione svizzera. Quando vediamo su una lavagna alcuni caratteri cinesi e ne chiediamo conto all’uomo che ci guida, lui ci risponde orgoglioso: qui si imparano tre lingue: il cinese per parlare con i cinesi, l`inglese per parlare col mondo, e il tibetano che e` la nostra lingua, la nostra tradizione e la nostra cultura.

Il lago sacro.

Accadra` questa notte alle tre. Cosi` dice lui. Accade tutte le notti, dice. Una grande luce. Che viene giu` dal cielo. Si riflette sulla superficie del lago e va a illuminare le nevi del Kailash. Cosi` dice lui. tutti la possono vedere, insiste. poi aggiunge: basta crederci! E tira fuori un’immaginetta dalla tasca della camicia. E’ una foto di Sai Baba, il suo guru. Sono decine gli indiani radunati sulle rive del lago Manasarovar. Un sadu in barba bianca, seminudo, sta seduto sulla spiaggia. Un altro asceta, in piedi, tiene sollevato al vento un drappo arancione e intona un canto interminabile. Il sole scende sul lago. Vecchi, donne, uomini, coppie che si tengono per mano, scendono in acqua, pregano rivolti verso il sole, si bagnano il viso, la fronte. Piangono. Piangono di gioia e di commozione. Li` c`e` il loro dio. Loro lo sanno e ci credono. Li`, nelle acque del lago, e li’ sulle pendici innevate del sacro monte che sta a guardare.